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le notizie del 2002: dicembre |
8 dicembre 2002 - CASO MATTEI: INTERVISTA A CEFIS
da "Dagospia"
DOPO IL CASO MATTEI, SI APRE IL CASO CEFIS: PERCHE' DOPO 25 ANNI L'EX PRESIDENTE DELL'ENI HA DECISO DI PARLARE AL CORRIERE? (LA DOMANDA MANCANTE...)
Dopo 25 anni parla l'ex presidente Eni e Montedison, uno dei protagonisti del capitalismo italiano, ha deciso di vuotare il sacco al magnetofono di Dario Di Vico, inviato del Corriere della Sera - un lungo e interessantissimo colloquio in due puntate che riproponiamo a seguire. Certo, le domande mancanti a una personalità come Cefis, che ha spadroneggiato in lungo e largo per trent'anni per le contrade dell'economia e della politica italica, possono essere mille. E mille le ragioni di Cefis di rifiutarsi di rispondere. Ma c'è ne una che vogliamo sottolineare ai lettori. Gentile dottor Cefis, come mai il Corriere degli anni Sessanta armò la penna nientemeno di Indro Montanelli che si lanciò in una lunga e durissima campagna contro Mattei e il suo potentato Eni? E Mattei, come prendeva questi attacchi di Montanelli? Chi era, secondo lei, l'ispiratore della campagna del Corriere?
CEFIS PARLA!Dario Di Vico per il Corriere della Sera
Lugano - Con la prima battuta fa capire subito al cronista che la strada sarà in salita. "Cuccia mi diceva sempre: non fa niente se un manager infastidisce le segretarie o se si arricchisce, ma sono veri guai se parla. Soprattutto con i giornalisti". Inizia così una lunga chiacchierata con Eugenio Cefis, l'ottantunenne ex presidente dell'Eni e della Montedison, che nel 1977 si è ritirato dalla scena e vive a Lugano. Una scelta, quella elvetica, che spiega così: "Ho imparato ad apprezzare la Svizzera durante la lotta partigiana in Valdossola. Tutte le volte che c'erano dei rastrellamenti da parte di truppe tedesche o fasciste noi riparavamo oltre confine. Nascondevamo le armi, e, quando erano finiti i rastrellamenti, andavamo a riprenderle e a usarle. Anche per quel ricordo sono venuto qui e spero di morire qui".
In quegli anni la Svizzera per i partigiani era pane bianco, cioccolato e krapfen caldi. "Un'isola felice. Quando la notte, dal lago Maggiore guardavo verso Milano e vedevo tutto il cielo nero con all'orizzonte il rosso vivo dei bombardamenti alleati, a Lugano invece le luci nelle strade e nelle case erano accese. La Svizzera, allora, ci sembrava quasi una riedizione del Paradiso terrestre". Come l'esordio fa ampiamente capire, Cefis non ama la stampa e i giornalisti e se ha accettato dopo interminabili anni di silenzio di ricevere un giornalista "è stato per rendere omaggio alla storia dell'Eni e di quello straordinario personaggio che fu Enrico Mattei".
A quarant'anni dalla morte di Mattei si discute ancora sul carattere del conflitto che oppose l'Eni alle compagnie petrolifere americane. Fu veramente una lotta senza quartiere?
"Mattei non concedeva facilmente la sua amicizia, eppure aveva confidenza e stima con il responsabile di allora della Esso in Italia, il dottor Vincenzo Cazzaniga. Ritengo che si fossero conosciuti ai tempi del Clnai (il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, ndr ). Cazzaniga era un padano aperto e simpatico, un "venditore nato" capace di sostenere qualsiasi tesi come la posizione contraria. E la Esso, almeno in Italia, ricordiamolo, era la capofila delle Sette Sorelle".
Ma fu lei a sottoscrivere l'accordo "di pace" con la Esso dopo la morte di Mattei.
"Quell'accordo era già stilato e pronto per la firma, l'ho solo firmato. In qualche momento della presidenza Mattei forse poteva anche prevalere la logica del "molti nemici, molto onore" e con il senno di poi si può sicuramente dire che c'era della mitologia. Con Cazzaniga, in realtà, il dialogo era stato sempre aperto e lo stesso Mattei quando andava a New York qualche volta trovava l'occasione per incontrare i capi dei suoi avversari. Rendiamoci conto anche che la Esso era tornata in Italia dopo gli anni della guerra e come "forestiera" non aveva interesse a mettere in modo crudo e spavaldo le dita negli occhi del padrone di casa. L'Agip subito dopo la guerra era di fatto l'unica grande impresa di distribuzione di prodotti petroliferi su scala nazionale".
Anche lei è stato un grande amico di Cazzaniga?
"Ho ereditato i rapporti che con lui aveva Mattei, non c'è stata una vera amicizia. Cazzaniga era il referente europeo della Esso e si diceva che avesse interessi in comune con il numero uno della compagnia. Lo chiamavano "il cardinale" e non va dimenticato che la Esso aveva due raffinerie in joint venture con l'Anic, a Bari e Livorno".
Sta dicendo che l'abilità di Mattei, dunque, era quella di alimentare il mito ma poi di tenere una condotta pragmatica?
"Mattei era una persona avveduta, dotata di una capacità di immaginazione e di previsione a volte sovrumana. In Italia non c'era forte tradizione petrolifera e molti lavori connessi a quell'industria erano sconosciuti. Lui inventò le scuole per saldatori e trivellatori. Fece bandi per assumere giovani ingegneri da mandare a scuola negli Usa per turni di circa sei mesi. Fece costruire dal Pignone di Firenze le sonde per la trivellazione e per la ricerca e acquistò la licenza dalla Rockwell per costruire a Talamona i contatori per il gas. Fornì il gruppo di tutti i più avanzati mezzi operativi, da quelli meccanici, come sonde anche "off shore", fino agli aerei aziendali per gli spostamenti rapidi, a quelli allora più sofisticati. Per primo in Italia collegò tutti i centri operativi con ponti-radio che permettevano a tutti i reparti e uffici di essere collegati in tempo reale in tutta Italia, il Nord Africa fino all'America Latina. Mi lasci aggiungere un'ulteriore considerazione, Mattei era un cattolico credente e praticante".
In Eni fece delle scelte dettate dalla fede?
"A San Donato, unitamente ai palazzi uffici nella zona residenziale sportiva per i dipendenti aveva fatto progettare e costruire da un noto architetto e decorare dai pittori Tomea e Cascella una bella chiesa dedicata a Santa Barbara, che aveva eletto a protettrice del gruppo. E un'altra chiesa aveva fatto costruire a Borca di Cadore, dove aveva creato un villaggio vacanze per i dipendenti. Lo stesso per l'altro villaggio vacanze al mare, a Pugnochiuso sul Gargano. Non solo, ma quando Sua Eminenza il Cardinale di Milano Montini costituì il Comitato Nuove Chiese per la Lombardia, Mattei come suo vicepresidente, con un'apposita commissione di architetti e arredatori ne fu l'animatore. E in pochi anni nella regione furono costruite una trentina di nuove chiese".
Torniamo al Mattei pragmatico.
"Da persona prudente sapeva che poteva "strillare come un'aquila" per argomentare e appoggiare una determinata campagna ma era anche cosciente di non poter fare "il gradasso" e andare al di là di certi limiti. I suoi discorsi erano attentamente calibrati a seconda dell'uditorio e più l'argomento era serio più la sua voce si faceva pacata. Non fu mai, e sottolineo mai, visto agitarsi gesticolando con il colletto della camicia e la cravatta allentata come nel film di Rosi".
Ma la modifica delle ragioni di scambio tra società petrolifere e Paesi produttori, il cosiddetto sistema "fifty fifty" che fu innovato da Mattei, non piacque agli americani.
"L'idea geniale di Mattei non è stata la sola modifica del "fifty fifty" sul guadagno proveniente dal ricavo, quanto quella di rendere comproprietari, sempre al 50%, i Paesi produttori del petrolio. Aveva inventato un nuovo sistema estremamente semplice e facile da capire e i petrolieri americani non potevano opporre nulla di razionale alla sua idea. Avevano capito anche loro che la situazione di straordinario privilegio di cui avevano goduto stava saltando e che occorrevano idee nuove. Mattei li aveva preceduti sul tempo. Sicuramente anche gli stessi Paesi produttori di petrolio ci sarebbero arrivati da soli un giorno o l'altro. Pensi un po' se un Gheddafi non lo avrebbe fatto! Ma Mattei era lungimirante e un innovatore, lo dimostrano anche molte altre sue iniziative. Con l'Istituto superiore idrocarburi di S. Donato insegnava il mestiere ai futuri quadri dei Paesi produttori e metteva a loro disposizione il nostro patrimonio di esperienza, il più grande regalo che potesse far loro. Poi quegli studenti sono diventati la classe dirigente delle società petrolifere del Terzo e Quarto mondo e di certo non dimenticarono l'esperienza e le amicizie fatte a Milano presso l'Eni".
Chi intravide le qualità di Mattei e scommise su di lui?
"Durante la Resistenza, Mattei era uno dei cinque capi del Corpo volontari della libertà (Cvl), il braccio armato del Clnai. Allora il Pci aveva la propria organizzazione militare già bella pronta, il Partito d'Azione aveva una struttura con quadri che avevano sperimentato la clandestinità. I cattolici non avevano né organizzazione né quadri, Mattei è stato reclutato in politica da Marcello Boldrini, venivano dallo stesso paese delle Marche, Matelica. Il professore lo aveva fatto studiare, lo aveva portato dal suo camiciaio a Milano, lo aveva introdotto nel mondo degli imprenditori, gli aveva consigliato come collezionare bei quadri, comperare bei tappeti, arredare con gusto casa e ufficio. Boldrini era la classica espressione delle élite intellettuali cattoliche e fu così che la Dc, quando dovette segnare la propria presenza nel Cvl, suggerì il nome di Mattei. E lui che era un uomo pratico e cercava sempre di parlare per ultimo, al momento della suddivisione dei compiti disse "sono un ragioniere, a me potete affidare l'amministrazione e la cassa, visto che nessuno di voi l'ha chiesta"".
E così ebbe a disposizione mezzi per costruire l'organizzazione militare della Dc.
"Con quei soldi finanziò le formazioni partigiane che avevano bisogno di sopravvivere, raccolse piccoli gruppi sparsi di ragazzi non legati ad alcun partito, i cosiddetti cani sciolti, e quando arrivò nella zona dell'Ossola trovò me. Nel primo colloquio che ebbi con lui mi offrì tutto quello che mi poteva servire, ma io, siccome avevo già tutto, ero la persona sbagliata".
E come mai lei aveva tutto?
"Nella mia vita ho avuto sempre un'enorme fortuna, tanto che certe volte mi viene il dubbio di averne finito le scorte. Nell'Alta Italia operavano allora, in concorrenza fra loro, diverse strutture di intelligence : francesi, inglesi, badogliane e persino jugoslave. Arrivavano talvolta anche a forme cruente di lotta intestina. A un certo punto gli americani si stancarono: mandarono una missione di controllo - la missione Chrysler - sulle strutture allocate in Alta Italia. Si piazzarono sul Mottarone. E proprio lì sotto c'ero io con la mia formazione partigiana. Lavoravamo insieme per risolvere i loro problemi quotidiani e in cambio avevamo di tutto".
Come iniziò la carriera di Mattei alla testa delle aziende pubbliche?
"Finita la guerra, con Merzagora fu costituito un raggruppamento di società con partecipazione dello Stato e a Mattei fu dato l'incarico di commissario della Snam e dell'allora Agip Nord. Fu l'inizio di una spettacolare ripresa di quel settore di attività che sfociò nell'Eni".
Usando il linguaggio politico di oggi si potrebbe annoverare Enrico Mattei tra i leader populisti?
"Non si faccia influenzare dal film del regista Rosi sul caso Mattei. Un'offesa al presidente. Lì appare scamiciato, con il colletto slacciato, un comiziante. Al contrario, Mattei era un timido, portava con sé sempre un pettine e prima di entrare da un ministro si pettinava i capelli e si metteva a posto la cravatta. Però quando si arrabbiava le labbra gli diventavano bianche, abbassava il tono della voce e allora sì che c'era da aver paura. Non era mai scomposto, però quando diceva di un terzo "è un bravo ragazzo", per il malcapitato era la fine. Ma la cosa più importante da ricordare è la capacità di Mattei di costruire relazioni, di "incantare gli interlocutori"".
Proviamo a fare un esempio?
"L'alleanza con la Federconsorzi. Mattei pensò di produrre i fertilizzanti a Ravenna ma si pose il problema di chi potesse distribuirli. "Non possiamo farlo noi" diceva. Gli venne l'idea di bussare alla Federconsorzi e lì trovò un personaggio straordinario, Leonida Mizzi. Con Mattei si sono capiti subito e grazie a quell'intesa furono collocati i prodotti Eni in tutta Italia arrivando direttamente al consumatore".
Siete andati sempre d'accordo o avete avuto lunghe discussioni?
"Tra noi c'è sempre stata una continua e proficua dialettica. Lui ascoltava pazientemente tutti, sempre con gentile e infinita pazienza, anche se erano cose che si era già sentito ripetere infinite volte".
E perché Mattei insisteva per entrare nella chimica?
"Mattei il problema se l'era posto sotto un'altra chiave. Per avere l'appoggio politico bisognava creare occupazione. I politici dicevano: "Avete voluto i fondi di dotazione? Adesso tirate fuori i posti di lavoro". Da qui certe "avventure" come il Pignone (la fabbrica fiorentina il cui salvataggio fu caldeggiato dal sindaco La Pira, ndr) e la Lanerossi. Da qui la decisione di fare la chimica".
Qual è la sua opinione sulla morte del presidente dell'Eni? Fu incidente o attentato?
"Non glielo so dire. Francamente non penso che qualcuno si potesse illudere che ammazzando Mattei si potesse distruggere l'Eni. Nessuno lo poteva pensare. In verità era stato lui stesso ad alimentare la tesi che lo volessero far fuori. Si è parlato di un primo attentato per un cacciavite trovato nel reattore del suo apparecchio. "L'attentato del cacciavite" era stato in realtà una dimenticanza del meccanico che provvedeva alla manutenzione dell'apparecchio".
La tesi dell'attentato studiato dalle Sette Sorelle non la convince?
"Se devo ragionare in termini di fantapolitica, allora più che a un sabotaggio americano penserei a un atto di ostilità francese. Avevano ancora il dente avvelenato per i nostri rapporti con l'Algeria. Mattei appoggiava il movimento di liberazione e per esempio l'Agip pagava l'affitto di un bilocale a Roma, che ospitava la loro rappresentanza presso il governo italiano".
Molti sostengono che Mattei sia stato l'inventore della corruzione politica in Italia, una sorta di papà di Tangentopoli...
"Guardi che i partiti erano finanziati da tutti, Mattei ebbe l'onestà intellettuale di dirlo e di metterlo in bilancio. Ridurre il suo rapporto con la politica a una specie di compravendita con i partiti è un'ingiustizia spaventosa".
Ma l'Eni non aveva tracimato, non era diventato uno Stato nello Stato?
"E forse l'Iri non era uno Stato nello Stato? E la Edison? E la Montecatini non lo erano? La stessa Fiat cos'era? Ricordo una sola eccezione, la Pirelli, l'unica società nella quale prevaleva la dignità meneghina".
L'Eni non cercava di condizionare solo la politica interna ma anche quella estera.
"Non era il solo. Gli ambasciatori obiettavano: "Noi facciamo politica estera, non facciamo i commessi d'affari". Ma poi i business per Montecatini, Edison e Fiat li curavano, eccome. Noi fummo costretti a metterci gli speroni per difenderci dai nostri avversari, per troppo tempo l'industria di Stato era stata la Cenerentola, la figlia della serva. Le grandi società private facevano politica e dava loro fastidio che l'ente di Stato fosse tutelato dal proprio azionista. Era paradossale. E comunque Mattei nei rapporti internazionali non era trattato solo come un businessman . Il re del Marocco gli riservava lo stesso cerimoniale dei capi di Stato, perché vedevano in lui una personalità che riconosceva pari dignità al mondo africano".
Tra voi e la Confindustria si svolgeva anche un'altra competizione a chi riusciva a piazzare i suoi uomini nei ministeri-chiave.
"I ministri avevano bisogno di collaboratori, di esperti e anche di segretarie. Alle aziende private e a quelle a partecipazione statale arrivavano così richieste di distacchi di personale che potesse aiutare il lavoro di segreteria del ministro".
Le ricostruzioni dell'epoca sostengono che al momento della riconferma di Mattei all'Eni, scadenza prevista per il '63, qualche mese dopo Bascapè, ci sarebbe stata battaglia. I suoi avversari si sarebbero mobilitati per defenestrarlo.
"Sicuramente la Confindustria era contro di lui e la stessa Iri era pappa e ciccia con gli industriali privati. Solo l'avvocato Agnelli aveva capito che da un'unione degli sforzi del pubblico e del privato l'Italia avrebbe avuto grandi vantaggi. In campo politico i più grandi avversari di Mattei furono i socialisti".
Si è ipotizzato che proprio per difendere le sue idee e la sua visione del mondo, un giorno o l'altro Mattei sarebbe entrato direttamente in politica. Candidandosi.
"Non credo che gli interessasse. No, lui amava le realizzazioni. Non veniva dalla burocrazia di Stato, gli erano rimasti lo stile e i modi dell'industriale privato. L'attenzione al risultato operativo era per lui fondamentale".
Lei se ne era andato dall'Eni per curare le sue aziende, perché accettò dopo la morte di Mattei di tornarci?
"Lo ritenni un dovere, avevo dedicato all'Eni i migliori anni della mia vita, e non volevo certo vedere che il gruppo fosse smembrato. Ho sentito la responsabilità di non lasciar sole le persone con le quali avevo lavorato. Ho accettato perché mi sarebbe spiaciuto che vincesse la Confindustria e l'Eni diventasse una delle tante aziende irizzate e poi per me era un po' tornare in famiglia. In dieci anni il gruppo aveva prodotto centinaia di dirigenti, giovani che sentivano di avere nello zaino il bastone da maresciallo ma che avevano bisogno di perfezionare la loro esperienza di comando".
Appena insediatosi all'Eni diede una bella sterzata alla politica del gruppo.
"Tutte frottole. Tante cose erano state già fatte. La cosa importante era rassicurare i giovani dirigenti che avevano lavorato con Mattei e temevano un avvicendamento non chiaro: che arrivasse qualche politico. Io rappresentavo per loro la continuità e avevano fiducia in me. Il gruppo era già stato razionalizzato grazie all'avvedutezza di Mattei. Aveva chiamato la società di consulenza Booz Allen, cinquanta persone che cominciarono con l'intervistare tutti i dirigenti per poter aver un quadro dettagliato sulla situazione del gruppo che dovevano ristrutturare secondo i più recenti criteri di organizzazione industriale, commerciale e amministrativa. Lo scopo era quello di costruire un nuovo organigramma che fosse valido, dal consiglio di amministrazione alla squadra di perforazione. La Booz Allen diede al gruppo un'organizzazione di prim'ordine, un organigramma snello, un sistema di riporti efficiente. La Fiat e l'Olivetti a quel tempo se lo sognavano, l'hanno fatto anche loro ma con anni di ritardo. E invece Mattei era stato capace di individuare la Booz Allen primo tra tutti in Italia".11 dicembre 2002 - CASO CALVI: ALTRI TRE INDAGATI
"Il Nuovo"
Caso Calvi, tre nuovi indagati
La Procura di Roma ha iscritto tre persone nel registro degli indagati nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Massimo riserbo sui nomi.
ROMA - Nuovo capitolo nell'inchiesta sulla morte di Roberto calvi, il banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra nel giugno del 1982. Nell'ambito dell'indagine per omicidio, recentemente riaperta, la Procura di Roma ha iscritto tre nuovi nomi sul registro degli indagati.
I magistrati mantengono il massimo riserbo sull'identità dei tre inquisiti. L'inchiesta è stata segretata in seguito alla fuga di notizie, avvenuta in ottobre, sul contenuto della perizia disposta dal gip Otello Lupacchini.
I nomi potrebbero essere legati alle indagini delle ultime settimane, che hanno riguardato la ricostruzione degli ultimi giorni di vita del banchiere, alcuni rapporti d'affari che riguardavano il Banco Ambrosiano e legami - ritenuti pericolosi dagli inquirenti - con personaggi che gravitavano nel mondo degli affari all'epoca dei fatti e della P2 di Licio Gelli.
Non vi sarebbe alcun collegamento, invece, con il ritrovamento della cassetta di sicurezza intestata al banchiere e alla madre presso l'agenzia del Nuovo Banco Ambrosiano di Corso Magenta a Milano in cui è stato ritrovato un mattone avvolto in un numero del Corriere della Sera della primavera del 1981.
Non si esclude che nell'inchiesta possano essere nuovamente coinvolti Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Francesco Di Carlo, Flavio Carboni e Manuela Kleinszig, già indagati negli anni scorsi.
Non è stata fissata, intanto, l'udienza davanti al gip Maurizio Silvestri nel corso della quale i periti esporranno il risultato delle analisi eseguite sul corpo, sugli indumenti o e sugli oggetti ritrovati sul cadavere del banchiere.ANSA:
Non e' stupito Carlo Calvi, figlio dell' ex presidente del Banco Ambrosiano, dell' iscrizione di nuovi nominativi nel registro degli indagati nell' ambito dell' inchiesta sulla morte del padre. "Non sono al corrente dei nomi iscritti - ha detto al Gr1 - ma da qualche tempo mi giungono voci che riguardano la possibile inclusione di nuovi nomi". "So - ha aggiunto Carlo Calvi - che i magistrati stanno tenendo degli interrogatori, ma so anche che hanno disposto una perizia contabile mirata su alcune delle operazioni del Banco, in particolare sul lavoro non compiuto in passato. Cosi' come si sono scoperti dettagli sotto l' aspetto medico (autopsia su Calvi ndr) cosi' se ne possono scoprire altri sotto l' aspetto contabile". Carlo Calvi non esclude che le novita' dell' inchiesta giudiziaria possano essere scaturite anche dalle sue indicazioni fornite nel corso di un recente interrogatorio durante il quale - ha aggiunto al Gr1 - ha parlato di "aspetti finanziari e di connessioni con il mondo degli affari di allora". "Non so - ha concluso Calvi - che direzione abbiano preso i magistrati dopo il mio interrogatorio. Le domande che mi sono state fatte erano rivolte a personaggi della P2 di allora che sono in primo piano anche oggi".
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