Almanacco dei misteri d' Italia


Strani suicidi e strani incidenti
le notizie del 2002: ottobre e novembre
4 ottobre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI A PALERMO: PER DIFESA EPISODICI RAPPORTI CON SINDONA
"La Sicilia"
"Tra Andreotti e Sindona solo rapporti episodici"
PALERMO - I rapporti di Andreotti con Michele Sindona sono stati sporadici e occasionali. Il senatore non conosceva inoltre i legami del finanziere con ambienti mafiosi. E' la tesi sostenuta dalla difesa alla ripresa del processo d'appello di Palermo. Dopo la pausa estiva (l'ultima udienza è del 13 giugno) ieri è intervenuto l'avv. Gioacchino Sbacchi che proseguirà la sua arringa per almeno altre due udienze fissate in calendario per il 17 e il 31 ottobre. E' probabile che per accelerare la conclusione del dibattimento la difesa presenti una lunga memoria nella quale saranno messe a punto in modo sistematico le proprie tesi sui punti principali del giudizio. Sul caso Sindona, Sbacchi ha contestato la prospettazione dell'accusa che recepisce, a suo parere acriticamente, le dichiarazioni dei pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Di Carlo, Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo. I collaboratori hanno sostenuto che Sindona avrebbe riciclato nelle sue banche capitali mafiosi.

13 ottobre 2002 - CASO CALVI: TROVATA UNA CASSETTA DI SICUREZZA
"Il Corriere della sera"
Un mattone e due pagine, l'ultimo enigma di Calvi
Messaggio misterioso in una cassetta di sicurezza. E i pm interrogheranno il pentito Giuffrè sulla morte del banchiere
ROMA - Un mattone e due articoli del Corriere della Sera del 1982, quando il corpo di Roberto Calvi è stato trovato appeso ai tralicci sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. La verità per chiarire il mistero della fine del "Banchiere di Dio" può arrivare anche dal contenuto di una cassetta di sicurezza scoperta in una banca di Milano. Ma gli inquirenti confidano che la spinta decisiva arrivi dal numero due di Cosa Nostra e braccio destro di Bernardo Provenzano, Antonino "Manuzza" Giuffrè. I magistrati di Roma vogliono interrogare il pentito che, con le sue rivelazioni, sta facendo tremare i boss della mafia: è stato già informato il procuratore di Palermo Pietro Grasso e il faccia a faccia con Giuffrè è imminente. Perché questa necessità? Sono indagati per omicidio nell'inchiesta sulla morte di Calvi il faccendiere Flavio Carboni, il killer mafioso Francesco Di Carlo e il cassiere delle cosche Pippo Calò: l'ipotesi è che Calvi sia stato eliminato da Cosa Nostra perché si era impossessato di soldi di Licio Gelli e Calò. Nell'ultimo periodo, in attesa del deposito della perizia che accerti definitivamente se l'ex presidente del Banco Ambrosiano sia stato ucciso, le indagini hanno ripreso vigore. Negli Stati Uniti, il 2 ottobre, i pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone hanno interrogato l'altro pentito "storico" Francesco Marino Mannoia, il primo a sostenere, nel '91, che il banchiere era stato strangolato da Di Carlo. Da Mannoia sarebbe arrivato l'impulso per nuove verifiche e perciò è stato deciso di ascoltare anche Giuffrè, nell'82 uno dei capi della Cupola. Seguendo le indicazioni di Mannoia, le indagini sono dunque ripartite da Milano. Indagando sulla situazione patrimoniale del vecchio Banco Ambrosiano, ufficiali della Dia e della Guardia di Finanza si sono presentati nella sede dell'istituto nel capoluogo lombardo e in una filiale di Lodi. Nell'agenzia di corso Magenta, su indicazione dei responsabili della banca, è stata individuata una cassetta di sicurezza intestata a Roberto Calvi e alla madre Maria Rubini (deceduta) e di cui avrebbe avuto la disponibilità il fratello Leone Calvi. All'interno c'erano appunto un mattone e due pagine del Corriere della Sera con articoli sulla morte del "Banchiere di Dio" che risalgono all'82 in cui si parlerebbe del crac del vecchio Banco Ambrosiano e del coinvolgimento della massoneria.
I magistrati hanno disposto una consulenza sul mattone: vogliono sapere se ci sono delle impronte digitali e stabilire se abbia la stessa composizione dei sassi trovati nelle tasche del vestito di Calvi quando il suo cadavere fu rinvenuto, appeso al traliccio di tubi Innocenti, sotto il ponte dei Frati Neri. I pm escludono, comunque, che il mattone fosse nel forziere da venti anni e, anzi, ritengono che sia stato lasciato lì per lanciare un "avvertimento". Da chi? "Forse dalla massoneria, ma è possibile che si tratti di un "segnale" lanciato dalla mafia", spiega, preoccupato, uno degli inquirenti. "Non bisogna dimenticare quei sassi nell'abito di Calvi", aggiunge ricordando la "stranezza" del mattone.
Le verifiche seguono dunque una precisa pista. Risalire ai boss che potrebbero aver deciso e ordinato l'assassinio di Calvi (e per questo i pm sperano nella decisiva collaborazione di Giuffrè) e, contemporaneamente, accertare chi ha avuto la possibilità di aprire la cassetta di sicurezza. Per quest'ultimo filone, venerdì sono state interrogate a Milano una decina di persone, tra cui funzionari e impiegati del Nuovo Banco Ambrosiano. E sono state perquisite quattro abitazioni (una a Milano) di Leone Calvi, che è stato interrogato a lungo anche dai magistrati. Il fratello del banchiere ha due casolari a Tremenico, piccolo paese in provincia di Lecco: in uno di essi è stata aperta una cassaforte e sono stati sequestrati i biglietti aerei utilizzati dalla famiglia per andare a Londra e riportare in Italia la salma di Roberto Calvi, alcune lettere di condoglianze, una copia del libro "Il Banchiere di Dio" e un mazzo di chiavi. Nel provvedimento dei pm consegnato a Leone Calvi c'era scritto che le perquisizioni erano necessarie nell'"ipotesi che possano rinvenirsi oggetti corpi di reato o pertinenti al reato" per il quale si procede. L'omicidio, appunto. E ieri sera in un comunicato la Procura ha precisato che "l'interesse investigativo del contenuto della cassetta dovrà essere valutato".
Flavio Haver

"Chiesa, stampa, massoneria e politica: i lati oscuri del crac"
Il giudice Brichetti: "Nessuno ha mai creduto al suicidio, gli investigatori Usa puntarono subito sul riciclaggio"
MILANO - Il giudice Renato Bricchetti è la "memoria storica" della maxi-istruttoria sul crac del vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Il processo si è chiuso con la condanna definitiva di faccendieri, massoni e insospettabili uomini d'affari. Gran parte del bottino totale di 1.193 miliardi di vecchie lire finì sui conti svizzeri di Licio Gelli, il "burattinaio" della P2. Lo Ior, la banca del Vaticano, ha risarcito 250 milioni di dollari. Ma dall'istruttoria emergevano anche complicità politiche e ricatti mafiosi. Oggi Bricchetti è uno dei pochi in grado di indicare i veri misteri del caso Calvi. Che idea s'è fatto della morte del banchiere dell'Ambrosiano?
"Non sono mai stato titolare dell'indagine. Sicuramente nessun giudice ha mai sposato la tesi del suicidio: lo stesso coroner inglese firmò un verdetto aperto, per insufficienza dei primi indizi per l'omicidio. Personalmente, sono sempre stato convinto che Calvi sia stato assassinato. La dinamica del suicidio era troppo improbabile. Ed è indubbio che molti avevano interesse a non far conoscere certe operazioni. Ridotta all'essenziale, la bancarotta dell'Ambrosiano è la storia di circa 600 milioni di dollari che finiscono, in prima battuta, su società estere. Ma il perché è spesso rimasto oscuro".
Avete accertato contatti economici con la mafia?
"C'era un filone d'indagine sul Banco Ambrosiano Overseas Limited (Baol) di Nassau. Incontrai a Miami gli inquirenti statunitensi che indagavano sul riciclaggio di denaro sporco del narcotraffico. Volevano atti su Calvi e ci diedero qualche elemento. Nulla di concludente, purtroppo: solo sospetti".
Come fu utilizzato il tesoro sottratto al Banco?
"Per scopi diversi: sicuramente per arricchire personaggi come Gelli o Carboni, ma anche per coprire buchi, finanziare partiti, controllare la stampa. Siamo arrivati alla P2, abbiamo indagato sullo Ior, ma altri segreti resistono".
Per la morte di Calvi, oltre ai boss mafiosi, è indagato proprio Flavio Carboni.
"Non tocca a me valutare questa accusa. Certamente Carboni ha irretito Calvi nell'ultima fase della sua vita. Nel 1981 il banchiere, dopo l'arresto, si sentì scaricato dallo Ior e si rivolse prima a Francesco Pazienza, uomo dei servizi, e poi a Carboni. Quando gli contestammo i versamenti in Svizzera, lo stesso Carboni si difese sostenendo che Calvi gli aveva promesso 100 miliardi di lire per un programma di salvataggio con quattro destinatari: Chiesa, stampa, politica e massoneria".
Il tentato omicidio di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco, fu commesso da un killer della Banda della Magliana. Calvi può aver nascosto documenti su rapporti inconfessabili?
"E' una vecchia storia che si ripete. C'era la famosa borsa che Calvi si era portato a Londra e che poi rispuntò vuota. Ricordo anche una cassetta di sicurezza alla Ultrafin di Zurigo e un altro dossier trovato alla Baol di Nassau. Ma nessuna di queste scoperte ci ha mai fornito elementi decisivi".
Paolo Biondani

"Il Piccolo"
Le carte del banchiere trovate nel caveau del Nuovo Banco Ambrosiano potrebbero fare luce su una delle pagine più buie della storia italiana Calvi, riaffiorano documenti ma il memoriale non c'è Nella cassetta due pagine del Corriere della Sera e un mattone. Perquisite le ville del fratello Leone
ROMA - Carte relative a transazioni finanziarie. Documenti ingialliti dal tempo ma "interessanti" e probabilmente "utili" a far luce sui misteri irrisolti del caso Calvi. Forse, persino sui possibili mandanti di un delitto che rilega alcune delle pagine più buie della storia politica e finanziaria italiana. Un delitto che dopo vent'anni mette ancora paura.
L'indagine è cominciata vent'anni fa, prima condotta da Scotland Yard e poi dalla polizia italiana. Per anni la morte del banchiere - rifugiatosi in Inghilterra dopo essere stato coinvolto nel crac della sua banca, strettamente legato al colossale buco delle finanze del Vaticano: 1.300 miliardi di dollari dello Ior (la banca vaticana) guidato allora dal cardinale Marcinkus - è rimasta un mistero.
I magistrati della procura di Roma restano abbottonati sulla natura dei documenti riaffiorati, ufficialmente per caso, da una cassetta di sicurezza del Nuovo Banco Ambrosiano di corso Magenta, a Milano. Gli inquirenti hanno confermato il ritrovamento del plico ma non aggiungono dettagli sul contenuto delle preziose carte che sarebbero riaffiorate dieci giorni fa, come fantasmi: riaffiorate a causa di un banale inventario nel caveau dell'istituto di credito milanese oppure per merito, le fonti discordano, di una lunga indagine degli uomini del Gico, il reparto speciale contro la criminalità organizzata della Guardia di Finanza. La cassetta in cui le carte si trovavano risultava intestata proprio a Roberto Calvi - il potente banchiere legato alla mafia e alla P2 ritrovato impiccato a Londra, il 17 giugno del 1982, sotto il Ponte dei Frati neri - ed alla madre Maria Rubini.
Gli investigatori le hanno consegnate ai magistrati che ora le stanno studiando. Nella cassetta c'erano due articoli del Corriere della Sera sul Banco Ambrosiano e un mattone. Uno degli altri documenti trovati è già bastato a far scattare la perquisizione di due villette di proprietà di Leone Calvi, fratello del banchiere, a Tremenicco, nella provincia di Lecco. Ma nella cassetta ritrovata, precisano i magistrati smentendo le indiscrezioni riportate da un quotidiano, non c'è quel memoriale che Roberto Calvi avrebbe scritto di suo pugno nei giorni della fuga a Londra e di cui si parlò a lungo negli anni a venire: un memoriale presumibilmente dotato di un enorme potere ricattatorio.
"Non è stato ritrovato alcun manoscritto, né alcuna agenda, né effetti personali, né documentazione bancaria di sorta", ha precisato a sera la procura di Roma. "L'interesse investigativo del materiale rinvenuto è da valutare", recita la nota ufficiale stoppando la ridda di voci sugli sviluppi di una sequela di scandali nell'alta finanza che assieme a Calvi coinvolsero, Sindona, Paolo VI, il vescovo Paul Marcinkus e la Banca Vaticana, Cosa Nostra, Licio Gelli e la Loggia P2, la Franklin National Bank, il Banco Ambrosiano e innumerevoli società di copertura.
Nel frattempo a palazzo di giustizia si attende la consegna dell'ennesima e ultima perizia sulla morte di Calvi: proverebbe, come sostiene la procura, che fu omicidio e non suicidio.
Natalia Andreani

"Liberazione"
In una cassetta di sicurezza del Banco ambrosiano documenti inediti dell'ex banchiere Tornano i misteri d'Italia Annibale Paloscia Dietro il ritrovamento delle carte segrete di Roberto Calvi, la possibilità di scoprire tracce di uno dei periodi più bui della storia del paese Se in quella cassetta di sicurezza vi fosse davvero il memoriale di Roberto Calvi, potremmo finalmente conoscere la verità su stragi, omicidi e fatti delittuosi, compreso l'attentato al Papa, coperti dal tossico stagno dei patti inconfessabili tra mafia, politica e finanza. L'ufficiale del Gigo (il servizio investigativo della Guardia di Finanza) che ha aperto la cassetta - era nel caveau di un agenzia del Nuovo banco ambrosiano a Milano - ha dato solo uno sguardo ai documenti, ma gli è bastato per gridare ai giudici dal suo cellulare: "Qui c'è roba grossa". Sul contenuto nulla è trapelato, ma gli investigatori sembrano sicuri di aver fatto un colpo importante. La versione ufficiale dei pm di Roma, Luca Tescaroli e Maria Monteleone, che hanno ereditato l'inchiesta sulla morte di Calvi avvenuta venti anni fa, dice che il ritrovamento della cassetta è avvenuto casualmente. L'hanno scoperta alcuni dipendenti dell'agenzia di via Magenta del Nuovo banco ambrosiano che avevano avuto l'incarico di fare un inventario delle cassette di sicurezza depositate nel Caveau. E' strano che né la banca travolta dai misteri di Calvi, né il rigenerato duplicato che ne ha ereditato il nome e le funzioni, abbiano mai avuto il sospetto che il banchiere finito in tanti guai avesse una cassetta di sicurezza nella sua banca. Era il primo e logico accertamento da farsi, ma in venti anni nessuno ci ha pensato. Sul contenuto i pm si sono limitati a parlare di "documenti utili", ma hanno escluso la presenza di "agende, liste e manoscritti". Il che non esclude che possano esserci un memoriale o degli appunti scritti a macchina. Il fatto che la cassetta fosse intestata oltre che a Calvi anche alla madre, può far pensare che il banchiere voleva lasciare alla persona più fidata la custodia dei suoi segreti, nel caso che gli fosse capitata qualche disgrazia". Il primo esame dei documenti ha già avuto i risultato di far perquisire a Tremenicco (Lecco) due villette di un fratello di Calvi.
Quella morte sospetta
Il banchiere scomparve da Milano l'11 giugno, 1982, il giorno dopo la sua segretaria morì con un volo dalla finestra. 1118 giugno Calvi fu trovato appeso a un cappio sotto il ponte dei frati neri a Londra. La prima perizia del medico legale inglese arrivò alla conclusione che si era suicidato. Ma un'infinità di fatti - primo fra tutti la disperata fuga del banchiere, seguita dal "suicidio" della segretaria, mentre la sua banca crollava, con alle costole la mafia che aveva avuto grosse perdite - rende questa versione poco credibile. L'inchiesta sulla sua morte, ritenuta dalla procura di Roma un'esecuzione, è rimasta sempre aperta e con una rosa di indagati di alto rango mafioso o di estrazione P2. Uno degli indagati, il faccendiere sardo Flavio Carboni, ha cercato di far valere la perizia fatta dal medico inglese, ma tre anni fa i magistrati romani hanno affidato a un medico legale tedesco l'incarico di fare una nuova indagine necrospica. Tra qualche giorno si dovrebbero conoscere i risultati. Molti hanno tirato il fiato dopo la morte di Calvi. Tutti quelli che non volevano che si scoprisse la verità sul caffé al cianuro che aveva avvelenato Sindona - il banchiere amico di Andreotti che faceva da tramite fra la mafia e il Vaticano -; sull'assassinio del coraggioso Vittorio Ambrosoli, curatore del fallimento della Banca privata di Sindona; sui rapporti tra Cosa Nostra e la P2; sul coinvolgimento dello Ior, la banca del Vaticano nel sistema mondiale di riciclaggio del denaro sporco della mafia.
Manovre vaticane
Totò Riina non avrebbe mai potuto rassegnarsi a veder scomparire qualche centinaio di miliardi della mafia, dirottati, attraverso le banche collegate con lo Ior, verso Solidarnosc, il movimento cattolico impegnato a liquidare il regime comunista in Polonia. E tanto meno, il capo di Cosa nostra era disposto a farsi utilizzare come finanziatore di alcuni partiti per l'acquisto di giornali e per pagare gli stipendi ai loro apparati. Insomma, Calvi doveva rispondere dei soldi che con la mediazione della P2 erano passati attraverso il Banco ambrosiano, ma non erano approdati a sicuri rifurgi come era nei patti. Il dinamico banchiere, condizionato o ricattato da una folla di faccendieri, alla fine aveva condotto il banco Ambrosiano al crack. Si parlò perfino di soldi dell'Ambrosiano impiegati per pagare il riscatto del sequestro Cirillo. Con i soldi dell'Ambrosiano fu costituito il famoso "conto protezioni" presso la Ubs di Lugano, al quale secondo un appunto manoscritto attingevano i dirigenti socialisti.
Il ruolo di Cosa nostra
E' possibile che i soldi di Cosa Nostra siano andati perduti nella crisi di un gruppo di banche panamensi, che avevao rapporti con lo Ior e che si erano esposte con l'Ambrosiamo per 1700 miliardi di lire. Calvi non riuscì a convincere il cardinale Marcinkus, presidente dello Ior, a onorare le lettere di patronage concesse a favore di quelle banche. Quella fu la scintilla del crack. Ma la mafia aveva sicuramente preavvertito fin dall'inizio degli anni Ottanta che la crisi delle banche panamensi, causata anche dalle operazioni dello Ior, aveva messo a rischio i suoi soldi. E' possibile che Cosa nostra attribuisse la responsabilità al papa polacco per le enormi sovvenzioni concesse a Solidarnosc. E questa potrebbe essere anche la chiave di lettura dell'attentato al Papa, commmissionato alla mafia turca che era partner di Cosa nostra nella "pizza connection", la madre di tutti i traffici di droga, che aveva reso un fiume di denaro. Denaro da ripulire. Ma a questo provvedevano uomini legati alla P2, e con ottime entrature allo Ior. Lo stesso Calvi era iscritto alla loggia di Gelli. Una lettura dell'attentato al Papa come "un crimine da collocarsi nel contesto delle strategie della criminalità organizzata internazionale" fu data anche dal capo della polizia Parisi, anche se non fu mai espressa in forme istituzionali. Un anno dopo l'attentato al Papa, la mano della mafia raggiunse Roberto Calvi.
Del coivolgimento della mafia nella morte di Calvi ha parlato Buscetta: "Per quanto riguarda Calvi, Badalamenti mi disse che il mio figlioccio Giuseppe Calò (tesoriere della mafia, indagato dalla procura di Roma per l'omidio Calvi, ndr) avviso: Guardate che i soldi avuti dalla mafia col traffico di droga sono molto più ingenti di quelli che voi conoscete. Perciò non è affatto impensabile che Calvi abbia avuto soldi mafiosi e ne abbia fatto cattivo uso... una persona che è molto vicina a Pippo Calò e a Totò Riina viene trovata in possesso di droga a Londra, viene arrestato a Londra, e lui che abita già da tanto tempo a londra è capace di impiccare Calvi". A Londra, quando morì Calvi, abitava il boss Di Carlo, che investiva in borsa i soldi di Cosa Nostra. Di Carlo si è pentito ma è anche lui indagato per il delitto Calvi. Su Calvi ha detto: "Ricordo che alcuni giorni prima della sua morte fui cercato con insistenza da Pippò Calò. Non sapevo perché e quando, alcuni giorni dopo la morte di Calvi impiccato sotto il ponte dei frati neri feci una puntatina a Roma chiesi perché mi avevano cercato. Bernardo Brusca e Calò mi risposero che ormai tutto era sistemato, ma non mi dissero che cosa era sistemato".
Il figlio di Calvi è convinto che suo padre sia stato ucciso perché sapeva molte cose che riguardavano anche l'attentato al Papa. "Quando più violenta si fece la pressione esercitata su mio padre affinché si mantenesse il segreto sull'uso che si faceva dell'Ambrosiano e, quindi dello Ior, per finanziare attività politiche e progetti occulti, lui pensò di difendersi informandone il nuovo Papa. E lo fece all'insaputa di tutti anche di Marcinkus. L'omicidio di mio padre e l'attentato al Papa servirono a scongiurare la rivelazione dei rapporti tra politica economia e crimine organizzato".

"La Sicilia"
Il balletto delle chiavi e delle borse
ROMA - Il "giallo" delle cassette di sicurezza e delle borse di Calvi. Il giudice Almerighi aveva aperto un fascicolo sulla ricettazione della borsa lasciata da Calvi a Klagenfurt, in Austria, poco prima di volare a Londra. E così quei mazzi di chiavi contenuti nella borsa e in parte ricondotti a cassette di sicurezza in città straniere per anni hanno alimentato misteri continui. Nell'ordinanza di arresto firmata da Almerighi nei confronti di Flavio Carboni e Pippo Calò, per l'omicidio Calvi, si parla di un viaggio di una giornata fatto l'11 giugno '82 da Ugo Flavoni, uomo di fiducia di Carboni. Quest'ultimo lo invita a Londra e lo incontra all'aeroporto di Gatwich il tempo sufficiente per consegnargli oggetti e documenti: "Verosimilmente - scrive Almerighi - un mazzo di chiavi alcune delle quali riferentesi alle cassette di sicurezza di cui Calvi aveva la disponibilità in Svizzera".
Carboni spiega di aver convocato Flavoni per saldargli un debito di dieci milioni. La tesi del giudice invece è che l'uomo d'affari di origine sarda era perfettamente a conoscenza di quello che sarebbe successo la notte dell'11 giugno '82. Così avrebbe convocato il giorno prima Flavoni a Londra per affidargli "alcuni degli oggetti più preziosi (chiavi e documenti) che Calvi aveva portato con sè", sapendo che il giorno dopo lo stesso presidente del vecchio Banco non avrebbe più potuto disporre di nulla.
Almerighi spiega che Calvi voleva andare anche a Zurigo per acquisire documenti che gli avrebbero potuto consentire "di recuperare potere nel suo rapporto con le vecchie alleanze". A Zurigo aveva sede la Ultrafin, finanziaria controllata dal Banco Ambrosiano. La cassaforte dell'Ultrafin custodiva i documenti concernenti le società estere del gruppo Ambrosiano. All'interno della cassaforte vi erano due cassette di sicurezza intestate a Calvi. Nell'83, però, l'autorità elvetica scopre che erano state già "visitate".

"Il Gazzettino"
La vicenda di Roberto Calvi , "il banchiere di Dio", nato a Milano nel 1920 e trovato morto il 18 giugno del '82, appeso ad un'impalcatura metallica del ponte dei Frati Neri a Londra, è quella di un impiegato di un anonimo ufficio esteri che sale in fretta ai vertici della finanza italiana. Una scalata irresistibile che lo portò prima a ricoprire la carica di amministratore delegato e quindi, dal 1975, di presidente del Banco Ambrosiano. Una carriera rapidissima agevolata dall'appoggio del banchiere siciliano Michele Sindona (ucciso in carcere da una tazzina di caffè al cianuro nell'86), di Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia massonica P2, e dell'avvocato Umberto Ortolani, braccio destro del "Venerabile". La sua folgorante ascesa si volta in dramma quando l'ex maestro viene travolto dallo scandalo P2 e il banchiere viene arrestato per bancarotta. Nell'81 le manette scattano ai polsi di Calvi. Nel luglio '81 viene condannato a 4 anni di reclusione e ad una multa di 15 miliardi. Ottiene la libertà provvisoria. Incalzato da nuove inchieste, rientra all'Ambrosiano dove tenta di chiarire e coprire le ingenti esposizioni. Non ce la fa. Il 7 giugno '82 il consiglio d'amministrazione chiede l'ispezione dei commissari della Banca d'Italia. Per Calvi è la fine. Tre giorni dopo sparisce. Il 17 giugno la sua segretaria si getta dal 4.piano dell'Ambrosiano. Il giorno dopo, la scoperta di Calvi "suicidato" a Londra.

14 ottobre 2002 - CASO CALVI: DUE NUOVI INDAGATI ?
"Il Nuovo"
Mistero Calvi, due nuovi indagati
Secondo il quotidiano Repubblica ci sarebbero due nomi iscritti nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Roma: i nomi sarebbero legati al boss mafioso Pippo Calò.
ROMA - Mistero Calvi: ci sarebbero due nomi "top secret", iscritti nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Roma che da due mesi ha riaperto il caso del presedente del banco Ambrosiano trovato impiccato a Lndra il 17 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri.
A riportare la notizia è il quotidiano La Repubblica. Dopo la smentita della Procura di Roma del ritrovamento di manoscritti e agende nella cassetta di sicurezza intestata a Roberto Calvi e alla madre Maria Rubini, ci sarebbero nuovi sviluppi nell'inchiesta.
I due nuovi indagati, secondo Repubblica, sarebbero legati al boss della Cupola mafiosa Pippo Calò e al faccendiere Flavio Carboni già inquisiti nel 1997 dall'allora gip di Roma Mario Almerighi che li aveva accusati di essere i mandanti dell'omicidio del banchiere.
I due indagati e il ritrovamento della cassetta di sicurezza - rimasta chiusa per più di vent'anni e scoperta solo pochi giorni fa in un caveu del Nuovo Banco Ambrosiano di Corso Magenta a Milano, potrebbero far luce su un giallo ancora insoluto.

15 ottobre - CASO CALVI: UN NUOVO INDAGATO
"Il Mattino"
SI ATTENDE IL DEPOSITO DELLA PERIZIA SULL'OMICIDIO
Calvi, spunta un nuovo indagato
La pista P2 indicata in articoli trovati nella cassetta
L'iscrizione sul registro degli indagati di Roma di un nuovo nome per l'omicidio di Roberto Calvi (oltre ai cinque già iscritti) non è collegata al ritrovamento della cassetta di sicurezza intestata al banchiere e alla madre presso l'agenzia del Nuovo Banco Ambrosiano a Milano. Sull'identità del nuovo indagato la procura della capitale non risponde se non per spiegare che la decisione è stata presa questa estate in seguito ad alcuni atti investigativi, alle dichiarazioni di Carlo Calvi e alla rilettura degli atti.
Per tutta la giornata è girato insistentemente il nome di Licio Gelli, la cui posizione per quanto riguarda la vicenda Calvi è stata archiviata anni fa, ma la supposizione è stata poi smentita dagli inquirenti. I quali tuttavia nei mesi scorsi avevano chiesto di riaprire le indagini proprio sull'ex capo della P2 ricevendo un diniego da parte dell'ufficio del gip. E sempre la P2 ritorna prepotentemente alla ribalta dopo l'apertura della cassetta di sicurezza: il mattone ritrovato era avvolto in un numero del "Corriere della sera" di un giorno particolare dell'81 in cui c'erano anche articoli sulla loggia massonica oltre che sul vecchio Banco Ambrosiano. Secondo gli inquirenti potrebbe costituire una sorta di messaggio, un invito a seguire una direzione investigativa più che in un'altra. Per quanto riguarda lo stato di conservazione del quotidiano la procura che ha già chiesto una consulenza per accertare se sia possibile capire per quanto tempo quei fogli ingialliti siano rimasti nella cassetta. Un lavoro di valutazione particolarmente impegnativo se si pensa che nei primi sei mesi del 1981 i giornali erano pieni di inchieste e articoli che riguardavano sia Roberto Calvi e l' Ambrosiano, sia la P2 e le carte ritrovate a Gelli. Il 5 giugno i quotidiani pubblicarono la notizia di alcune domande che l'allora sostituto procuratore generale Gerardo D'Ambrosio fece a Calvi prima dell'inizio del processo per esportazione clandestina di valuta in merito ai numerosi documenti rirovati nell'ufficio di Licio Gelli che riguardavano i rapporti tra i gruppi Bonomi (la famiglia della moglie del banchiere) e Calvi, e una copia della relazione del capo del gruppo ispettivo della Banca d' Italia che aveva esaminato i libri contabili del Banco Ambrosiano e che fu inviata al giudice Emilio Alessandrini, titolare del primo troncone dell'inchiesta.
Ieri il difensore di Flavio Carboni, uno degli indagati per l'omicidio Calvi, si è lamentato delle fughe di notizie caso: "agiremo in sede giudiziaria - afferma Renato Borzone - verso tutti coloro che hanno dato già per accertata una verità tutta da chiarire". Si attende adesso il deposito della perizia che deve stabilire se Calvi sia stato ucciso. Per l'omicidio sono indagati l'ex cassiere della mafia Pippo Calò, il suo uomo Ernesto Diotallevi, l'ex boss Francesco Di Carlo, Carboni e Manuela Kleinszig.

"Il Corriere della sera"
ROMA - Nell'inchiesta sull'omicidio di Roberto Calvi entra il nome di padre Agostino Coppola, il "prete della mafia" che celebrò il matrimonio di Totò Riina durante la latitanza del boss, arrestato, condannato, sospeso a divinis e morto nel 1995. Fu l'allora sacerdote, attraverso ambienti massonici, a mettere in contatto i capi di Cosa Nostra che volevano investire i loro miliardi con il banchiere trovato impiccato sotto un ponte sul Tamigi, a Londra, nel giugno 1982. Lo ha rivelato agli inquirenti romani il pentito Francesco Marino Mannoia, nuovamente interrogato negli Stati Uniti all'inizio di ottobre per approfondire le dichiarazioni che nel 1991 fecero imboccare la pista mafiosa per l'omicidio del "banchiere di Dio". A decidere di puntare sul Banco Ambrosiano di Calvi per far fruttare i propri soldi - ha spiegato Marino Mannoia al pubblico ministero Luca Tescaroli - fu l'ala corleonese di Cosa Nostra: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Francesco Madonia. "Ingenti somme di denaro" che il pentito non è in grado di quantificare, ma che sa essere state investite all'estero attraverso la banca di Calvi. A fare da mediatore, appunto, quel padre Coppola che negli anni Settanta e Ottanta rimase invischiato in altre inchieste sulla mafia, a cominciare da quella sui sequestri di persona organizzati da Luciano Liggio. Il sacerdote che fu parroco della chiesa di San Giuseppe a Carini, alle porte di Palermo, fu rimosso dall'incarico, finì in carcere, venne costretto ad abbandonare l'abito talare e da "spretato" si ritrovò inserito dagli investigatori nel nuovo organigramma di Cosa Nostra seguito alla guerra di mafia del 1980-81. Quando morì, nel '95, era sposato, padre di due figli, "sorvegliato speciale" con obbligo di residenza nel comune di Partinico.
All'inizio degli anni Ottanta - secondo quanto raccontato da Marino Mannoia, che riferisce agli inquirenti le confidenze del boss avverso ai corleonesi Stefano Bontate - padre Coppola si adoperò per arrivare a Calvi e all'Ambrosiano, attraverso canali che (dice ancora il pentito), passarono anche dalla massoneria, di cui il banchiere faceva parte. Bontate per i suoi affari aveva utilizzato Michele Sindona, i corleonesi si rivolsero a Calvi. Nel verbale del 1991 Marino Mannoia parlò anche dell'ex-Gran Maestro della P2 Licio Gelli come persona coinvolta in un investimento che per i boss si trasformò in una "ruberia": che lui sappia fu realizzato all'estero, e quando i mafiosi si convinsero che il banchiere non era più affidabile decisero di eliminarlo.
Il coinvolgimento di padre Coppola nell'intreccio economico-mafioso è una delle novità dell'indagine romana che nei giorni scorsi ha portato alla scoperta di una cassetta di sicurezza intestata a Calvi nella sede milanese dell'Ambrosiano, mai aperta in vent'anni, e all'iscrizione di un nuovo nome nel registro degli indagati per il reato di omicidio. Le due circostanze sarebbero scollegate tra loro, e sulla cassetta saranno svolti accertamenti per tentare di verificare se il mattone e i fogli di giornale del 1981 con articoli sulle traversie giudiziarie di Calvi siano stati messi nel forziere prima o dopo la morte del banchiere. Il sospetto è che qualcuno l'abbia svuotato dopo, e che gli oggetti lasciati all'interno siano dei messaggi ancora da decifrare.
Sul movente e la pista mafiosa, tuttavia, i magistrati hanno ormai pochi dubbi; anche se l'esecuzione materiale dell'omicidio fu affidata a un gruppo di camorristi di cui avrebbe fatto parte Enzo Casillo, l'ex-luogotenente di Raffaele Cutolo saltato in aria con la sua auto nel 1983 a Roma. Omicidio camuffato da suicidio, quello di Calvi, come sostiene l'ultima perizia effettuata sul cadavere del banchiere, durata anni, che i magistrati riceveranno nella stesura definitiva nei prossimi giorni.
A confermare il coinvolgimento di Cosa Nostra e della camorra in questa vicenda è un verbale redatto ben sedici anni fa da un pentito della Banda della Magliana, Claudio Sicilia, ucciso nel '91, che parlò della morte di Calvi nel 1986, ben prima di Marino Mannoia e degli altri "collaboratori" di Cosa Nostra. Sicilia riferì i racconti fattigli da un altro camorrista, Corrado Iacolare, il quale "aveva saputo che Casillo durante uno dei viaggi in Inghilterra aveva partecipato alla eliminazione di Calvi, quale prima prova di fedeltà ai Nuvoletta (clan della camorra legato alla mafia, ndr ); in proposito mi disse che un grande quantitativo di denaro dei mafiosi era stato investito per il tramite di Calvi in attività immobiliari. Calvi doveva essere eliminato perché era a conoscenza di molti fatti importanti e non era più affidabile in quanto "non ci stava più con il cervello", perché preoccupato di provvedimenti dell'attività giudiziaria... Iacolare mi disse che Calvi era stato impiccato da Casillo e da altre persone che non conosceva".
La testimonianza di Sicilia è una conferma indiretta del movente mafioso indicato da Marino Mannoia nel '91 e meglio precisato oggi. Il pentito di Cosa Nostra aveva attribuito l'omicidio all'altro "uomo d'onore" Francesco Di Carlo, divenuto a sua volta collaboratore di giustizia, il quale ha confermato di essere stato contattato da Calò per un "lavoro"; ma quando rispose alla chiamata gli dissero che al lavoro avevano già provveduto "i napoletani". Anche il pentito della camorra Pasquale Galasso ha confermato la partecipazione di Casillo all'omicidio Calvi chiamando in causa "settori della massoneria deviata". Gli stessi, forse, ai quali si era rivolto padre Coppola per realizzare l'investimento mafioso che sarebbe costato la vita a Roberto Calvi.
Giovanni Bianconi

16 ottobre 2002 - CASO CALVI: DOVE SONO FINITI I SOLDI DELLA MAFIA ?
"La Sicilia"
i soldi della mafia
Tony Zermo
Il denaro della mafia si intreccia con la morte dei banchieri Michele Sindona e Roberto Calvi, entrambi uccisi per avere bruciato molti miliardi di Cosa Nostra e perché erano a conoscenza di segreti che tali dovevano restare. Cerchiamo di fare un po' di storia siciliana. Il traffico di droga comincia intorno agli anni 70, quando a Palermo in via Messina Marine sorgono le "raffinerie" e si inizia un fitto scambio con i cugini siculo-americani. E' un fiume ininterrotto di denaro e la mafia catanese ha una sua attiva partecipazione con il gruppo Ferrera (Santapaola ha sempre negato una sua cointeressanza) che noleggia navi e carica la morfina base nei porti del Mediterraneo, Libano, Grecia, Turchia.
Questa massa di denaro deve pur trovare uno sbocco, non è che si possa mettere sotto il mattone. Ci sono alcune iniziative azzardate come la creazione negli Stati Uniti di una seconda Las Vegas, ad Atlantic City. Alberghi, casinò, spettacoli. Ma in questa impresa i boss rampanti Stefano Bontade e Totuccio Inzerillo ci rimettono un sacco di soldi perché la mafia che gestisce i casinò di Las Vegas non gradisce concorrenza. E non è escluso che l'uccisione dei due giovani capimafia che diede inizio alla faida degli anni 80 sia dovuta anche a questo.
Dunque Cosa Nostra aveva necessità di trovare un impiego produttivo ai suoi enormi capitali e allora il gruppo Bontade-Inzerillo li affida a Sindona: è siciliano di Patti, è un mago della finanza, quale migliore garanzia? Solo che Sindona fa bancarotta e alla fine muore con un caffè avvelenato.
Invece i corleonesi puntano su un altro banchiere, Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, che ha stretti rapporti con il Vaticano e lo Ior di mons. Marcinkus. "Ci mettiamo con il Papa", pensarono i boss. Ed ecco che spunta il prete spretato corleonese don Agostino Coppola, lo stesso che celebrò le nozze tra Totò Riina e Ninetta Bagarella, il quale si incarica di prendere contatti con il massone Calvi. Figurarsi se un banchiere rifiuta del denaro, da qualunque parte provenga. Solo che anche lui fece bancarotta come Sindona. Investe il denaro della mafia all'estero e questo si dissolve come per incanto.
Racconta il pentito Vincenzo Calcara, quello che era stato incaricato di uccidere Paolo Borsellino e che a lui si confidò: "Un giorno in casa di Francesco Messina Denaro (padre del boss latitante Matteo, ndr) assieme al sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino e ad altre tre persone riempimmo due valigie di denaro per dieci miliardi e andammo in aereo a Roma. Ad aspettarci c'erano due auto con la targa straniera, su una c'era monsignor Marcinkus e l'autista, nell'altra un altro prelato con l'autista. Raggiungemmo tutti insieme lo studio di un notaio e io attesi di sotto. Vidi uscire dal palazzo un uomo bassino e con i baffi che poi appresi essere il banchiere Roberto Calvi". Anche un altro pentito eccellente, Francesco Marino Mannoia, dice che la mafia diede a Calvi "ingenti somme investite all'estero".
A uccidere Calvi a Londra sotto il ponte dei Frati neri sarebbe stato il luogotenente di Raffaele Cutolo Enzo Casillo, forse assieme al boss di Altofonte Francesco Di Carlo, (che però nega). Casillo voleva entrare nel clan Nuvoletta, una "famiglia" napoletana, ma affiliata a Cosa Nostra, e l'uccisione di Calvi era una "prova di fedeltà". Dopo quell'operazione Casillo saltò in aria con la sua auto a Roma. Era diventato un testimone scomodo.
Ma questa è storia vecchia, che serve per gli archivi giornalistici. Il problema vero è un altro: se vent'anni addietro il denaro della mafia era andato disperso dopo essere stato affidato a banchieri-bancarottieri, da allora in poi queste ingenti somme dove sono state "imbucate"? Qualcuno disse che la mafia si era messa a giocare in Borsa, ma forse più semplicemente intendeva significare che quel denaro era andato a finire in gruppi quotati in Borsa. Niente più banche, ma aziende, attività imprenditoriali. Il mistero non ancora risolto è questo: dov'è adesso il tesoro di Cosa Nostra?

16 ottobre 2002 - CASO CALVI: CARBONI RICUSA PERITO CHE INDAGA SU OMICIDIO
ANSA:
Flavio Carboni, uno degli indagati per la morte dell' ex presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, ha ricusato Berndt Brinkmann, il medico legale tedesco dell' universita' di Munster a capo dell' equipe incaricata dal gip di Roma di stabilire se l' ex banchiere trovato impiccato sotto un ponte di Londra nel giugno 1982 sia stato ucciso. Gli avvocati Renato Borzone e Oreste Flammini Minuto, legali dell' uomo d' affari, hanno depositato oggi in tribunale la dichiarazione di ricusazione. Alla base dell' iniziativa - affermano i due avvocati - un' intervista di Brinkmann durante una puntata del programma di Pippo Baudo "Novecento" nel corso della quale "ha anticipato alcune conclusioni riguardo ad accertamenti svolti sulle scarpe di Calvi e, dunque, in merito al risultato di operazioni peritali che sono in corso e che ad oggi non sono concluse". Per i legali di Carboni, il medico legale non solo ha violato "l' obbligo del segreto che i periti giudiziari assumono all' atto dell' accettazione dell' incarico", ma ha "indebitamente manifestato un parere sull' oggetto degli accertamenti peritali al di fuori delle funzioni giudiziarie". Borzone e Flammini Minuto precisano che da anni stanno "denunciando, senza esito, il ripetersi sistematico di indiscrezioni e di fughe di notizie tutte in senso favorevole alle tesi dell' accusa" e che attiveranno "tutti gli strumenti processuali perche' al proprio assistito sia assicurata la celebrazione di un processo giusto ed imparziale". Allo stesso tempo ribadiscono che "indiscrezioni e fughe di notizie non possono in alcun modo cancellare gli imponenti elementi probatori i quali comprovano che Roberto Calvi non fu ucciso, ma si suicido'".

21 ottobre 2002 - CALVI: LUNGO INTERROGATORIO PENTITO CALCARA DAVANTI PM ROMA
ANSA:
E' durato quasi tutta la giornata, dalla tarda mattinata a questa sera, l'interrogatorio del pentito di mafia Vincenzo Calcara davanti ai pm romani Maria Monteleone e Luca Tescaroli in relazione all'inchiesta sull'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Il pentito trapanese e' l'uomo che, tra l'altro, fece dichiarazioni a Paolo Borsellino consentendogli tre mesi prima che venisse ucciso nell'attentato di via D'Amelio di disporre una importante operazione di mafia. Calcara nei giorni scorsi aveva rilasciato un'intervista al quotidiano "La Repubblica" in cui faceva riferimento ad una somma di dieci miliardi appartenenti al boss Francesco Messina Denaro che furono portati da lui a Roma e consegnati attraverso il notaio Albano al cardinale Marcinkus. Calcara in quell'intervista disse anche che mentre aspettava in strada sotto lo studio del notaio noto' un uomo calvo e con i baffi, per l'appunto Roberto Calvi, che saliva verso quell'ufficio. Alcune di queste dichiarazioni Calcara le fece a suo tempo anche a Paolo Borsellino, ma non ci fu modo di svilupparle perche' il magistrato fu ucciso poco tempo dopo. Il pentito e' stato convocato dai pm romani in seguito all'intervista. Il contenuto dell'interrogatorio di oggi e' top-secret, i due magistrati non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Tuttavia, stando a quanto si e' appreso, sembrerebbe che Calcara, oltre a ricordare il resoconto fatto gia' durante l'intervista pubblicata nei giorni scorsi, avrebbe aggiunto altre circostanze. Negli anni scorsi Calcara, nel corso di un processo, ebbe a dire in aula che era proprio curioso di vedere fino a che punto arrivava la giustizia italiana, e ammise di aver fatto anche dichiarazioni non veritiere.

22 ottobre 2002 - CALVI; PENTITO CALCARA, MARESCIALLO CANALE MI DISSUASE
ANSA:
"Il maresciallo Carmelo Canale mi dissuase dal rendere formali dichiarazioni sul trasferimento di dieci miliardi al notaio Albano, sulla presenza di Roberto Calvi, e sul trasporto in Calabria dei Kalasnikov". Lo ha detto il pentito Vincenzo Calcara interrogato dai Pm di Roma Luca Tescaroli e Maria Monteleone nell' ambito dell' inchiesta sulla morte del banchiere Roberto Calvi. Il collaboratore di giustizia ha ricordato ai magistrati che dall' abitazione del boss di Trapani, Francesco Messina Denaro, erano state inviate a Roma due valigie piene di banconote, per complessivi 10 miliardi. Calcara ha ricordato che "Cosa Nostra aveva nella mani il vescovo Marcinkus" il quale, secondo il pentito, " era all' oscuro del fatto che il notaio Salvatore Albano avesse rapporti con Cosa Nostra". Secondo gli inquirenti i boss siciliani avrebbe riciclato denaro attraverso il notaio che a sua volta avrebbe fatto arrivare le somme al vescovo e al banchiere Roberto Calvi per riciclarli. Il pentito ha inoltre rivelato ai Pm per la prima volta di essere stato intimidito e di avere avuto offerti 200 milioni di lire per ritrattare le dichiarazioni sul trasporto a Roma dei 10 miliardi.

23 ottobre 2002 - CALVI: ISTANZA DIFESA PER SENTIRE PENTITO DI CAMORRA
ANSA:
L' audizione del pentito Oreste Pagano, che avrebbe parlato di un coinvolgimento della Camorra nell' omicidio del banchiere Roberto Calvi, e' stata chiesta dall' avvocato di parte civile Alessandro Gamberini, con una istanza ai Pm di Roma Maria Monteleone e Luca Tescaroli che si occupano dell' inchiesta sull' assassinio. L' istanza e' stata presentata dopo che al legale di parte civile il nome di Oreste Pagano era stato segnalato da Carlo Calvi, figlio del banchiere. Pagano, narcotrafficante legato ai Caruana-Cuntrera, dopo l' arresto nel '99, decise di collaborare con la giustizia canadese e agli agenti della Criminalpol dello stato nordamericano avrebbe raccontato del coinvolgimento della camorra nell' omicidio Calvi, facendo anche tre nomi. La notizia viene riportata anche da un libro, "Bloodlines", scritto da Lee Lamothe e Antonio Nicaso, pubblicato un anno fa. La stessa parte civile, comunque, ha chiesto di verificare la testimonianza di Pagano, in quanto non sa se e quanto e' rilevante il racconto del pentito.

24 ottobre 2002 - FIGLIO CALVI SU FINANZIAMENTI A BERLUSCONI
"Liberazione"
Vent'anni di veleni accompagnano la storia del "banchiere di Dio". L'ultima rivelazione porta la firma del figlio Carlo: "Nel '76 mio padre mi disse: "Finanzieremo le tv di Berlusconi"" Calvi e quel mattone rosso...
Michele Gambino
Un mattone rosso nascosto per vent'anni in una cassetta di sicurezza intestata al banchiere Roberto Calvi. Un vecchio pentito che ricorda la volta in cui volò da Trapani a Roma per portare dieci miliardi della mafia allo stesso Calvi e al suo compagno d'affari inconfessabili, il vescovo americano Paul Marcinkus. Un magistrato dall'aria da sgobbone e dalla volontà di ferro, Luca Tescaroli, cui tocca rimettere mani nell'affare Ambrosiano, un inesauribile vespaio che invece di miele distilla da vent'anni assortiti veleni.
L'ultimo di questi veleni - ha rivelato L'Espresso - porta la firma del figlio del "banchiere di Dio". Stimolato dalla scoperta del mattone - forse un simbolo massonico, forse un messaggio per qualcuno - Carlo Calvi ha tirato fuori il rospo che gli ostruiva il gozzo da vent'anni almeno. Lo ha fatto ricordando un giorno di dicembre del 1976 trascorso nella lontana e tiepida Nassau, cittadina delle Bahamas, insieme al padre e a vecchi amici, con Marcinkus, che cantava "Arrivederci Roma". Ricorda Carlo che ad un certo punto, dopo il barbecue sul prato, il padre lo prese da parte e gli regalò una confidenza: "Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi".
Rivelazione tardiva, da prendere con le pinze e da calare nel contesto del brutto calderone che furono gli anni '80. Anni dominati dallo strapotere della loggia massonica P2 in politica e nella finanza, e segnati in parallelo dal saldarsi degli affari della mafia con le attività legali dei colletti bianchi del nord Italia.
Un passo indietro
E quindi, prima di scendere nel dettaglio delle parole di Carlo Calvi, bisogna brevemente disegnare il quadro. Partendo da Michele Sindona, il bancarottiere siciliano che creò un impero e rovinò nella polvere, prima rinchiuso in un carcere americano e poi avvelenato da un caffè alla stricnina nel carcere di Voghera. E' da lui che Calvi ha ereditato molti scomodi ruoli. Tra gli altri, quello di banchiere privilegiato del Vaticano e di finanziatore dissennato di molteplici affari, magari sconclusionati, ma graditi ai politici di riferimento, socialisti e democristiani. Ma soprattutto, Calvi si è preso sulle spalle il ruolo più delicato di Sindona: riciclatore e investitore dei miliardi dei boss mafiosi, i Bontate e gli Inzerillo. Forse non è nemmeno una scelta, ma un obbligo imposto attraverso i canali massonici. Sia Sindona sia Calvi sono iscritti alla P2, un potente esercito di tarme con un progetto politico cui la mafia partecipa con un posto in prima fila: svuotare il fragile armadio della democrazia italiana rosicchiandolo dal di dentro, per imporre un golpe strisciante, silenzioso e indolore, attraverso il controllo delle forze armate, della magistratura, della finanza, dell'informazione.
Questo progetto può funzionare solo a patto che rimanga assolutamente segreto ai più. Per questo è un colpo quasi mortale la scoperta delle liste della P2 nella villa aretina di Licio Gelli, nel 1981. I magistrati milanesi Colombo e Turone arrivano al capo della fratellanza segreta proprio indagando sugli affari di Sindona. E probabilmente comincia da lì, dalla messa a nudo di una parte degli uomini e degli affari piduisti, il declino di Roberto Calvi. Lui e il faccendiere Flavio Carboni sono la volpe e il gatto cui la mafia ha affidato le sue monete d'oro, aspettandosi di vederle moltiplicare. Però la ragnatela piduista si è strappata, e Calvi non sa più che fare. Prima tenta di ricattare il Vaticano, l'altro suo grande cliente, poi tenta una ridicola fuga. Ridicola perché, sostengono i magistrati, il gatto Carboni nel frattempo è passato dalla parte del pinocchio mafioso, e conduce Calvi passo per passo fino al ponte dei frati neri di Londra. Qui lo aspettano i carnefici, qui finirà la favola dell'uomo che volle farsi re della Finanza italiana.
Scrive il gip Mario Almerighi nell'ordinanza di custodia cautelare contro il boss Pippo Calò e Flavio Carboni, eterni indagati per il suicidio simulato del banchiere: "Non vi è dubbio che qualora fosse stato consentito a Calvi di utilizzare i documenti in suo possesso, ne avrebbero subito gravissime conseguenze tutti quei centri di potere innanzi tutto di crimine organizzato eppoi politico, massonico e finanziario, che si erano serviti di lui per il compimento di tutte quelle illecite operazioni che avevano nell'attività di Calvi uno snodo fondamentale".
Vicende note...
Possono esservi, tra gli affari di Calvi, anche quelli dell'attuale presidente del Consiglio, come farebbe pensare la tardiva rivelazione del figlio del banchiere? La domanda è scivolosa, e toccherà al pm romano Tescaroli e alla sua collega Maria Monteleone provare o negare la consistenza di questa ipotesi.
Fino ad oggi, il punto di contatto visibile tra Silvio Berlusconi e Roberto Calvi è stato Flavio Carboni, il maneggiatore d'affari sardo-romano. Lui è l'uomo cui Calvi si affida nell'ultima fase della sua avventura, lui è anche il socio d'affari del Cavaliere di Arcore negli affari edilizi in Sardegna. In entrambi i rapporti, Carboni si porta dietro l'ombra lunga dei suoi soci occulti di riferimento, il mafioso Pippo Calò e il capo della Banda della Magliana, Danilo Abbruciati.
Carboni introduce i suoi amici mafiosi nei giochi d'alta finanza del banco Ambrosiano. E sempre Carboni, crea un giro di società impegnate in attività edilizie in Sardegna dove gli interessi di Calò e Abbruciati e quelli del gruppo Berlusconi si toccano pericolosamente, tra imprese edilizi, compravendita di ville e strani giri di cambiali, al punto che nel giro della malavita lo spericolato immobiliarista sardo e l'imprenditore milanese dal sorriso scintillante sono una sola cosa: "Di Berlusconi mi hanno parlato sia l'Abbruciati che il Turatello - ha raccontato ai magistrati il boss della Magliana Antonio Mancini - L'Abbruciati in particolare...mi disse che Carboni e Berlusconi si conoscevano più che bene e, testualmente, "che l'unica differenza tra Carboni e Berlusconi era che il primo si metteva il parrucchino e il secondo no"".
Sono storie note, come noto è il nome dell'uomo che per conto di Berlusconi si occupa di queste faccende: è Romano Comincioli, fidato compagno del Cavaliere fin dai tempi della scuola, poi latitante per un giro di fatture false, infine approdato in Parlamento nel gruppo dei sodali del Cavaliere.
... e meno note
Meno note sono le tracce dei rapporti Berlusconi-Calvi nelle imprese sarde del cavaliere. A parlarne davanti alla Commissione P2 in tempi non sospetti, fu il segretario e consigliere di Carboni, Emilio Pellicani: "Credo che in uno degli ultimi incontri (prima dell'arresto del faccendiere, ndr), Carboni avesse offerto a Berlusconi 15 o 16 miliardi, dicendo che sarebbero stati finanziati dal presidente del Banco Ambrosiano per acquisire tutta l'operazione Olbia 2".
Secondo un altro grande rimestatore dei misteri italiani, Francesco Pazienza, Carboni usò i suoi rapporti con Berlusconi per accreditarsi presso Calvi. Alla commissione P2 Pazienza raccontò un episodio di cui fu testimone: "Un giorno, prima che Calvi arrivasse in Sardegna, Carboni venne con il braccio destro di Berlusconi (probabilmente il solito Comincioli, ndr) il quale mi disse che, una volta arrivato Calvi, Berlusconi sarebbe potuto venire immediatamente in Sardegna".
Lo stesso Carboni sosteneva di essere interessato, non sappiamo se per conto dei suoi referenti mafiosi, alle attività televisive di Berlusconi. A riferirlo ai giudici fu un grande amico sardo di Berlusconi, l'attuale ministro della difesa Giuseppe Pisanu: "Il Carboni - raccontò Pisanu - si diceva congiuntamente interessato alle televisioni private in Sardegna. Ciò nell'ottica di un inserimento nella regione del circuito televisivo "Canale 5", facente capo al signor Silvio Berlusconi di Milano...Lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete televisiva sarda, Videolina".
Tv e non solo
Secondo l'imprenditore della camorra Alvaro Giardili, interrogato nel 1983, il rapporto Berlusconi-Calvi non era circoscritto alle vicende sarde. Giardili racconta di essersi rivolto al presidente dell'Ambrosiano per consigli su come "aggiustare" un processo a suo carico in corso a Milano: "Calvi mi disse di contattare Berlusconi, quello delle televisioni private, che era molto ammanicato con i giudici di Milano". Giardili non si riferisce ovviamente ai magistrati dell'attuale pool, ma ad altri, di diverso stampo.
Prima delle dichiarazioni di Carlo Calvi, il riferimento più preciso a finanziamenti del Banco Ambrosiano a Berlusconi era contenuto in uno degli appunti sequestrati al colonnello Cogliandro, un ex ufficiale del Sismi depositario di una sorta di schedatura non ufficiale di personaggi e intrighi italiani: "Secondo ex piduisti e piduisti ancora fedeli a Gelli - scriveva Cogliandro in un appunto sequestrato nel 1996 - la sparizione di 19mila miliardi volatilizzatisi nel bailamme delle centinaia di società finanziarie di Sindona intersecatisi in seguito con quelle di Calvi, sarebbero finiti, grazie a vertici cosiddetti mafiosi, nel giro del crimine organizzato per il traffico della droga; giro che interesserebbe particolarmente la Colombia e gli Stati Uniti. Di questa notizia non ufficiale sarebbero al corrente De Mita, Andreotti, e Piccoli...Per tutti - a sentire elementi di Piazza del Gesù (allora sede della Dc, ndr) l'affare scotta maledettamente, e sono in molti ad avere paura. Tra questi, lo stesso Berlusconi, al quale sarebbero giunti, qualche anno fa, tramite Flavio Carboni, (intimo di De Mita, più che di Craxi), ingenti somme".
Difficile cogliere nelle "informative" di un personaggio come Cogliandro la differenza tra perle e spazzatura. Di sicuro sui rapporti tra il banchiere e il cavaliere c'è solo quanto ammesso dallo stesso Berlusconi nel corso degli anni: numerosi abboccamenti per l'acquisto di "Tv Sorrisi e Canzoni", di cui l'Ambrosiano deteneva il pacchetto di maggioranza. Una trattativa conclusa solo nel 1983, dopo il crack dell'Ambrosiano e la morte di Calvi.
Per il resto, si può solo notare la notevole somiglianza tra i due personaggi di cui ci occupiamo: partiti da nulla, e segnati da una tenace volontà d'emergere e primeggiare nei rispettivi campi. Abili nel nascondere i loro affari dentro impenetrabili scatole cinesi e nel costruire una miriade di società nei paradisi fiscali di mezzo mondo. Entrambi iscritti alla potente loggia massonica dell'Italia sotterranea, entrambi inseguiti dall'infamante sospetto di aver stretto rapporti con gli ambienti della criminalità organizzata.
Ombre, cui oggi si sommano le rivelazioni da verificare di Carlo Calvi sui finanziamenti del padre alle "attività televisive" di Berlusconi. Ombre che non hanno fermato e nemmeno rallentato la straordinaria carriera imprenditoriale e politica del Cavaliere. Ma che continueranno a seguirlo come fantasmi fin quando lui stesso non si deciderà a rispondere alla domanda di chi non si accontenta delle miracolistiche spiegazioni contenute nella sua "Storia italiana": Cavalier Berlusconi, da dove vengono i soldi che hanno permesso al figlio di un funzionario di banca milanese di diventare prima il re del mattone, e poi il padrone della televisione commerciale?

24 ottobre 2002 - CALVI: I RISULTATI DELLA PERIZIA SECONDO L' ADN-KRONOS
da "Dagospia"
I PERITI DEL TRIBUNALE DI ROMA: CALVI FU UCCISO E POI 'SUICIDATO'. ASSASSINATO IN UNA DISCARICA A 100 METRI DAL PONTE DEI FRATI NERI...
Fonte Adnkronos
Roberto Calvi fu 'suicidato'. Il presidente del Banco Ambrosiano sarebbe stato prima assassinato in un cantiere discarica situato sulla sponda del Tamigi distante circa cento metri ad Est del ponte londinese. Quindi il suo corpo, gia' privo di vita, sarebbe stato condotto sotto il Blackfriars Bridge, dove fu inscenato il falso suicidio. Sono queste le conclusioni cui giungono i periti incaricati dal Tribunale di Roma di effettuare analisi specifiche sul corpo riesumato del banchiere per stabilire le effettive cause della sua morte. La perizia, disposta dal giudice per le indagini preliminari Otello Lupacchini nel 1998, nell'ambito del procedimento pendente a carico di Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Pippo Calo', e' stata affidata al collegio di esperti composto dai professori Brinkmann, dell'Universita' di Munster, Luigi Capasso, specialista di Antropologia fisica all'Universita' di Chieti, e Antonella Lopez, docente di chimica all'Universita' 'La Sapienza' di Roma. Oltre agli esami anatomici sui resti di Calvi, le analisi si sono concentrate sui reperti relativi alle indagini svolte dalla polizia londinese sulla morte del banchiere, conservati presso i loro archivi, e sui bagagli del finanziere in custodia all'istituto di Medicina Legale dell'Universita' 'La Sapienza' di Roma.
NON CI SONO LESIONI OSSEE SUL COLLO DEL BANCHIERE 'IMPICCATO'
Dalle analisi radiografiche sul cadavere di Calvi, risultano assenti lesioni ossee nel tratto cervicale, il che, secondo il collegio peritale, sarebbe in contrasto con alcuni dati relativi alle circostanze dell'impiccamento. Dalle testimonianze acquisite agli atti, emerge infatti che la lunghezza della corda avrebbe consentito al corpo uno sbalzo di un metro e mezzo. Un contraccolpo che certamente, secondo gli esperti, avrebbe procurato lesioni del collo visto che il corpo di Calvi, nelle circostanze della morte, aveva un peso di circa 90 chili, comprese le pietre nelle tasche del vestito. Inoltre, il fatto che manchino tracce di fuoriuscita di aria dall'albero respiratorio dimostrerebbe che la lesione sul collo nella parte corrispondente alla tiroide si verifico' quando Calvi era gia' morto.
LE MANI NON TOCCARONO I MATTONI TROVATI IN TASCA
Dalle analisi micromorfologiche, microchimiche e di distribuzione topografica delle lesioni delle unghie, e da quelle dei reperti lapidei, i periti concludono che le mani di Roberto Calvi non toccarono direttamente nessuno dei mattoni che furono poi trovati nelle tasche del vestito. Non solo. Le analisi dell'impalcatura che si trovava sotto il ponte dei Frati Neri quando il banchiere e' morto, dimostrano che egli non tocco' nessuna parte di questa struttura alla quale il suo cadavere e' stato trovato sospeso. Le mani del presidente dell'Ambrosiano, prima della morte, sono state coinvolte passivamente in movimenti bruschi, ripetuti e violenti che si sarebbero svolti in un contesto ambientale diverso da quello nel quale e' stato trovato il cadavere. Questo ambiente, essendo caratterizzato dalla presenza di sostanze generalmente usate nell'edilizia, potrebbe quindi corrispondere, secondo i periti nominati dal giudice Lupacchini, alla discarica edile situata a cento metri dal Blackfriars Bridge.
LA MORTE AVVENUTA CIRCA UN'ORA PRIMA DEL RITROVAMENTO
Le unghie delle mani di Roberto Calvi, quindi, secondo lo studio dei periti, erano perfettamente curate e le operazioni dell'ultimo manicure erano state condotte probabilmente qualche giorno prima della morte. Inoltre, la presenza di alcuni solchi dimostrerebbe che le mani di Calvi sono state coinvolte in attivita' non confacenti al soggetto, cio' in contrasto con la perfezione che aveva caratterizzato la cura e l'attenzione verso i margini liberi fino a prima della morte. Sul quando queste lesioni si siano verificate, i periti propendono per poco piu' di un'ora prima del ritrovamento, in quanto le laminette sollevate durante l'azione che ha determinato i singoli solchi sulle unghie, dimostra che i solchi stessi non sono stati poi soggetti all'abrasione ed alle usure legate alla normale manualita' quotidiana.
NON TOCCO' L'IMPALCATURA SOTTO LE CAMPATE DEL PONTE
E' da escludere, poi, sempre secondo gli esperti, che l'impalcatura abbia potuto determinare le lesioni sul dorso delle mani, sia per l'assenza di elementi chimici sia per la posizione che il cadavere aveva rispetto all'impalcatura stessa: infatti, le mani ed i polsi si trovavano ben al di sopra e all'interno della piu' vicina sbarra orizzontale della struttura. Il fatto che Calvi, secondo le prime ricostruzioni, avesse raccolto le pietre e se le fosse messe in tasca prima di uccidersi, avrebbe certamente comportato impatti sulle unghie, dei quali, pero', si osserva, non vi e' alcuna traccia
IL CORPO FU TRASPORTATO DOPO LA MORTE SOTTO IL BLACKFRIARS BRIDGE
Tutto questo tenderebbe a dimostrare che le lesioni non sono avvenute per azioni volontarie, e meno che mai per azioni collegate alla manipolazione di pietre, visto che il banchiere avrebbe comunque dovuto raccoglierle e quindi infilarle nelle tasche dei pantaloni. Allo scopo di chiarire la natura dei corpi duri che produssero le lesioni, i periti hanno preso in considerazione i dati relativi alla fisica e alla chimica degli oggetti. E' stata quindi riscontrata la presenza di materiale eterogeneo con il quale le mani di Calvi sono venute in contatto. Tra l'altro il magnesio , presente nelle pietre verdi, o serpentine, utilizzate come pietre ornamentali nell'edilizia. Scarsa, invece, e' risultata la presenza di ferro tanto da indurre il collegio peritale ad escludere che Calvi abbia raggiunto il luogo dell'impiccagione aggrappandosi ai tubolari dell'impalcatura presente sotto le campate del ponte dei Frati Neri.
I MATTONI RACCOLTI NELLO STESSO CANTIERE DOVE VENNE UCCISO
La struttura allestita sotto il Blackfriars Bridge, fotografata dalla polizia londinese immediatamente dopo la morte del banchiere, risulta infatti -secondo gli esperti- visibilmente arrugginita, con superfici abbondantemente ricoperte di ossidi di Ferro, i quali, tra l'altro, sono facilmente distaccabili ed avrebbero certamente lasciato traccia sulle unghie di Calvi. L'analisi della struttura effettuata dal prof. Brinkmann, ha confermato inoltre una elevata presenza di ferro e di numerose vernici analizzate dal punto di vista chimico che dimostrano anche presenza di piombo, titanio ed alluminio. Sostanze cosi' rare nell'ambiente che sarebbero state facilmente identificate se presenti nei solchi profondi sulle unghie di Calvi. Ne' e' stata riscontrata la presenza di silicio e calcio presente nei mattoni che si trovavano nelle tasche del banchiere. I mattoni, rileva la perizia, sarebbero stati raccolti in un cantiere accessibile tanto dal marciapiedi lungofiume quanto dalle acque del Tamigi.
(Nota della redazione dell' Almanacco dei misteri d' Italia: segnaliamo che i risultati della perizia erano gia' stati 'anticipati' il 17 aprile da un articolo del Corriere della Sera e poi ribaditi dal figlio di Calvi in un' intervista al Messaggero, il 29 settembre ).

24 ottobre 2002 - CALVI: PROCURA ROMA, PERIZIA NON ANCORA DEPOSITATA
ANSA:
Sino ad oggi "non risulta depositata alcuna perizia concernente l' accertamento delle cause della morte di Roberto Calvi". Lo dice, in una nota, il procuratore della Repubblica di Roma Salvatore Vecchione. La precisazione del magistrato si riferisce alle indiscrezioni giornalistiche trapelate oggi sull' esito della perizia disposta dal gip di Roma Otello Lupacchini per fare luce sulla morte dell' ex presidente del Banco Ambrosiano.

24 ottobre 2002 - CALVI: PER DIFENSORE CARBONI, PERIZIA E' DA INVALIDARE
ANSA:
"Le modalita' di effettuazione della perizia, condotta in permanente violazione del segreto peritale, sono tali da determinarne, comunque, la radicale invalidita'". Lo afferma l' avvocato Renato Borzone, difensore di Flavio Carboni, uno degli indagati dalla procura di Roma per la morte di Roberto Calvi. "Si apprende oggi - dice l' avvocato Borzone, facendo riferimento ad indiscrezioni sulle conclusioni dei periti, diffuse da un' agenzia giornalistica - che e' stata fornita l' ennesima versione del presunto omicidio: Calvi non e' stato piu' seduto su una barca sulla quale e' stato strangolato, mentre la stessa navigava sul Tamigi, ma in un luogo diverso". "La circostanza - aggiunge - da' ancora piu' forza alla tesi del suicidio e dimostra come siano stati tralasciati una serie di elementi di fondamentale rilievo, come le macchie di vernice sulle scarpe ed altro, dei quali si potra' parlare se e quando il processo, anziche' sui giornali, si potra' fare in un' aula di giustizia". Borzone esprime sconcerto per le ripetute fughe di notizie e annuncia di attendersi a breve la fissazione dell' udienza per la ricusazione del professor Brinkmann, il perito tedesco che ha coordinato il lavoro degli esperti. "Ancora una volta - afferma il legale - voci, apparentemente ignote, fanno filtrare notizie ed indiscrezioni prima che alla stessa difesa sia comunicato il deposito degli accertamenti da parte dell' autorita' giudiziaria. Fin dal 1999 indiscrezioni provenienti da mano, apparentemente, ignota anticipano i risultati della perizia favorevoli all' accusa". Borzone ricorda di aver ricusato il professor Brinkmann per aver anticipato, durante un programma televisivo, "esiti peritali e valutazioni ancor prima del deposito". Secondo le indiscrezioni diffuse dall' agenzia, i periti incaricati di accertare le cause della morte dell' ex presidente del Banco Ambrosiano avrebbero stabilito che Calvi sarebbe stato ucciso in un cantiere discarica e il cadavere trasportato nel vicino ponte dei Frati Neri dove sarebbe stato inscenato il finto suicidio. Gli esperti avrebbero, inoltre, verificato l' assenza di lesioni ossee sul collo, circostanza incompatibile con il contraccolpo che il corpo avrebbe qualora si fosse trattato effettivamente di impiccagione. Non solo: secondo gli esami compiuti dai periti emergerebbe che sulle mani di Calvi non c' e' alcuna traccia dei mattoni che furono trovati nelle tasche del suo vestito. Le mani e le unghie del banchiere morto nel giugno '82, secondo le stesse indiscrezioni, presenterebbero inoltre segni di movimenti bruschi compiuti in una zona diversa da quella del ritrovamento del cadavere.

25 ottobre 2002 - CALVI: PERIZIA SU MORTE, DAI GIORNALI
"La Stampa"
IL PRESIDENTE DELL´AMBROSIANO FU UCCISO A CENTO METRI DAL BLACKFRIARS BRIDGE, A LONDRA
La perizia, vent´anni dopo: "Calvi fu assassinato" Non s´impiccò: non ci sono lesioni ossee nel tratto cervicale
ROMA
Roberto Calvi fu "suicidato", vale a dire che il presidente del Banco Ambrosiano sarebbe stato prima assassinato in un cantiere discarica situato sulla sponda del Tamigi distante circa cento metri ad Est del ponte londinese. Quindi il suo corpo, già privo di vita, sarebbe stato condotto sotto il Blackfriars Bridge, dove fu inscenato il falso suicidio. Sono le conclusioni a cui sono giunti - a venti anni dal ritrovamento del corpo del banchiere - i periti incaricati dal Tribunale di Roma di effettuare le analisi sul cadavere riesumato per stabilire le effettive cause della sua morte. La perizia, disposta dal giudice per le indagini preliminari Otello Lupacchini nel 1998, nell'ambito del procedimento pendente a carico di Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Pippo Calò, ha messo in evidenza diverse contraddizioni rispetto all´ipotesi del suicidio. Non vi sono lesioni ossee nel tratto cervicale, il che, secondo il collegio peritale, sarebbe in contrasto con un´impiccagione. Dalle testimonianze acquisite agli atti, emerge infatti che la lunghezza della corda avrebbe consentito al corpo uno sbalzo di un metro e mezzo. Un contraccolpo che, secondo gli esperti, certamente avrebbe procurato lesioni del collo visto che il corpo di Calvi, al momento della morte, pesava circa 90 chili, comprese le pietre nelle tasche del vestito. Mancano anche tracce di fuoriuscita di aria dall'albero respiratorio, il che dimostrerebbe che la lesione sul collo nella parte corrispondente alla tiroide si verificò quando Calvi era già morto. Le mani di Roberto Calvi non toccarono direttamente nessuno dei mattoni che furono poi trovati nelle tasche del vestito. Non solo. Le analisi dell'impalcatura che si trovava sotto il ponte dei Frati Neri quando il banchiere è morto, dimostrano che egli non toccò nessuna parte di questa struttura alla quale il suo cadavere è stato trovato sospeso. Le mani del presidente dell'Ambrosiano, prima della morte, furono coinvolte passivamente in movimenti bruschi, ripetuti e violenti che si sarebbero svolti in un ambiente diverso da quello nel quale fu trovato il cadavere, un ambiente caratterizzato dalla presenza di sostanze generalmente usate nell'edilizia. Secondo i periti potrebbe corrispondere alla discarica edile situata a cento metri dal Blackfriars Bridge. Le unghie delle mani di Roberto Calvi erano perfettamente curate e le operazioni dell'ultimo manicure furono condotte probabilmente qualche giorno prima della morte. Inoltre, la presenza di alcuni solchi dimostrerebbe che le mani di Calvi furono coinvolte in attività non confacenti al soggetto, ciò in contrasto con la perfezione che aveva caratterizzato la cura e l'attenzione verso i margini liberi fino a prima della morte. Le lesioni si sarebbero verificate poco più di un'ora prima del ritrovamento. È da escludere che l'impalcatura abbia potuto determinare le lesioni sul dorso delle mani, sia per l'assenza di elementi chimici sia per la posizione che il cadavere aveva rispetto all'impalcatura stessa: infatti, le mani ed i polsi si trovavano ben al di sopra e all'interno della più vicina sbarra orizzontale della struttura.Il fatto che Calvi, secondo le prime ricostruzioni, avesse raccolto le pietre e se le fosse messe in tasca prima di uccidersi, avrebbe certamente comportato impatti sulle unghie, dei quali, però, non vi è traccia. Tutto questo dimostrerebbe che le lesioni non sono avvenute per azioni volontarie, e meno che mai per azioni collegate alla manipolazione di pietre, visto che il banchiere avrebbe comunque dovuto raccoglierle e infilarle nelle tasche dei pantaloni. E´ da escludere anche che Calvi abbia raggiunto il luogo dell'impiccagione aggrappandosi ai tubolari dell'impalcatura presente sotto le campate del ponte dei Frati Neri vista la scarsa presenza di ferro presente su unghie e mani. L´impalcatura era arrugginita, con superfici abbondamente ricoperte di ossidi di ferro, che avrebbero certamente lasciato traccia. Così come avrebbero fatto il piombo, il titanio e l´alluminio delle vernici della struttura. Nulla di tutto questo appare e nemmeno il silicio e il calcio presenti nei mattoni che si trovavano nelle tasche del banchiere. I mattoni sarebbero stati invece raccolti in un cantiere accessibile tanto dal marciapiedi lungofiume quanto dalle acque del Tamigi. Una richiesta di ricusazione del professor Brinkmann, il medico tedesco che ha firmato la perizia sulla morte di Roberto Calvi, è stata avanzata al gip del tribunale di Roma dalla difesa di Flavio Carboni. Secondo i legali di Carboni, con "inquietante periodicità", nel corso del tempo, sono finite sulla stampa notizie e anticipazioni circa l'esito e i risultati delle operazioni peritali. "Tutte convergenti - scrivono i legali - nel senso di affermare che il risultato della perizia era noto e la conclusione era quella che la causa della morte di Calvi era ascrivibile ad omicidio". "È davvero incredibile. C'è da chiedersi come sia possibile che queste cose emergano in un procedimento giudiziario solo ora", ha commentato il coordinatore della Margherita Dario Franceschini, che sottolinea: "sono questi i veri problemi della giustizia italiana".
f. ama.

"Il Corriere della sera"
Gli esperti 20 anni dopo la morte dell'ex presidente dell'Ambrosiano. "Assassinato un'ora prima del ritrovamento"
"Calvi ucciso in un cantiere, poi impiccato"
L'ultima perizia: il delitto a 100 metri dal ponte dei Frati Neri. "Tracce rivelatrici su collo e unghie"
ROMA - Fotografie per dimostrare che Roberto Calvi non si impiccò sotto il Ponte dei Frati Neri, ma venne "suicidato" in una cantiere-discarica poco distante e solo successivamente appeso sul Tamigi con i mattoni nelle tasche per dissimulare l'omicidio. L'ultima verità sulla morte dell'ex presidente del Banco Ambrosiano al centro di un intrigo di mafia e massoneria è affidata ad ingrandimenti, su carta lucida, di un particolare anatomico che le indagini trascurarono: le unghie. Il suo manicure perfetto, ad ogni evidenza oggetto di cure anche la sera precedente alla morte, contrasta con la presenza di graffi. E, assieme alla polvere di residui edili trovati sotto le unghie del banchiere del tutto analoghi a quelli facilmente reperibili nella discarica che dista circa cento metri dal Blackfriar bridge, dà sostegno all'ipotesi che Calvi venne strangolato e poi, già morto, trasportato con una barca fin sotto l'arcata del ponte dove venne trovato la mattina del 18 giugno 1982. Nel portare il corpo senza vita, gli assassini avrebbero lasciato che le mani strusciassero in terra con movimenti passivi bruschi. Quelle lesioni si sarebbero prodotte così. E le laminette ai lati di quei solchi dimostrerebbero che i graffi risalgono a circa un'ora prima della morte del banchiere, giacché non sono stati oggetto della normale usura quotidiana.
A sostenerlo, vent'anni dopo, sono i periti che su incarico del Tribunale di Roma hanno riesumato il cadavere e per quattro anni lo hanno analizzato minuziosamente. Al fine di capire se davvero, come pensano i pm Maria Monteleone, Giovanni Salvi e Luca Tescaroli, Calvi venne ucciso dalla mafia per quei quattrocento di miliardi di vecchie lire che avrebbe dovuto riciclare invece di impossessarsene. Ipotesi che costa l'accusa di omicidio all'uomo d'affari Flavio Carboni e al presunto cassiere dei boss, Pippo Calò. Per questo il legale di Carboni protesta per la fuga di notizie e chiede la ricusazione dei periti: "I pm - accusa l'avvocato Borzone - fecero anche un film con un manichino per dimostrare che Calvi venne ucciso su una barca alle 2 di notte. Questa ipotesi non tiene conto nè di quella accusa che portò Carboni in prigione, nè della marea che a quell'ora sommerge la discarica. Comunque noi ancora non sappiamo nulla di ufficiale".
La perizia, infatti, non è stata ancora formalmente depositata, come ha fatto sapere ieri la procura di Roma. O almeno non completamente. I dissidi interni al collegio scientifico coordinato dal professor Bernd Brinkmann, dell'università di Munster, potrebbero aver portato a un deposito a blocchi della relazione. Ma le indiscrezioni sui risultati confermano quelle pubblicate dal Corriere sei mesi fa. Prima fra tutte quella che, dalle analisi radiografiche, non risulta alcuna lesione ossea del collo, tipica di chi si impicca. A maggior ragione avrebbe dovuto subirla Calvi dopo il contraccolpo di uno sbalzo che, a giudicare dalla lunghezza della corda ritrovata, avrebbe dovuto essere di almeno un metro e mezzo. Aggravato da quei 90 chili di peso che il corpo raggiungeva grazie ai sassi trovati nelle tasche del vestito. In realtà una lesione sul collo c'era. In corrispondenza della tiroide. Ma per i periti sarebbe stata successiva alla morte, visto che non è fuoruscita aria dall'"albero respiratorio". Quanto ai sassi delle tasche, dalle analisi micromorfologiche e microchimiche i periti concludono che le mani di Roberto Calvi non le toccarono mai. Così come non venne toccò l'impalcatura alla quale fu trovato appeso: nessuna particella di quel ferro pieno di ruggine, nè di vernice gli rimase sotto le unghie dove invece i periti hanno rinvenuto tracce di magnesio, presente nelle pietre verdi, dette anche serpentine: materiale usato nell'edilizia e sparso in abbondanza in quel cantiere-discarica.
Virginia Piccolillo

L'INDAGINE
Nell'inchiesta sulla morte di Roberto Calvi sono indagati l'uomo d'affari Flavio Carboni, il killer mafioso pentito Francesco Di Carlo e il cassiere delle cosche Pippo Calò. L'ipotesi è che Calvi sia stato eliminato da Cosa Nostra perché si era impossessato dei soldi di Licio Gelli e di Calò
MANNOIA
Il primo a sostenere, nel 1991, che Calvi era stato strangolato dal boss di Altofonte Francesco Di Carlo fu il pentito Francesco Marino Mannoia. Di Carlo però ha sempre negato ogni responsabilità, spiegando ai magistrati che furono "i napoletani a sbrigare la pratica Calvi"
GIUFFRE'
Mannoia è stato sentito negli Stati Uniti il 2 ottobre scorso dai pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone. Dopo questo interrogatorio la Procura ha deciso di sentire Antonino Giuffrè, il braccio destro del boss Bernardo Provenzano. Nell'82, Giuffrè era uno dei capi della Cupola di Cosa Nostra

"Il Messaggero"
VENT'ANNI DOPO
Il verdetto dei periti: Calvi è stato "suicidato"
"Nessuna lesione ossea sul collo: il banchiere è stato ucciso altrove e poi appeso al ponte dei Frati Neri"
di CRISTIANA MANGANI
ROMA - Oltre quattro anni di perizia sono serviti a confermare scientificamente che il banchiere Roberto Calvi, alle 7,30 del 18 giugno 1982, sotto il ponte londinese dei Frati Neri, è stato impiccato quando era già morto. Ucciso e poi "suicidato". Gli esperti nominati dal gip Otello Lupacchini sono arrivati alla conclusione che il presidente del Banco Ambrosiano potrebbe essere stato assassinato in un cantiere discarica affacciato sulle sponde del Tamigi "a circa tre iarde (cento metri) a Est - scrivono - dal ponte londinese". Nei tre tomi che compongono la superperizia consegnata al Tribunale di Roma, il collegio composto dai professori Brinkmann, dell'università di Munster, Luigi Capasso, specialista di Antropologia fisica all'università di Chieti, e Antonella Lopez, docente di chimica all'università La Sapienza di Roma, ritengono che "le complesse osservazioni condotte sullo scheletro del collo e sulle cartilagini della laringe, messe in relazione alle caratteristiche del teatro della morte nell'ora in cui si fa risalire il decesso (anche in considerazione dei livelli di marea del Tamigi), indicano evidentemente una eteroimpiccagione di Roberto Calvi, possibilmente in condizioni di mancanza di vitalità".
I consulenti sarebbero arrivati all'ipotesi dell'omicidio sulla base di due elementi principali. Dalle analisi radiografiche sul cadavere risultano assenti lesioni ossee nel tratto cervicale che sarebbero in contrasto con alcuni dati relativi alle circostanze dell'impiccaggione. Dalle testimonianze acquisite agli atti emerge infatti che la lunghezza della corda avrebbe consentito al corpo uno sbalzo di un metro e mezzo. Un contraccolpo che, secondo gli esperti, avrebbe procurato lesioni del collo visto che il corpo di Calvi, nelle circostanze della morte, aveva un peso di circa 90 chili, comprese le pietre trovate nelle tasche del vestito. E poi non ci sono tracce di fuoriuscita di aria dall'alveo respiratorio a dimostrazione che la lesione sul collo nella parte corrispondente alla tiroide si è verificata quando era già morto.
Il secondo aspetto riguarda i graffi sulle mani. Scrivono i consulenti che "viste le analisi dei reperti lapidei, si può asserire che le unghie e gli spazi-ungueali non presero mai contatto diretto con nessuno dei frammenti (due frammenti di mattoni, due di calcare e uno di basalto) trovati all'interno degli abiti che indossava al momento della morte". E soprattutto che dalle analisi dell'impalcatura del ponte, "le unghie non presero mai contatto diretto con nessuna parte dell'impalcatura alla quale il cadavere è stato trovato sospeso".
Le conclusioni della perizia verranno illustrate in un incidente probatorio alla presenza dei due pm Tescaroli e Monteleone. Dalla loro ricostruzione sembrerebbe, dunque, che Calvi sarebbe stato prima strangolato, poi trasportato su una barca e "impiccato" sotto il "Blackfriars bridge". Una tesi, questa, raccontata anche dal pentito Francesco Di Carlo e ora al vaglio degli inquirenti che sulla vicenda vogliono anche interrogare l'ultimo collaboratore di giustizia di Cosa nostra, il pentito Nino Giuffrè.

"Il Tempo"
NATO a Milano nel 1920, Roberto Calvi entrò al Banco Ambrosiano, nel '47, come impiegato. La scalata al vertice dell'Istituto nel 1975 quando Calvi è nominato Presidente dell'Istituto con il permesso di restare anche Cosigliere delegato e cedendo soltanto la Direzione Generale. La scalata continua. Presidente de La Centrale finanziaria, membro del Consiglio di Amministrazione e Vicepresidente dell'Istituto Centrale Banche e Banchieri, Consigliere del Comitato Esecutivo del Credito Varesino, Presidente del Banco Ambrosiano Overseas ltd. di Nassau.
Nel '78 l'Ambrosiano subisce una ispezione dalla Vigilanza della Banca d'Italia. Calvi venne inquisito per sospette esportazioni di valuta e nell'80 si vide ritirare il passaporto. Poco dopo la Banca d'Italia ed il Tesoro approvarono l'aumento di capitale dell'Ambrosiano a 50 miliardi. Calvi decide di espandersi nel settore editoriale. Il 22 aprile 1981 la finanzaria acquista il 40% della Rizzoli diventando controllore del gruppo che detiene anche "Il Corriere della Sera". Passato ad un capitale di 50 miliardi nel 1981, l'Ambrosiano si prepara a raccogliere fra i suoi azionisti 240 miliardi, con l'emissione di azioni pari a sedici volte il valore nominale. Pochi giorni dopo l'operazione Centrale-Rizzoli, vengono divulgati gli elenchi della Loggia P2. C'è anche la documentazione relativa ai rapporti fra il banchiere ed il Venerabile, compresa quella riferita all'acquisto del più importante quotidiano italiano. Calvi è arrestato il 20 maggio '81 per violazione delle norme valutarie e processato in luglio. Condannato ottiene la libertà provvisoria e chiede di rientrare negli incarichi al vertice della banca. Il 22 gennaio '82 De Benedetti, che qualche mese prima aveva fatto il suo ingresso all'Istituto, abbandona l'incarico. Il 5 maggio, la Banca d'Italia autorizza la quotazione del titolo Ambrosiano e il 17 giugno le quotazioni sono sospese. L'8 giugno '82 la Camera risponde alle interrogazioni sulla vicenda. Calvi ripara a Londra, dove poi verrà trovato morto.

25 ottobre 2002 - CASO CALVI: L'ITALIA DEI MISTERI NON SVELATI
"La Gazzetta del sud"
L'ITALIA DEI MISTERI NON SVELATI
LE NUOVE VERITÀ ALIMENTANO TORBIDI INTERESSI
Gabriele Canè
A volte tornano. E quasi mai si chiudono. Sono i misteri d'Italia, le stragi, le morti sospette, tutto il filo rosso-nero che ha insanguinato il Paese negli ultimi quarant'anni. Ora è la volta della fine di Roberto Calvi, anzi, della sua uccisione, visto che i periti hanno accertato che l'allora presidente del Banco Ambrosiano sarebbe stato "suicidato" sotto il ponte dei Frati Neri a Londra nel lontano '82. Un scoop per modo di dire, perché già all'epoca parve chiaro che Calvi era stato ampiamente incoraggiato ad "appendersi" in quella notte umida e piovosa. Quel tanto che basta, comunque, per riaprire un altro caso insoluto, e ovviamente insolubile. Chi ha ucciso Roberto Calvi? Chissà? Intendiamoci. A questo punto la risposta può interessare al massimo i familiari e qualche appassionato di film gialli. Ma un altro scheletro, l'ennesimo, viene appeso nel vecchio armadio dei segreti italiani. Chi ha ucciso Mino Pecorelli, ad esempio, il giornalista-spione "sparato" la sera del 20 marzo del '79? La banda della Magliana sotto la regia del cassiere della mafia Pippo Calò, ovviamente su disposizione di Andreotti, reduce da un week end d'amore con Totò Riina? Secondo un Pm sì, secondo il Tribunale di Perugia no. Chi ha fatto precipitare Enrico Mattei (1962) o sparire Mauro De Mauro (1970)? E chi ha abbattutto il Dc-9 di Ustica (27 giugno 1980)? Un missile, una bomba? Di sicuro non è stata quella povera gente ad aprire il portellone ed a buttarsi giù. La stessa certezza che abbiamo riguardo a Michele Sindona, il banchiere di Dio, un uomo che mai avrebbe bevuto un caffè sapendo che era avvelenato. Cosa che invece fece, morendo nel carcere di Voghera nella primavera dell'86. Qui ci fermiamo perché l'elenco è ancora lungo, fatto di ombre anche su vicende che si vorrebbero chiuse dal punto di vista giudiziario come la strage di Piazza Fontana a Milano, o di Piazza della Loggia a Brescia. Qui ci fermiamo, anche perché siamo certi di due cose. Primo, che le nuove "verità" che emergono ed emergeranno su questi gialli lontani, finiscono e finiranno quasi sempre per alimentare un qualche interesse torbido, e non un inesausto desiderio di verità. Secondo, perché, pur nel rispetto della Giustizia e della Storia, si deve anche considerazione per la stragrande maggioranza degli italiani nata proprio a cavallo di quei fatti. E che oggi, anche a leggere queste note, continua a chiedersi (e a chiederci) di chi stiamo parlando. Roberto Calvi? Chi era costui?

25 ottobre 2002 - CALVI: EX COLLABORATORE AMBROSOLI, SEMPRE PENSATO A OMICIDIO
ANSA:
L'ex maresciallo della Guardia di finanza Silvio Novembre, che lavoro' a fianco dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, quando il legale, ucciso il 12 luglio del '79, era commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, non e' sorpreso delle notizie di questi giorni sul fatto che il banchiere Roberto Calvi sarebbe stato ucciso e non si sarebbe suicidato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Una convinzione che l'ex sottufficiale, il cui lavoro si intreccio' con quello di Ambrosoli quando la sua squadra di Polzia Giudiziaria comincio' ad analizzare i documenti raccolti nella banca, si era fatto subito dopo il ritrovamento del cadavere di Calvi; e, per questo, le ultime rivelazioni non fanno altro che renderla piu' solida. Novembre, 68 anni, si congedo' dopo il rinvio a giudizio di varie persone nel luglio dell'82 per la bancarotta dell'istituto di credito di Sindona e ricorda bene come l'ipotesi dell' omicidio gia' venne formulata in una vecchia causa civile davanti al Tribunale di Milano che vedeva opposti la vedova di Calvi e una compagnia di assicurazioni. "Del resto - racconta l'ex sottufficiale - anche gli inglesi, dopo un primo verdetto da parte del coroner che indicava il suicidio, si corressero e venne redatto un verdetto 'aperto'". "Non conosco gli atti di questo nuovo processo, ma non avevo dubbi sul fatto che Calvi fosse stato ucciso", spiega. Troppi i particolari che non quadravano gia' allora: "Calvi non avrebbe mai fatto quel percorso di notte, da solo. E poi, quei mattoni nelle tasche...". Calvi aveva un carattere deciso. "Qualcuno lo descrisse bene - ricorda Novembre -: l'uomo di ghiaccio. Ti guardava fisso con quegli occhi grigi. Non tradiva la minima emozione. Non spostava nemmeno un baffo". Il maresciallo lo vide pochi mesi prima che il suo corpo venisse trovato a Londra, il 18 giugno dell'82. "L'occasione fu la notifica di un atto giudiziario che dovevo consegnargli - racconta -. Quella volta lo vidi in difficolta'. Non aveva piu' la sua sicurezza. Non era piu' l'uomo di ghiaccio...". Ma all'ex sottufficiale non e' mai bastato per convincerlo che il banchiere si fosse tolto la vita.

26 ottobre 2002 - MATTEI: GALLONI, MERLONI E SEGRETARIO GANDOLFI
ANSA:
Enrico Mattei era un "vero democristiano". Lo hanno detto e ribadito concordemente oggi ad Acqualagna, al convegno commemorativo del quarantennale della morte del fondatore dell' Eni, l' ex esponente della Dc Giovanni Galloni, l' industriale fabrianese Francesco Merloni e il segretario particolare Vittorio Gandolfi. Esprimendo il loro giudizio nei rispettivi interventi, e' sembrato che i tre abbiano voluto replicare all' idea che Mattei sia stato una figura non incasellabile in alcuna posizione politica particolare. In particolare Gandolfi ha insistito sul fatto che "Mattei, oltreche' democristiano, era cristiano", mentre Galloni, che ha ripercorso la storia dei rapporti fra Mattei e la politica, ha ricordato che Mattei era "espressione della Democrazia cristiana" nel Comitato di liberazione nazionale. Galloni ha inoltre fatto un breve cenno alla morte del fondatore dell' Eni, ricordando di avere ricevuto, soltanto due giorni dopo la caduta del suo aereo, una telefonata da un colonnello del Sifar, che gli chiedeva di adoperarsi per evitare che venisse sparsa la voce che la morte di Mattei fosse stata causata da un attentato: "come faceva - si e' chiesto Galloni - il Sifar, risultato poi in seguito un servizio deviato, a sapere soltanto due giorni dopo i fatti che qualcuno aveva gia' ipotizzato la possibilita' di un attentato?". Al convegno ha partecipato, ma senza intervenire, anche l' ultimo segretario della Dc, Arnaldo Forlani.

25 ottobre 2002 - NUOVE RIVELAZIONI SU RAPPORTI CALVI CON FININVEST
"L' Espresso"
AMBROSIANO/ NUOVE RIVELAZIONI SUI RAPPORTI CON FINIVEST
Calvi e il Cavaliere
In un incontro alle Bahamas il banchiere di Dio, racconta oggi suo figlio Carlo, gli disse che avrebbe finanziato le tv di Berlusconi. Così si apre un nuovo capitolo
di Franco Giustolisi, Peter Gomez e Leo Sisti
Bahamas, dicembre 1976. È inverno, in Italia fa un freddo cane, ma a Nassau il clima è piacevole, ed è rilassante passeggiare e andar per mare. A North Point, una quindicina di chilometri dalla capitale dell'isola caraibica, è festa grande. Nella sua lussuosa villa Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, riceve amici e collaboratori, approfittando della riunione di un consiglio di amministrazione in trasferta da Milano. Dirigenti bancari che bevono, chiacchierano, girano da una stanza all'altra, si divertono. Con l'aria scanzonata che lo distingue, l'atletico vescovo americano Paul Casimir Marcinkus, banchiere del Vaticano e alleato del Banco Ambrosiano, intona con il suo vocione "Arrivederci Roma". A un certo punto Calvi si stacca dal gruppo, e, bicchiere in mano, prende sottobraccio il figlio Carlo, allora poco più che ventenne, sussurrandogli: "Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi".
Parte di qui, da questa rivelazione di Carlo Calvi sui rapporti tra il Banco Ambrosiano e la Fininvest, l'ultima puntata dell'inchiesta sulla morte del Banchiere di Dio, oggi perfino arricchita dalla scoperta di una misteriosa cassetta di sicurezza rimasta nascosta per 20 anni (vedere scheda). I sostituti procuratori di Roma Luca Tescaroli e Maria Monteleone ne sono sempre più convinti: come raccontano una dozzina di pentiti, Roberto Calvi è stato ucciso dalla mafia nel 1982 per non aver restituito centinaia di miliardi a lui affidati e spariti in una bancarotta da oltre 1.100 miliardi di lire. E mentre si allunga la lista degli indagati che finora aveva visto coinvolti ufficialmente solo il cassiere di Cosa Nostra, Pippo Calò, e il faccendiere Flavio Carboni, la Procura ha deciso di ricostruire i flussi finanziari tra l'Ambrosiano e i suoi clienti. Nel mirino sono così finiti anche i legami con la Fininvest, e in particolare gli investimenti che nei primi anni Ottanta avrebbero dovuto essere fatti in Sardegna da Carboni, Berlusconi e da Romano Comincioli, ex compagno di classe del Cavaliere, e attuale parlamentare di Forza Italia.
Non a caso tutta la parte finale delle 12 ore dei tre interrogatori sostenuti da Carlo Calvi da mercoledì 25 a venerdì 27 settembre riguarda il presidente del Consiglio, la sua iscrizione alla P2 e gli affari conclusi con i fratelli di loggia: a partire da quelli seguiti da Alberto Ferrari, l'ex direttore generale della Banca nazionale del lavoro, l'istituto di credito che con due fiduciarie "copriva" Berlusconi nella reale proprietà della Fininvest. Secondo Carlo Calvi, "nella seconda metà degli anni Settanta la Bnl, a quell'epoca controllata dalla P2, prestava soldi all'Ambrosiano di mio padre allora in crisi, e, in cambio, indicava a chi dovevano finire i soldi. Insomma, il Banco fungeva da schermo per nascondere amici, soprattutto socialisti, di Alberto Ferrari, anche lui assiduo frequentatore della nostra villa a Nassau".
Ma non basta. Uno dei capitoli che interessano i magistrati è quello che riguarda le iniziative immobiliari in Sardegna dove Berlusconi voleva costruire una città satellite chiamata Olbia 2. Regista dell'intera operazione è Flavio Carboni, cioè l'uomo che ha accompagnato Calvi nel suo ultimo tragico viaggio verso il ponte dei Frati Neri di Londra, e che fin dal 1997 è accusato con Calò di concorso in omicidio. Nei primi anni Settanta, Carboni è un immobiliarista ricco d'inventiva ma povero di capitali. A Roma entra in contatto con gli uomini della banda della Magliana, che a quell'epoca prendevano ordini dal boss di Cosa Nostra Pippo Calò. Così, quando si tratta di affrontare le operazioni di sviluppo nella zona di Olbia-Porto Rotondo, Carboni chiede soldi in prestito agli amici della malavita. Nella seconda metà degli anni Settanta, il faccendiere acquista una serie di società proprietarie di ettari su ettari di terreno per poi cederle a diversi gruppi imprenditoriali. Entrano a quel punto in scena i siciliani, che si accodano ai costruttori mafiosi Luigi Faldetta e Gaspare Bellino, amico di Vittorio Mangano, l'ex fattore di Berlusconi nella Villa di Arcore. Il clan si muove usando i soldi della banda della Magliana, di Calò e dell'ex capomafia di Caccamo Lorenzo Di Gesù.
Parallelamente anche Silvio Berlusconi acquista aree in Sardegna da Carboni, tramite le società Poderada, amministrata da Comincioli e Su Ratale, gestita dallo storico prestanome Walter Donati. E si interessa alle sorti della Prato Verde, un'immobiliare finanziata con 7 miliardi (50 di oggi) dal Banco Ambrosiano, per qualche tempo amministrata dallo stesso Comincioli, e poi fallita. Tra Carboni e Berlusconi viene stipulato un accordo (definito "verbale" dal Cavaliere nel corso di un interrogatorio degli anni Ottanta) che prevede di arrivare "fino ad una partecipazione massima del 45 per cento" nelle attività di sviluppo immobiliare della Sardegna. L'affare però, almeno ufficialmente, non si concretizza.
Nel 1981, dopo l'apertura dei primi cantieri tutto sembra saltare. Carboni naviga in cattive acque. Deve restituire del denaro ad altri imprenditori nel frattempo entrati nel business, ma non lo trova. Due di loro vengono risarciti con 330 milioni di cambiali firmate da Comincioli. I titoli però vengono protestati. Carboni a quel punto li ritira e li sostituisce con assegni circolari del Banco Ambrosiano.
Il flusso di denaro è singolare e, secondo gli investigatori, va letto nel quadro delle iniziative sarde di Carboni. Proprio per questo, nelle scorse settimane, la procura di Roma ha interrogato il pentito Salvatore Lanzalaco, un ingegnere delle Madonie che per anni si è occupato d'investire il denaro della cosca di Caccamo. Lanzalaco, che per qualche tempo è stato anche membro della segreteria di Salvatore Cardinale (poi ministro delle Poste nel governo D'Alema), ha spiegato di essersi occupato degli investimenti in Sardegna per conto di Cosa Nostra. E ha aggiunto di essere andato personalmente nell'isola assieme a Flavio Carboni. Le sue parole hanno già trovato un primo significativo riscontro: sono state ritrovate le ricevute dei pagamenti effettuati con carta di credito per l'affitto delle auto usate durante il viaggio.
Sempre per chiarire quali capitali siano entrati nelle casse di Carboni e dell'Ambrosiano, verrà sentito anche il neocollaboratore di giustizia Nino Giuffrè. Il boss non è stato solo il braccio destro di Bernardo Provenzano. Giuffrè, sia pure a partire dal 1987, è stato anche il capomandamento della cosca di Caccamo, quella di cui facevano parte Di Gesù e Faldetta. Le sue parole sono insomma importanti per confermare le dichiarazioni di un altro pentito, l'ex braccio destro di Di Gesù, Salvatore Barbagallo.
Racconta il collaboratore: "Faldetta è un uomo d'onore che aveva realizzato assieme a Calò, Flavio Carboni, Lorenzo Di Gesù ed Ernesto Diotallevi (banda della Magliana) una serie di residence in Sardegna, e precisamente a Porto Rotondo, Golfo degli Aranci, Coda Volpe e Punta Nuraghe. Questi residence erano stati venduti tutti e la loro amministrazione era stata affidata a un consorzio originariamente gestito da Carboni... Carboni nel 1983 ha avuto uno scontro con Pippo Calò. Ricordo di aver visto che Calò aveva sbattuto per ben tre volte al muro Carboni gridandogli cretino... In seguito Di Gesù mi disse che si era discusso delle solite questioni di ammanchi di soldi imputabili a Carboni".
È possibile che Calvi, tramite Carboni, sia entrato in rapporto con la criminalità organizzata? Qualche indizio c'è. Il pentito di mafia Vincenzo Calcara sostiene di aver personalmente consegnato a Calvi e Marcinkus dieci miliardi di lire di proprietà di Ciccio Messina Denaro, l'ex capomafia di Castelvetrano, storico fattore della famiglia dell'attuale sottosegretario agli Interni Antonio D'Alì. Mentre dai vecchi rapporti di polizia emerge la storia di una relazione tra Roberto Calvi e la bellissima brasiliana Neyde Toscano, donna del boss della banda della Magliana Danilo Abbruciati. Neyde, fuggita dal nostro Paese negli anni Ottanta, è sorella di Lilliam Toscano la moglie del capoclan camorrista Nunzio Guida.
Questo complicato puzzle porta a rafforzare negli investigatori una vecchia ipotesi: quella che vede il Banchiere di Dio non ucciso direttamente da Cosa Nostra, ma dai napoletani che in quel periodo si muovevano di concerto con la mafia siciliana. Inizialmente, infatti, l'omicidio avrebbe dovuto essere eseguito dal boss di Altofonte Francesco Di Carlo, a quell'epoca residente a Londra. Ma visto che Di Carlo si era assentato per qualche settimana, Calò, stando al racconto di una serie di collaboratori di giustizia campani, chiese ai suoi soci camorristi di entrare in azione. E così a strangolare materialmente Roberto Calvi, il banchiere che aveva tentato di fregare la mafia, sarebbe stato Vincenzo Casillo. Ma Casillo, braccio destro di Raffaele Cutolo, pochi mesi dopo la tragedia del ponte dei Frati Neri è morto in un attentato dinamitardo. E anche i suoi segreti sono finiti in una tomba.

26 ottobre 2002 - CASO CALVI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
L'INCHIESTA
Parla Gelli: serve una nuova perizia sui conti di Calvi
ROMA - Puntano sugli arresti di sette esponenti del Gotha finanziario italiano nel maggio dell'81 le indagini per stabilire i motivi che potrebbero essere alla base della morte di Roberto Calvi. Nella cassetta di sicurezza della banca di Milano intestata alla madre del "Banchiere di Dio", scoperta pochi giorni fa, c'era un mattone avvolto in una copia del Corriere della Sera del 29 maggio di quell'anno in cui si parlava, appunto, dell'indagine che aveva portato in carcere, oltre a Calvi, il presidente della Invest Carlo Bonomi e manager di spicco del mondo economico. Nel giornale si parlava anche dello scandalo della P2 e del ritrovamento di importanti documenti di Licio Gelli, che inizialmente era indagato nell'inchiesta per omicidio della Procura di Roma avviata dopo il ritrovamento del corpo di Calvi sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, il 18 giugno dell'82. I magistrati della Capitale vogliono adesso accertare il motivo per cui nella cassetta di sicurezza è stata lasciata proprio la copia del Corriere del 29 maggio. E per questo stanno verificando le carte sulla gestione del vecchio Banco Ambrosiano. Intanto da Villa Wanda, ad Arezzo, dove è agli arresti domiciliari, torna a farsi sentire Gelli: "Solo una perizia contabile - ha detto l'ex capo della P2 - potrà dire tutta la verità sul mistero del Banco Ambrosiano e sulla morte di Calvi". Che secondo i periti è stato ucciso.

"Il Messaggero"
L'inchiesta sulla morte di Calvi: le chiavi della cassetta trovate a casa del fratello
di MARIO MENGHETTI
ROMA - Omicidio Calvi, la Procura di Roma punta sulla perizia contabile di tutti i documenti sequestrati in questi anni. Compresi quelli trovati nella cassetta di sicurezza appartenente al banchiere e scoperta dai magistrati alcune settimane fa nel caveau del Nuovo Banco Ambrosiano, a Milano. E proprio per dare il via a questa analisi documentale i due pm romani titolari dell'inchiesta su Calvi, Maria Monteleone e Luca Tescaroli, hanno già nominato due periti d'eccellenza, Francesco Giuffrida e Vittorio Maugeri.
Dovranno analizzare anche una serie di lettere e di varia documentazione trovata e sequestrata dagli investigatori nell'abitazione del fratello di Roberto Calvi, Leone, a Tremenico (Lecco), durante una recente perquisizione. Dove gli stessi 007 hanno rinvenuto proprio le chiavi della cassetta di sicurezza del banchiere. Argomento, questo, su cui Leone Calvi sembra essere apparso molto contraddittorio nelle sue spiegazioni ai magistrati. In un primo momento, infatti, l'uomo avrebbe affermato che non ricordava neanche più di avere quelle chiavi, che quella cassetta apparteneva al fratello e non era mai stata più aperta dopo la sua morte. Successivamente ha poi aggiunto che insieme alla madre, poi deceduta, aveva prelevato dalla stessa dei gioielli. Subito dopo la morte di Roberto.
Gli investigatori e gli stessi magistrati sembrano più propensi a credere che, insieme ai preziosi, Leone Calvi abbia prelevato anche numerosi documenti scottanti. Magari parte degli stessi che sono stati ritrovati alcune settimane fa nella sua casa in provincia di Lecco. Fra le ipotesi, anche quella che sia stato proprio Leone a mettere poi nella cassetta di sicurezza il mattone, avvolto nelle pagine del quotidiano nazionale (Il Corriere della Sera del 29 maggio '81) in cui sono evidenziate notizie sul banchiere siciliano Michele Sindona e articoli sull'apertura di un processo per esportazione di valuta in cui è coinvolto Roberto Calvi e il sequestro di documenti in casa di Gelli. Un aiuto, su chi ha maneggiato mattone e giornale, potrà venire ai magistrati dagli accertamenti delle impronte digitali sui due reperti e sulla stessa cassetta di sicurezza.
Nel frattempo anche Licio Gelli, dalla sua villa Wanda ad Arezzo, dove sta scontando la condanna a 8 anni per il crack del Banco Ambrosiano, sottolinea che "solo una perizia contabile potrà dire tutta la verità sulla morte di Roberto Calvi". Gelli si dice concorde con le conclusioni della perizia medico legale, ma aggiunge: "Facciamo ora anche quest'altra perizia. Solo in questo modo verrà fuori la verità e si scopriranno tutte le menzogne che sono state dette su questo caso. Finalmente uscirà la verità dopo vent'anni di misteri". Una perizia contabile, guarda caso, ritenuta molto importante anche dalla magistratura romana.

27 ottobre 2002 - CASO MATTEI: I RICORDI DI GIORGIO BOCCA
"Liberta'"
"Subito dopo la notizia mi precipitai: fu un attentato"
Giorgio Bocca ricostruisce quel giorno di 40 anni fa. E ricorda le varie piste l'intervista
BASCAPE' Il mistero della morte di Enrico Mattei oggi compie quarant'anni. Nell'incidente aereo - che molti sospattano attentato - morirono il presidente dell'Eni, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William McHale. Il mistero resta, non si conoscono i mandanti dell'attentato. Il giornalista Giorgio Bocca all'epoca lavorava al Giorno, il quotidiano dell'Eni. "Ricordo benissimo la sera della tragedia - dice Bocca - Andai a Bascapè con Italo Pietra (ex partigiano e direttore del Giorno, ndr). Lui subito si convinse che si trattava di un attentato. Più tardi glielo confermò il presidente dell'Urss Nikita Krusciov". Chi era Mattei? "Era il capo del partito riformista, il capo della Dc di sinistra, del partito filo partigiano". E il suo successore, Eugenio Cefis? "Era un tipo alla 007. Un uomo segretissimo. Quando doveva parlare con qualcuno non lo riceveva in ufficio, ma in campagna, sulla sua Citroen". La procura di Pavia crede che Mattei sia stato vittima di un complotto tutto italiano. "Io credo alla "pista" del petrolio, ma soprattutto bisogna capire il ruolo della mafia. Nella Dc c'erano scontri, ma per eliminare gli avversari non hanno mai usato il delitto politico. Credo che Cosa Nostra abbia avuto un ruolo decisivo nell'attentato. Il protagonismo di Mattei rompeva l'ordine costituito, in Sicilia. Lui diceva: darò lavoro a tutti. Era esplosivo. La mafia invece voleva il mantenimento dello "status quo", voleva che nulla si muovesse". Immagino che molti abbiano festeggiato per la morte di Mattei "Bisogna capire il ruolo di certi personaggi. Ad esempio di questo avvocato siciliano morto qualche anno fa...". Parla dell'avvocato Vito Guarrasi? "Sì, lì c'è puzza di mafia. E la cosa inquietante è che di lui non si parla mai. Anche dopo la morte è caduto un silenzio retrospettivo". Vito Guarrasi è stato consulente dell'Eni fino alla metà degli anni Ottanta. Era presente all'armistizio con gli Usa nel 1943, è stato fautore di molti governi siciliani. Sindona andò da lui nei giorni del falso rapimento. Perché nessuno lo ricorda? "Lo descrivevano come l'eminenza grigia di tutta la Sicilia. Mi stupisce che questa pista che andava logicamente perseguita, non sia mai stata battuta. E il fatto curioso è che le indagini sono state sempre affidate agli stessi personaggi che avevano interesse a nasconderle". Carlo E. Gariboldi

7 novembre 2002 - MORTO IL COLONNELLO UMBERTO BONAVENTURA (SISMI)
da "Dagospia" (fonte Adn Kronos)
GIALLO A ROMA - ANCHE UN CADAVERE NEL DOSSIER MITROKHIN: IL COLONNELLO BONAVENTURA TROVATO MORTO DAL SISMI...
Fonte Adnkronos
Sono stati gli 007 del Sismi a trovare il cadavere del colonnello Umberto Bonaventura nella sua abitazione romana. Stamattina, non vedendolo arrivare nel suo ufficio a Palazzo Braschi, e' scattato l'allarme. Secondo quanto apprende l'Adnkronos, immediatamente nell'abitazione di Bonaventura si sarebbero precipitati uomini del Sismi. Entrati nell'appartamento, avrebbero trovato il corpo dell'ufficiale. I vertici del Sismi avrebbero ordinato l'interdizione del luogo a personale del servizio, dando un'immediata comunicazione alla polizia giudiziaria, che sta facendo luce sulle cause del decesso.
L'UFFICIALE ERA PREOCCUPATO PER L'AUDIZIONE PARLAMENTARE
Bonaventura, nelle ultime settimane, era apparso molto preoccupato per l'imminente audizione presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Mitrokhin. A quanto apprende l'Adnkronos, l'ex direttore del Sismi, l'ammiraglio Battelli, aveva infatti chiesto all'alto ufficiale dei servizi segreti militari di accompagnarlo, in veste di consulente, davanti ai parlamentari che indagano sull'elenco delle presunte spie italiane al soldo del Kgb. Bonaventura, quale ex capo della prima divisione del Sismi, aveva gestito sotto la direzione di Battelli il dossier Mitrokhin. Prima di lui, altri due predecessori aveva trattato presso la prima divisione la gestione delle carte trasmesse dai servizi segreti britannici all'intelligence italiana.
L'UFFICIALE SI ERA SCONTRATO CON VERTICI PER DOSSIER MITROKHIN
All'epoca della sua direzione al vertice della prima divisione del Sismi, Bonaventura non avrebbe mancato -secondo quanto apprende l'Adnkronos- di avere divergenze di vedute con i vertici del servizio relativamente alla trattazione del dossier. Il colonnello, proveniente dall'Arma dei carabinieri e gia' collaboratore durante gli anni di piombo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sarebbe stato infatti del parere di procedere ad un'ampia disamina delle rivelazioni contenute nei documenti trafugati da Vasilj Mitrokhin a Mosca. Non si sa se la volonta' del colonnello di andare a fondo sulle carte inviate dagli 007 di Sua Maesta' in Italia si sia poi tramutata in azioni concrete. Certo e' che per attendere la 'scoperta' del dossier Mitrokhin bisognera' attendere qualche anno, il 1999, quando diventa di dominio pubblico la lista dei presunti agenti del Kgb in Italia sui quali il Ros dei carabinieri avvio' in seguito accertamenti.
MITROKHIN: BONAVENTURA "PARCHEGGIATO" AL SISMI
Secondo quanto apprende l'Adnkronos, il colonnello Umberto Bonaventura era stato messo alcuni mesi fa in "parcheggio" dai vertici del Sismi. Il provvedimento cautelativo sarebbe stato adottato in quanto Bonaventura aveva trattato l'affaire Mitrokhin. Come l'alto ufficiale, anche tutti quelli che erano venuti a contatto con lo scottante dossier trasmesso dai servizi segreti britannici all'Intelligence italiana, sarebbero stati preventivamente messi in parcheggio in vista dei lavori della commissione parlamentare di inchiesta sulle presunte spie italiane al soldo del Kgb.

da "Dagospia" (fonte Adn Kronos)
SERVIZI SEGRETI, CADAVERI OSCURI - DAL COL. FERRARO AL GEN. MANES, LE MORTI 'ANOMALE' DEGLI 007...
Fonte Adnkronos
1 - L'IMPICCAGIONE DEL COLONNELLO FERRARO
E' costellata di una lunga serie di morti 'anomale' la storia dei servizi segreti italiani. L'ultimo giallo e' quello relativo al suicidio del colonnello del Sismi Mario Ferraro, trovato impiccato nel suo appartamento a Roma, al quartiere Torrino, ad un portasciugamani del bagno. Era il 16 luglio 1995. La dinamica della morte desto' subito le perplessita' dei familiari, che riferirono agli inquirenti che Ferraro non aveva alcun motivo per togliersi la vita. L'inchiesta fu aperta contro ignoti per istigazione al suicidio. Poi, i magistrati rubricarono l'ipotesi di reato in quella piu' grave di omicidio per la necessita' di svolgere ulteriori accertamenti tecnici. Condotta dal sostituto procuratore della repubblica di Roma Nello Rossi, l'indagine si chiuse in base all'esito delle perizie, che non lasciavano adito a dubbi: Ferraro, che soffriva di depressione a causa della morte di una figlia e per la separazione dalla moglie, si era suicidato. Gli accertamenti medico legali, tossicologico e tecnico concordarono con l'ipotesi del suicidio escludendo qualsiasi altra causa.
2 - L'OSCURO SUICIDIO DEL COLONNELLO RENZO ROCCA
Un'altra morte oscura e' quella del colonnello Renzo Rocca, trovato morto il 27 giugno del 1968 nel suo ufficio a Roma. Rocca era uno dei fedelissimi del generale Giovanni De Lorenzo, gia' comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e direttore del Sifar, il servizio segreto militare dell'epoca. Insediatosi fino al giugno del 1967 al vertice dell' Ufficio Ricerche Economiche e Industriali (Rei), Rocca si era occupato a lungo negli anni cinquanta e sessanta della raccolta e della gestione dei finanziamenti che la grande industria aveva stanziato per stroncare ogni forma di opposizione in Italia. Rocca, che si suicido' sparandosi, era stato messo in pensione dai vertici del servizio. Subito dopo la sua morte, due gruppi di ufficiali del Sid, si precipitarono nel suo ufficio, insieme ad un ufficiale della Divisione Affari Generali e Riservati del Ministero dell'Interno. Soltanto dopo sul luogo del suicidio arrivo' un commissario di polizia che avviso' il magistrato di turno. I precedenti visitatori avevano gia' ''ripulito'' l'ufficio. Il magistrato Ottorino Pesce, al quale venne affidata l'inchiesta, nutri' seri dubbi sulla tesi del suicidio e venne in seguito rimosso.
3 - LA SCIAGURA IN ELICOTTERO DEL GENERALE MINO
Una delle morti piu' oscure resta comunque quella del generale Enrico Mino, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri. Il 31 ottobre del 1977, il generale Mino decollo' su un elicottero pilotato dal colonnello Francesco Silimarco. Sono le 14,55. A bordo, oltre a Mino, ci sono il tenente Francesco Cerasoli,il tenente colonello Luigi Vilardo, il colonnello Francesco Friscia e il brigadiere Costantino Di Fede. Dieci minuti dopo, si interrompono i contatti radio. Alcuni contadini sulla Sila avrebbero udito un boato. Le ricerche vengono svolte nella zona tra Soriano e Acquaro, dove verranno trovati i resti di Mino e di tutti gli occupanti dell'elicottero esploso in volo. Un giallo rimasto insoluto.
4 - IL GENERALE ANZA' SUICIDA CON UN COLPO DI PISTOLA
Altro giallo e' la morte violenta del generale di corpo d'armata Antonino Anzà, in servizio al Sid e in predicato per la nomina a capo di Stato maggiore dell'Esercito. Dopo un colloquio con l'allora capo di Stato maggiore della Difesa, generale Viglione, Anza' viene trovato morto nella sua abitazione di via Ciro Menotti 4, a Roma. E' il 12 agosto del 1977. A stroncare il generale, un colpo al cuore sparato dalla sua pistola automatica calibro 7,42. Prima di stramazzare a terra, tuttavia, l'alto ufficiale dei servizi segreti militari percorre qualche passo. L'inchiesta viene affidata all'allora sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica. Gli inquirenti sostengono fin dall'inizio l'ipotesi del suicidio, confermata in seguito dalla prova del guanto di paraffina. Secondo la magistratura romana, il fatto che Anzà prima di morire abbia percorso qualche metro all'interno della sua abitazione di via Ciro Menotti e' irrilevante: il colpo di pistola non era ben centrato.
5 - L'INCIDENTE STRADALE DEL GENERALE CIGLIERI E LA MORTE DI MANES
Un altro caso misterioso legato all'attivita' dei servizi segreti militari riguarda la morte del comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Carlo Ciglieri. Nel giugno del '67, un mese dopo la pubblicazione sul settimanale L'Espresso dell'articolo di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sul 'Piano Solo', ideato dal generale Giovanni De Lorenzo, il vicecomandante dell'Arma, Giorgio Manes, consegno' a Ciglieri il rapporto sulla fuga di notizie. Il dossier del generale Manes, che aveva ascoltato numerosi ufficiali dei carabinieri vicini a De Lorenzo, viene coperto dal segreto. Il 27 aprile 1969 Ciglieri muore: la sua auto esce di strada mentre procede a velocita' ridotta lungo un rettilineo. Tre mesi dopo tocca al generale Manes perdere la vita. In attesa di essere ascoltato dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul 'Piano Solo', e' colto da infarto dopo aver bevuto un caffe'. E' il 25 giugno '69. I familiari del generale sosterranno che e' stato ucciso.

7 novembre 2002 - MORTE COLONNELLO BONAVENTURA, NOTIZIE ANSA
ANSA:
Grande esperto di antiterrorismo, il nome del colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura - da qualche anno in servizio al Sismi, il servizio segreto militare - e' legato sia alla vicenda del covo Br di via Montenevoso, scoperto durante le indagini sul sequestro Moro, ma soprattutto alle indagini sull'omicidio del commissario Calabresi. Fu proprio Bonaventura, infatti, all'epoca comandante del reparto antiterrorismo dei carabinieri di Milano a raccogliere le confidenze del pentito Leonardo Marino, a partire dal luglio del 1988. Bonaventura incontro' Marino tre volte, a Sarzana e poi a Milano. L'ufficiale dell'Arma, che nella sua lunga carriera si e' occupato di diversi 'misteri' italiani, tra cui la strage di Peteano - riferi' che Marino si era sempre limitato a parlare "di gravi fatti accaduti a Torino e Milano" venti anni prima e della necessita' di "liberare la sua coscienza", mentre solo in un secondo momento con il magistrato parlo' di Calabresi, tirando in ballo Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Una confessione, quella di Marino, che, come e' noto, e' stata sempre duramente contestata dagli imputati.

Umberto Bonaventura fu protagonista di un importante episodio legato al caso Moro. Nel corso di un'audizione alla commissione stragi nel 2000 l'ufficiale dei carabinieri che aveva guidato l' operazione in via Montenevoso, ammise che alcune carte erano state portate via prima che arrivasse il magistrato e rimesse a posto dopo essere state fotocopiate. Le copie dei documenti furono inviate poi al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L'ufficiale, nell'audizione, giustifico' cosi' la procedura seguita: "eravamo in tanti in quel covo. Vi assicuro che non e' stato tolto nulla di quello che c'era. Dopo averli fotocopiati sono stati riportati nell'appartamento tutti i documenti. Nulla e' stato alterato. Ve lo assicuro".

La magistratura "faccia piena luce sulla morte di Bonaventura": e' quanto chiede Paolo Guzzanti, presidente della commissione bicamerale sul "Dossier Mitrokhin". "Il colonnello Bonaventura - afferma - non era soltanto uno dei gestori diretti del dossier Mitrokhin, ma era stato anche uno dei piu' vicini collaboratori del ge