Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strani incidenti
le notizie del 2002: febbraio
 
5 febbraio 2002 - BANCO AMBROSIANO: ALTRO PROCESSO A PAZIENZA
Francesco Pazienza compare davanti alla prima sezione del tribunale penale per rispondere di bancarotta in relazione ad uno stralcio della vicenda del vecchio Banco Ambrosiano. L’ episodio, relativo alla operazione Fidieco e per il quale non era stata concessa l'estradizione, risale al 1981 (al limite, quindi, della prescrizione). Dovevano essere sentiti come testi Orazio Bagnasco e Roberto Mazzotta: il primo e' deceduto, il secondo non si e' presentato. Ha parlato quindi Francesco Pazienza, salito all'emiciclo con un vistoso pacco di carte. Pazienza, tuttora detenuto per una pena ricevuta per il coinvolgimento nella strage di Bologna, ha spiegato la correttezza del suo operato. "Calvi - ha ricordato Pazienza - mi chiese di trovare una persona che facesse da tramite con Andreotti. Entro' in scena allora Ciarrapico interessato a rilevare l' ente Fiuggi". Per la vicenda del Banco Ambrosiano, Pazienza era gia' stato condannato a otto anni di reclusione.

21 febbraio 2002 - IL FILM DI FERRARA SU CALVI
"L' Espresso"
ANTEPRIME / IL FILM DI FERRARA SUI "BANCHIERI DI DIO"
I predatori del Calvi perduto
Gelli e Carboni. Sindona e Marcinkus. La Cia, la mafia, lo Ior... Arriva sugli schermi uno dei più inquietanti misteri d'Italia
di Leo Sisti
Un ginnico papa Wojtyla che suda e pedala in cyclette di-scutendo di alta finanza e di lotte intestine tra cardinali in Vaticano. L'atletico vescovo americano Paul Marcinkus, più a suo agio con i campi da golf che tra messe e ostie. Il banchiere Roberto Calvi, che scivola verso la morte, firmata dalla mafia, sotto un ponte di Londra. E, sullo sfondo, uno scandalo da un miliardo e 400 milioni di dollari; la loggia massonica P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani; l'Opus Dei, istituzione ecclesiastica cara al pontefice; le mani sul "Corriere della Sera" e i miliardi ai partiti. Infine, Cia e servizi segreti.
Dall'8 marzo, 120 sale cinematografiche presenteranno "I banchieri di Dio", il film di quei drammatici avvenimenti che hanno dominato la scena politica degli ultimi vent'anni e ancora oggi non hanno risposto alla domanda: chi ha ammazzato Calvi?
Il regista Giuseppe Ferrara (sue le pellicole su Moro, Falcone e il generale Dalla Chiesa) ha lavorato a questo soggetto per più di 15 anni, leggendosi montagne di carte giudiziarie. Nel 1987 è già pronta la sceneggiatura, scritta dallo stesso Ferrara e Armenia Balducci, moglie dell'attore Gianmaria Volonté, entusiasta del progetto. Ma la prima doccia fredda viene dalla Penta Cinematografica di Vittorio Cecchi Gori e Silvio Berlusconi. Bocciata quell'idea: un film sulla P2, sull'organizzazione di cui il Cavaliere ha fatto parte? Jamais...
Poi, nel 2001, la svolta, con i soldi che il produttore Enzo Gallo raccoglie da ministero dei Beni culturali, Rai Cinema e Tele+. Così, ciak, si gira. Sette miliardi di costo, due ore di suspense, tra giallo e spy story. Omero Antonutti è Roberto Calvi, perfetto nella parte e nella somiglianza: sempre in balia di Ortolani e Gelli (il Gatto e la Volpe). Pamela Villoresi è la moglie Clara. Un massiccio Rutger Hauer è il vescovo Marcinkus, mentre Flavio Carboni, che accompagnerà Calvi nel suo ultimo viaggio londinese, è Giancarlo Giannini, spietato e mellifluo. Francesco Pazienza, vicino ai servizi, è Alessandro Gassman.
Fin dall'inizio, è l'intrigo il filo conduttore de "I banchieri di Dio". 1976, Nassau, Bahamas. Calvi è pimpante, guida il primo istituto bancario privato italiano, e in villa si crogiola al sole dei Caraibi. Sono con lui Marcinkus, presidente dello Ior, la banca vaticana, principale azionista del Banco Ambrosiano, e Michele Sindona, ormai bancarottiere e, fino a poco prima, custode delle finanze del papa: ora, per questo ruolo, ha passato le consegne al suo successore, Calvi appunto.
Marcinkus è sarcastico con Sindona: "Che casini hai fatto. Con te il Vaticano ci ha rimesso una barca di soldi...". E Sindona, di rimando: "Mi avete consegnato bilanci falsi". Ortolani ha invece un chiodo fisso: "Si deve togliere il "Corriere della Sera" dall'influenza del Pci". Quindi, eliminare il suo direttore, il troppo progressista Piero Ottone (il che avverrà quando Calvi e la P2 si impossesseranno del quotidiano milanese). Poi, arriva l'ospite, Mister Kane, spione Usa, nella realtà Bill Mazzocco, un vero agente che anni prima ha frequentato Ortolani e Calvi, quando era a Roma con Bill Colby, futuro capo della Cia, tutti e due in Italia per fermare il Pci.
Da Nassau all'Italia, il film di Ferrara abbina politica e traffici all'ombra del Vaticano. Così, ecco papa Wojtyla perorare con Calvi la causa del sindacato polacco Solidarnosc. E il banchiere lo finanzia. Poi tutto precipita. Nel maggio 1981, due mesi dopo la scoperta degli iscritti alla P2, Calvi viene arrestato per illeciti valutari. E confida ai pm i suoi tormenti: "Non sono io il padrone del Banco, io faccio quello che dicono gli altri: Gelli, Ortolani, Sindona... Mi fecero capire che interventi a favore dei partiti mi sarebbero stati utili".
Quando esce dalla prigione, con una condanna a quattro anni, Calvi è distrutto, ma riesce ugualmente a restare in sella al Banco. Da Marcinkus ottiene delle lettere di garanzia, nelle quali lo Ior si accolla i debiti delle finanziarie ombra panamensi del Banco, responsabili del buco. Ma il papa si allarma e, mentre si allena sulla cyclette, chiede spiegazioni a Marcinkus, che reagisce: "Quelle lettere non valgono niente. Ho in mano un'altra lettera di Calvi che ci libera dagli impegni debitorii presi prima". Ma il papa lo avverte: "L'Opus Dei vuole la tua testa". Cioè: anche se hai versato soldi a Solidarnosc, ora basta.
Così sarà. Ecco allora scendere in campo Carboni, amico di massoni. Da questo momento Calvi, è l'11 giugno 1982, si mette nelle mani dei suoi uomini. Dopo varie tappe, il 15 giugno viene portato a Londra, nello squallido residence Chelsea Cloister. Qui, la sera del 17, viene prelevato da persone che, parlando in napoletano e siciliano, lo trasbordano in barca sul Tamigi e, dopo avergli messo dei mattoni nei vestiti e una corda al collo, lo appendono a un traliccio sotto il ponte dei Frati Neri.
E la mafia? Nel '97 il giudice di Roma Mario Almerighi che indaga sulla morte di Calvi, ordina la cattura di Carboni e del mafioso siciliano Pippo Calò, a lui legato attraverso la banda della Magliana. Carboni aveva ricevuto da Calvi molti milioni di dollari, poi riciclati. A supporto di questi collegamenti, alcune dichiarazioni di pentiti mafiosi: Calvi avrebbe sottratto decine di miliardi alla mafia (poi però restituiti), ma sarebbe stato ugualmente ucciso, perché "inaffidabile".
Il finale di questa storia si leggerà in marzo, quando il medico legale tedesco Bernd Brinkman consegnerà ai magistrati la sua perizia sul corpo di Calvi: ucciso, sì o no? Dopo, i giudici decideranno se processare Carboni e Calò.

23 febbraio 2002 - BAZOLI: VICENDA AMBROSIANO 'FERITA CIVILE DA RISANARE'
Il presidente di IntesaBci, Giovanni Bazoli, a Napoli dove e' stato insignito del Premio Adone Zoli, 'Targa coerenza 2002' ha fatto, tra l'altro, riferimento al suo vecchio e 'storico' incarico al vertice dell'ex Banco Ambrosiano, dopo lo scandalo Sindona-Calvi parlando di una vicenda che "fu una ferita civile da risanare". "La caduta dell'ex Banco Ambrosiano e l'affaire Sindona-Calvi - ha detto Bazoli - avevano generato una ferita gravissima nella societa' civile, soprattutto Ambrosiana. E inoltre aveva generato l'idea che quando i cattolici si occupano di affari ne vengono sempre e soltanto delle conseguenze negative. Queste furono le motivazioni che mi spinsero ad accettare, dopo 24 ore di difficile riflessione nell'agosto del 1982, l'invito che mi fu rivolto dall'allora Governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi e dall'ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Ma accettai quel gravoso incarico anche e soprattutto perche' ero convinto che c'era una eredita' da raccogliere e una grave ferita da rimarginare. Se non ci fossero state queste motivazioni civili e morali, non credo che avrei trovato la forza in me stesso di superare i tanti momenti difficili e angosciosi, momenti in cui si e' tragicamente e drammaticamente soli".

25 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI: IL NUOVO
"Il Nuovo"
Calvi, in un film L'Italia dei misteri
Dopo quindici anni di rinvii e intoppi, Giuseppe Ferrara racconta la storia del banchiere morto a Londra in circostanze anomale. Fra Loggia P2 e intrecci coi servizi segreti.
ROMA - Un film che Giuseppe Ferrara aveva in mente dal lontano 1987. E adesso, dopo ben quindici anni di rinvii, di stop e di grane, esce I banchieri di Dio, la pellicola sulla vita e la storia di Roberto Calvi. Il fatto che quella de protagonista sia una delle figure più controverse della nostra storia recente, giustifica le dichiarazioni del regista, che, alla presentazione della pellicola prevista per l'8 marzo, rivela: "è stata squarciata la coltre di compiacenza e di omertà che da anni impedisce la celebrazione del processo sull'omicidio Calvi".
Per chi ha qualche anno in meno, vale la pena di ricordare che Roberto Calvi, soprannominato il banchiere di Dio, è stato trovato trovato impiccato a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri, il 17 giugno del 1982. Dopo una lunga inchiesta fitta di punti controversi che lo vedeva implicato nella Loggia P2 in qualità di presidente del Banco Ambrosiano. Una storia che, insieme a quella dell'altro banchiere legato alla Loggia di Licio Gelli, Michele Sindona, presenta ancora diversi punti oscuri.
Il film, sottolinea Ferrara (autore di Cento giorni a Palermo, Il caso Moro e Giovanni Falcone) , "spalanca una finestra sulla verità di una vicenda di rilievo della prima repubblica". La sceneggiatura è siglata dallo stesso Ferrara con Armenia Balducci e il ruolo di Calvi (oggi affidato a Omero Antonutti) era destinato a Gianmaria Volontè. Ma la morte dell'attore e la diffidenza dei produttori, da Berardi a Cecchi Gori, non hanno scoraggiato Ferrara, che, anzi, ha allargato la storia ai complessi rapporti di Calvi con Sindona, Marcinkus e il Vaticano agli intrecci con la mafia, la P2 di Licio Gelli. La svolta, l'anno scorso, con i 4 miliardi e 800 milioni del fondo di garanzia e gli altri soldi raccolti dal produttore Enzo Gallo della Sistina Cinematografica con il contributo di Rai Cinema e Tele+ e della Film Commission piemontese.
Ecco il film, un thriller interpretato, tra gli altri, da Pamela Villoresi (Clara, moglie di Calvi), Rutger Hauer (Marcinkus), Giancarlo Giannini (il faccendiere Flavio Carboni) e Alessandro Gassman (Francesco Pazienza): "Nel momento storico attuale - sottolinea Ferrara - in cui assistiamo alla manipolazione di ogni aspetto della vita pubblica, e anche delle coscienze, il film sui finanzieri dei poteri occulti è un fatto antimanipolatorio per eccellenza".

25 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI: IL MESSAGGERO
"Il Messaggero"
Dopo anni di ricerche e polemiche, "I banchieri di Dio" uscirà in tutta Italia venerdì 8
Ferrara: "Arriva nelle sale il mio film sul caso Calvi"
ROMA - Come può uno dei più grandi banchieri privati d'Europa finire impiccato a un traliccio sotto un ponte di Londra? La morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, rimane uno dei più inquietanti misteri italiani. E ora arriva finalmente nelle sale, sarà presentato stasera alla stampa, l'atteso film sul caso Calvi, I banchieri di Dio, diretto da Giuseppe Ferrara. Una pellicola che esce dopo tredici anni di tentativi, ricerche e polemiche. Il regista e il produttore del film, Enzo Gallo, hanno dichiarato: "È stato difficile lavorare a questo progetto, perché il caso Calvi rimane un tabù, troppi misteri irrisolti, troppi nomi eccellenti coinvolti".
Nel cast della pellicola (nei cinema dall'8 marzo): Omero Antonutti (Calvi), Pamela Villoresi (Clara Calvi), Giancarlo Giannini (Flavio Carboni), Rutger Hauer (Paul Casimir Marcinkus), Alessandro Gassman (Francesco Pazienza) e Franco Olivero (Michele Sindona). Il film intende aprire tutti gli squarci possibili su questa vicenda. "L'Italia - ha commentato Giuseppe Ferrara - è un Paese senza memoria, come diceva Sciascia, per questo credo sia giusto richiamare alla mente e far conoscere certi accadimenti che sembrano caduti nell'oblio. Per me il cinema è una missione: non spreco la pellicola in autobiografie, ma mi dedico ai personaggi che in qualche modo hanno scritto la Storia, come è stato per Aldo Moro e per Giovanni Falcone".
Dietro le quinte, il film ha avuto un consulente speciale: Carlo Calvi, figlio di Roberto; stasera prenderà parte all'anteprima del film. In questi anni, Carlo Calvi ha impiegato squadre di avvocati e investigatori per scoprire la verità sulla fine di suo padre, spendendo 22 milioni di dollari.

Un personaggio tra P2, Sindona, tanti misteri
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA- Sono passati venti anni da quel 18 giugno 1982, quando Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano, fu trovato penzolante sotto il ponte dei Blackfriars a Londra. Suicidio fu il frettoloso responso di Scotland Yars, ma furono in pochi a crederci. Sì, è vero, Calvi era un uomo disperato, la sua fuga a Londra era l'epilogo di una travagliata avventura finanziaria, che era cominciata laddove era finita quella di un altro banchiere di Dio, Michele Sindona, e si era conclusa con la bancorotta e l'arresto.
L'indagine sulla sua misteriosa morte portò ben presto alla luce personaggi e ambienti criminal-affaristici che lo avevano accompagnato negli ultimi mesi di vita. A procurargli aereo privato e passaporto falso fu Ernesto Diotallevi, allora capo della Banda della Magliana. Ad accompagnarlo materialmente a Londra Flavio Carboni, uomo dalle molteplici e variegate frequentazioni, che raccontò di averlo lasciato in albergo poche ore prima della sua morte. Ed era quasi l'alba quando qualcuno avvistò il cadavere di quell'uomo elegante impiccato al tubo di un ponteggio sotto il Blackfriars.
Tra i tanti misteri che Roberto Calvi si è portato con sè c'è anche il ritrovamento di due mattoni nella tasca della sua giacca che secondo alcuni stavano a sottolineare la sua appartenenza alla massoneria. Come Sindona era iscritto alla P2 e la sua avventura ai vertici dell'Ambrosiano era cominciata nel '75, quando il banchiere di Patti dopo il crack della sua Banca privata era riparato a New York. Ad accomunare i loro destini, oltre al finto suicidio che ha posto fine alla loro vita (nell'87 il banchiere di Patti morirà nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffé al cianuro), c'è l'indubbia spregiudicatezza professionale che li porterà ad incrociarsi all'interno di un medesimo sistema societario, fondato sulle "scatole vuote", le società offe shore alle Bahamas, la holding di Lussemburgo e le casseforti in Svizzera. In questi anni anche le inchieste sulla loro morte si sono incrociate. Sembra che Sindona riciclasse i soldi della mafia e che ad uccidere Calvi sia stato Frank Di Carlo, picciotto di Altofonte residente in Gran Bretagna per "motivi" di famiglia.

26 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI: CORRIERE DELLA SERA
"Il Corriere della sera"
Con "I banchieri di Dio" il cinema si cimenta con una vicenda ancora in parte irrisolta. Qualche personaggio macchiettistico
"I misteri del caso Calvi, la mia ossessione"
Giuseppe Ferrara racconta un pezzo di storia recente, drammatico ritratto del protagonista
ROMA - Giuseppe Ferrara racconta che per 15 anni è stato il suo chiodo fisso, la sua ossessione: un film sulla storia di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Un delitto, ha deciso di recente la magistratura romana. Un delitto i cui presunti colpevoli non sono però ancora finiti sotto processo. Un delitto dietro il quale ci sono, mescolati alla rinfusa, massoneria, mafia, servizi segreti, finanze vaticane, mercanti d'armi, politici, banchieri. Un delitto che Ferrara, dopo essersi cimentato con il caso Moro, il delitto Dalla Chiesa e la strage di Capaci, è finalmente riuscito a trasformare in un film. Si chiama "I banchieri di Dio", e ha avuto una storia travagliata: dopo la bocciatura del progetto, nel '91, da parte di Silvio Berlusconi e Vittorio Cecchi Gori, Ferrara aveva polemicamente annunciato di aver gettato la spugna. Fino a quando Rai cinema ha deciso di accettare la sfida, e di rompere il tabù. Adesso il film è finito. Un film nel quale c'è dentro tutto, o quasi, quello che doveva esserci. C'è la P2, l'attentato al Papa, la guerra delle Falkland, l'inestricabile sovrapporsi di inchieste giudiziarie che legano gli anni peggiori che l'Italia ha vissuto. Ma forse per capire il senso della storia bisognerebbe averla vissuta in prima persona, da protagonista o perlomeno da testimone privilegiato. Allo spettatore comune invece, nonostante il tono anche troppo didascalico, alla fine sfugge soprattutto il senso della vicenda: chi obbligava Calvi a finanziare le più losche imprese dei poteri occulti? Chi erano gli uomini della "finanza laica" che il banchiere viveva come supremi nemici? E per ordine di chi Flavio Carboni, faccendiere legato sia alla banda della Magliana (mai nominata esplicitamente) che alla P2 e ai servizi segreti, aveva trascinato il banchiere a Londra per condurlo alla morte? "La morte di mio padre è una copia quasi identica del delitto Pecorelli", indica Carlo Calvi, figlio del banchiere. Insomma, forse ci sarebbero volute due ore in più, per spiegare meglio cosa c'era dietro ogni singolo personaggio. Perché pochi probabilmente sono in grado di ricordare con la necessaria esattezza la vicenda di Licio Gelli e della sua loggia P2, la perquisizione a villa Wanda, la scoperta delle liste, i drammatici giorni del governo Forlani. Ma a chi invece se li ricorda bene, vedere il faccendiere Francesco Pazienza (piccolo e con tendenza al sovrappeso) interpretato da un altissimo e atletico Alessandro Gassman, strappa al massimo un sorriso divertito. Così come un Andreotti troppo vicino alla macchietta che ne fanno quelli del Bagaglino. Quello che rimane impresso è invece un Roberto Calvi (Omero Antonutti) sconfitto, prigioniero delle proprie ambizioni e della propria fragilità. Un ritratto vero, drammatico.
Giuliano Gallo

26 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI; STAMPA
"La Stampa"
"Calvi, mio padre, come Pecorelli" Polemiche all´anteprima del film sul banchiere
ROMA
Carlo Calvi ha l´aria elegantemente emaciata che in sua madre Clara diventava grazia femminile e in lui appare invece solo fragilità. E´ emozionato. Ha appena visto il film "I banchieri di Dio" scritto da Armenia Balducci, per anni compagna di Volonté, e diretto da Giuseppe Ferrara, uno dei registi italiani che ancora si ostina a indagare sui molti misteri della nostra storia recente. Nel ruolo di suo padre, trovato morto a Londra appeso sotto il ponte dei Frati neri nell´82, l´attore Omero Antonutti che somiglia in maniera particolare all´allora presidente dell´Ambrosiano senza però esserne la caricatura. "Ancora oggi non si sa se mio padre si è ucciso oppure è stato ucciso. La polizia inglese chiuse tutto in gran fretta. Ma ho fiducia nella magistratura italiana: se le lasciano lo slancio con cui tempo fa aveva ripreso le indagini credo si potrà arrivare alla verità". Ma che idea si è fatta lei sulla sua morte? "Ho l´impressione che mio padre fosse un uomo che aveva le doti giuste per far carriera nella banca, ma non aveva quelle per gestire un Ambrosiano diventato di tali dimensioni. Non si sapeva muovere nel mondo della finanza. Non sapeva stabilire le alleanze opportune". Il crack dell´Ambrosiano a suo avviso fu provocato dall´ingenuità di suo padre? "No. Dico che a un certo punto è finito nelle mani di personaggi ambigui: prima Ortolani e Gelli poi Carboni e Pazienza. La mia sensazione è che la sua fine sia la copia di quella di Pecorelli. La tesi al processo di Perugia contro Vitalone non è stata provata ma io immagino che le cose siano andate nello stesso modo. Mio padre doveva fare la fusione con l´Immobiliare di Pesenti: un´iniziativa che non piaceva in Vaticano a Casaroli il quale vedeva le consociate estere troppo esposte, e non piaceva nel mondo politico ad Andreotti che lo riteneva ormai un banchiere compromesso. Non è assurdo pensare che tramite la P2 e la mafia si siano trovati dei delinquenti comuni a Londra disposti a farlo fuori". A che scopo? "Per non farlo parlare. Se mio padre avesse parlato i giudici di Milano non avrebbero dovuto aspettare dieci anni prima di iniziare i processi che hanno portato a Mani pulite. La lotta contro la corruzione sarebbe andata in maniera più veloce". Ma non è solo la tesi di Carlo Calvi a suonare inquietante in questo film. Ci sono anche numerose immagini in cui si vede Papa Wojtyla discutere con Marcinkus di quelle complesse questioni finanziarie che si conclusero poi con l´accordo per cui il Vaticano versò 500 miliardi allo stato italiano per il fallimento dell´Ambrosiano. E più volte si sente parlare di miliardi dati dal banchiere Calvi a Solidarnosc per sovvertire in Polonia il regime comunista inviso al pontefice. Stavolta è Giuseppe Ferara a spiegare la sua posizione. "Sono 14 anni che cerco di fare questo film. Mi sono documentato. Abbiamo usato testimonianze e atti processuali. Non ho voluto però mai mostrare la faccia del Papa, pur se lo si vede bene di spalle, perchè, anche se le sue responsabilità ci sono state, non volevo fosse coinvolto in maniera eccessiva. Ma credo che anche noi cristiani dobbiamo sapere che monsignor Marcinkus è stato per anni il braccio del Papa nell´universo finanziario". La polemica è aperta.
Simonetta Robiony

28 febbraio 2002 - INTERVISTA FIGLIO DI ROBERTO CALVI
"L' Unita'"
Il figlio del banchiere racconta
"Molte delle cose che accaddero all'epoca, continuano ad avere un peso anche oggi. Non si tratta solo di una storia vecchia e sepolta. Se non fossi convinto di questo, non avrei continuato per tutti questi anni a cercare la verità sulla morte di mio padre. No, avrei lasciato perdere da tempo". Carlo Calvi è il figlio di Roberto, il "banchiere di Dio" presidente del Banco Ambrosiano, prima travolto, finito in prigione e condannato per il crack del suo istituto, poi morto a Londra il 18 giugno 1982, impiccato sotto il ponte dei "frati neri". Suicidio, si disse all'inizio. Omicidio, fu accertato solo in un secondo momento. Carlo Calvi, ora, è tornato in Italia per prendere parte alla presentazione dell'ultimo film di Giuseppe Ferrara che racconta proprio la storia di quell'intrigo internazionale, tra mafia, affari, massoneria, Vaticano, servizi segreti e fondi occulti ai politici e ai partiti.
"I banchieri di Dio", si intitola il film. Ultimo di una serie di lavori "impegnati", che Ferrara ha già realizzato sul caso Moro, l'omicidio Dalla Chiesa e la strage di Capaci.
Il figlio dell'ex presidente del Banco Ambrosiano non ha mai smesso di lottare: "Io credo che il limite delle indagini che sono state fatte, è che il movente dell'omicidio di mio padre è stato cercato solo nel riciclaggio. In una vicenda puramente finanziaria. Non è così..."
Lei, invece, cosa pensa?
"La verità è un'altra. Mio padre fu ucciso perché, ad un certo punto, qualcuno comprese che era diventato l'anello debole attraverso il quale poter scoprire, già negli anni Ottanta, gli stretti legami tra mafia e politica. È questa la ragione del suo omicidio".
Mafia e politica. I processi che si stanno svolgendo in Italia sembrano negare questa ipotesi...
"Lo so che ultimamente questa idea sta perdendo forza, che ci sono state alcune sentenze. Ma il vero nodo della morte di mio padre resta quello: i rapporti mafia-politica. Quando hanno capito che attraverso di lui qualcuno di questi retroscena correva il rischio di essere svelato, ecco che mio padre fu costretto a fuggire a Londra. E lì assassinato".
Da chi?
"Proprio sul capitolo londinese io stesso ho indagato a lungo, anche attraverso un'agenzia che avevo ingaggiato. E sono state scoperte cose molto interessanti, come l'esistenza di un giro di neofascisti legati alla mafia e alla criminalità organizzata che hanno avuto sicuramente un ruolo nell'omicidio".
Una sorta di banda della Magliana in chiave londinese?
"Proprio così. L'equivalente. In quell'ambiente troviamo di tutto: il neofascista, il mafioso, il camorrista, il malavitoso. Tutti con i loro referenti politici e finanziari. A Londra mio padre è finito in quella rete. Lo hanno attirato in trappola per ucciderlo".
Quindi c'è una responsabilità anche di questa sorta di internazionale nera...
"Ne sono convinto. E guardi che molte delle ipotesi e delle mezze rivelazioni che sono state fatte in seguito non smentiscono questa ipotesi, anzi la integrano. Sono troppe le connessioni. L'insieme si regge se si pensa, appunto, allo schema della banda della Magliana applicata a Londra. E poi ho un altro sospetto..."
Quale?
"Che attraverso quegli intrighi finanziari nei quali fu coinvolto mio padre, alla fine qualcuno riuscì anche a trovare i soldi per pagare le latitanze di qualche fascista eccellente".
Addirittura?
"Sì. Basterebbe vedere quello che è accaduto dopo, quali sono i fascisti che hanno continuato a godere di impunità e, magari, si sono arricchiti rimanendo in Inghilterra".
Prima lei, riferendosi a suo padre, ha detto che, tutto sommato, fu coinvolto suo malgrado. Vuol dire che Roberto Calvi si è trovato ad essere solo l'ingranaggio di un sistema ben più potente?
"Sì, volevo dire proprio questo. Perché era il sistema che alla fine inghiottiva tutti, che condizionava le mosse e le scelte di molti. Posso dire che, alla fine, il potere di intimidazione finiva con l'imporre determinate scelte e determinati comportamenti. Pensiamo ad alcuni rapimenti, come quello Ortolani e altri, erano chiaramente modi per assoggettare alcune persone. Anche mio padre si è ritrovato stritolato in questo meccanismo che poi, alla fine, doveva consentire di finanziare i politici e i partiti tramite banche pubbliche, enti petroliferi.
Magari utilizzando il Vaticano e la sua extraterritorialità per mascherare alcuni movimenti finanziari illeciti".
Ma questo meccanismo, come lo chiama lei, cos'era esattamente?
"Nacque del dopoguerra, perché c'era la necessità di finanziare tutte le forze che si opponevano al comunismo e appoggiavano la politica degli Stati Uniti. Almeno fino a quando è morto mio padre non aveva mai smesso di funzionare. Però, devo aggiungere, ben presto l'anticomunismo divenne solo un pretesto e l'aspetto che contava davvero erano gli affari".
Anticomunismo e affari talvolta andavano di pari passo. Basti pensare alla P2...
"Io stesso sono stato testimone diretto di uno di questi finanziamenti".
Quando?
"Se ben ricordo era il 1978 ed eravano a Washington. Lì c'era una riunione alla quale avevano preso parte Philip Guarino, il tramite di Licio Gelli con il partito repubblicano americano, Mazzocco, l'amico dell'ex direttore della Cia Colby, che negli anni passati aveva distribuito soldi in Italia per influenzare partiti politici e sindacati. Poi c'era mio padre e c'era Vito Miceli".
L'ex capo del Sid, cioè dei servizi segreti?
"Proprio lui. Al termine della riunione a Miceli furono dati dei soldi. Mio padre mi disse che il generale era regolarmente finanziato. Per cosa esattamente non lo so. Ma penso che non si trattasse di denaro che Miceli metteva in tasca. No: serviva per la struttura. Per finanziare una politica oltranzista, filo-repubblicana".
 
 



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