Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strani incidenti
le notizie del 2002: luglio
3 luglio 2002 - MORTE LANDI: A TIVOLI ATTI DEPOSIZIONE HACKER SENTITO A PERUGIA
ANSA:
La Procura di Perugia ha spedito a quella di Tivoli gli atti riguardanti la deposizione, avvenuta nelle settimane scorse, di un hacker, un artigano, di 40 anni, di Marsciano, vicino a Perugia, che Michele Landi, l'informatico trovato morto nella sua abitazione a Guidonia Montecelio il 3 aprile scorso, aveva conosciuto in una fiera informatica. Subito dopo la morte di Landi, l'haker, che si definisce un autodidatta dell'informatica, aveva segnalato alla Procura di Perugia di aver ricevuto dall'informatico alcuni file da decriptare, file sospetti che Landi si sarebbe ritrovato nei suoi pc. L'uomo era stato ascoltato come persona informata dai fatti dai magistrati perugini e dai carabinieri del Ros. In particolare l'artigiano, come ha raccontato oggi, sostiene di aver ricevuto da Landi materiale finito in un Dvd da 4 giga. Nel disco, secondo l'hacker, ci sono file contenenti all'apparenza disegni, dai quali pero' "una volta decriptati apparirebbero circuiti meccanici non meglio identificati". L' hacker ha detto di "non sapere di cosa si tratti. Potrebbe essere - ha aggiunto - parti di un orologio ma anche di qualcosa di molto piu' complesso". Il materiale, ha proseguito l'artigiano, gli venne consegnato pochi giorni prima della scoperta della sua morte. I due, sempre secondo il racconto dell'hacker, che ha detto di non essere mai stato sentito dalla Procura di Tivoli, erano in contatto da diverso tempo. "Non sapevo che fosse consulente per il delitto D'Antona. L'ho saputo - ha spiegato l'hacker - soltanto pochi giorni prima che morisse. Landi era arrivato a qualcosa di grande. Mi aveva chiesto di aiutarlo a decriptare quei file e lo avevo visto soltanto due volte negli ultimi anni ma ci scambiavamo comunque idee e opinioni via internet". Gli atti di quella deposizione sono stati ora inviati al pm di Tivoli, Salvatore Scalera, che si occupa delle indagini sulla morte di Landi, mentre i file sono ancora all'esame del carabinieri del Racis.

4 luglio 2002 - IL NUOVO MINISTRO DELL' INTERNO BEPPE PISANU: DAI GIORNALI
"Il Manifesto"
Pisanu, una vita per un ministero
Trent'anni in pista: Zaccagnini, i fastidi della P2, Silvio. E ora il Viminale
GUIDO MOLTEDO
"A quei gaglioffi in tuta bianca in bilico tra la commedia della rivoluzione e la tragedia della violenza insensata; a quei cattolici, tonacati e non, per i quali tutto fa brodo, dagli sculettamenti del Gay Pride alle sprangate di Genova; alla piccola parte di contestatori violenti; all'accozzaglia di demagoghi ed esibizionisti; al gaglioffo Casarini; all'inaffidabile apprendista stregone Agnoletto; a don Vitaliano, prete di incontenibile vanità, tanto che se decidessimo di non fare il vertice Nato si sentirebbe male. A tutti costoro il governo non ha più nulla da dire. Bisogna solo tenerli a bada e, se necessario, usare tutta la forza dello Stato". Parole di Beppe Pisanu. Pronunciate nell'agosto del 2001, in vista del vertice Nato a Napoli. Un buon biglietto da visita per chi deve raccogliere l'eredità di Claudio Scajola. Un bel segno di continuità. Non l'unico, certo. A cominciare dal comune dna politico. Democristiano il primo, democristiano il secondo. Seppure di diverse "scuole" di pensiero e oggi, ovviamente, berlusconiani doc. Ma c'è di che sorprendersi di questo filo rosso? Il Viminale, non è forse, da sempre, un feudo democristiano? Con l'eccezione di Giorgio Napolitano, Enzo Bianco e Bobo Maroni, il ministero degli interni non ha mai tollerato politici che non fossero di sicura fede scudocrociata. E' sempre stato assolutamente fuori discussione che gli Interni spettassero alla Dc. Anzi, alla Dc dorotea. Da questo punto di vista, la biografia di Pisanu, in realtà, non è proprio in linea. Classe 1937, da Ittiri, Sassari, Pisanu era della sinistra diccì ai bei tempi dell'impero democristiano. Capo della segreteria di Benigno Zaccagnini, era il leader della "banda dei quattro", il temutissimo drappello di luogotenenti (con lui c'erano Guido Bodrato, Corrado Belci, Franco Salvi) che, con i De Mita, i Galloni, governavano a piazza del Gesù,e che poi gestirono la vicenda Moro. Pisanu, dopo quell'epoca, scivola via via nel semianonimato politico, anche se è ininterrottamente (dal 1972 al 1992) deputato e sottosegretario alla difesa e al tesoro in diversi governi. E Berlusconi? Risale ai primi anni 80 l'inizio del rapporto con il re di Arcore. Sono anni di relazioni con Flavio Carboni, con Guido Calvi. Gli anni delle prime colate di cemento in Costa Smeralda. Gli anni dell'assalto al Corriere, di Tassan Din. della P2. Di quell'epoca molti ricordano il lungo interrogatorio - sei ore, l'11 settembre 1982 - a cui è sottoposto Pisanu da parte del pm milanese Pierluigi Dall'Osso che indaga sul crac Ambrosiano. Memorabili, poi, sono gli attacchi che gli sferrano i due membri più battaglieri della Commissione P2, il missino Mirko Tremaglia e il radicale Massimo Teodori, con richieste di dimissioni da sottosegretario: "Se c'è ancora un minimo di moralità è inconcepibile che l'on. Pisanu resti al governo", tuona Teodori, oggi nello stesso schieramento. Pisanu resiste ma poi è costretto a lasciare. Qualche tempo dopo è ascoltato nuovamente dalla Commissione presieduta da Tina Anselmi. Rivendica l'assoluta correttezza dei suoi rapporti con Carboni e con Calvi, ma ammette di aver un po' sottovalutato la delicatezza di certe frequentazioni.
Per un po' nelle cronache politiche si perdono le tracce dell'uomo di Ittiri, per poi rivederlo in sella nel 1987, sottosegretario alla difesa nel governo Fanfani. Poi di nuovo anni ai margini, quindi la casacca azzurra nelle file del vecchio amico Silvio. Una riapparizione, tra i capi della nuova formazione politica, che stupisce anche un navigato cronista parlamentare come Giorgio Frasca Polara: "Certo, fa un bell'effetto ritrovare fra i traghettatori Beppe Pisanu: chi ricorda più che nelle navicelle della prima repubblica Pisanu aveva navigato con la Dc per vent'anni ('72-'92) giungendo persino ad essere il capo della segreteria politica del partito, con quel galantuomo di Benigno Zaccagnini. Ma tant'è". Il Cavaliere, nel 1994, lo nomina vicecapogruppo alla camera, sotto Vittorio Dotti. Ne prenderà il posto nel 1996. Per arrivare al governo attuale, ministro per l'attuazione del programma di governo. Classico posto di panchina in vista di una poltrona che conta. Quella di capo del Viminale.

"La Stampa"
CON GALLONI, BODRATO, BELCI E SALVI FU L´ANIMA POST MOROTEA DEL PARTITO Con Pisanu al Viminale l´"usato sicuro" di scuola dc "Mi dicono che sono ministro": stesso stile da aiuto di Zac a fedelissimo di Silvio
NEL complesso universo del marketing politico berlusconiano il neo-nominato ministro dell´Interno Beppe Pisanu si può plausibilmente collocare entro la formula dell´"Usato Sicuro". Là dove la Sicurezza (Security) ben si adatta al Viminale; molto meno l´Usura, che è indubbia, essendo il successore del povero Scajola una delle figure meno berlusconianamente evolute di Forza Italia.
Pisanu è infatti proprio quel che si dice un vecchio democristiano. Non tanto per l´età (64), ma per gli atteggiamenti, le idee, i compromessi, la prudenza, la solidità e perfino la complessione fisica. E´ un sardo di Ittiri, paese a qualche chilometro da Sassari, patria dei carciofi spinosi. In "Tribù" di Gian Antonio Stella si legge anche che il giovane Beppe veniva al suo paese soprannominato "Chizzos", che vuol dire più o meno "Sopracciglione". Come ogni democristiano sassarese che si rispetti, è stato parrocchiano del celebre don Masia, l´unico ad aver avuto tra i suoi fedeli due presidenti della Repubblica; e ora - anche se il sacerdote è scomparso - pure tre ministri dell´Interno. La sua scelta - "sofferta" ha voluto puntualizzare D´Alema - rappresenta un risarcimento personale perché Pisanu venne scartato a suo tempo proprio per quell´incarico; e lui la prese con moderato distacco e qualche frase di circostanza. Esultò invece Cossiga, "con lui al Viminale avrei dormito meno tranquillo", disse; ma queste sono un po´ storie tra sardi, che litigano, fanno pace, poi litigano di nuovo e così via, e sempre con una certa umoralità o troppo silenziosa o troppo ciarliera o tutte e due le cose insieme. Certo si tratta di una piccola rivincita della vecchia politica. Di Pisanu si può dire tutto meno che sia telegenico: ai tempi in cui, dopo la laurea in agraria, cominciò a interessarsi di politica, venir bene in tv non era del resto una condizione sine qua non. Arrivò a Montecitorio nel `72; però i giornalisti lo scoprirono l´estate di 3 anni dopo quando Benigno Zaccagnini, eletto a sorpresa segretario dc (per prestidigitazione morotea, in realtà) se lo portò nella stanza a fianco alla sua, a piazza del Gesù, come capo della segreteria politica. Pare di ricordare fosse un antro un po´ buio, con un eccesso di stucchi, dove comunque egli imparò presto quel rude mestiere che sta fra il centralinista telefonico, il ciambellano di palazzo e l´uomo che fa le nomine. La nuova segreteria era abbastanza sparata sulla linea del confronto, s´intende con il pci. Pisanu stesso si confrontava assai con i comunisti. Decisamente troppo secondo i parametri berlusconiani, di allora e di oggi. Ma non è mai stato l´orizzonte politico il dato saliente del personaggio. Già più interessante è che, grazie anche a Pisanu, la segreteria Zaccagnini si sganciò rapidamente dalla tutela di Aldo Moro, che in un afoso Consiglio nazionale l´aveva appunto tirata fuori dal cilindro. Già nei primi mesi del 1976 Moro, che aveva certamente doti di preveggenza, si riferiva agli uomini intorno a Zaccagnini con l´espressione: "Quelli lì". In seguito quelle stesse persone divennero - non s´è mai capito bene se per la fantasia onomastica di Forlani o per quella ancora più geniale di Montanelli - "la banda dei quattro", oppure "la cricca di Shangai". In realtà erano più di quattro. Oltre a Pisanu, c´erano il basista Giovanni Galloni, il forzanovista Guido Bodrato, il moroteo Corrado Belci cui si aggiunse, in quota "sinistra morale e penitenziale", Franco Salvi, un bresciano pallido e intransigente, torturato dai nazisti, terrore dei panciuti dorotei.
La straordinaria efficacia della Banda dei Quattro era di operare con qualche spregiudicatezza tattica, e in fondo anche strategica, dietro lo schermo dell´Onesto Zac. L´accusa era che la facciata di piazza del Gesù era tutta lacrime e sospiri - "e diplomazia con l´ulcera", aggiungeva "Albertino" Marcora - mentre dentro gli shangaini aggiustavano e rovesciavano la linea, facevano fare anticamera, manovravano congressi (uno, fantastico, del Movimento Giovanile a Bergamo, fece leader Marco Follini) e insomma, facevano il comodo loro in nome dell´Onesto Zac. Tale astuta linea - che i gavianei non esitarono a definire del "chiagn´ e fott´", piangi e fotti - durò più o meno dal congresso vittorioso del 1976 fino al congresso del Preambolo, 1980, quando la Banda dei Quattro venne sconfitta e dispersa. Pisanu andò al governo. Sottosegretario di peso. Al Tesoro. E qui per forza di cose e di memoria occorre serenamente ricordare che nel gennaio del 1983 quella esperienza si concluse malissimo, prima con una serie di accuse (curiosamente, tra i più duri accusatori, ci fu il suo odierno collega Tremaglia) e infine con delle dimissioni. In un cupo svolazzare di memoriali per via dei rapporti con Flavio Carboni, si disse che fece più del dovuto per salvare Roberto Calvi, anche garantendo ai risparmiatori in sede parlamentare che tutto era ok, pochi giorni prima che Calvi tagliasse la corda. Di quella stagione restano un centinaio di citazioni negli indici degli atti della Commissione P2. Comunque Pisanu rimise il mandato sull´onda dello scandalo del Banco Ambrosiano.
Poi però - la dc era pur sempre la dc - venne si può dire perdonato, fino a tornare al governo, sempre in qualità di sottosegretario, con Fanfani e con Goria. Nel 1992, si legge nella autobiografia sulla Navicella "in contrasto con l´onorevole De Mita non è stato candidato". Stava in realtà per incominciare l´avventura berlusconiana. Questa è assai meno divertente da raccontare, pur con tutto l´evidente tesoro di adattabilità al partito-azienda. Vicecapogruppo alla Camera, poi nel 1996 capogruppo, già allora rivale di Scajola, buoni rapporti con Violante, la solita pazienza, la consueta moderazione, uno scatto contro l´Ariosto e uno (inconsueto) sugli "sculettamenti" del Gay Pride. D´altra parte, la classe democristiana non è acqua. E magari pure nell´orizzonte berlusconiano l´Usato Sicuro può offrire qualche vantaggio. Basta chiamarlo "Second Hand Plus".

"Liberazione"
Breve storia del nuovo ministro degli Interni Mago Silvan Michele Gambino Clemente Mastella, uno che lo conosce bene, lo chiama "mago Silvan", per una supposta abilità manipolatoria e per l'aria azzimata, mai un capello fuori posto, E forse anche per quel parlare sottovoce, curiale, con frequenti citazioni delle scritture, malgrado l'aria da signore di campagna che gli viene dall'aver studiato agraria. Parte da lontano Beppe Pisanu, e arriva sempre dove vuole, perché conosce l'arte di aspettare il tempo del raccolto. Raccontano che la sera in cui stese la lista dell'attuale Governo, prima di salire al Quirinale, Berlusconi si chiuse per tre ore con lui in una stanza di via dell'Anima. Pisanu entrò da ministro dell'Interno in pectore, come scrivevano i giornali, e uscì con un inedito e buffo incarico di consolazione: Responsabile dell'Attuazione del Programma di Governo (RAPG). Scritto proprio così, con tutte maiuscole, per farlo sembrare importante. Una specie d'ottimizzatore, come nelle aziende americane. Che abbia fatto in tutto questo tempo il "RAPG" nessuno lo sa. Di certo ha aspettato. E aspettando, ha evitato le grane toccate al suo predecessore: la disastrosa gestione del G8, l'infelice uscita dopo l'11 settembre ("Ci sono ventimila morti", disse Scajola, informato chissà da chi), e infine la grana delle grane, la scorta negata al professor Biagi.
Il fedelissimo
Ha schivato tutto questo, il paziente Pisanu, e ora entra in campo fresco e riposato, in una squadra che mostra abbondanti segni di logoramento. Un po' come il Gattuso di Berlusconi: uno dei pochi del gruppo di cui il mister si fida, cui regala la confidenza di un lungo sguardo. L'unico, insieme a Letta, ad avere accesso libero in via dell'Anima, residenza privata del leader. Al punto che qualcuno in Forza Italia, ragiona e si chiede: a chi affiderebbe Berlusconi il ministero dell'Interno, se anche Pisanu dovesse scivolare sulla cera del Viminale?
Ma è difficile che accada, perché Pisanu viene da lontano, più lontano di Scajola, che come lui era democristiano, ma di ben altro calibro. Negli anni '70 e '80, quando il suo predecessore sbrigava le piccole faccende di Imperia, Pisanu respirava già alta politica. Anche allora da gregario, il più fidato in un ristretto gruppo di fidati. Lo chiamavano "Beppe della banda dei quattro", i quattro ammessi alla corte di Benigno Zaccagnini, allora leader democristiano: lui, Bodrato, Belci e Galloni. E prima ancora collaboratore strettissimo, e fidatissimo naturalmente, di Aldo Moro. Di cui ancora oggi, quando in giro non c'è Berlusconi, Pisanu parla come del suo grande maestro di politica.
Anche col leader di Forza Italia il rapporto è antico, e questo spiega la fiducia assoluta (perché se fosse solo una questione di servilismo, di concorrenti in Forza Italia Pisanu ne avrebbe camionate). Un legame che data dai tempi della Sardegna, quando Pisanu era sottosegretario democristiano al Tesoro e Berlusconi un quarantenne costruttore rampante, col pallino di innalzare villette a schiera e antenne televisive in Costa Smeralda.
L'amicizia con Carboni
A fare da tramite tra i due, nei primissimi anni '80, c'è Flavio Carboni, faccendiere che a sua volta fa da collegamento tra la mafia corleonese, la banda della Magliana e il banchiere Roberto Calvi, già invischiato fino al collo nell'imminente crack della sua banca, l'Ambrosiano. Carboni gestisce i soldi della mafia ma è anche in affari con Berlusconi, e intercede presso il potente Pisanu: "Il Carboni si diceva congiuntamente interessato alle televisioni private in Sardegna - racconterà anni dopo ai giudici del crack Ambrosiano lo stesso Pisanu - ciò in un'ottica d'inserimento nella Regione del circuito televisivo "Canale 5", facente capo al signor Silvio Berlusconi di Milano. ...Il Carboni mi disse di essere in affari col signor Berlusconi non solo con riferimento all'attività televisiva, ma anche con riguardo ad un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato 'Olbia 2'. Fin dall'inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna e che peraltro mostrava di avere vari interessi e vari contatti con persone qualificate e per me degne di fede".
Tra le "persone qualificate" c'è senza dubbio Roberto Calvi. Carboni è colui che lo accompagnerà, secondo i magistrati, all'appuntamento con la morte sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Pisanu, sollecitato da Carboni, s'interessa attivamente delle vicende del banchiere, ben al di là delle sue competenze di sottosegretario al Tesoro: i tre s'incontrano ben quattro volte alla vigilia della morte di Calvi. L'ultima, il 22 maggio del 1982, con l'aereo privato di Carboni Pisanu vola a Drezzo, residenza privata del banchiere piduista. Pochi giorni dopo il sottosegretario risponde in Parlamento ad alcune interrogazioni sul Banco Ambrosiano, e dipinge una situazione meno grave di quella reale. Come se non sapesse, malgrado tutti i suoi contatti, che il melone è ormai marcio.
L'editore Angelo Rizzoli, che però non porta prove, ha così testimoniato davanti alla Commissione P2: "Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell'onorevole Pisanu in Parlamento l'aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni".
L'attendista
Accuse troppo generiche e prive di riscontri per avere seguito. Ma una responsabilità su di sé Pisanu la sente. E quando nel 1983 esplode lo scandalo dell'Ambrosiano, lui si dimette da sottosegretario, proprio a causa dei rapporti troppo stretti con Calvi e Carboni.
Non finisce però la carriera di deputato, che sembra esaurirsi solo dieci anni dopo, con l'estinzione della stessa Dc, travolta da Tangentopoli. Nel 1992 Pisanu non si presenta alle elezioni, dopo vent'anni di carriera parlamentare. Sembra finita, ma nel '94 entra in scena Berlusconi, che ha bisogno di professionisti, e di uomini fidati.
Pisanu è l'una e l'altra cosa: entra in Parlamento da vicecapogruppo, alle spalle dell'avvocato Dotti. Lui, professionista, dell'aula, scavalcato da un esordiente. Ma Pisanu, l'abbiamo detto, sa aspettare. E quando scoppia il caso di Stefania Ariosto, che di Dotti è la compagna, Pisanu è pronto a subentrare. Dotti gli cede la carica e si dimette. L'indomani, su mandato del capo, Pisanu celebra quella che viene ancora oggi ricordata in Forza Italia come la notte de lunghi coltelli: fuori dalle liste elettorali non solo Dotti, ma tutti quelli che nel corso della legislatura appena conclusa hanno mostrato autonomia di giudizio, e scarsa fedeltà al capo. Forza Italia si chiude in difesa, e Pisanu è il Gattuso che guida in campo il catenaccio. Il mister Berlusconi lo promuove capogruppo, e lui annuisce riconoscente.
Così riconoscente da accettare, nell'ora del trionfo, di farsi scavalcare da Scajola, l'ex democristiano di Imperia, e di trovarsi a fare l'ottimizzatore del Governo. Tanto c'è sempre un pavimento scivoloso di cera sul cammino di quelli che corrono e parlano troppo. Ora tocca a lui, ministro dell'Interno. Un po' come Gattuso schierato da centravanti.

4 luglio 2002 - GLADIO E CASO MORO: ANCORA SULLE RIVELAZIONI DI ARCONTE
"La Nuova Sardegna"
Moro, le ombre di un delitto infinito
Le rivelazioni dell'ex gladiatore Arconte ora sono un caso politico
I documenti di G-71 provocano la reazione di Andreotti e Cossiga Qualcuno sapeva dell'agguato di via Fani?
ROMA. All'improvviso, qualcosa è cambiata. Antonino Arconte, nome in codice G-71, aveva infatti cominciato a raccontare la sua vita nel superservizio segreto Gladio quasi cinque anni fa. Prima affidando le sue memorie all'immenso oceano telematico di internet, poi concedendo interviste ad alcuni giornali. Tra i quali anche il nostro. E, incredibilmente, nonostante le sue rivelazioni mettessero in crisi verità ufficiali consolidate e aprissero uno squarcio inquietante su una storia sepolta e sconosciuta del nostro Paese, nulla è accaduto. O meglio, quasi nulla. Per esempio: Arconte raccontò che all'interno di Gladio qualcuno sapeva che si stava preparando il rapimento del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro.
E parlò di un documento, datato due marzo 1978, che proprio lui aveva consegnato a Beirut ad un altro gladiatore: il colonnello Mario Ferraro - poi passato al Sismi - che venne trovato impiccato nella sua abitazione romana, nel luglio del 1995. L'ordine, emesso dalla "Direzione generale Stay-Behind" due settimane prima della strage di Via Fani, era quello di attivare i canali con il terrorismo mediorientale "al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro".
Una rivelazione terribile, che potrebbe riscrivere la storia del sequestro e dell'omicidio del leader democristiano. Ebbene, tutto faceva pensare che potesse essere l'inizio di un bradisismo politico-giudiziario, capace di portare a un terremoto devastante. E invece, niente di tutto questo. Nell'ottobre di due anni fa, i carabinieri del nucleo antieversione del Ros di Roma vennero spediti dal sostituto procuratore Franco Ionta a Cabras per raccogliere, in un verbale, le dichiarazioni di Arconte. Tutto qui. Poi, solo silenzio. Un terribile e pesante silenzio.
Ma è il contesto di questa vicenda oscura che deve far riflettere. Arconte, infatti, ha svelato l'esistenza di una Gladio diversa da quella dei 622 della quale parlò per la prima volta Giulio Andreotti nel 1990. Un superservizio segreto, nato all'interno del Sid, e strettamente legato alle strategie atlantiche.
Ebbene, l'unica reazione politica a questa clamorosa denuncia, è stata un'interrogazione parlamentare del senatore Russo Spena, alla quale l'ex ministro della Difesa, Sergio Mattarella ha risposto in modo burocraticamente evasivo nel novembre del Duemila: "Dagli atti del servizio non sono emerse evidenze in ordine a...". Il tutto in appena venti righe dattiloscritte, che non smentiscono l'esistenza di una struttura riservatissima all'interno del servizio segreto militare, ma si limitano semplicemente a dire che non ci sono elmenti per dare una risposta all'interrogazione di Russo Spena.
Il "caso Arconte" sembrava così destinato a essere progressivamente inghiottito dal silenzio e da un'inspiegabile dall'indifferenza. Me ecco, proprio nelle ultime settimane, il colpo di scena: Giulio Andreotti, il vecchio mandarino della politica italiana, ha presentato un'interrogazione al ministro della Difesa, Antonio Martino, proprio sulle rivelazioni dell'ex agente segreto G-71 sul caso Moro.
"Nessuna copertura interna o estera sarebbe tollerabile, mentre in caso di falsità dovrebbero adottarsi le conseguenti misure - ha detto Andreotti -. Credo sia indispensabile che il ministero della Difesa si esprima in proposito, perchè chi ha vissuto la tragedia del 1978 non può consentire equivoci al riguardo".
Ma cosa ha provocato la reazione di Andreotti? Cosa lo ha indotto a uscire così rumorosamente allo scoperto? Proprio lui, uomo freddo e razionale che ha vissuto come presidente del consiglio il martirio di Aldo Moro? E' come se qualcosa abbia toccato un nervo scoperto. Sono così riemersi dalle nebbie del passato i dolorosi ricordi di un mistero mai chiarito: il sequestro e l'omicidio nel 1978 del presidente della Demcorazia cristiana.
E quel qualcosa è la notizia che il racconto di Antonino Arconte è supportato da prove documentali. Sì, nel suo libro "L'Ultima missione", pubblicato in Internet da una casa editrice americana, sono infatti riportati documenti che proverebbero che, all'interno dei servizi segreti militari, e cioé all'interno di Gladio, c'era qualcuno che sapeva che Moro stava per essere rapito.
Quell'ordine "a distruzione immediata" che Arconte aveva consegnato a Mario Ferraro a Beirut esiste. Per dire la verità, G-71 l'aveva fotografato a bordo del mercantile Jumbo-emme, sul quale era imbarcato con la copertura di macchinista navale. Ma ora è in possesso dell'originale. Come ha fatto Arconte ad averlo?
"E' stato lo stesso Ferraro a darmelo - ha detto l'ex gladiatore -. Ci incontrammo nell'agosto del 1995, a Olbia. Lui era molto preoccupato. Aveva paura che potesse succedergli qualcosa. E in quell'occasione mi diede il documento che io gli avevo consegnato nel porto di Beirut, il 14 marzo del 1978. Cioè appena due giorni prima dell'agguato di via Fani".
E forse il colonnello Mario Ferraro aveva ragione ad avere paura. Appena due settimane dopo l'incontro con Arconte a Olbia, venne infatti trovato impiccato a un portasciugamani nel bagno della sua abitazione, all'Eur.
Il caso fu archiviato come suicidio, ma i dubbi che si sia trattato di un delitto sono rimasti.
Andreotti non è comunque il solo ad avere reagito alle rivelazioni dell'agente G-71. Anche Francesco Cossiga, ministro dell'Interno nei giorni sel sequestro Moro, è infatti uscito allo scoperto, inviando una lettera di fuoco a Famiglia Cristiana, che aveva pubblicato alcuni servizi su Arconte e sulla Gladio delle Centurie. Ma la direzione del settimanale non l'ha pubblicata. Cossiga ha allora diffuso una nota alle agenzie di stampa, bollando il racconto di G-71 come "fanfaronate".
Eppure, a giudicare meritevoli di un serio approfondimento le rivelazioni dell'ex agente segreto, è l'ex parlamentare del Pci Sergio Flamigni, uno dei più autorevoli studiosi del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro. "La storia di Arconte - ha detto Flamigni - è stata affrontata in Commissione Stragi. E posso dire che in quella circostanza la commissione fu negligente e non approfondì, o meglio, non volle approfondire".
"I servizi segreti - dice ancora l'ex parlamentare -, poi, non diedero alcun contributo. Anzi, proprio a causa del loro silenzio, non si approdò a nulla. Un silenzio che, oggi, alla luce dei documenti esibiti da Arconte, insospettisce ancora i più. Può essere interpretato come l'ammissione dell'esistenza di qualcosa i serio. Anche perchè i servizi, in altre occasioni, sono intervenuti, e puntigliosamente, su aspetti irrilevanti".

"La Nuova Sardegna"
Malabarba di Rifondazione:
"Chi controllava Stay-Behind?"
p.m.
ROMA. Le rivelazioni dell'agente del Supersid Anonino Arconte sono quindi diventate un caso politico. Sottovalutate per anni, addirittura ignorate, sono ora una patata bollente sul tavolo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del ministro della Difesa Antonio Martino.
Dopo l'interrogazione di Andreotti, ecco quella del senatore di Rifondazione comunista Luigi Malabarba. Il parlamentare chiede al governo chiarezza sulla Gladio delle centurie e sul ruolo di questa struttura riservata nel sequestro e nell'omicidio del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.
Prima di tutto, Malabarba chiede di avere informazioni sulla struttura riservatissima, la Stay-Behind militare, nella quale Arconte dice di essere stato inquadrato nei primi anni Settanta. Poi, la seconda domanda di chiarimento al governo è quella dei rapporti tra questa branca sconosciuta di Stay-Behind e il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, avenuto nel marzo del 1978.
"Quali comunicazioni - chiede Malabarba a Berlusconi e a Martino - risultino esservi state circa le eventualità di un rapimento e di un imprigionamento dell'onorevole Aldo Moro e circa l'incarico alla Gladio di prendere contatti con movimenti guerriglieri del Medio Oriente per un loro intervento che in effetti, sia pur tardivamente c'è stato?".
Una domanda che è il corollario di un secondo quesito: "Queste informazioni sono state comunicate al ministero dell'Interno e agli organi di sicurezza, nonchè alla magistratura, al fine di prevenire, per quanto possibile, la strage di via Fani?".
Malabarba cerca poi di avere chiarimenti su un'organizzazione che non era solo di intelligence, ma anche operativa, e che aveva il suo snodo all'interno della Marina militare. E, più precisamente, nel nucleo incursori subacquei (Comsubin) di La Spezia.
"Quale ruolo svolgeva - scrive il parlamentare di Rifondazione - la Decima divisione Stay Behind di Maripers nel gestire le operazioni all'estero della Gladio militare che, tra l'altro, aveva punti di appoggio in numerosi paesi esteri, tramite persone facenti capo alla stessa direzione di Maripers?".
Ma le domande alle quali il governo deve rispondere sono tante. Ecco le più significative: 1) i ministri della Difesa conoscevano l'esistenza della Gladio militare?; 2) chi ha organizzato operazioni con "ordini a distruzione immediata", non previsti dall'ordinamento militare e che rendono responsabile il solo esecutore, scaricando di ogni responsabilità chi ha impartito gli ordini stessi?; 3) in cosa consisteva il servizio Simm (Servizio informazioni della Marina militare), fino a oggi sconosciuto e che appare come un doppione del Sios Marina?.
L'ultimo quesito è squisitamente politico: quali verifiche sono state fatte finora, visto che la Gladio militare è stata segnalata fin dal Duemila dall'ex parlamentare Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera?

6 luglio 2002 - LEGALI TORNAY PUBBLICANO CONTROINCHIESTA
"Il Messaggero"
Scontro a distanza tra Vergès e Brossollet e i magistrati d'Oltretevere che decideranno se riaprire il caso del maggio del '98. Pubblicata la contro-inchiesta
"Vaticano, la strage legata al caso Orlandi"
I legali della famiglia Tornay: analogie anche con l'attentato al Papa. I giudici: offese inaccettabili
di ORAZIO PETROSILLO
E' un attacco in grande stile al Vaticano. Un attacco mediatico la cui testa d'ariete o cavallo di Troia nella Città leonina, è il caso di Cédric Tornay, il protagonista-vittima della strage del 4 maggio '98 in Vaticano, ma la cui posta in gioco appare essere ben maggiore, nell'assalto "ai misteri e ai segreti nascosti "del" e "dal" Vaticano", dichiarando un "probabile" legame tra l'attentato al Papa dell'81, il rapimento di Emanuela Orlandi, la stessa strage del '98, con l'aggiunta di non meglio precisati sospetti sulla fine di papa Luciani e sul segreto di Fatima. Gli strateghi di questa operazione, quali "Ulisse del foro internazionale", sono due avvocati francesi, Jacques Vergés e Luc Brossollet, che hanno già "cavalcato" casi famosissimi, come quelli del terrorista Carlos e di Milosevic il primo e di divi dello spettacolo il secondo. I due avvocati difendono ora la signora Muguette Baudat, madre del vice-caporale della guardia svizzera Cédric Tornay, convinta - contrariamente ai risultati dell'inchiesta vaticana, archiviata il 5 febbraio '99 - che il figlio non sia stato l'assassino del suo neo-comandante Alois Estermann e di sua moglie Gladys, prima di suicidarsi, bensì vittima del triplice omicidio da parte di uno sconosciuto assassino. In una conferenza stampa tenuta ieri pomeriggio nella Sala stampa estera, i due avvocati, presente la signora Baudat, hanno elencato tutte le "prove" che a loro giudizio dovrebbero portare alla riapertura dell'inchiesta, archiviata dal giudice istruttore del Tribunale Vaticano, Gianluigi Marrone, che accolse la tesi del pubblico ministero, Nicola Picardi. L'incontro con i giornalisti è servito per lanciare il volume "Assassinati in Vaticano", ed. Kaos, che esce lunedì. E' in gran parte dedicato all'istanza da loro inviata l'11 aprile 2002 al Papa per la riapertura dell'inchiesta. I cardini di tale contro-inchiesta riguardano gli aspetti medico-legali e balistici (per loro Tornay non si è ucciso con la testa in avanti ma è stato ucciso con la testa all'indietro), la presunta ultima lettera di Cédric alla madre (per i legali è apocrifa e scritta da altri in Vaticano) e sulla personalità del giovane (non era depresso e non era un drogato). I legali non hanno ancora ricevuto risposta da questa istanza, rimasta fino a qualche giorno fa in Segreteria di Stato. Poco dopo la conferenza stampa, il Vaticano ha reso noto che la richiesta dei legali della signora Baudat si trova "attualmente" all'esame dell'autorità giudiziaria del Vaticano. Spetterà cioè al pubblico ministero Picardi esaminare le eventuali prove e, se le riterrà valide, chiedere al giudice del tribunale, Marrone, di riaprire l'inchiesta. Il comunicato della Sala stampa vaticana respinge le offese e le insinuazioni di Vergès e Brossollet: "Sono del tutto inaccettabili le dichiarazioni offensive, oltre che prive di fondamento, rivolte contro la Santa Sede, lo Stato della Città del Vaticano e i suoi organismi giudiziari".
Nella conferenza stampa, i due legali hanno dichiarato "di voler denunciare la giustizia vaticana per il suo atteggiamento nella vicenda fatto di "segreto, silenzio e disprezzo"" e di perseguire l'obiettivo con l'appoggio dei mass media. La "plusvalenza" del loro attacco è svelata dall'intenzione - dichiarata ieri - di far celebrare un processo sulla strage in Vaticano... fuori del Vaticano, ricorrendo, per esempio, alla magistratura svizzera.
Nell'attaccare con molta disinvoltura le autorità del Vaticano e la sua magistratura, i due legali hanno messo tutto in un gran polverone. La lettera a loro dire manipolata di Cédric rientrerebbe nel filone di false lettere ricorrenti sia nel caso Orlandi come nella vicenda del terzo segreto di Fatima. A proposito di segreti, citano quello imposto a sei guardie svizzere che non si sa cosa avrebbero visto mentre vigilavano la salma di papa Luciani. Veleni e insinuazioni a piene mani sul Vaticano soprattutto per il caso Orlandi: "Conosce la verità ma non vuole dirla". Se il cavallo di Ulisse avesse sollevato un tal polverone, non sarebbe mai entrato senza sospetti in Troia.

11 luglio 2002 - UCCISIONE BIAGI: BUCHI E CERTEZZE DELL' INCHIESTA
"Il Nuovo"
Biagi, buchi e certezze dell'inchiesta
L'arma, legame con il delitto D'Antona, il numero dei terroristi in azione e poco altro. L'inchiesta bolognese sull'attentato di via Valdonica possiede ancora pochi punti fermi. Ma ha tanti misteri intorno.
di Giuseppe Morello
BOLOGNA - La coincidenza dell'arma con il delitto D'Antona, il numero dei componenti del commando omicida, alcuni identikit. Sono i pochi elementi certi dell'indagine sull'agguato in cui poco meno di quattro mesi fa il professor Marco Biagi veniva assassinato sotto casa sua, in via Valdonica a Bologna, da un commando terrorista. A fronte delle poche certezze, perlomeno quelle note, sono tanti i buchi dell'inchiesta: il dirompente episodio delle lettere della vittima, il segreto apposto sul rapporto Sorge sulla scorta, il caso Landi. Proviamo a riordinare i fatti.
Le indagini. La procura di Bologna afferma di lavorare sottotraccia, a fari spenti. Nel primo mese di indagine filtravano notizie a ripetizione su identikit e interrogatori, su piste e perquisizioni. Da metà aprile tutto tace. "Non facciamo perquisizioni per non farle conoscere ai giornalisti", si è lasciato scappare un agitato Enrico Di Nicola, il procuratore capo di Bologna, preoccupato dalle voci di spaccature all'interno della procura.
"Sono state ascoltate circa 800 persone - ha detto Paolo Giovagnoli, uno dei pm titolari dell'inchiesta - stiamo lavorando ma non possiamo dire su cosa".
Per ora gli unici elementi acquisiti sembrano quelli emersi un paio di mesi fa: Biagi fu ucciso da un commando di almeno 5 persone (forse sette: due o tre spararono, altri collaborarono a vario titolo all'agguato). Di costoro si sa ancora poco, se non che probabilmente fu un gruppo romano che trovò a Bologna supporto logistico. Le tante testimonianze raccolte hanno permesso di disegnare degli identikit (in un primo momento erano 17, ma la scrematura delle testimonianze li ha portati a cinque, tanto più che, si è scoperto, in alcuni casi i testimoni non descrivevano terroristi, ma altri testimoni presenti sulla scena del delitto). Questi identikit per ora non hanno portato da nessuna parte, anche perché gli inquirenti hanno fatto una scelta precisa: "Assieme agli investigatori abbiamo deciso di non divulgare gli identikit perché per ora è ritenuta una scelta poco utile - ha detto Giovagnoli - tra l'altro non abbiamo gli identikit dei killer (che indossavano dei caschi integrali ndr), ma solo di gente che si aggirava dalle parti di via Valdonica poco prima dell'omicidio e nei giorni precedenti (i presunti basisti ndr)". I killer sarebbero fuggiti in motorino, ma di questo scooter gli inquirenti hanno ricevuto descrizioni vaghe e spesso contraddittorie. Conclusione: lo scooter della fuga (si era parlato di un Peugeot scuro) non è mai stato trovato.
Nelle settimane successive all'omicidio tra l'altro la procura aveva annunciato di aver individuato una persona sospetta, ripresa dalle telecamere della stazione di Bologna, scesa dallo stesso treno di Biagi proveniente da Modena, e che sembrava aver seguito il professore sui binari. Anche questa traccia sinora sembra non aver portato a nulla. L'unico elemento che i magistrati danno per certo è il fatto che per uccidere Marco Biagi sia stata usata la stessa arma rivolta tre anni prima sulla Salaria contro Massimo D'Antona: forse una "Makarov", forse una "Franchi Llama". "Le perizie dicono questo - ha confermato ancora Giovagnoli - ma non avendo l'arma si può anche ipotizzare un certo margine d'errore". Resta infatti da spiegare come mai i killer di via Valdonica abbiano lasciato cadere in terra i bossoli, mentre non fecero altrettanto in via Salaria.
La scorta. Dopo l'attentato del giugno 2000 alla Cisl di Milano, a seguito del cosiddetto Patto per Milano, che ebbe tra gli artefici proprio Marco Biagi, il professore dal luglio di quell'anno fu protetto con la scorta a Milano, a Roma, a Bologna e a Modena. Nel luglio del 2001 però a Biagi venne revocata la scorta a Roma, e nel volgere di pochi mesi le altre città si accodarono. Il 3 ottobre del 2001, a sei mesi dall'omicidio, Biagi è senza alcuna protezione in tutte le città in cui metteva abitualmente piede. Chi decise che il giuslavorista non era più in pericolo, senza tener conto della relazione del Cesis, molto simile a quella trasmessa in Parlamento pochi giorni fa, in cui si indicavano i possibili bersagli del terrorismo nei consulenti del governo in materia di lavoro e economia?
All'indomani del 19 marzo l'allora ministro dell'interno Scajola dispose un'indagine interna condotta dal prefetto Roberto Sorge, che in breve tempo produsse una relazione. "Non ci sono profili di responsabilità penale o amministrativa", annunciò Scajola, che però inspiegabilmente secretò la relazione. Perché renderla inaccessibile se non ci sono responsabilità precise di nessuno ma solo "distonie nel sistema di assegnazione delle scorte"? La risposta è di pochi giorni fa. La relazione indica nei prefetti e nei questori di Roma e Bologna i principali responsabili nella revoca della scorta, per aver eseguito pedissequamente una circolare in cui lo stesso Scajola invitava a tagliare le scorte inutili. Il questore di Bologna, Romano Argenio, sarebbe inoltre responsabile per aver sottovalutato le minacce di cui da mesi Biagi era fatto segno e che lo stesso professore aveva denunciato. I prefetti di Modena e Milano sarebbero responsabili per essersi accodati meccanicamente alle scelte dei loro colleghi, mentre l'ufficio centrale del Viminale si sarebbe limitato a ratificare "burocraticamente" le decisioni prese nelle quattro città.
Le lettere. Il 28 Giugno appaiono sulla stampa 5 lettere che Biagi aveva scritto al presidente della Camera Casini, al ministro del Welfare Maroni, al suo sottosegretario Sacconi, al prefetto di Bologna e ad Arturo Parisi, direttore generale di Confindustria. In quelle e-mail Biagi chiede protezione, afferma di aver paura di finire come D'Antona e cita Sergio Cofferati come il principale artefice del clima di tensione che si è generato attorno alla riforma del mercato del lavoro e dell'articolo 18. Le lettere arrivano nelle mani di un quindicinale bolognese vicino ai no-global da parte di una fonte che finora il direttore del periodico non ha voluto rivelare. La polemica politica su quelle lettere si fa infuocata, ma ciò che sorprende è l'affermazione di un magistrato bolognese che dichiara candidamente che quelle lettere per la procura sono inedite.
Le dichiarazioni in proposito si fanno vorticose: in un primo momento la procura afferma che quelle lettere le possedeva fisicamente, ma non le aveva lette, poi che non erano una priorità investigativa e per questo vennero trascurate. Infine, ed è affermazione di oggi del procuratore capo Di Nicola, la procura afferma di essere stata a conoscenza del contenuto delle lettere "per vie indirette" (plausibilmente testimonianze dei destinatari delle lettere) e che per questo aveva evitato di spulciare nei computer di Biagi. Tanto più, ha spiegato Di Nicola in maniera nebulosa, che per recuperare quelle e-mail dagli hard disk di Biagi sarebbero stati necessari procedimenti informatici complessi.
Anche per questo Di Nicola è stato convocato dal Csm per spiegare se la carenza di uomini e mezzi della sua procura stia rallentando le indagini. Senza dimenticare che la procura in realtà non ha mai sequestrato i computer del professore, ma si è limitata a fare copie delle memorie. Il computer che Biagi usava presso l'Università di Modena, accessibile per altro anche a tutti i collaboratori del docente, è sempre rimasto presso l'ateneo che ne è il legittimo proprietario. Per riguardo alla famiglia, nemmeno il computer di casa Biagi è stato posto sotto sequestro, e stessa sorte è toccata al computer portatile che il professore talvolta usava per scrivere le bozze di documenti o di lettere. In conclusione, i tre computer con la corrispondenza di Biagi possono essere passati per svariate mani, ed è dunque lunga la lista delle persone avrebbero potuto prelevare le lettere e consegnarle alla stampa.
Il caso Landi. Il suicidio di Michele Landi, il consulente informatico del caso D'Antona trovato impiccato nel suo appartamento di Tivoli, potrebbe essere collegato al delitto Biagi. Giorni fa un hacker anonimo ha detto di sapere che Landi era molto vicino alla scoperta degli assassini di Biagi e che lo stesso Landi gli aveva consegnato dei codici da decrittare. La procura di Bologna non sta trascurando questo fronte e cercherà di interrogare l'anonimo testimone. "Non possiamo dare retta a chiunque spunti fuori e dica di sapere qualcosa - ha precisato oggi il pm Giovagnoli - ma sarebbe interessante sentire cosa sa quell'hacker".

11 luglio 2002 - BLU NOTTE SU CASO CASTELLARI
"La Gazzetta del sud"
Attualità Retequattro alle 23.20
Marilyn Monroe, cronaca di un mistero
Raitre - Il rapporto tra gli italiani e la nuova moneta europea sarà il tema della puntata di "Cominciamo bene estate" in onda alle 10.35. Le testimonianze raccolte da Corrado Tedeschi e Ilaria D'Amico si alterneranno al parere degli ospiti in studio: il dottor Lorenzo Bini Smaghi, Dirigente generale per i rapporti finanziari internazionali del Ministero dell'economia e finanza, Paolo Landi, Segretario generale dell'Audiconsum, e il comico Marcello Cesena. Si occuperà del caso Castellari la puntata di "Blu notte - Misteri italiani" che andrà in onda alle 23.05. Carlo Lucarelli ripercorrerà la vicenda dell'ex direttore generale del Ministero delle partecipazioni statali, coinvolto in una delle inchieste di Mani Pulite, quindi misteriosamente scomparso, fino al ritrovamento del suo cadavere, nei pressi di Roma, il 22 febbraio del 1993. Rimane aperto l'interrogativo principale sulla sua morte, ovvero se si sia trattato di omicidio o suicidio.
Retequattro - Appuntamento conclusivo con "Top secret", la trasmissione condotta da Claudio Brachino, in onda alle 23,20, dedicato alla morte di Marilyn Monroe, al mistero di Jack lo squartatore e alla scomparsa del sottomarino Skorpion. A rievocare la tragica fine dell'attrice americana interverranno in studio Gianni Bisiach e il criminologo Renato Biondo, che cercheranno di capire il legame con il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e con l'entourage del boss mafioso Sam Giancana. La vicenda di Jack lo squartatore, che a Londra nel 1888 uccise e mutilò cinque prostitute, sarà ricostruita da Cinzia Tani. Infine, Andrea Nativi, esperto di questioni militati, ci parlerà del sottomarino Skorpion, scomparso durante gli anni della guerra fredda nelle acque del Triangolo delle Bermuda.

12 luglio 2002 - LIBERAZIONE SU CARRIERA AMICI DI CALVI
"Liberazione"
Ponti neri
I suicidi, si sa, sono dannati a tornare in nuove spoglie. E, a volte, gli ammazzati pure. Vent'anni fa Roberto Calvi, guidato da Flavio Carboni, fu appeso, con cinque chili di mattoni addosso, a un traliccio del Ponte dei Frati Neri. I londinesi, quando qualcuno sbertucciava la famiglia reale, ammonivano: "Finisci sotto Black Friars Bridge!". Era considerato il ponte di tutti i poteri occulti, delle loro vendette. Ponte dei "free masons", dei liberi muratori... Ponte cattivissimo che non impedì ai laburisti governanti di ripulire il Tamigi da cima a fondo, ripopolandolo addirittura di salmoni. In compenso gli impareggiabili guerrieri dell'Arcobaleno di Greenpeace hanno trovato diossina e piombo in latte, verdure e pesci lariani, graziosamente sversati dall'inceneritore di Como, come da tutti i 210 inceneritori d'Italia, su fiumi, mari, aria, insalata d'Italia, cui si vorrebbero aggiungerne altri 41. E qui ci vorrebbe un fronte d'opposizione degno dell'indimenticato Cln partigiano, tanto è micidiale l'aggressione alla patria. Comunque, è di ponti che si parla. La corda alla quale era impiccato il bancarottiere del Banco Ambrosiano, banco antesignano di tanti istituti con talleri da riciclare perché se ne alimentino arrampicatori in grembiulino, serpeggiava tra mani odorose d'incenso, mani polverose di lupare, mani incrociate su triangoli occhiuti. Sono passati vent'anni, Sindona, Calvi, Marcinkus, Gelli non ci sono più, ma hanno proliferato. Come suole la brava genia dei vampiri. Dalla loro putredine fiorisce ora un nuovo ponte - "Ponte dei Frati Azzurri" - al cui cordame uno, noto come Grande Maestro di Ponti e Buchi, vorrebbe appendere la natura. Ulisse, i venti ai cui fiati il mostro ci farà fare l'altalena (15 metri ogni 30 secondi), Scilla e Cariddi che si alzano per bradisismo e si avvicinano per irrequietezza degli zoccoli continentali, milioni di innocenti finiti nell'imbuto ritardatario, la voglia degli indigeni di uscire dall'Ottocento ferroviario. Modesto prezzo da pagare per quel "convivere con la mafia" del pontiere-bucaiolo. E' un altro mattone, dopo i cinque tra le palle di Calvi, per il Piano di Rinascita del repubblichino Licio Gelli. Non diceva: presidenzialismo, subordinazione dei magistrati, disintegrazione del sindacato (grazie, fratello Massimo, per i missili di silenzio su Cofferati), divieto sciopero, liquidazione Rai, controllo media? E capitale a Salò? "Ambientalisti di merda" intendeva a Radioanch'io il convivente Lunardi, sottobraccio all'ex (?) P2, primo ministro, e all'ex di Carboni-Calvi-Banco Ambrosiano, ministro dell'Interno. Sotto i ponti neri appenderanno l'Italia. O la seppelliranno nei buchi neri. Ce ne siamo accorti?
 
 

 

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