Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002: maggio |
1 maggio 2002 – CASO MORO: LE RIVELAZIONI DI ARCONTE
"Il Tirreno"
Moro, i servizi segreti sapevano
Terroristi palestinesi avevano annunciato il sequestro
Il documento di un ex "gladiatore", un sottufficiale della Marina Militare, getta inquietanti ombre su quello che non fu fatto per impedire il rapimento e la strage di Via Fani
di Giuliano Fontani
LIVORNO. Il rapimento di Aldo Moro era stato preannunciato. I nostri servizi segreti erano a conoscenza dei pericoli che correvano lo statista democristiano e gli uomini della sua scorta almeno due settimane prima del massacro di via Fani. Questa situazione emergerebbe da un documento che dovrebbe essere sottoposto a un attento esame dai membri della commissione parlamentare sui servizi segreti. Il documento è riemerso in questi giorni dagli archivi polverosi di un "gladiatore", un ex sottufficiale della Marina Militare, che l'ha depositato e autenticato nello studio di un notaio sardo. Poche righe di un'autorizzazione, firmata il 2 marzo 1978 (il sequestro avvenne il 16 marzo) in cui si parla esplicitamente della necessità di prendere contatti con movimenti terroristici dell'area mediorientale, al fine di liberare Aldo Moro. L'ordine, firmato dal capitano di vascello Remo Malusardi, dirigente della decima sezione "Stay behind" (Stare Dietro) del ministero della Marina, doveva rimanere segreto. In calce, ben evidente, la scritta "documento a distruzione immediata". Ma quel foglio compromettente non è mai stato distrutto. E una copia da qualche giorno si trova nello studio del notaio Pietro Angutzi di Oristano.
Gliel'ha consegnato l'ex marinaio che per primo ne venne in possesso, Antonino Arconte, all'epoca "portalettere" del Sismi, il "gladiatore" del battaglione incursori subacquei di La Spezia che si è trovato al centro di questa missione segreta e oscura.
"Io ne ho sempre parlato con tutti - dice Arconte - questa cosa l'ho perfino scritta nella causa che ho intentato e vinto contro lo Stato italiano davanti alla commissione europea per i diritti dell'uomo -. Non è colpa mia se nel nostro Paese non se ne è mai parlato. Capisco, è roba scomoda, compromettente. Ma dentro c'è un pezzo della storia del nostro Paese, forse non la migliore, non sta a me giudicare, di sicuro molto interessante".
E allora questa storia facciamola raccontare da "Nino" Arconte, volontario dell'esercito a 16 anni, all'epoca del rapimento-Moro, ventitrenne fuochista della Marina, "gladiatore" con il codice G-71.
"La mattina del 6 marzo 1978 - dice Arconte - mi danno l'ordine di partire per Beirut con una busta sigillata. Dentro, ma l'ho saputo soltanto dopo, c'erano cinque passaporti falsi, nel senso che riportavano nomi e dati anagrafici di persone italiane, di cui però non c'era la foto. Dovevo consegnarli all'agente G 219, che successivamente ho conosciuto come il colonnello Ferraro, un parà distaccato in Medio Oriente. Lui, a sua volta, avrebbe dovuti dare il plico al suo capocentro, il colonnello Stefano Giovannone, sigla in codice G 216. Il pomeriggio mi imbarco, da La Spezia, con la motonave Jumbo M. e nel giro di tre giorni sono a Beirut. Consegno la busta a G 219 e il mio compito è finito ben prima del rapiamento di Moro".
La vicenda sembra destinata a rimanere sepolta. Stefano Giovannone muore, Ferraro s'impicca alla maniglia del bagno, il nome di Arconte è "cancellato" dalla Marina. Non appare neppure quando il governo deve ammettere l'esistenza di una rete clandestina di nome "Gladio". Ufficialmente il giovane sottufficiale risulta congedato nel 1974. Però riscuote gli stipendi fino al 1985.
"E' un altro 8 settembre" commenta Falco Accame, ex parlamentare della commissione stragi: "Arconte non trova più il suo ufficio, i suoi superiori, gli viene perfino negato il riconoscimento delle missioni che ha compiuto al'estero. E' un fantasma". E' a questo punto che l'ex gladiatore, scaricato da tutti, fa causa allo Stato davanti alla commissione europea di Strasburgo. E lo Stato italiano è condannato in via definitiva. Proprio da quegli incartamenti riemerge, come da una palude, quel foglio che parla di missione in Medio Oriente, contatti con i terroristi palestinesi, consegna di passaporti e, in ultimo, contatti per la liberazione di Moro. Con quella data, 2 marzo 1978, precedente di 14 giorni al sequestro del presidente del consiglio da parte delle Brigate rosse. E una conferma indiretta viene dal foglio di viaggio, anche questo in possesso di Arconte: l'imbarco a La Spezia è datato 6 marzo 1978, dieci giorni prima dell'agguato di via Fani.
Dunque i servizi segreti italiani, secondo questa nuovo documento sarebbero stati a conoscenza. Sapevano che il partito armato aveva in animo un'azione eclatante contro l'on. Moro. Ma da dove proveniva quell'informazione? Arconte questo non lo può sapere, ma i nomi di questa vicenda e alcuni antefatti possono essere d'aiuto.
Il "postino" del Sismi doveva consegnare il plico con i passaporti e la richiesta di contatti e informazioni con movimenti terroristici palestinesi al colonnello Mario Ferraro, che a sua volta li avrebbe dati al colonnello Stefano Giovannone. Quest'ultimo, deceduto il 17 luglio 1985, era ben conosciuto da Moro. Ufficiale dei carabinieri addetto all'ambasciata italiana a Beirut, aveva assistito il presidente del consiglio in una delicata operazione, il rimpatrio dei quattro terroristi palestinesi sorpresi a Fiumicino. Per l'espulsione fu usato l'"Argo 16", il velivolo di "Gladio" che, successivamente, esplose nel cielo di Marghera. Dunque la "soffiata" al servizio segreto della Marina sarebbe stato il ringraziamento del Fronte per la liberazione della Palestina. E Moro, dalla prigione delle Br, si ricorda di Giovannone, delle sue conoscenze con i terroristi che operano nell'area mediorientale e della loro influenza sulle Br. In una lettera scritta dalla prigione di via Gradoli scrive al deputato democristiano Erminio Pennacchini, suo amico: "Sarebbe utile contattare Giovannone, farlo venire in Italia". E in un'altra missiva a Flaminio Piccoli: "Sarebbe bene che Giovannone fosse su piazza..." Ma queste due lettere non vengono fuori subito. Fanno parte di quei documenti che solo qualche anno dopo vengono ritrovati nel rifugio delle Br di via Montenevoso, a Milano, dal generale Dalla Chiesa.
Giovannone era dunque l'uomo che poteva salvare la vita di Moro, forse addirittura sventarne il rapimento. Dal 1972 al 1981 fu l'addetto militare all'ambasciata italiana in Libano, il 19 luglio 1984 fu arrestato per la prima volta con l'accusa di aver segnalato a esponenti dell'Olp e dell'Flp l'arrivo di Mario Toni e Graziella De Palo, il giornalista e la sua compagna misteriosamente scomparsi. Nel febbraio del 1985 Giovannone finì in carcere per la seconda volta, incriminato dal giudice Mastelloni per un traffico di armi tra l'Olp e le Brigate rosse. Con gli amici si vantava: "Conosco i numeri di matricola di tutte le armi che sono transitate per il Medio Oriente". Il colonnello Giovannone morì il 17 luglio e undici giorni dopo il presidente del consiglio Bettino Craxi oppose il segreto di Stato alla richiesta di notizie e chiarimenti sui rapporti tra l'Flp e i nostri servizi segreti.FALCO ACCAME
"C'è un'altra Gladio e operava
al di fuori della Costituzione"
g.f.
Falco Accame, ex comandante dell'Indomito e presidente dell'Associazione assistenza alle vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, ci crede.
"Quei documenti sono chiari. I nostri servizi segreti sapevano delle intenzioni delle Br di rapire Moro. Ma quel che ne viene fuori conferma anche altri sospetti. Anzitutto che esisteva un'altra Gladio, oltre quella conosciuta. La cosiddetta Gladio delle Centurie, in tutto circa 250 persone, per lo più incursori della Marina, paracadutisti dell'Esercito e carabinieri. Gente addestrata a compiere azioni di guerriglia al di fuori dei compiti istituzionali e anche al di fuori della legalità e della Costituzione".
Si spieghi meglio...
"Era già emerso che i nostri servizi contribuirono a destabilizzare la Tunisia e a rovesciare il governo Bourghiba. Lo disse in televisione, rivendicandolo, l'ammiraglio Martini, senza che nessuno gli contestasse la legittimità di quell'operato. Non meraviglia neppure che i servizi segreti della Marina fossero in contatto con movimenti terroristici mediorientali e che sapessero, da quelle stesse fonti, del tentativo di sequestrare Moro".
Ma cosa fecero i servizi per impedire l'agguato di via Fani?
"Questo non lo so. Ma a giudicare da come fu gestita l'intera vicenda ho molti dubbi che abbiano operato nel modo migliore. Non dimenticate che dei contatti di Moretti con terroristi palestinesi per il rifornimento di armi alle Br si era già parlato e che durante i 55 giorni del sequestro Moro al ministero della Marina si riuniva un gruppo ristretto denominato Comitato Ombra".
Chi deve intervenire?
"Queste cose le ho scritte al presidente della repubblica e ai presidenti delle due Camere".GIOVANNI PELLEGRINO
"Arrivò qualche segnale
ma forse fu sottovalutato"
g.f.
Giovanni Pellegrino, presidente di quella che fu la commissione parlamentari sulle stragi, è realista.
E' verosimile che i nostri servizi segreti sapessero del progetto di rapire Moro?
"E' ormai sicuro che la preparazione del rapimento dell'on. Aldo Moro fosse stata percepita anche fuori dei confini nazionali.
E dunque non è affatto da scartare che ai nostri servizi segreti sia giunta qualche informazione ben prima dell'agguato di via Fani".
Fu fatto il possibile per impedire il rapimento?
"Non escludo che qualche segnale premonitore sia stato sottovalutato".
Lei dunque non è sorpreso delle rivelazioni di Arconte?
"Moro percepiva che attraverso contatti con organizzazioni terroristiche mediorientali si sarebbe potuto stabilire un contatto con gli uomini delle Br che lo tenevano prigioniero. Ed è provato che a tal riguardo abbia pensato al colonnello Giovannone, che aveva lavorato al suo fianco e che era il nostro referente a Beirut".
Moro si fidava di Giovannone?
"Sì, Moro si fidava di Giovannone. Era un uomo che, per intenderci, non avrebbe mai scritto il comunicato depistatore del lago della Duchessa".
E del coinvolgimento di Gladio nella vicenda cosa ne pensa?
"Se ne è parlato a più riprese. Un elemento di contatto mi sembra possa essere trovato nella fine di Argo 16. Per anni abbiamo sospettato i servizi segreti israeliani per la nota vicenda dell'attentato di Fiumicino. Ma con il passare del tempo questa pista ha perso consistenza. Forse la spiegazione è un'altra e da ricercare nell'uso che Gladio faceva di quell'aereo".2 maggio 2002 - 20 ANNI DOPO CRACK BANCO AMBROSIANO: PROPOSTA NUOVA LEGGE SU BANCAROTTA
"L' Espresso" online
AVVISO AI NAVIGANTI
Bancarotta con lo sconto
di Massimo Riva
Quando si dice la coincidenza. Cade in questi mesi il ventesimo anniversario del crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Fu, infatti, nel giugno 1982 che la spericolata avventura del "banchiere di Dio" (così soprannominato per i suoi legami d'affari col Vaticano) giunse a una doppiamente drammatica conclusione. Sul piano personale, perché il corpo di Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte di Londra e ancor oggi non è stato chiarito se questa fine sia dovuta a un suicidio ovvero a un assassinio. Sul piano aziendale, perché il banchiere scomparso lasciò alle sue spalle un istituto in pesante dissesto con un complesso di buchi finanziari stimati nella rispettabile cifra di almeno 1.300 milioni di dollari dell'epoca.
Insieme all'altrettanto oscura e non meno tragica vicenda di Michele Sindona, la bancarotta dell'Ambrosiano di Calvi ha lasciato un segno profondo nella storia del primo mezzo secolo di vita repubblicana. Soprattutto perché è stata ed è tuttora la dimostrazione inoppugnabile dei gravi disastri economici ai quali può portare la spregiudicatezza di taluni operatori finanziari quando le buone regole della correttezza mercantile vengono infrante. Ovvero anche soltanto aggirate con la copertura di un potere politico spesso corrivo (magari per comparaggio di interessi) nei confronti di chi naviga sui mercati senza troppo curarsi tanto del codice civile che di quello penale. L'unico lascito positivo del caso Ambrosiano - anche per merito dell'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta - fu che esso diede impulso a una serie di atti amministrativi e legislativi mirati a rendere più trasparente e insieme più controllata l'azione degli operatori finanziari. Il tutto con il meritevole proposito di scongiurare il ripetersi di vicende analoghe: a difesa, quindi, del pubblico risparmio, nonché a tutela del buon nome del capitalismo domestico che da questi episodi di bancarotta aveva subìto colpi micidiali. Ma il nostro, purtroppo si sa, è un paese dalla memoria corta, in certi casi cortissima.
A vent'anni esatti da quello scandalo - ecco la singolare coincidenza di cui si diceva all'inizio - l'attuale maggioranza di governo berlusconiana non ha escogitato di meglio per celebrare l'anniversario che presentare una proposta di legge sul reato di bancarotta. Al fine - si dirà - di rendere ancora più puntuale il perseguimento di quello che può considerarsi forse il più grave dei crimini economici. E, invece, no. In perfetta coerenza con il recente allentamento delle norme sul falso in bilancio, anche per la bancarotta i seguaci di Berlusconi chiedono condanne dimezzate, prescrizioni più facili e carcere più difficile per i colpevoli.
Il bello è che gli autori dell'incredibile progetto argomentano la necessità di una riforma della materia in quanto la vecchia legge risale al 1930 e sarebbe "chiara espressione di un regime totalitario" che "comprimeva la libertà d'impresa". A prima vista, potrebbe sembrare una "gag" di comicità involontaria, se non fosse che da queste parole traspare un'indecente rivendicazione di libera bancarotta in libero mercato. Se questi sono i suoi paladini, povero capitalismo italiano.6 maggio 2002 – SUICIDIO LANDI; UBRIACO PRIMA DI MORIRE ?
ANSA:
Era completamente ubriaco, al momento della morte, Michele Landi, l' esperto informatico (tra l' altro nominato per il caso D' Antona) trovato impiccato alla scala della sua abitazione di Montecelio il 4 aprile scorso. E' quanto avrebbe stabilito, secondo indiscrezioni, l' esame tossicologico al quale e' stato sottoposto il cadavere in questi giorni. La circostanza assume un rilievo particolare alla luce del fatto che Landi non sarebbe stato un consumatore di alcolici. Gli investigatori di Tivoli, stando alle stesse voci, dovranno ora verificare se nell' abitazione dell' esperto informatico ci fossero bottiglie di superalcolici e, soprattutto, sapere dalle ultime persone che lo videro prima della morte in che stato si trovasse. I risultati dell' esame tossicologico saranno consegnati agli inquirenti nei prossimi giorni. Intanto, proseguono gli accertamenti sulle altre ipotesi che potrebbero nascondersi dietro la misteriosa morte provocata, secondo l' autopsia, da asfissia da impiccagione. Tra queste c' e' sempre quella legata ad un possibile gioco erotico, come suggerirebbe la posizione (le gambe del tecnico piegate sullo schienale del divano collocato sotto la scala) in cui fu trovato il cadavere. In particolare, si dovra' stabilire se ci sia liquido seminale sugli slip di Landi.9 maggio 2002 - SUICIDIO LANDI: ERA IN EBBREZZA CONCLAMATA PER ESAMI TOSSICOLOGICI
ANSA:
Ebbrezza conclamata. E' questo il termine tecnico con cui i medici legali della Sapienza hanno definito lo stato di ubriachezza in cui si trovava il perito informatico Michele Landi al momento della morte. Secondo quanto si e' appreso, Landi aveva bevuto un quantitativo di alcol pari a circa il doppio rispetto al limite previsto dalla legge per la guida di un automezzo. Gli esami tossicologici hanno, invece, escluso l'assunzione di sostanze chimiche, farmaci o stupefacenti. Nei prossimi giorni i medici consegneranno la relazione definitiva agli inquirenti.10 maggio 2002 - CASO MORO: ANDREOTTI SU RIVELAZIONI ARCONTE
"Liberazione"
Intervista a Sergio Flamigni sul caso Arconte: In quei documenti accuse clamorose
"L'accusa che si evince dai documenti di Antonino Arconte è seria e se fosse provata sarebbe enorme, clamorosa, eclatante". E ancora: "L'immediata interrogazione parlamentare presentata da Andreotti evidenzia che vi è qualcosa di vero. L'ex presidente del consiglio si sente colpito direttamente e non può tacere". L'ex parlamentare del Pci, Sergio Flamigni, torna sui tragici fatti del '78. Su quel rapimento Moro di cui, secondo la testimonianza anche documentale del gladiatore G-71, la struttura Stay Behind sapeva tutto: almeno 14 giorni prima che lo stesso rapimento avvenisse. Flamigni cerca di analizzare fatti e circostanze - frutto di anni di impegno nelle commissioni d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia - e chiede ancora coraggio e impegno nella ricerca della verità. Anche se scomoda e terribile.
Onorevole Flamigni, cosa sa del caso Arconte?
La testimonianza di Antonino Arconte venne affrontata anche in commissione Stragi. Mi ricordo bene del suo caso e posso dire che su quella vicenda la commissione fu negligente e non approfondì o, peggio, non volle approfondire. Lo stesso Falco Accame, già dal marzo del 2000, informò la commissione, e non solo, e chiese che il caso venisse affrontato seriamente.
Dai servizi segreti che contributo otteneste?
Nessuno. Anzi, anche a causa del loro silenzio non si approdò a nulla. Un silenzio che alla luce dei documenti di Arconte insospettisce ancora di più. Può essere interpretato come l'ammissione dell'esistenza di qualcosa di serio. Anche perché i servizi, in altre occasioni, sono intervenuti e puntigliosamente su aspetti irrilevanti.
Eppure la commissione Stragi...
... la commissione avrebbe potuto e dovuto fare di più. I rappresentanti di Gladio, a cominciare da Francesco Gironda, hanno subito tentato di screditare Arconte per cercare di bloccarlo. Ed anche questo aspetto mi insospettisce molto. E' stata una reazione non corretta. Tutti coloro che insistono sulla purezza di Gladio hanno sempre cercato di glissare su questi aspetti.
Del resto non fu questo il solo caso di, diciamo, "superficialità" della commissione.
Dovrei andare a consultare le mie carte, ma la memoria non mi inganna nel ricordare una precisa segnalazione dei servizi segreti giunta dal Medio Oriente che avvertiva: sta per succedere qualcosa di grosso.
Si tentò un approfondimento?
No, ed è presto detto. Cossiga ritenne questa segnalazione non circostanziata e tutto finì lì. Ma oggi, senza dubbio, proprio quella segnalazione può accreditare l'ipotesi che i servizi segreti abbiano incaricato Arconte di recarsi in Medio Oriente per acquisire ulteriori informazioni.
Ma torniamo ancora a Cossiga.
Cossiga cercava di giustificare la non rilevanza della segnalazione. Alla nostra domanda: "Ma sul rapimento Moro i servizi segreti hanno dormito? ". L'ex capo di Stato replicava: "Sì, ci sono state delle segnalazioni ma senza nulla di circostanziato".
Arconte riferisce di aver ricevuto questi documenti da un preoccupatissimo colonnello del Sismi, Ferraro (il presunto agente G-219), circa un mese prima del suo suicidio. Sicuramente misterioso. In una lettera scriveva di avere timore di una "missione messinscena" a Beirut: "Vogliono uccidermi".
Purtroppo non ho avuto modo di approfondire i sospetti sulla morte del colonnello Ferraro (trovato impiccato al portasciugamani del bagno nel '95, *ndr*). Quindi, non l'ho neanche mai collegato al rapimento Moro. Certo anche questa morte evidenzia che occorre fare chiarezza. Che bisogna andare fino in fondo.
La commissione Stragi non è stata più istituita, quale percorso individua allora, a livello parlamentare, per aprire squarci di verità?
Occorre intanto giungere ad una seduta ad hoc della commissione Difesa, per il ruolo del Sismi, e della commissione Interni, per quanto riguarda il Sisde, o meglio ad una seduta a commissioni congiunte. Il governo deve rispondere il più presto possibile alle interrogazioni parlamentari e chiarire i fatti dopo un serio dibattito nelle sedi istituzionali. Certo la commissione Stragi avrebbe avuto competenze e poteri più vasti.
Non sembra molto ottimista.
Perché vi è il rischio che tutto finisca con una semplice relazione governativa. Ma a quel punto, se le risposte saranno ritenute insufficienti, bisognerà avere il coraggio di chiedere l'istituzione di una commissione ad hoc.
Da questo punto di vista l'interrogazione presentata da Andreotti a Martino ha un peso determinante.
Vede, se Andreotti chiede chiarimenti al ministro con questa tempestività, vuol dire che sotto ci deve essere qualcosa. Non credo che avrebbe dato importanza a qualcosa che ritiene solo una nullità. Quindi ha fatto molto bene a sollevare il caso.
Semplice amore per la verità?
Certamente Andreotti si sente colpito direttamente e non può tacere. Vuole scongiurare ogni discredito sul governo dell'epoca di cui era presidente del consiglio. Sente il rischio di poter essere coinvolto in accuse e responsabilità. Anche perché i nostri servizi segreti, nel 1978, erano americani al cento per cento ed è fuor di dubbio che hanno svolto anche un ruolo spesso in contrasto con lo stesso governo.
Forse Andreotti potrebbe raccontare una sua storia d'Italia?
Ho l'impressione che nei documenti di Arconte potrebbe esserci qualcosa di vero e ad Andreotti potrebbe non essere sfuggito. E' possibile che l'ex presidente del consiglio possa anche saperne qualcosa di più. Oppure auspica solo che chi sa parli. Perché l'accusa è seria... e se fosse provata sarebbe enorme, clamorosa, eclatante. An§dreotti interviene per difendere il suo ruolo e per poter prendere le distanze da eventuali accuse di responsabilità nella gestione del caso Moro.
Nonostante la rilevanza della questione, i mass media hanno preferito alzare il consueto muro di gomma.
Anche questo è significativo. Ma vediamo cosa succederà nei prossimi giorni. Ho piacere che voi continuate nella vostra inchiesta.
di Giuseppe D'AgataDopo la pubblicazione dei documenti choc: i servizi sapevano del rapimento Moro i dubbi di Andreotti
Giuseppe D'Agata
Il senatore: Martino faccia luce sul ruolo di Gladio "Nessuna copertura interna o estera sarebbe tollerabile, mentre in caso di falsità dovrebbero adottarsi le conseguenti misure". Anche a Giulio Andreotti deve essere venuto qualche dubbio sulla tragica fine dell'onorevole Aldo Moro e sul misterioso ruolo di Gladio. Il senatore a vita, preso atto dei documenti pubblicati ieri da Liberazione, ha presentato una interrogazione in cui chiede al ministro Martino di fare piena luce sulla vicenda. Del resto, se le note del ministero della Difesa - direzione generale Stay Behind venissero ritenute autentiche, andrebbe sicuramente riscritta la storia di questo paese. Una storia che vede Giulio Andreotti nominato presidente del consiglio quel 16 marzo 1978, con Francesco Cossiga al ministero degli Interni.
Al gladiatore Antonino Arconte, infatti, numero di codice G-71, viene dato l'incarico di consegnare ai suoi superiori di Beirut un'autorizzazione a prendere contatto con i movimenti di liberazione del Medioriente, per ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione di Aldo Moro. Tutto normale, quasi scontato per un corpo segreto, se non fosse per il fatto che la data in calce al testo, con dicitura "documento a distruzione immediata", non fosse il 2 marzo 1978. E cioé ben quattordici giorni prima del rapimento del presidente della Dc. A riprova vi è anche un altro documento che segnala l'imbarco da La Spezia di G-71 con destinazione Beirut: datato 6 marzo 1978.
"Credo sia indispensabile che il ministero della Difesa si esprima in proposito - afferma ora il senatore a vita in una nota alle agenzie di stampa - perché chi ha vissuto la tragedia del 1978 non può consentire equivoci al riguardo". Domande ancora senza risposta anche per Rifondazione comunista. "E' vero che "Gladiatori" erano sulle tracce di Moro?" si chiede Gigi Malabarba, capogruppo senatori del Prc, con una interrogazione al presidente del Consiglio per conoscere "se i Servizi sapevano in anticipo del rapimento Moro e perché questo fatto non sia mai stato reso noto fino ad ora". Malabarba chiede inoltre di sapere "se esisteva un'altra Gladio o una componente della Gladio che operava alle dipendenze del ministero della Marina, Direzione del Personale, X Divisione S. B. (Stay Behind) e se Comsubin, comando subacqueo incursori della Marina, provvedeva alla mobilitazione dei gladiatori che operavano all'estero".
Richieste per nulla peregrine alla luce dei documenti resi noti da Arconte, secondo i quali l'attività di questa Gladio veniva coordinata presso il ministero della Difesa ed indirizzata ad operazioni sul suolo italiano ed estero. "Ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo di intossicazione e depistaggio dell'opinione pubblica" replica Francesco Gironda, già portavoce dell'associazione italiana Stay Behind. Ma intanto già l'attività coperta degli Ossi (gli operatori speciali servizio informazioni, alle dipendenze di Gladio) è stata ritenuta eversiva dell'ordine costituzionale da due pronunciamenti della magistratura. Un ordine costituzionale quindi forse in pericolo anche per l'azione dei gladiatori: almeno se sarà provato che la struttura Stay Behind, pur essendo a conoscenza delle intenzioni delle Brigate Rosse di rapire Moro, non abbia avvertito gli organismi competenti. A cominciare dalla stessa presidenza del Consiglio. E senza dimenticare il tributo di sangue versato anche dai cinque agenti della scorta: che sarebbero stati mandati allo sbaraglio. Una vita sacrificata come quella del presidente della Dc, al quale fino all'ultimo venne rifiutata l'auto blindata. Un pericoloso precedente se facciamo riferimento alle polemiche sulla scorta negata al professor Biagi.Quel viaggio di G-71 a Beirut a caccia di notizie... 2 marzo 1978, quattordici giorni prima dell'azione Br Nel documento (numero di repertorio 122627), autenticato dal notaio Pietro Angozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978 e cioé 14 giorni prima del rapimento dell'onorevole Aldo Moro e dell'uccisione della scorta, la X divisione S. B. (Stay Behind) della direzione del personale del ministero della Marina, a firma del capitano di Vascello, capo della divisione stessa, inviava un "gladiatore" (G-71) - ed effettivamente partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M - a Beirut. Oggetto: consegnare documenti all'agente G-219 (identificabile nel colonnello Ferraro, rimasto vittima nel 1995 di uno strano suicidio), lì dislocato e dipendente dal capocentro G-216 (il colonnello Stefano Giovannone), affinché prendesse contatti con i movimenti di liberazione del Medio Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Aldo Moro. A portare materialmente il plico a Beirut è Antonino Arconte (sigla G-71) ed è grazie a questo "gladiatore" che tutti i documenti a "distruzione immediata" sono invece arrivati fino ai nostri giorni. O meglio, grazie al colonnello Ferraro che, prima di morire misteriosamente impiccato nel suo bagno di casa, ha consegnato i testi ad Arconte. G-71 riferisce questi fatti in un memoriale dal titolo "La vera storia di Gladio" (htpp: //www. geocities. com/pentagon/4031), spiegando che questo rappresenta una sorta di assicurazione sulla vita: alcuni suoi commilitoni sono rimasti uccisi in missione o sono stati successivamente "suicidati" ed egli stesso è riuscito a sfuggire ad un "tentato suicidio" nel '93.
10 maggio 2002 - CALVI; DISSEQUESTRATO FILM "I BANCHIERI DI DIO"
ANSA:
Il film "I banchieri di Dio', dedicato alla vicenda di Roberto Calvi non offende la reputazione dell'uomo di affari Flavio Carboni. Lo ha stabilito il Tribunale civile di Roma che ha dissequestrato la pellicola. Il giudice ha accolto le argomentazioni dei produttori del film che avevano presentato un reclamo contro una precedente ordinanza che aveva disposto il blocco della pellicola in via provvisoria in seguito ad un ricorso presentato da Flavio Carboni, indagato per l'omicidio del l'ex presidente del Banco Ambrosiano, vincolandolo, tuttavia, al versamento di una cauzione (mai depositata) di un milione e mezzo di euro da parte dell'uomo d'affari. Flavio Carboni e' stato condannato a pagare, per le spese di giudizio sostenute, cinquemila euro a ciascuna delle societa' produttrici il film, "Sistina Cinematografica" e "Metropolis Film", 1500 euro alla "Gruppo Minerva International". Il 26 marzo scorso, l' uomo di affari aveva ottenuto dal giudice Marzia Cruciani il blocco del film sulla base del principio che i contenuti della pellicola erano tali da attribuirgli (quando ancora non esiste un giudicato sulla vicenda) una responsabilita' sulla tragica fine di Calvi, trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei "Frati Neri", a Londra. La pellicola, in realta', ha continuato ad essere proiettata nelle sale cinematografiche poiche' l' uomo d' affari non ha mai versato il milione e mezzo di euro della cauzione. Nel frattempo le societa' produttrici (tra queste anche la "Columbia Tristar Italia), tramite gli avvocati Nicola Rocchetti, Giovanna Corrias e Bruno Taverniti, avevano proposto reclamo per sollecitare la revoca del provvedimento del 26 marzo e il collegio della prima sezione del tribunale, presieduto da Alberto Bucci, ha accolto le loro argomentazioni. Nell' ordinanza, di 11 pagine, si riconosce l' esercizio del diritto di critica da parte di autori e produttori e si sottolinea che "l' intero filmato, sin dal 'cartello' esplicativo di esordio, si richiama letteralmente al contenuto di atti e documenti sinora emessi dall' autorita' giudiziaria in ordine al procedimento penale per l' omicidio di Roberto Calvi". "Il film 'I banchieri di Dio' - e' detto nell' ordinanza - ricalca in maniera addirittura pedissequa il (dettagliatissimo) contenuto dell' ordinanza di custodia cautelare emessa l' 8 aprile '97 nei confronti di Flavio Carboni (e di Pippo Calo' ndr), revocata dal tribunale del riesame il 3 dicembre successivo per ritenuta insussistenza di esigenze cautelari, ma pienamente confermata in punto di sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza dell' indagato". "Tale quadro indiziario - rilevano i giudici - costituisce al momento la 'verita" cui l' autore del film-inchiesta sulla morte di Calvi deve fare riferimento, non essendo stato emesso alcun altro provvedimento di segno contrario che valga a smentire o, in ogni caso, a far ritenere superato il contenuto dei predetti provvedimenti cautelari".
"Questa sentenza rappresenta una delle rare occasioni in cui mi sento orgoglioso di essere italiano", cosi' il regista Giuseppe Ferrara commenta la decisione dei giudici relativa al suo film 'I banchieri di Dio'. "Siccome ero profondamente convinto, anche per la consulenza di giuristi di grande valore, di aver rispettato rigorosamente il diritto di cronaca, e quindi di non aver offeso l' onore di nessuno e di aver solo affermato la verita' - ha spiegato Ferrara - confesso che, nel ricevere la notizia della sentenza liberatoria, ho pensato: vuoi vedere che l' Italia puo' a volte avvicinarsi al mondo di 'Miracolo a Milano' dove buon giorno vuol dire veramente buon giorno? Dove chi tenta di indagare con anni di indagini rigorose i misteri sui grandi delitti non viene punito e represso?".11 maggio 2002 - LIBRO MEMORIE TAVIANI: ANSA
Escono le memorie di Paolo Emilio Taviani a quasi un anno dalla sua morte: "Politica a memoria d'uomo" (Il Mulino, pp. 446 - 20.00 euro). Giulio Andreotti nel suo "I nonni della Repubblica", appena uscito, ricorda che l'ex ministro dell'interno e senatore a vita si riservava "di far pubblicare dopo la sua morte qualche pagina esplicativa su alcune complesse vicende dei retroscena italiani". E' cosi' il capitolo "Gladio e i misteri veri o presunti d'Italia" a attirare subito l'attenzione. Diviso per bervi capitoletti, si va dalla morte di Enrico Mattei a Gladio, di cui rivendica la paternita' sin dal '56, come organizzazione difensiva contro un'eventuale invasione dall'Est "senza alcun compito di ordine interno". Se sulla Strage alla stazione di Bologna si legge un sintetico e secco: "Questo e' un autentico mistero", su Mattei, quando era appunto al Viminale, Taviani afferma che "il cosiddetto attentato al cacciavite, verificatosi un anno prima, non fu un attentato" e che considera "fantasie gli interventi esteri o mafiosi", perche' "la mafia ha sempre agito in proprio" e "da mesi era in corso un riavvicinamento di Mattei agli americani, di cui io ero uno degli intermediari". In molte pagine pare esprimersi contro certe dietrologie. Anche sul rapimento di Aldo Moro si dice sicuro "che sia stato progettato e compiuto da uomini delle Brigate Rosse, senza interferenze di servizi segreti italiani o stranieri". Per Piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia afferma invece che "la centrale organizzativa della strage e' stata Ordine Nuovo", ma in collegamento "con settori deviati dei servizi segreti". Aldila' di queste note, comunque "Politica a memoria d'uomo" e' l'autoritratto e la testimonianza di uno dei protagonisti della storia dell'Italia repubblicana. Tra ricordi e, fogli di diario e riproduzione di documenti, il racconto di Taviani parte dal suo precoce impegno, poco piu' che ventenne, nelle associazioni cattoliche negli anni '30 per arrivare alla nascita della Dc, va dalla Resistenza ("non guerra civile" ma "guerra di Liberazione dall'occupazione tedesca") alla Costituente, proseguendo con i momenti salienti del dopoguerra. In appendice al volume sono alcune "Istantanee' su uomini importanti, in cui, per esempio, accusa Guido Carli di "non poca responsabilita"' nello "sfascio del bilancio dello Stato" nei due ultimi governi Andreotti; paragona "la traccia deleteria" lasciata da Craxi a quella di Crispi di un secolo prima; definisce De Gasperi "un genio della politica", Gromiko "un bravo nazionalista russo", Filippo d'Inghilterra "non e' affatto un personaggio insignificante" e Fanfani e Andreotti erano politici con "una marcia in piu'". Il libro riproduce l'ultimo foglio di diario dello statista, datato Cavalese 15 agosto 1999, che ha una chiusa esemplare: "Della tragedia epocale che abbiamo vissuto.... uno e uno solo e' l'autentico figlio di Caino: l'antisemitismo. Sento il dovere di dichiararlo, prima di terminare questo libro in una stagione tutt'altro che tranquilla. Se rispunta, il ciuffo di Ario del figlio di Caino, si deve subito schiacciargli il capo".11 maggio 2002 - INTERROGAZIONE ANDREOTTI SU CASO MORO E RIVELAZIONI ARCONTE
"Liberazione"
Andreotti ha riaperto il caso Moro con una interrogazione ...
Annibale Paloscia
Andreotti ha riaperto il caso Moro con una interrogazione al ministero della Difesa. Un passo giocato riprendendo una palla di sponda, come spesso ha fatto il senatore a vita, ma che potrebbe avere l'effetto di aprire qualche nuovo grande scenario dei misteri d'Italia. Come successe nel 1990 quando, Andreotti, prendendo a balzo una richiesta del giudice Casson, svelò l'esistenza di Gladio. Le notizie su cui Andreotti chiede delucidazioni al ministro della difesa sono state pubblicate ieri e l'altro ieri in esclusiva su Liberazione.
Esiste un testimone vivente - fortunatamente vivente visto che i misteri d'Italia sono costellati di strani suicidi e incidenti mortali - che sostiene di aver fatto parte di Gladio e di aver portato a Beirut ordini riguardanti il rapimento Moro ben 14 giorni prima che quell'evento avvenisse. Si chiama Antonino Arconte e sostiene anche che durante quella missione si sarebbe incontrato con l'agente segreto G-219, nome in codice del colonnello Mario Ferraro, che 17 anni dopo si suicidò nel suo bagno con una cordicella appesa ad un portasciugamano a un metro e mezzo da terra. Quello strano suicidio, rimasto aperto a molti dubbi, diventa ancora meno credibile, se è vero che Ferraro aveva incontrato solo un mese prima Arconte e gli aveva dato i documenti riservati che risalivano a loro incontro di Beirut e che lui, secondo gli ordini, avrebbe dovuto distruggere.
L'interesse di Andreotti a sapere se i piani delle Br fossero conosciuti anticipatamente dai servizi segreti e da Gladio può avere la particolare motivazione che nel progetto iniziale delle brigate rosse il leader da rapire era lui stesso e non Moro. In corso d'opera le Br scoprirono che Andreotti era protetto, oltre che dalla scorta, anche da un forte servizio di vigilanza di carabinieri in borghese. Non si sa se l'accertamento fu diretto oppure ebbero una soffiata. Certo è che i terroristi spostarono l'attenzione su Moro che non era sufficientemente protetto.
Secondo l'ex senatore Pellegrino, che è stato presidente della commissione Stragi, il sequestro Moro era "prevedibile e prevenibile" perché circolavano in vari ambienti le notizie sui progetti delle Br. Il fatto che non fu impedito "fu dovuto alla disorganizzazione complessiva del sistema della sicurezza". Se è vero il racconto di Arconte questa spiegazione non è più adeguata. I servizi segreti sapevano, Gladio sapeva, ufficiali di alto rango degli Stati maggiori della Difesa sapevano. Aspettavano l'ora X del rapimento Moro. E' possibile che in alcuni settori dei servizi segreti si coltivasse in un primo tempo l'idea di tirar fuori Moro dalle mani dei terroristi vivo ma bruciato politicamente. Una trattativa con le Br, magari affidata a gruppi terroristici mediorientali, poteva servire a questo scopo.
Dopo il sequestro fu Moro stesso, dalla prigione, a suggerire, in una sua lettera, che si contattasse il colonnello Stefano Giovannone (capo dei servizi segreti in Libano e suo amico) perché convincesse la resistenza palestinese a far pressione sulle Br. In cambio della vita di Moro che cosa potevano offrire alle Br i gruppi combattenti mediorientali? Forse qualche gruppo era disposto ad offrire salvacondotti ed armi. Le Br non potevano certo ottenere che la resistenza palestinese riconoscesse la loro causa. Come tutte le proposte fatte da Moro mentre era in ostaggio dei terroristi, anche quella di mettere in movimento Giovannone, divenne di pubblico dominio sulla scena politica. Tutte le sue lettere, tutte le sue argomentazioni per rendere possibile una trattativa con le Br, ebbero la stessa sorte. Era il modo più facile di distruggere la sua figura politica. Se il racconto di Arconte è vero e se i suoi documenti sono autentici, significa che in parallelo al piano delle Br, né fu congegnato, in qualche palazzo del potere, un altro per eliminare Moro dalla scena politica. Difficile dire se i brigatisti rossi furono consapevoli che quella partita non la giocavano da soli.
Quale esito può avere l'interrogazione di Andreotti al ministero della Difesa? Teoricamente, anche se al colonnello Ferraro fu dato ordine di distruggere il carteggio, le copie originali dovrebbero essere state conservate. Ma c'è anche la possibilità che in occasione dei vari cambi della guardia ai vertici dei servizi segreti siano state incenerite. Resta il fatto che alla vigila del sequestro Moro successero parecchie cose misteriose. Era stata appena fatta da Cossiga la riforma dei servizi segreti. Per Il Sisde era già pronto il decreto di nomina di Emilio Santillo, l'ispettore generale nominato dopo lo scioglimento degli Affari riservati alla guida dell'antiterrorismo. Era un grande investigatore e un uomo integerrimo: aveva scoperto e denunciato a varie procure della Repubblica l'esistenza della loggia segreta P2, affollata di ministri e generali, che, col pretesto dell'anticomunismo, coltivavano progetti di destabilizzazione democratica.
All'ultimo momento il ministro Cossiga propose come direttore del Sisde, invece di Santillo, un generale dei carabinieri iscritto alla P2. Come se non bastasse altri piduisti furono nominati ai vertici del Sismi e dell'organismo di coordinamento dei servizi segreti. Dopo il sequestro Moro, anche il comitato di crisi fu affollato di piduisti, mentre Santillo fu dirottato verso altri compiti che avevano poco a che fare con le indagini sulle Br.11 maggio 2002 - INTERROGAZIONE PRC SU GLADIO E RIVELAZIONI ARCONTE
"Liberazione"
Il testo dell'interrogazione di Rifondazione comunista al presidente del Consiglio Giù il muro di gomma su Gladio Per conoscere, in relazione ai dati venuti alla luce sulla "Gladio delle Centurie" di cui si legge su "Liberazione" del 9 maggio 2002, se si intende ancora negare l'esistenza di questa Gladio comprendente componente di Stay Behind, come venne negata in risposta ad una interrogazione parlamentare della scorsa legislatura. Dalla documentazione appare infatti che questa Gladio dipendeva dal ministero della Difesa e in particolare dalla X Divisione Stay Behind della Direzione generale del personale della Marina militare (Maripers) ed era diversa dalla Gladio dipendente dalla VII Divisione del Sismi (e quindi dalla presidenza del Consiglio). Pur avendo stretti legami con questa, la "Gladio delle Centurie" operava dietro le linee americane, mentre la Gladio "dei 622" operava dietro le linee nostre.
Entrambe le Gladio erano comunque addestrate ad operazioni di guerriglia e contro-guerriglia in varie sedi come Poglina, Capo Marrargiu, Comsubim.
Per conoscere altresì se erano note le operazioni all'estero effettuate con la guerriglia locale come quella nel Maghreb per la deposizione del presidente Bourghiba. Quanto sopra perché queste forze armate del ministero della Difesa non erano sotto il comando dei capi dello Stato, che è il capo delle Forze Armate, e quindi operavano in modo eversivo dell'ordine costituzionale (come due sentenze della magistratura hanno stabilito per i reparti Ossi di Gladio - Operatori Speciali Informazioni).
Per conoscere, se erano noti i preavvisi sul rapimento Moro e in particolare se erano stati resi noti al Ministero dell'Interno dal capo della X Divisione Stay Behind del ministero Difesa Marina. E per conoscere perché nulla è stato detto dell'incarico ricevuto dal colonnello Stefano Giovannone che forse, non a caso per questo motivo, l'onorevole Moro aveva chiesto nelle sue lettere dalla prigionia che fosse fatto rientrare a Roma, dove invece non venne fatto rientrare.11 maggio 2002 - ANVAFAF: NASCE COMITATO PER LA VERITA' SU VIA FANI
"Liberazione"
Giustizia per la scorta uccisa in via Fani L'Anavafaf Sugli agenti che hanno perso la vita a via Fani per colpa delle istituzioni, nasce un comitato per la verità, nell'ambito dell'Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti (Anavafaf). Il documento sconvolgente venuto recentemente alla luce testimonia che fin dal 2 marzo 1978, due settimane prima della strage di via Fani, si avevano avute precise notizie circa l'agguato. Questo è il primo ed unico documento ufficiale del ministero Difesa/Marina in cui viene ufficialmente nominata la Gladio come appartenente alla X Divisione Stay Behind della Direzione del personale della Marina. I cinque agenti furono inviati ugualmente in una operazione di alto rischio e l'auto di Moro non era neppure blindata. Di chi la responsabilità?
Nasce in seno all'Anavafaf un comitato per la verità su che cosa è accaduto e per rompere una breccia nella muraglia di silenzio creata dalle istituzioni che hanno nascosto da dove operava Gladio e le riunioni che si tenevano presso il ministero Marina di cui parla Adriano Sofri nel suo libro "L'ombra di Moro". Altre persone forse hanno perso la vita per il fatto che conoscevano il segreto di via Fani e la vera natura di Gladio (oppure di questa Gladio). Tale può essere la morte dell'agente G-219 a cui era destinato il documento venuto alla luce e l'equipaggio dell'aereo Argo 15 che aveva trasportato i terroristi in Medio Oriente. L'Anavafaf chiede che la magistratura accerti la verità sul documento validato da un notaio in Sardegna.11 maggio 2002 - NUOVA SARDEGNA SU RIVELAZIONI ARCONTE
"La Nuova Sardegna"
"C'è un documento che prova tutto"
Il gladiatore Antonino Arconte conferma la sua missione a Beirut
G.71 consegnò l'ordine di attivare i contatti col terrorismo mediorientale per liberare Moro prima del rapimento del presidente della Dc
ROMA. Per anni la storia del gladiatore G.71 si è persa nel silenzio. Antonino Arconte, 47 anni di Cabras, ha infatti affidato a Internet fin dal 1997 il racconto della sua vita all'interno dell'organizzazione Gladio. Agente di una struttura militare segreta incardinata nel Sid, Arconte è stato protagonista di operazioni che si sono svolte in mezzo mondo: dal Vietnam alla Russia, dalla Cecoslovacchia al Libano, dagli Stati Uniti all'Africa. Dalle sue parole è emersa una struttura ben diversa da quella svelata in Parlamento da Giulio Andreotti, il 2 agosto del 1990: non una rete ideata per fronteggiare una possibile invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia, ma una struttura informativa e operativa che agiva esclusivamente all'estero.
Poi, due anni fa, qualche giornale si è accorto di lui. E così la sua storia, e quella della Gladio delle centurie, è uscita dall'ombra. Ma l'atteso terremoto politico non c'è stato. L'allora ministro della Difesa, Sergio Mattarella, rispondendo a un'interrogazione del senatore Russo Spena sulla struttura supersegreta alla quale apparteneva Arconte, si à limitato a rispondere burocraticamente: "Dagli atti del Servizio non sono emerse evidenze in ordina a...".
Risposta anodina, assolutamente insoddisfacente. Anche perché il racconto di Arconte tocca anche alcuni nervi scoperti della storia italiana del dopoguerra. Come il "caso Moro". G.71 ha infatti svelato che, nel marzo del 1978, venne inviato in missione in Libano per consegnare un documento al gladiatore G.219. Si trattava del colonnello Mario Ferraro, passato poi al Sismi, morto misteriosamente nel luglio del 1995. Nel documento "a distruzione immediata" viene ordinato di "cercare contatti con gruppi del terrorismo mediorientale, al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro".
L'aspetto inquietante di questa missione è che il documento è datato 2 marzo 1978. Cioé 14 giorni prima del rapimento del presidente della Dc. Qualcuno, quindi, sapeva che Moro sarebbe stato rapito.
Nel novembre del 2000 la procura della Repubblica di Roma apre un'inchiesta e spedisce in Sardegna i carabinieri del nucleo antieversione per interrogare Arconte. E G.71 conferma tutto. Ma l'inchiesta non va avanti.
Quest'anno, Arconte pubblica un libro su Internet, nel quale sviluppa e approfondisce la storia del Supersid. Novità: nell'appendice c'è una raccolta di documenti. Uno di questi è proprio il documento del marzo 1978, che G.71 doveva far pervenire al capocentro del servizio segreto militare in Medio Oriente, Stefano Giovannone.
Il 9 maggio, l'ex presidente della Commissione Difesa Falco Accame, rilascia alcune dichiarazioni alle agenzie, ponendosi alcuni interrogativi. Primo fra tutti: "Perché la X divisione Stay-Behind non avvertì Moro e le forze dell'ordine il 2 marzo?". Il clima politico improvvisamente si surriscalda e scende in campo lo stesso Andreotti che presenta un'interrogazione parlamentare al ministero della Difesa.
"Nessuna copertura interna o estera sarebbe tollerabile, mentre in caso di falsità dovrebbero adottarsi le conseguenti misure" dice il vecchio mandarino della politica italiana. E ancora: "Credo sia indispensabile che il ministero della Difesa si esprima in proposito, perchè chi ha vissuto la tragedia del 1978 non può consentire equivoci al riguardo".
Nino Arconte conferma i fatti, ma preferisce non commentare. "Io - dice infatti - sono un soldato e ho solamente eseguito degli ordini. Non posso sapere cosa ci fosse dietro quella missione. Certo, ho fatto le mie valutazioni, mettendo insieme tutti gli elementi di cui sono venuto a conoscenza. Ma in questi giorni sono state riportate alcune inesattezze che potrebbero portare a una lettura errata dei fatti".
"Che all'interno di Gladio qualcuno aveva saputo che si stava preparando qualcosa contro Moro - continua Arconte - è del tutto evidente. Lo dimostra lo stesso documento che io consegnai a Ferraro, a Beirut. Ma ci sono altri elementi che confermano uno stato di mobilitazione all'interno del servizio. E' infatti datata 2 marzo 1978 anche un'altra circolare che riguarda il terrorista internazionale Carlos, il quale agiva per conto del Kgb soprattutto nello scenario mediorientale e mediterraneo. In questa circolare c'era scritto: "Lo sciacallo ha lasciato la sua tana di Tripoli. Si ordina a tutto il personale G. (Gladio) militare e civile di attivarsi per conoscere gli spostamenti e riferire. Si autorizza intercettazione e conclusione se impossibile il prelievo". Cosa può significare questo? Io ritengo che Carlos, un assassino agli ordini del servizio segreto sovietico, fosse stato attivato per l'operazione Moro. D'altra parte, noi di Gladio avevamo scoperto che i brigatisti rossi andavano ad addestrarsi in Cecoslovacchia. E che quindi esisteva un rapporto molto stretto con Mosca".
"In questi giorni - continua G.71 - qualcuno sta adombrando il sospetto che i nostri servizi segreti abbiano tradito, non siano stati leali. Io, ci tengo a ripeterlo, ho compiuto una missione a Beirut legata al sequestro Moro ed esiste un documento che lo prova. E questo è un fatto. La lettura di questo fatto, poi, è un'altra cosa. Le mie valutazioni e le mie riflessioni non hanno alcuna pretesa di verità. Però non posso ignorare quanto ha dichiarato nei giorni scorsi il capogruppo di An in commissione Giustizia alla Camera, Enzo Fragalà. E cioé che, dalle dichiarazioni di Accame sul documento che consegnai a Beirut "si ha la replica di quella anticipazione del sequestro Moro data a Radio Città Futura il 16 marzo del 1978 dal leader della sinistra extraparlamentare romana Renzo Rossellini". Rossellini avrebbe poi dichiarato, nell'ottobre dello stesso anno, al quotidiano parigino Le Matin che il sequestro Moro altro non era che un'operazione di spionaggio classico ordinata dall'Unione Sovietica sotto la regia del Kgb ed eseguita dai brigatisti rossi".
"La richiesta di una macchina blindata da parte di Moro proprio in quei giorni - conclude Arconte - mi fa pensare che il presidente della Dc fosse stato in qualche modo informato del pericolo che stava correndo. E' risaputo, d'altra parte, che il gladiatore G.216, cioé il colonnello Stefano Giovannone, allora capocentro del Sid a Beirut, fosse molto legato a Moro".15 maggio 2002 - ANCORA SUL CASO ARCONTE
"Liberazione"
Esclusivo Anche "Famiglia Cristiana" rompe il muro di gomma sul caso Arconte: rivelazioni di un ex, ecco le prove della gladio militare Lo strano caso di G-71 Barbara Carazzolo
e Luciano Scalettari Per gentile concessione di "Famiglia Cristiana" pubblichiamo il dossier raccolto dal settimanale (in edicola oggi) sulla vicenda e soprattutto sui documenti di Antonino Arconte: il presunto gladiatore, numero in codice G-71, di cui "Liberazione" si è occupata nei giorni scorsi rompendo un vero e proprio "muro di gomma" della carta stampata.
Il documento porta la data del 2 marzo 1978. E' su carta filigranata azzurrina intestata al ministero della Difesa e autorizza il gladiatore G-219 a prendere contatto con gruppi del terrorismo mediorientale allo scopo di "ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro". Il documento, prelevato a Roma in busta chiusa, fu regolarmente consegnato a Beirut il 12 marzo 1978 da un altro gladiatore, G-71, all'anagrafe Antonino Arconte. G-219 è stato identificato nel colonnello Mario Ferraro, l'agente del Sismi che verrà trovato impiccato nella sua casa a Roma molti anni più tardi, nel luglio del 1995.
Il problema è che il 2 marzo 1978, quando parte quell'ordine, Moro non è ancora stato sequestrato. Il rapimento, com'è noto, avviene il 16 marzo 1978, quattro giorni dopo la consegna della missiva. A rivelarne l'esistenza è lo stesso ex gladiatore che in quell'occasione lo consegnò a Beirut: Antonino Arconte.
Così, dopo 24 anni dall'uccisione di Moro e della sua scorta, si apre una nuova pagina dell'oscura vicenda. "O questo ordine di servizio è falso, oppure pone degli interrogativi incredibili, quasi surreali: Moro e la sua scorta si potevano salvare? Perché, il 2 marzo, non furono avvertiti lo stesso Moro e le Forze dell'ordine?". A parlare è Falco Accame, già ammiraglio ed ex presidente della Commissione difesa della Camera, il primo a presentare un esposto sulla vicenda alla Magistratura militare di Roma e inviato lettere al presidente del Consiglio. Ma non nei giorni scorsi. Esposti e lettere sono partiti fra marzo e dicembre 2000. "Le notizie furono anche riprese dal Tempo e dalla Nuova Sardegna, dice Accame. "E la magistratura aprì un'inchiesta, di cui non so nulla".
Non solo. Dopo la pubblicazione degli articoli, Arconte fu interrogato dai Ros dei Carabinieri, su mandato del sostituto procuratore di Roma Franco Ionta, lo stesso magistrato titolare delle inchieste sulla morte di Ferraro - l'agente G-219 - e sull'assassinio avvenuto in Somalia (mai chiarito) di un altro gladiatore: Vincenzo Licausi.
Accame sottolinea che l'intera storia di Antonino Arconte necessita di un chiarimento. Com'è noto, infatti, l'organizzazione Gladio fu individuata dal magistrato veneziano Felice Casson. Nel febbraio 1991 Giulio Andreotti ne confermò l'esistenza: si trattava di Stay Behind, una struttura - fu detto - composta da civili, nata nel 1951. Doveva attivarsi in caso di invasione dell'Italia da parte dei Paesi dell'Est. Fu anche resa nota una lista degli appartenenti: 622 persone. Perciò Falco Accame, nel 2000, chiede che si indaghi su questa componente occulta di Gladio.
"Se venisse confermato quanto sostiene Arconte", scrive Accame, "si dovrebbero aggiungere alla lista altri 280 gladiatori". Inoltre, si dovrebbe parlare di una Gladio militare e non solo civile, autorizzata a intervenire anche all'estero. Una struttura che si componeva di tre reparti: due militari - i "Lupi" della Marina e le "Aquile" dell'Aeronautica - e uno civile, le "Colombe". "Ma lo Stato Maggiore", conclude Accame, "non può aver operato senza il consenso politico". "Io ero militare e nella lista dei 622 il mio nome non c'è", conferma Arconte, "come non risulta quello di molti altri. Ad esempio i quattro gladiatori uccisi nell'attentato ad Argo 16, il velivolo abbattuto sul cielo di Mestre. Argo 16, infatti, era un aereo utilizzato dal Sid".
Famiglia Cristiana ha intervistato l'ex gladiatore in Sardegna, dove vive. Arconte racconta che faceva parte della "Gladio delle centurie", una struttura segreta forte di circa 300 uomini superaddestrati.
"Figlio di un carabiniere, mi sono arruolato nel 1970 - racconta - a 17 anni ho partecipato a una selezione per entrare nei Corpi speciali dell'Esercito, per poi passare al Servizio informazioni Difesa (Sid), comandato dal generale Vito Miceli. La mia matricola era G-71 V0155M, dove G sta per gladiatore, 71 l'anno del mio corso, Vo significa volontario, 155 è il numero personale, M sta per Manna. Il mio lavoro "di copertura" era macchinista navale. In missione, era un ottimo sistema per passare inosservato".
Perché si è deciso a parlare solo ora?
Per la verità ho rivelato la mia storia già nel 1993. Prima avevo continuato a chiedere, a destra e a manca, cos'era successo: l'unico che mi rispose fu Craxi. Mi mandò cinque lettere fra l'86 e il '92. Mi diceva che si sarebbe interessato, ma mi chiedeva intanto di tacere, nell'interesse del Paese. Non accadeva nulla. Allora, nel '93 presentai il primo di quattro ricorsi alla Corte di Giustizia europea. In tre casi mi hanno dato ragione, il quarto procedimento è in corso. Nel 1996 ho creato un sito Internet, Real Gladio, che tutti possono consultare (l'indirizzo è www. geocities. com/Pentagon/4031, ndr). Nel 1998, poi, recatomi negli Stati Uniti per chiedere asilo politico, ho reso una lunga intervista al periodico America Oggi. Infine, ho pubblicato un e-book, cioè un libro acquistabile via Internet, che s'intitola L'Ultima missione, corredato dei documenti, che viene presentato in questi giorni da EvolutionBook al Salone di Torino. La mia "ultima missione" è di rendere nota la verità di 20 anni di guerra fredda italiana.
Cosa l'ha spinta a rivelare tutto?
"Credo che parlare mi abbia salvato la vita. Molti, troppi di noi sono morti. Chi in missione, chi in strani incidenti, chi "suicidato" come Ferraro o "colpito da pallottole vaganti" come Licausi. La verità è che ci vogliono cancellare, noi e la nostra storia".
Veniamo al caso Moro...
"E' presto detto. Sono partito dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Dovevo consegnare a Beirut cinque passaporti e far fuggire dal Libano alcune persone. Infine, dovevo recapitare un plico al nostro uomo a Beirut, G-219, con l'ordine di contattare i gruppi mediorientale per aprire un canale con le Brigate rosse, allo scopo di favorire la liberazione di Moro. E' ciò che ho fatto. I retroscena non li conosco, e d'altra parte, il mio lavoro era quello di addestrare "ribelli" e profughi in zone calde. Specie in Africa".
Quali missioni ha compiuto?
"Nel 1974 ci mandarono in Angola, l'anno dopo fummo impiegati in Vietnam, a Beirut e in Yemen. Nel 1977 mi mandarono in Sudafrica per far uscire clandestinamente Steven Biko. Lui non accettò di venire via e poco dopo fu ucciso, il 23 luglio '77. Altre operazioni furono compiute in Unione Sovietica, Romania, Libia, Tunisia. L'ultima a cui ho partecipato è stata "Akbar Maghreb", grande Maghreb, che portò alla caduta del dittatore tunisino Ali Ben Bourghiba. Come vede, stavamo dietro le linee nemiche, come recita il nome Stay Behind. Non posso conoscere i compiti di tutte le 32 branche in cui era suddiviso il Sid, ma so che noi operavamo oltre cortina".
Operazioni legittime?
"Certo. Ero un militare e operavo al servizio del mio Paese. La Guerra fredda per noi è stata estremamente calda. Ho visto morire sul campo tanti miei compagni. E' stato un conflitto feroce ma silenzioso, di cui l'opinione pubblica italiana non seppe quasi nulla".
Poi cos'è accaduto?
"Il 4 febbraio 1986, rientrato dall'operazione "Akbar Maghreb", che mi era anche costata una lunga e dura prigionia in Marocco, andai come al solito a fare rapporto al ministero della Difesa, a via XX settembre n. 8, a Roma. Cercai il nostro Ufficio decimo e non lo trovai più. Eravamo stati cancellati. Da allora è iniziativa la mia odissea. Per quattro anni cercai di capire e di farmi riconoscere il servizio che avevo svolto per il mio Paese. Quando si resero conto che non mi lasciavo intimidire iniziò la persecuzione: fui accusato di tutto, persino di spaccio di droga. Mi ci sono voluti anni e l'intervento della Corte europea per dimostrare la mia innocenza. E non è ancora finita".
Questo il racconto di G-71. Che contrasta radicalmente con quanto dichiarato, ancora nel 2000, dal ministro della Difesa Mattarella, secondo il quale: "Non risulta alcuna articolazione di Gladio in centurie, e tanto meno l'utilizzo delle denominazioni "aquile, lupi e colombe"". Eppure, dopo pochi giorni, in una interrogazione parlamentare, l'onorevole Russo Spena ha esibito dati e documenti che confermano l'esistenza della Gladio militare. E non ha mai avuto risposta. Inoltre, nel suo recente libro dal titolo Nome in codice Ulisse l'ammiraglio Fulvio Martini fa riferimento all'intervento per la destituzione di Bourghiba e alle operazioni compiute da Gladio per "esfiltrare" dalla Libia gli oppositori di Gheddafi. E, in tempi più lontani, è lo stesso generale Vito Miceli, all'epoca direttore del Sid, il Servizio segreto militare, a farne accenno: interrogato il 14 dicembre 1977 in Corte d'Assise a Roma, nell'ambito del processo per il tentato golpe Borghese, dice: "C'è, ed è sempre esistita, una particolare organizzazione segretissima, della quale sono a conoscenza le massime autorità dello Stato". E aggiunge: "Si tratta di un organismo inserito nell'ambito del Sid".16 maggio 2002 - SUICIDIO LANDI: ORA SI INDAGA PER OMICIDIO
"Il Nuovo"
Morte Landi: il pm indaga per omicidio
L'esperto informatico, consulente per il delitto D'Antona, trovato impiccato nella sua abitazione, potrebbe essere stato ucciso. La procura di Tivoli procede ora per il reato di "omicidio".
ROMA - Clamorosa svolta nell'inchiesta sulla morte dell'esperto informatico, consulente del delitto D'Antona, trovato impiccato nella sua abitazione a Guidonia Montecelio il 4 aprile scorso. Per la procura di Tivoli si potrebbe tratterare infatti di omicidio e non di suicidio.
L'intestazione del fascicolo è cambiata nei giorni scorsi, dopo alcuni risultati investigativi che avrebbero portato tracce nuove per accreditare la pista dell'omicidio. Il pm Salvatore Scalera avrebbe, dunque, cambiato direzione agli sforzi investigativi della procura su quello che inizialmente era stato interpretato come un suicidio. Ora si tratterà di analizzare nuovamente tutti i dati raccolti finora nell'inchiesta a partire dal referto dell'autopsia che parlava di morte provocata da asfissia per impiccagione. Un'ipotesi questa sempre contestata da familiari, amici e conoscenti di Michele Landi.
Le maggiori perplessità sono sorte dopo gli ultimi esami tossicologici effettuati sul corpo dell'esperto informatico. A partire, per esempio, dal fatto che Landi fosse completamente ubriaco al momento della morte. Nuova luce assume anche la misteriosa cancellazione, avvenuta subito dopo la morte dell'esperto informatico, di tutti i file contenuti in un sito segreto utilizzato come archivio, un sito del quale solo Landi conosceva le password di accesso.16 maggio 2002 - MORTE LANDI: LA MADRE, NOI LO SAPEVAMO GIA'
ANSA:
"Noi lo sapevamo gia'. Mio figlio non aveva ragione per uccidersi. Questa svolta nell' indagine ribadisce quello che noi abbiamo sempre detto: Michele e' stato ucciso". Non ha dubbi la madre di Michele Landi. "La giustizia fa le cose giuste - si limita a dire - . Non abbiamo mai smesso di pensarlo. Altro non vogliamo aggiungere". Intanto, si e' appreso che i carabinieri torneranno nell' abitazione del tecnico informatico in via Lucera, nel borgo medievale di Montecelio, a Guidonia, per fare ulteriori accertamenti. A partire dalla ricostruzione della posizione del corpo. I primi dubbi, infatti, erano apparsi proprio per la posizione anomala nel ritrovamento del corpo. Per impiccarsi con la corda legata alla rampa della scala interna Landi avrebbe dovuto prima sollevarsi con le braccia premendo solo con le mani e poi lasciarsi andare di scatto sollevando bene i piedi. Altrimenti avrebbe toccato a terra. L'informatico al momento del ritrovamento sfiorava il divano sottostante alla scala. Nella caviglia aveva ancora il tutore di sostegno per una lieve frattura al piede e nelle tasche il portafoglio con i soldi, mentre in casa circolavano le gatte alle quali era affezionatissimo. Landi, infine, qualche giorno prima aveva confidato ad alcuni amici di aver fatto una scoperta importante e che si sentiva spiato e pedinato.16 maggio 2002 - MORTE LANDI: IL PM, TUTTE LE PISTE SONO APERTE
ANSA:
«Non ho nessun compito istituzionale per cui debba spiegare qualcosa. Ci sono dei casi in cui c' e' l'interesse pubblico di informare ed altri, come questo, dove invece e' il caso di lavorare e basta. Comunque sia per ora tutte le piste sono aperte». Non si sbilancia il sostituto procuratore di Tivoli Salvatore Scalera, titolare degli accertamenti sulla morte di Michele Landi. Secondo indiscrezioni, la rubricazione del fascicolo in omicidio si sarebbe resa necessaria per «motivi procedurali». Una mossa, quindi, indispensabile per procedere ad una serie di accertamenti tecnici (come avviene spesso per gli esami del dna) che, viceversa non potrebbero essere compiuti. E la Procura di Tivoli, come e' stato sottolineato piu' volte, «intende lavorare ancora a tutto campo». Sulla vicenda l' avvocato Claudio Giannelli, legale per conto dei familiari del tecnico informatico, ha evitato ogni commento limitandosi a dire: «Sono soddisfatto, del resto non avevo dubbi sulle capacita' professionali dei magistrati. Mi auguro che si riesca a trovare il responsabile».17 maggio 2002 - GUARDIA FINANZA:COL.RAPETTO LASCIA GAT,'NON SONO APPREZZATO'
ANSA:
Il colonnello Umberto Rapetto, comandante del Gat (Gruppo anticrimine tecnologico) della Guardia di Finanza lascera' il suo incarico perche' si sente poco apprezzato. Lo ha annunciato lo stesso colonnello a margine del convegno 'Global strategy', organizzato dal Ceas (Centro alti studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica). «Mi sembra che la mia materia interessi poco - ha spiegato Rapetto - c'e' una totale inconsapevolezza del nemico informatico, il mondo politico e burocratico non ha attenzione verso questo settore che pure e' di importanza vitale per la sicurezza del paese: siamo ad un altissimo livello di vulnerabilita’». «C'e' chi pensa che si possano facilmente formare professionalita' ad alto livello nel campo del contrasto ai crimini informatici - ha rilevato il colonnello - ma non e' cosi', ci vogliono anni ed anni di esperienza e, a fronte del disinteresse politico, c'e' un mercato privato che e' invece assetato di competenze in questo settore». «Il reparto che sto per lasciare - ha ricordato - e' l'unico nel mondo che e' riuscito a catturare un gruppo di hackers, i cui componenti sono entrati piu' volte nel Pentagono, nel Senato, nel Cnr, nell'Enea e in altri organismi. Ma, nonostante questo ed altri successi, l'attenzione verso il Gat non e' mai stata adeguata». Tra le ipotesi sul futuro del colonnello Rapetto, c'e' quella che lo vede come responsabile del progetto per la sicurezza informatica dell'Italia, con il ministero dell'Innovazione tecnologica. Per questo dovrebbe mettersi in aspettativa dalla guardia di finanza, che pero' al momento non ha ancora ricevuto alcuna richiesta formale. Laureato in giurisprudenza, genovese, 43 anni, docente universitario, una grande passione per le Harley Davidson, spesso presente a convegni e conferenze nel settore dell'informatica, Rapetto guida il Gat dal momento della sua costituzione nel luglio del 2000. Ai suoi ordini ha una trentina di militari della guardia di finanza esperti di computer e internet che si sono occupati di truffe nel commercio elettronico e pirateria informatica. Negli ultimi tempi il suo nome era finito sui giornali per altri episodi. Dopo l'omicidio di Marco Biagi, si era presentato con i suoi uomini alla procura di Bologna per le indagini sulla rivendicazione pubblicata via internet. Nei giorni successivi, pero' il suo avvocato aveva precisato che Rapetto «non aveva mai ricevuto incarico» per indagare sulla vicenda. Smentita anche la circostanza che, in una perizia informatica proprio sul caso Biagi, Rapetto avesse utilizzato come consulente Michele Landi, il perito informatico sulla cui morte sta indagando la procura di Tivoli. Dopo il ritrovamento del corpo di Landi, alcuni giornali avevano scritto che Rapetto affermava di non credere all'ipotesi del suicidio: «L'espressione di incredulita' per il suicidio di Landi da parte di Rapetto - aveva poi precisato sempre il suo avvocato - e' solo la conseguenza per l'addolorato stupore relativo alla drammatica perdita di un amico e non e' certamente riferibile ad altre circostanze».17 maggio 2002 - MORTE LANDI: DAI GIORNALI
"Liberazione"
Il responso del medico legale: il perito era completamente ubriaco Svolta nel giallo Landi: ora si indaga per omicidio Annibale Paloscia Il ministro dell'Interno si era affrettato, su suggerimento dei servizi segreti, a chiudere il caso Landi come suicidio. I carabinieri si erano presi i segreti del suo computer e un pirata del web aveva razzolato fra i residui del suo misteriosissimo sito. Il colonnello della Finanza Umberto Repetto, capo del gruppo anticrimine tecnologico, che conosceva bene Michele Landi, rifiutava di parlare con i giornalisti, ma lasciava capire che non credeva al suicidio. Il pm di Palermo Michele Matassa, che si era servito delle speciali competenze di Landi, aveva detto subito: "Secondo me è stato ucciso".
E ora la procura di Tivoli dopo 42 giorni d'indagini cambia titolo al fascicolo Landi: è omicidio. A convincere il Pm di Tivoli Salvatore Scalera che il perito informatico Michele Landi non si è suicidato ma è stato "suicidato" sembra essere il responso dei medici legali, secondo i quali il perito al momento dell'impiccagione era completamente ubriaco. Il che aggiunto a tutti gli elementi contrastanti con la ipotesi precipitosa del suicidio, e forse anche a qualche nuova testimonianza, delinea lo scenario di un delitto. Il pm Scalera ha detto che in un caso come questo lui preferisce non dare notizie alla stampa. Si limita ad aggiungere la frase di rito: "Tutte le piste sono aperte".Una morte strana
Torniamo a vedere il film della morte di Michele Landi. E' il 4 aprile. Michele è rientrato all'alba nella sua casa a Monte Celio, un antico borghetto a una ventina di chilometri da Roma. Ha passato la notte con gli amici in un locale nei pressi dell'Eur, ha mangiato solo un panino e non era sbronzo quando in motocicletta ha ripreso la strada di casa. Per tutta la giornata la fidanzata, gli amici e i colleghi della Luiss, dove avrebbe dovuto fare lezione, non riescono a mettersi in contatto con lui. La sera viene trovato impiccato. Il corpo pende dalla balaustra del soppalco, il cappio gli stringe il collo in senso contrario col nodo sul davanti sotto il mento; lo strappo violento della corda si è fermato solo dopo 60 centimetri. Ha un ginocchio appoggiato sullo schienale di un divano e l'altra gamba penzolante. Secondo i medici legali ha avuto tre minuti di tempo per non morire soffocato. Bastava che alzasse una mano e che si afferrasse alla balaustra per interrompere una lenta e terribile asfissia. Perché non l'ha fatto? Perché era stato riempito di alcool e non era in grado di reagire? Perché era legato come un salame? C'erano attaccati agli abiti dei filamenti di una corda chiara, mentre quella da cui pendeva era blu. L'altra corda era servita per legarlo? Si è pensato anche che quei filamenti fossero stati lasciati non da una corda, ma da una parrucca, perché Michele Landi a volte si travestiva da donna, si fotografava, e inseriva le immagine nel suo sito Internet "Sgawuana" per accalappiare organizzazioni dedite al commercio di materiali pornografici. Probabilmente quando aveva preso nota di una ipaddress interessante (una sorta di targa d'identità informatica) la passava alla Finanza o qualche altro servizio di polizia.
Ma questo forse era solo uno degli aspetti marginali della sua attività avventurosa e piena di pericoli. Aveva collaborato con i servizi segreti non certo per scoprire siti pedofili o cose del genere. Conosceva tutti i trucchi dei pirati informatici, tutti i metodi per violare la sicurezza delle comunicazioni telematiche degli apparati di sicurezza, degli apparati militari, delle industrie belliche, delle banche, dei grandi gruppi industriali. La pirateria informatica è la nuova grande frontiera del terrorismo, soprattutto del terrorismo di Stato e del terrorismo dei poteri finanziari. E' una forma di guerra asimmetrica - come l'hanno definita due generali cinesi in un libro che è diventato una Bibbia per la Cia - che consente agli apparati segreti di uno Stato di violare o di distruggere la sicurezza delle comunicazioni di un altro Stato. La stessa cosa può fare un centro di potere finanziario a danno di un gruppo concorrente. Secondo gli strateghi della guerra asimmetrica la pirateria informatica si avvia ad essere la più grave minaccia terroristica contro la pacifica convivenza tra gli Stati.
I "file" scomparsi
Che cosa aveva scoperto l'intraprendente Michele Landi? Ad un amico aveva confidato di aver fatto una scoperta importante e di avere l'impressione di essere pedinato. Quattro giorni prima della morte lui stesso aveva cancellato dal suo sito internet dei "file" coperti da password segreta. Risultano alla data del 1 aprile cinque interventi di cancellazione. Una settimana dopo l'impiccagione un pirata informatico ha violato il suo sito e ha fatto delle manipolazioni. L'intervento risulta registrato alle 17.30 dell'11 aprile. Che cosa cercava il pirata informatico? Che cosa era rimasto dopo le prime operazioni del centro d'investigazione scientifica dei carabinieri. Uno dei primi carabinieri arrivati da Pisa nella casa di Landi era un conoscente della sua ex fidanzata Loredana: si è messo subito a smanettare sul computer. Ora che sulla sua morte si indaga per omicidio, i parenti che non hanno mai creduto al suicidio, potranno nominare un perito di parte. Questa era la loro intenzione, ma potrebbe essere troppo tardi per far luce sui segreti di Sgawuana.
Landi si è anche occupato di terrorismo interno. E' stata smentito che abbia avuto un incarico dopo l'uccisione di Marco Biagi. Una sua perizia contribuì a scagionare Alessandro Geri, il giovane accusato di essere stato il telefonista dei brigatisti rossi che avevano assassinato Massimo D'Antona. Fu il colonnello Repetto a suggerire all'avvocatessa di Geri di affidare la perizia a Landi. Anche se il perito avesse avuto l'intenzione di utilizzare quell'incarico per tentare qualche approccio con i segreti dei terroristi, è molto improbabile che la sua condanna a morte abbia a che fare con le Br: non hanno mai avuto la consuetudine di camuffare i loro omicidi in suicidi, anzi, finora, hanno sempre rivendicato i loro crimini.
Landi ha lavorato marginalmente anche sulla strage di Ustica, ma se avesse scoperto qualcosa d'importante, i servizi segreti della Nato avrebbe risolto da tempo la questione: c'è già stata una sfilza di morti strane durante l'inchiesta su Ustica.
Troppi misteri
La sua morte è sicuramente un grande intrigo, come altre morti di agenti segreti. Il caso noto più recente e, con significative analogie, è quello del colonnello Mario Ferraro, che nel nel 1995 fu trovato strangolato nel suo bagno, da una corda pendente da un portasciugamano a un metro e cinquanta da terra. L'ufficiale aveva collaborato col Sismi, ma solo in questi giorni si è saputo che aveva avuto a che fare con Gladio e col caso Moro. Come ha raccontato in esclusiva Liberazione il colonnello Ferraro nel 1978 operava in Libano. Il 2 marzo fu dato incarico all'agente di Gladio Tonino Arconte di portargli l'ordine di contattare gruppi di terroristi mediorientali perché facessero pressione sulle brigate rosse per indurle a intavolare una trattativa per la liberazione di Moro. Un preavviso con quattordici giorni di anticipo sul sequestro del presidente della Dc che fu eseguito il 16 marzo. Ferraro, secondo il racconto di Arconte, invece di distruggere il testo dell'ordine segretissimo, conservò il documento e dopo 17 anni glielo riconsegnò confidandogli che era impaurito: un mese dopo morì. Il caso fu archiviato come suicidio per impiccagione.
Dai misteri del caso Moro derivano tanti misteri. Non ci stupiremmo davvero se un giorno si scoprisse un nesso tra la impiccagione di Ferraro e quella di Landi."Il Messaggero"
Svolta nelle indagini sul giallo del tecnico informatico del caso D'Antona. Quando entrava nel web usava un soprannome femminile
Chat-line e sesso, la pista dell'omicidio
Michele Landi si collegava a Internet nelle stanze hard: forse ucciso durante un gioco erotico
Adesso ci crede anche la Procura di Tivoli che Michele Landi, il perito informatico del caso D'Antona trovato impiccato in casa sua il 4 aprile scorso, potrebbe essere stato ucciso.
Salvatore Scalera, il pm che ha condotto le indagini fin dal primo giorno, ha deciso di procedere per il reato di omicidio.
Soprattutto dopo le recenti scoperte degli esperti informatici dei carabinieri, che hanno consegnato un rapporto dettagliatissimo sul sito internet segreto che Landi aveva attivato presso un provider americano. Partendo da quel sito che adesso è oscurato, (www.geocities.com/WestHollywood/4286/), i carabinieri hanno scoperto che Michele Landi conduceva una doppia vita e aveva gusti sessuali particolari.
Utilizzava un nickname femminile (Selene Donovan) e con questa identità aveva conosciuto alcune persone attraverso le chat in Internet. Questa circostanza, unita ad altre che sono emerse dall'esame tossicologico, ha convinto gli inquirenti che Michele Landi potrebbe essere stato ucciso durante un gioco.
L'unico dubbio della procura riguarderebbe la volontà omicida della persona, o delle persone, che erano con Landi nell'appartamento di Montecelio di Guidonia la sera della sua morte. Potrebbe cioè essersi trattato anche di un omicidio colposo, commesso nella foga del rapporto ma senza la volontà di uccidere. In ogni caso, il magistrato sospetta fortemente che Landi non morì suicida, ma che c'era almeno una persona accanto a lui.
Un'altra circostanza che confermerebbe la tesi della "notte brava" finita male è arrivata dall'esame tossicologico sul cadavere del perito informatico: aveva bevuto molto, circa il doppio rispetto alla quantità consentita dai rigidi limiti imposti dal Codice della Strada. Non sarebbe tantissimo, ma per Landi che non era solito bere, era comunque un bella dose di alcool che certamente deve averlo stordito.
Altre conferme all'esistenza di una doppia vita del perito informatico sono arrivate dalla perquisizione nella sua abitazione, durante la quale sono state trovate parrucche e scarpe alte da donna numero 43.
E la vicina di casa di Landi, che abita sotto il suo appartamento, ha raccontato al magistrato che molto spesso, a tarda notte, sentiva passi di scarpe con tacco alto, e pensava che la casa fosse frequentata da molte donne.
Infine la posizione nella quale è stato trovato il cadavere: inginocchiato sul divano e impiccato alla ringhiera della scala dietro di lui. Con pantaloni e cintura aperti.
Mistero risolto, dunque? Non ancora: il pm vuole scoprire chi ha tolto le foto di Landi dal suo sito segreto il 9 aprile scorso, cioè cinque giorni dopo la sua morte.
M. Mart."Il Piccolo"
IL GIALLO Alla fine degli anni Ottanta una serie di contatti in città
I misteriosi viaggi a Trieste
del supertecnico dei computer
TRIESTE - Michele Landi sarebbe stato più volte a Trieste alla fine degli anni Ottanta per motivi soprattutto di amicizia, ma non è escluso che si trattasse anche di lavoro come sostiene una fonte bene informata, con un capitano della Guardia di finanza. Ma altre strane analogie vi sono tra le attività del superesperto informatico ed episodi avvenuti nella nostra città. E' stato appurato che proprio in quegli anni Landi era in contatto con la società "Catrin", la stessa con cui collaborava Davide Cervia, il tecnico di guerre elettroniche sparito nel nulla il 12 settembre '90.
Il "Catrin" era un avanzato sistema elettronico di controllo e coordinamento dei campi di battaglia ed era stato messo a punto anche dalla Meteor di Ronchi dei Legionari. Un tecnico elettronico triestino, Giorgio Stanich, era stato smascherato dal Sismi proprio mentre stava per passare ai sovietici informazioni sul "Catrin". Il fatto era accaduto a Trieste, nella trattoria "Al porto industriale", a due passi dall'Iret, l'azienda di cui Stanich era dipendente. Anche l'epoca presenta strane coincidenze, era il 16 febbraio 1989.
Stanich, evidentemente tradito, cadde in trappola con un'operazione coordinata da un altro triestino, l'ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del Sismi. Stanich, arrestato, venne condannato a nove anni di reclusione, la stessa pena che i giudici triestini emisero, in contumacia, nei confronti di quelli che avrebbero dovuto essere i destinatari delle carte segrete: gli ufficiali del Kgb Vitali Alexandrovic Popov e Kirikkovic Smetankin.
Oltretutto il modo in cui è stato "suicidato" Landi ricorda da vicino la messa in scena di un altro suicidio, quello del banchiere Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati neri, a Londra e che per quel suo ultimo viaggio era partito proprio da Trieste. Gente uccisa o sparita, come Cervia, ma anche come l'ingegnere triestino Giuseppe Franca le cui tracce si perdono nell'agosto '99 sull'isola di Skopelos, più volte setacciata invano alla ricerca del corpo. "Mio marito progettava anche motori per carriarmati", ha raccontato la moglie. Un altro caso dunque di segreti militari, ma anche altri intrecci. In una rivendicazione ritenuta poco credibile dalla polizia il rapimento di Franca è stato rivendicato dagli anarchici greci della "17 novembre" e in una inchiesta ancora segreta gli investigatori avrebbero trovato agganci tra la "17 novembre" e ambienti anarco-insurrezionalisti della nostra zona.
Qualche giorno prima di morire Landi confidò agli amici di aver fatto scoperte importanti sulla fonte della rivendicazione dell'omicidio Biagi e una delle prime azioni dimostrative delle rinascenti Br venne messa in atto a Trieste davanti alla sede dell'Ince. I terroristi agirono con la sigla Nuclei territoriali antimperialisti.
Infine il rapporto con la Guardia di finanza che Landi tenne anche a Trieste. E in città tra i finanzieri si sono registrate morti strane. Massimiliano Molino morì asfissiato in un appartamento dove non c'era gas, il capitano Alessandro Vitone, che coltivava gli informatori, si schiantò con la propria auto contro il guard-rail a Redipuglia, il generale Sergio Cicogna si suicidò con la pistola d'ordinanza.
Silvio Maranzana18 maggio 2002 - MORTE LANDI: DAI GIORNALI
"Il Mattino"
Landi ucciso per vendetta? La verità nel pc
ELENA ROMANAZZI
L'omicidio è solo una delle ipotesi, ribadiscono gli inquirenti del caso Landi. Ma a questa svolta si è arrivati proprio andando a scandagliare i pc di Michele Landi. Migliaia e migliaia i file fino ad oggi aperti e controllati, un lavoro che ha indotto il nucleo informatico del Racis ad un rafforzamento di risorse umane per il caso specifico. Nei file la chiave di quello che potrebbe essere, perché non c'è ancora certezza, un delitto.
Sul contenuto di quello che è stato trovato viene mantenuto il più stretto riserbo, ma la pista del gioco erotico legato anche alle chat e alle conversazioni a sfondo sessuale rimaste in memoria, sembra essere del tutto abbandonata. Qualcosa che gli investigatori definiscono "molto interessante" ha indotto a verificare con attenzione particolare il caso. Una traccia labile, relativa a delle consulenze effettuate in passato da Michele Landi, consulenze molto particolari. L'esperto informatico lavorava anche per conto di società private, di industrie. Il suo genio esplorativo non l'ha prestato solo ai tribunali ma anche a privati. E forse proprio da queste consulenze potrebbe saltare fuori il movente dell'eventuale delitto, maturato nell'ambito di una vendetta. Tra i lavori svolti da Landi ci sono anche diverse questioni relative a processi molto delicati che si sono svolti a Palermo.
Fino ad oggi gli esperti del Racis non hanno trovato nei pc nessuna traccia di minacce, e di e-mail ne hanno controllate centinaia.
Il lavoro continua. E intanto una delle piste sembra tramontare, quella del gioco erotico finito male come è accaduto anche in altri casi. Questo anche grazie all'analisi effettuata sugli slip che avrebbe dato, secondo indiscrezioni, risultato negativo. Landi prima di morire non avrebbe avuto alcun rapporto sessuale.
I carabinieri sono tornati nella piccola casa di Landi nel centro storico di Montecelio di Guidonia. Un piccolo appartamento su due piani di 45 metri quadri alla ricerca di elementi utili all'indagine. Dagli esami effettuati con i mezzi tecnologici più all'avanguardia non sono state trovate tracce estranee come se chi ha ucciso Landi, se di delitto si tratta, avesse provveduto a cancellare tutto. Quello che ha colpito gli investigatori è che nell'abitazione non è stato trovato nessun tipo di alcolico, nessuna bottiglia. Eppure dall'esame tossicologico è risultato che il tecnico informatico era completamente ubriaco. La sera prima della morte, Landi era stato in compagnia di amici in due pub della capitale. Gli amici hanno raccontato che certo non era un astemio ma non l'avevano visto mai ubriaco. Quella sera aveva bevuto, ma non in maniera straordinaria tanto che poco dopo le quattro di mattina era tornato a casa in auto senza essere accompagnato. Era dunque normale e non ubriaco come gli esami hanno rivelato.
Le indagini vanno avanti a ritmo serrato. Che ora si pensi ad un delitto è per i genitori di Landi un passo importante dal momento che hanno sempre sostenuto questa tesi, dichiarando che non c'erano motivi validi perché il figlio si togliesse la vita.Il suicidio non convince
Giusy, la sua fidanzata, subito dopo il ritrovamento del corpo disse ai Carabinieri che Michele Landi non molto tempo prima, le aveva parlato di morte. "Morirò presto", le disse, senza aggiungere spiegazioni. Quando il 4 aprile scorso Giusy chiamò i vigili del fuoco, visto che non riusciva a parlare con il fidanzato, gridò: "Perché l'hai fatto?", convinta del suicidio. Pur avendo il corpo una posizione anomala (le ginocchia toccavano un divano letto) gli inquirenti hanno sempre propeso per il suicidio, legandolo ad un momentaneo stato di depressione dovuto ad una crisi finanziaria. L'università con la quale collaborava non gli aveva pagato tre mesi di stipendio e non aveva ancora la certezza che il contratto, prossimo alla scadenza quando fu trovato morto, gli sarebbe stato rinnovato. In realtà in banca, però, non c'erano conti così disastrosi da motivare un suicidio.Gioco erotico, molti dubbi
A Montecelio di Guidonia nella sua abitazione sono stati trovati degli indumenti da donna. Ma quello che ha più colpito gli inquirenti, e che li ha portati a seguire la pista del gioco erotico finito male, sono state un paio di scarpe da donna del suo numero. Se sugli indumenti ci potevano essere perplessità, sulle scarpe no. A questo elemento si sono aggiunte anche alcune testimonianze che hanno raccontato che a Landi ogni tanto piaceva fare il doppio gioco dal punto di vista sessuale, metà uomo e metà donna. Per avvalorare questa ipotesi gli inquirenti hanno puntato tutto sulla atipica posizione del corpo che può, ancora oggi, far sospettare un gioco sadomaso. Gioco che avrebbe fatto dopo aver bevuto. Non solo. Analizzando il pc, uno dei tre trovati nell'abitazione, si è scoperto che il perito intratteneva conversazione telematica in una room-chat a sfondo erotico e sadomaso con un nickname da donna.Quel capello di donna
Sono ancora molti gli elementi da chiarire nel caso Landi. Si parte dal doppio nodo con il quale è stato eseguito il cappio. Landi era un esperto dal momento che amava scalare le rocce. Vicino al collo dell'informatico sono stati trovati i filamenti di una corda di tipo diverso da quella usata. C'era poi un capello di donna sul quale devono essere compiute delle analisi. Gli inquirenti non hanno ancora avuto dagli esperti del Racis la risposta rispetto alla presenza di liquido seminale negli slip di Landi. Ma hanno stranamente spostato indietro di dodici ore l'ora della morte. Si passa poi al movente. Il delicato lavoro di esperto informatico lo aveva portato a conoscenza di questioni importanti. Lo stesso Landi aveva confessato agli amici più stretti di avere trovato qualcosa di sconvolgente. E il pm di Firenze, Matassa, per dieci ore (gli atti sono stati secretati) avrebbe parlato di un misterioso lavoro.È la scena di un delitto
Le fotografie scattate sulla scena del delitto hanno diviso per un certo periodo gli inquirenti. Nel voluminoso fascicolo fotografico la vicinanza delle ginocchia al divano, la tensione della corda, il tutore alla gamba, hanno fatto pensare ad un omicidio. Troppo strana la posizione del corpo. E poi, vicino al corpo, le stampelle che da tempo Landi, pur portando un tutore, non utilizzava. Sembravano appoggiate ad arte. Un perito ha analizzato la situazione: posizione, corda, i movimenti ipotizzabili compiuti da Landi nel preparare la sua morte. Troppe incongruenze. E poi il possibile movente. Landi era stato il perito di Alessandro Geri nel caso D'Antona e stava lavorando all'e-mail di rivendicazione delle Br per il delitto Biagi. Ufficialmente ora si ipotizza il reato di omicidio solo per effettuare prove e analisi irripetibili.22 maggio 2002 - RAI: IL CASO MATTEI A 'BLU NOTTE-MISTERI ITALIANI'
ANSA:
"Caso Mattei" e' il titolo della puntata di 'Blu notte-Misteri italiani', il programma condotto da Carlo Lucarelli, in onda domani alle 23,20 su Raitre. Per decenni la morte del presidente dell'ENI Enrico Mattei, che avvenne nell'ottobre 1962 e' rimasta un mistero. Ancora oggi la sua figura fa discutere.23 maggio 2002 - BORSA CALVI: ASSOLTI CARBONI E LENA DA ACCUSA RICETTAZIONE
ANSA:
L' uomo d' affari Flavio Carboni e il pregiudicato romano Giulio Lena sono stati assolti oggi dalla seconda corte di appello di Roma dall' accusa di aver ricettato i documenti contenuti nella borsa di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, nel 1982. I giudici hanno dichiarato per i due imputati l' insussistenza del fatto. In primo grado Carboni e Lena erano stati condannati rispettivamente a quattro anni e sei mesi e a due anni di reclusione, mentre era stato assolto monsignor Pavel Hnilica, il prelato che, secondo l' originaria ipotesi accusatoria, avrebbe accettato di entrare in possesso di alcuni documenti appartenuti a Calvi per non compromettere l' onore del Papa e del Vaticano. Il processo ha riguardato fatti risalenti, per l' accusa, al 1985. L' inchiesta giudiziaria era stata avviata l' anno successivo quando, nel corso di un programma televisivo, il giornalista Enzo Biagi mostro' la borsa di Calvi. A ricevere la valigetta, contenente anche passaporti e mazzi di chiavi, era stato l' allora deputato Giorgio Pisano. Nel corso delle indagini la procura di Roma contesto' a Carboni e Lena di aver ricettato i documenti ottenendo da monsignor Hnilica alcuni assegni in bianco. Carboni, che per la morte di Calvi e' indagato per omicidio insieme con Pippo Calo' e con il pentito Francesco Di Carlo, e Lena (in passato coinvolto in indagini riguardanti la Banda della Magliana) avevano sempre respinto le accuse. Soddisfatto della sentenza emessa oggi l' avvocato Renato Borzone, difensore di Carboni: "Per l' ennesima volta - ha detto - le accuse rivolte al mio assistito si sono rivelate infondate. Sin dall' inizio questo processo era apparso fondato sul nulla".24 maggio 2002 - RICICLAGGIO BORSA CALVI: SENTENZA SECONDO PROCESSO DI PRIMO GRADO
"La Nuova Sardegna"
Ribaltata in appello la sentenza di primo grado
Non ricettò la borsa di Calvi
Assolto Flavio Carboni
ROMA. Flavio Carboni non ha ricettato i documenti contenuti nella borsa di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. L'uomo d'affari originario di Torralba, infatti, è stato assolto ieri dalla seconda corte d'appello di Roma perché il fatto non sussiste. Formula piena, quindi. Assoluzione anche per gli altri due imputati: il pregiudicato romano Giulio Lena, coinvolto nell'inchiesta sulla banda della Magliana, e un alto prelato del Vaticano, il vescovo cecoslovacco Pavel Hnlica.
I giudici hanno dichiarato per i due imputati l'insussistenza del fatto. Carboni e Lena erano stati condannati in primo grado rispettivamente a quattro anni e sei mesi e a due anni di reclusione, mentre era stato assolto monsignor Pavel Hnlica, il prelato che, secondo l'originaria ipotesi accusatoria della procura della Repubblica di Roma, avrebbe accettato di entrare in possesso di alcuni documenti appartenuti a Calvi, per non compromettere l'onore del Papa e del Vaticano. Il processo ha riguardato fatti risalenti al 1985. L'inchiesta giudiziaria era stata avviata l'anno successivo quando, nel corso di un programma televisivo, il giornalista Enzo Biagi aveva mostrato la borsa di Calvi. Secondo l'accusa, Carboni nell'agosto dell'84, "al fine di procurarsi un ingiusto profitto era entrato in possesso della borsa di Calvi e del suo contenuto consistente in effetti personali, documenti di altissimo valore e chiavi che consentivano l'accesso a luoghi che custodivano altro materiale di ingentissimo valore", provocando così "un danno patrimoniale agli eredi" del banchiere. Lena, dal canto suo, tra il maggio dell'85 e il febbraio dell'86, "a scopo di lucro, aveva finanziato Carboni nell'attività di recupero dei documenti acquisibili con le chiavi", causando un analogo danno alla famiglia Calvi.
A ricevere la valigetta, contenente anche passaporti e mazzi di chiavi, era stato l'allora deputato del Movimento sociale Giorgio Pisanò. Nel corso delle indagini la procura di Roma contestò a Carboni e Lena di aver ricettato i documenti, ottenendo da monsignor Hnlica alcuni assegni in bianco.
Soddisfatto della sentenza emessa ieri l'avvocato Renato Borzone, difensore di Carboni insieme a Giovanni Aricò. "Per l'ennesima volta - ha detto il penalista - le accuse rivolte a Carboni si sono rivelate infondate. Sin dall'inizio questo processo è apparso fondato sul nulla".
Soddisfatto anche Flavio Carboni che, subito dopo la lettura della sentenza, ha detto: "Il tempo è galantuomo e finalmente, dopo 17 anni è stata riconosciuta la mia innocenza. Certo, a questo punto mi chiedo anche quante vite dovrò vivere per ottenere giustizia su tutto".
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