Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2001 (dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa) |
20 febbraio - "Il Corriere della sera" pubblica in prima pagina un fondo di Ernesto Galli della Loggia che polemizza con un' ennesima presentazione del libro del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino.20 febbraio - Alla presentazione del libro di Giovanni Pellegrino dal titolo "Segreto di Stato", il presidente del Consiglio Giuliano Amato dice che quella che noi abbiamo vissuto e' stata la storia di un "paese non normale", con due comunita' politiche con delle varianti estremistiche a sinistra e a destra, in cui esistevano "due patrie", una legata all'occidente, l'altra all'est comunista. Questo fatto consenti' la nascita di due Gladio, entrambe difensive, una bianca e una rossa. "Questa e' l'ipotesi che mette avanti Pellegrino, una ipotesi aspra da accettare: era comodo interpretare la storia - prosegue il premier - sostenendo che l'illegalita' stava tutta da una parte". "Io non sono mai appartenuto al Pci, anzi, ma capisco che digerire un libro di questo genere e' difficile. Il volume di Pellegrino rappresenta un controcanto che non si puo' leggere correttamente solo mettendo in evidenza le illegalita' di certi apparati come la P2. La lettura storica di quegli anni che riconduce tutto a Gladio suona poco credibile anche se altrettanto poco credibile suona il fatto che i gladiatori fossero solo 600". Secondo Amato, non si puo' pensare che tutte le stragi siano state figlie dell'anticomunismo. "Alcune si', ma ci furono anche le stragi della manovalanza estremista scaricata da certi apparati. E questa potrebbe essere una spiegazione per Piazza della Loggia". Amato, nel ricordare il suo "stupore" per gli attacchi ricevuti quando parlo' delle stragi inesplicate dell'Italicus e della stazione di Bologna, vede bene l'ipotesi di "coltivare" un dubbio, cosi' come fa Pellegrino, senza doverlo "appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Di qui, la distinzione che il premier fa tra le stragi di chiara finalita' anticomunista, quelle che nascono dalle rotture all'interno "dell'impasto eversivo" che si era creato nel nostro paese e, quelle che non si spiegano e per le quali la risposta non deve essere necessariamente "provinciale". Per Amato le stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna "forse si collocano sul versante di un quadrante internazionale...E' bene fermarsi qua per l'incarico che momentaneamente ricopro, anche se gli stessi Papi quando parlano dei loro incarichi dicono 'pro tempore'". "La strage dell'Italicus, dice Pellegrino, rimane inesplicabile - ha tra l'altro detto il premier - e sono anch'io convinto di cio'. Non sappiamo la motivazione della strage di Bologna anche se conosciamo chi materialmente l'ha fatta". Di queste stragi si puo' anche ipotizzare una matrice che non e' proprio 'provinciale'". Impostare cosi' queste vicende, ha ancora detto Amato riferendosi al libro di Pellegrino, consente di "coltivare un dubbio senza doverlo appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Amato ritiene inoltre plausibile l'ipotesi che l'eventuale presa del potere da parte del Pci potesse essere bloccata dall'Urss stessa per non avere fastidi dagli americani su altri fronti, "nello spirito di Yalta". Cosi' come, per quanto riguarda il periodo delle Brigate Rosse, il presidente del Consiglio parla di una infatuazione "irresponsabile" da parte di una certa borghesia, di cui facevano parte anche professori universitari: una infatuazione dunque che nasceva da "ruoli superiori" a quelli che erano i tradizionali elettori del Pci. "Gli incontri nella casa a Prati e le rivelazioni su Firenze sono di grande interesse. Mi hanno impressionato tanto da rendermi scettico sulla possibilita' che una soluzione politica possa permetterci di arrivare alla verita'". "Se uno era partecipe non lo dice, anche se puo' avere le garanzie che non sara' condannato. Nel libro ci sono episodi di grande rilevanza legati alle Brigate rosse, episodi legati alla vicenda Moro e caduti nel nulla. A Roma si sta indagando su due giovani in motocicletta che erano in via Fani - ha ancora detto Amato - ma non si e' ancora indagato su fatti acquisibili da altre procure e molto piu' rilevanti". Amato ha anche citato l'ipotesi del "doppio ostaggio" per quanto riguarda il caso Moro. "Si era capito - ha affermato nel commentare il libro di Pellegrino - che Moro stava dando informazioni alle Brigate rosse". Amato sostiene anche che abbiamo il dovere "di continuare comunque a cercare la verita"' sulle stragi. "E' un dovere che va al di la' di cio' che possono fare i giudici". "Anche su Ustica bisogna arrivare a capire quello che e' successo. C'e' un diritto alla verita'" senza porsi limiti del tipo "taci il nemico ti ascolta", ha ancora detto il premier sottolineando come Pellegrino nel suo libro cerca di uscire da una visione "manichea" di queste storie. Il presidente Ds Massimo D'Alema definisce "singolare" la polemica aperta da Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera". "Scrivere libri non rappresenta una lesione per le prerogative del Parlamento. Non significa sottrarre al Parlamento doveri e prerogative. Questo libro e' una iniziativa di lotta politica e civile e documenta le difficolta' della commissione stragi di arrivare ad una chiave di lettura complessiva condivisa al suo interno. Una certa polemica che non ha senso da parte di chi professa liberalismo anzi se n'e' fatto cattedra. Speriamo che in futuro non ci vietino i dibattiti", ha detto sorridendo, aggiungendo poco dopo: "c'e' una ventata liberale inquietante nel paese". D'Alema ha condiviso pienamente il giudizio che esce dal volume, ma ora chiede "qualche elemento in piu"'. E si rivolge, direttamente e indirettamente, a Francesco Cossiga. "Una volta Cossiga mi riferi', e non e' un segreto, una sua valutazione conclusiva su questa vicenda: 'abbiamo difeso la democrazia possibile' nel quadro di un mondo che era quello. I margini di sovranita' erano quelli. Io sono disposto ad accettare questa conclusione, ma prima di arrivarci vorrei conoscere qualcosa sulla parte precedente. Per curiosita' di verita', non per malizia". D'Alema ha chiesto di conoscere "qualche altro passaggio", "pur avendo ben chiaro - ha rilevato - che la sentenza e' di assoluzione, sentenza che mi sento di condividere fin d'ora". Questo passaggio del presidente dei Ds fa riferimento alla "parte non scritta" del volume di Pellegrino, cioe' quella che non ha trovato dei riscontri tali per essere contenuta nel volume. Il libro puo' essere letto, secondo D'Alema, come "una sentenza". "C'e' pero' - ha concluso - un bisogno di verita', non per fare conti con il passato o per cercare le responsabilita' di Tizio o Caio, ma per liberare il futuro del Paese". Per questo D'Alema condivide l'invito ad uno scambio: verita' sulle stragi e la vicenda Moro in cambio della non punibilita' giudiziaria. Giunti a questo punto, dice l'ex presidente del Consiglio, non e' piu' il caso di andare a cercare le singole responsabilita' giudiziarie, ma si puo' ricercare la verita' garantendo una non punibilita'. "Quello proposto dal sen.Pellegrino - dice D'Alema - e' un obiettivo condivisibile".
27 febbraio - La Corte d' Assise di Palmi (presidente Salvatore Mastroeni) assolve, per non aver commesso il fatto, dall' accusa di concorso in strage il collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro. Lauro era accusato di avere fornito l' esplosivo usato per l' attentato alla stazione di Gioia Tauro il 22 luglio del 1970. L' esplosione causo' il deragliamento della Freccia del Sud Palermo-Torino e nell' incidente morirono sei persone, mentre 72 furono i feriti. Giacomo Lauro, interrogato dal presidente Salvatore Mastroeni, ha affermato che l' esplosivo da egli fornito all' autore materiale dell' attentato (Vito Silverini, un pregiudicato da tempo morto per cause naturali) doveva servire soltanto per una azione dimostrativa e solo per cause fortuite la bomba esplose durante il transito della Freccia del Sud. Questa tesi, poco prima della sua morte, sarebbe stata confermata anche da Silverini. Il pm, Giuseppe Verzera, nella sua requisitoria, aveva invece sostenuto che la bomba di Gioia Tauro del 22 luglio del 1970 era un tassello della "strategia della tensione" e che l' episodio rientrava nella matrice unica dell' eversione nera. Verzera, nelle sue conclusioni aveva comunque chiesto l' assoluzione di Giacomo Lauro per sopravvenuta prescrizione del reato e l' applicazione dell' attenuante dei benefici di legge sui collaboratori di giustizia.
20 marzo - L' ex capo dell' ufficio del Sid, Gianadelio Maletti, arriva alle 9.45 all' aula bunker di piazza Filangeri, a Milano, dove si svolge il processo per la strage di piazza Fontana. Maletti, condannato a 14 anni di reclusione per depistaggio e a 15 anni di reclusione nel processo per la bomba davanti alla questura di Milano, ha ottenuto un salvacondotto di 15 giorni per poter deporre. Maletti da 21 anni vive in Sud Africa dove dal 1980 ha anche ottenuto la cittadinanza. Durante l’ interrogatorio Maletti dice che "E' probabile che la Cia abbia aiutato movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana" e spiega i rapporti che esistevano all'epoca tra il Sid e la Cia. Rapporti sostanzialmente di "sudditanza" da parte del servizio italiano nei confronti di quello americano. A quanto ha raccontato Maletti, insomma, gli agenti della Cia poco o nulla riferivano ai nostri servizi, anche se indagavano sulle questioni italiane. Per fare un esempio, ha citato Edgardo Sogno. "Sogno - ha detto Maletti - ha avuto rapporti con uomini della Cia. Stava raccogliendo le fila per un golpe, di questo ne ha parlato con la Cia che pero' non ha informato i nostri servizi. Questa mi pare una politica scaltra tra alleati". Maletti ha anche spiegato che il servizio americano aveva avuto precise informazioni sulla vicenda della 'Rosa dei Venti'. All'inizio dell' udienza le difese di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi hanno sollevato un' eccezione sulla possibilita' di sentire l' ex generale del Sid. Secondo gli avvocati delle difese, Maletti dovrebbe essere sentito come testimone e quindi giurare; secondo il pm, invece, Maletti doveva essere sentito come indagato in procedimento connesso. La Corte ha deciso di sentire Maletti in quest'ultima veste. Maletti racconta anche che il Sid aveva infiltrati in Ordine Nuovo e in Avanguardia Nazionale:”Avevamo infiltrati e informatori". Il generale ha spiegato alla corte che, per i servizi, era "normale" infiltrare le organizzazioni di estrema destra, e dice anche che "Il servizio americano contribuiva a finanziare a livello economico il Sid". "Il servizio americano –per Maletti - ha avuto anche una parte importante nella costituzione di Capo Marrargiu". L' ex capo del reparto D del Sid ha riferito che la Cia in Italia aveva molte basi, e tra queste erano operative anche le caserme della Setaf e della Ftase. "Nel 1971 ho appreso che anni prima, attraverso il passo del Brennero, era arrivato dell' esplosivo direttamente dalla Germania per una cellula veneta di destra" afferma anche l' ex capo del reparto D del Sid, spiegando di avere appreso questa notizia nel 1971 direttamente dal capo centro del servizio a Padova. Conversando con i giornalisti durante la pausa dell'udienza, Maletti dice anche:"Ho sempre avuto la sensazione che ci sia stata una matrice e un appoggio oltre frontiera. Certo, non penso ai tedeschi" ha detto ancora Maletti, aggiungendo "L'aiuto non poteva venire che da la'. Pensate che negli Stati Uniti ci sono tutt'oggi gruppi neonazisti". Maletti, che aveva parlato del suo trasferimento durante l' udienza, e' ritornato su questo punto conversando con i giornalisti: "Nel '75 sono stato trasferito. C'e' stato in me un senso di frustrazione, perche' per la strage di Piazza Fontana, come servizio non ci interessavamo piu', in quanto si occupava l'autorita' giudiziaria. C'erano pero' stati altri attentati e io stavo indagando su gruppi dell'eversione di destra e di sinistra". Sul ruolo della Cia e dei servizi militari statunitensi, Maletti ha un' idea chiara: "Aiutavano i movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana". Lo facevano in modo prepotente, senza coinvolgere i servizi italiani: "Un esempio questo - ha detto Maletti - di sovranita' limitata. Loro sostenevano economicamente il Sid ma non davano alcuna informazione". Le basi degli agenti della Cia, proprio come ha detto Digilio, erano le caserme della Ftase e della Setaf di Verona e Vicenza. Anche su questo punto ha detto di non avere prove, ma ha aggiunto: "Io so che le cose stanno cosi' anche perche' ho fatto un corso di due anni negli Usa. Lo so per esperienza, lo so perche' sapere quelle cose era il mio mestiere". L'ex generale ha anche confermato che il servizio segreto italiano infiltrava le organizzazioni di estrema destra. "Tutti infiltravano tutti. Era un groviglio inestricabile". E ha anche ricordato che tra le fonti c'era quella denominata 'Tritone', ovvero l'ordinovista Maurizio Tremonte, ora indagato per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Piu' reticente, invece, e' stato sulla riunione del 18 aprile del 1969 avvenuta a Padova, nel corso della quale, secondo Marco Pozzan, che ha poi ritrattato, vennero decisi gli attentati ai treni dell'estate. A quella riunione, secondo il primo racconto di Pozzan, oltre a Freda e Ventura era presente anche Pino Rauti. Su questa vicenda, Maletti non ha detto chi fu la fonte che lo informo' nonostante esista un suo manoscritto nel quale scriveva al capitano La Bruna che non avrebbe fatto quel nome. Di voler tornare in Italia per deporre, a certe condizioni, Maletti aveva parlato all' inizio di agosto del 2000, in un' intervista a “La Repubblica”. Maletti aveva detto:"Ripetero' tutto davanti all' autorita' giudiziaria, purche' ci siano le condizioni. E'chiaro che mi voglio tutelare, ho gia' pagato abbastanza per delle accuse infondate". Ottanta anni ancora da compiere, Maletti e' stato al centro di molte delle vicende piu' oscure della storia italiana. Nato il 30 settembre 1921 a Milano, da una famiglia piemontese di antiche tradizioni militari, finisce anche lui nell' esercito e poi nel Sid, che allora era l' unico servizio segreto italiano. Dirige l' ufficio "D" dal 1971 al 1975 quando il capo del Sid era il gen. Vito Miceli. I due erano divisi da una fiera rivalita', nonostante i nomi di entrambi comparissero poi nelle liste dei presunti iscritti alla loggia massonica P2, trovate nel 1981 negli uffici della Gio.Le. di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Quando scoppia lo scandalo P2 Maletti si trovava gia' in Sudafrica. Dalla carica nel Sid, secondo quanto scrisse allora Lino Jannuzzi sul settimanale "Tempo", Maletti fu destituito improvvisamente dopo un' intervista rilasciata allo stesso settimanale in cui parlava di una riorganizzazione delle Brigate rosse "sotto forma di un gruppo ancora piu' segreto e clandestino e costituito da persone insospettabili, anche per censo e per cultura, e con programmi piu' cruenti" e che "i mandanti restavano nell' ombra, ma non direi che si potessero definire 'di sinistra"'. Maletti era gia' stato arrestato per qualche settimana nel 1976, insieme al suo braccio destro, il cap. Antonio Labruna, nel corso delle indagini per la strage di piazza Fontana. Per la strage del 1969 alla Banca nazionale dell' Agricoltura il generale ebbe una condanna definitiva ad un anno per falsita' ideologica in atti pubblici (per il passaporto procurato a Marco Pozzan, all' epoca imputato di strage). Ma il gen. Maletti ha avuto anche altri problemi con la giustizia italiana. Nel 1996 e' passata in giudicato anche la condanna a 14 anni subita nel processo per l' attivita' della P2, per procacciamento di notizie riservate. Di un anno fa e' invece la condanna in primo grado a 15 anni nel processo davanti alla quinta Corte d'Assise di Milano sulla strage davanti la questura di Milano del 1973 per l' accusa di occultamento di notizie riguardanti la sicurezza dello Stato. Nelle motivazioni la sua responsabilita' viene definita "manifesta e gravissima". L'allora capo del reparto 'D' del Sid "seppe dei propositi di attentato a Rumor addirittura prima che venisse perpetrato", omise di riferirli alla magistratura e occulto' documenti e nastri magnetici importanti. Nel 1999 invece il generale era stato assolto nel processo per il disastro dell' "Argo 16", l' aereo dei servizi segreti precipitato nel 1973. Per lui il pm aveva chiesto una condanna a 8 anni per soppressione di atti concernenti la sicurezza dello Stato. Nel 1997, la commissione stragi va in Sudafrica per sentire Maletti (che era gia' stato interrogato a Johannesburg l' anno precedente dai giudici perugini del processo Pecorelli e nel 1991 dal giudice veneziano Casson, che indagava su Gladio). Nell' audizione, durata quasi tutto il giorno, Maletti delineo' un quadro di forte dipendenza dei servizi italiani da quelli americani, e disse di aver informato il ministro della Difesa sul "salto di qualita"' delle Br ma che il suo allarme non venne raccolto. Maletti avrebbe avvalorato anche l' ipotesi di una pluralita' di reti anticomuniste operanti in Italia e detto di aver ricevuto, fino a meta' degli anni ottanta, minacce riconducibili ad ambienti italiani. Maletti accuso' politici italiani di aver chiuso gli occhi, volontariamente e per fini politici, prima nei confronti del terrorismo di destra e poi, quando ne venne denunciata la pericolosita', anche verso le Br. "Ci sono stati episodi, non solo nel Sid - disse Maletti - che fanno pensare che alcune direttive venissero impartite nel senso di tollerare, e di chiudere gli occhi su avvenimenti molto gravi. Con cio' mi riferisco al ministro della Difesa, dell' Interno ed anche alla Presidenza del Consiglio". Piu' o meno gli stessi concetti, Maletti li ripete nell' intervista dell' agosto del 2000:"La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". L' ultima intervista rilasciata da Maletti e' del gennaio di quest' anno, dopo le rivelazioni di un pentito di mafia su un presunto collegamento dell' uccisione del giornalista Mauro De Mauro con il golpe Borghese.
20 marzo – Nel link potete trovare a confronto i resoconti di “Corriere della Sera”, “Stampa”, “Repubblica” e “Messaggero” sull’ interrogatorio del gen. Gianadelio Maletti, al processo per la strage di piazza Fontana.
22 marzo – Il gen. Gianadelio Maletti non si presenta negli uffici della Procura di Brescia per essere interrogato dai pm bresciani titolari dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia. Si e' saputo, nel frattempo, che la difesa del generale dei carabinieri Francesco Delfino, indagato nell'inchiesta, ha chiesto che Maletti venga sentito con la formula dell'incidente probatorio. Il gip Francesca Morelli non ha ancora deciso se disporlo o meno. Maletti, che e' giunto in Italia con un salvacondotto dovrebbe pero' ripartire per il Sud Africa gia' domani. Pur avendo ottenuto un salvacondotto di 15 giorni, infatti, Maletti e' costretto ad anticipare il suo rientro in quanto poi sara' soppresso il volo diretto Milano Johannesburg. Il generale dovrebbe quindi fare scalo in altri aeroporti e, in teoria, essere arrestato. Della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti e un centinaio di feriti), l'ex capo del reparto D del Sid, Gianadelio Maletti, non ha mai detto nulla. Il 3 marzo 1997, davanti alla commissione Stragi che lo aveva sentito a Johannesburg, si era limitato a dire che non ricordava nulla. Eppure il generale Gianadelio Maletti era stato nominato capo del Reparto D del Sid nel 1971 ed era rimasto fino al 1975. Alla domanda del senatore Co' se poteva dire qualche cosa sulla strage di Piazza Loggia, Maletti aveva replicato: "No senatore, mi dispiace, ma non ricordo proprio piu' niente di questa questione di piazza Loggia. E' stata purtroppo una delle questioni molto serie e molto gravi, ma non e' stato uno degli elementi della sovversione sul quale noi abbiamo ottenuto successo, se non mi sbaglio: quindi non mi e' rimasto impresso granche' di quella vicenda". Il presidente Giovanni Pellegrino aveva sollecitato Maletti affinche' desse una spiegazione sul ruolo dell'Arma dei carabinieri in relazione alle inchieste sulla strage, sul Mar Fumagalli e sull'uccisione del neofascista Giancarlo Esposti a Pian del Rascino. "A distanza di tanti anni - era stata la risposta dell'ex capo del reparto D del Sid - direi che l'Arma dei carabinieri si e' sempre comportata bene e non so quanti e quali elementi avesse per poter intervenire in modo piu' efficace e se ci fossero state delle limitazioni politiche al suo intervento. Queste sono ipotesi che si possono formulare ma che hanno a mio parere, dette in questo modo da me come soltanto le posso dire, poco valore". A Paolo Corsini, all'epoca parlamentare Ds e membro della commissione Stragi, ora sindaco di Brescia, Maletti aveva risposto di non avere mai conosciuto il generale Francesco Delfino, all' epoca della strage capitano comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Brescia. Delfino, recentemente condannato per truffa in relazione al sequestro dell' imprenditore Giuseppe Soffiantini, aveva condotto le indagini oltre che sulla strage, anche sul Mar Fumagalli. Maletti aveva anche spiegato di non avere avuto conoscenza di eventuali rapporti di Delfino con i servizi italiani e stranieri. Quindi sull'uccisione da parte di Mario Tuti e Pierluigi Concutelli in carcere a Novara di Ermanno Buzzi, l'estremista di destra, condannato all'ergastolo al processo di primo grado per la strage, Maletti aveva replicato di non essersi fatto un'idea. All'insistenza di Corsini, Maletti aveva replicato di non avere seguito quelle vicende. Della strage di piazza della Loggia, l'ex generale, forse, aveva detto piu' cose in un' intervista giornalistica dell' estate scorsa. Parlando del ruolo della Cia nella strategia della tensione, aveva affermato: "La Cia ha cercato di fare cio' che aveva fatto in Grecia nel '67 quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia le e' sfuggita di mano la situazione. L'effetto che alcuni attentati dovevano produrre e' andato oltre. Piazza Fontana, che io sappia, e' andata cosi'. Devo presumere anche per piazza della Loggia, per l'Italicus, per Bologna". E aveva aggiunto: "Riguardo ai politici voglio aggiungere una sensazione che per me e' quasi una certezza. A quel tempo, molti di loro, compreso il Capo dello Stato, Leone, furono costretti ad accettare il gioco".
22 marzo - All'unanimita' e dopo un confronto dai toni pacati la commissione di inchiesta sulle stragi e il terrorismo chiude i lavori, dopo 13 anni, con l'approvazione di un ordine del giorno che autorizza la pubblicazione immediata ed integrale di tutti gli elaborati prodotti dai gruppi o dai singoli commissari (18). Quindi nessuna votazione, nessuna trasmissione di documenti al Parlamento, ma solo la presa d'atto, la "fotografia" della situazione di stallo che si e' venuta a creare e che non ha permesso di arrivare ad un voto. Un verdetto di 'no contest' che chiude un confronto politico-storico aspro che non si e' concretizzato in un giudizio condiviso sui principali temi dei rapporti fra eversione e politica nella storia della Repubblica italiana. La scelta di pubblicare i 18 contributi presentati dai vari gruppi e' stata fatta "ritenendo indubbia l'utilita' e il senso complessivo della esperienza della commissione" dato che il materiale raccolto dalla Commissione "e' di notevole importanza per una valutazione complessiva della storia piu' recente del nostro Paese" Tutti i gruppi hanno condiviso, alla fine, l'ordine del giorno che prende atto della situazione politica che si e' venuta a determinare con l'impossibilita' pratica di esprimere un giudizio. "La mia sconfitta - ha detto al termine Giovanni Pellegrino - presidente della commissione - e il mio rammarico e di non aver potuto concludere con un risultato e giudizio condiviso ma questa commissione non e' niente altro che lo specchio del Paese. Un Paese ancora incapace di guardare al suo passato e di esprimere un giudizio maturo. Mi sarebbe piaciuto che la destra facesse la storia dei rapporti dell'Msi con An e Avanguardia nazionale e che la sinistra narrasse per intero la vicenda del Pci e i contributi dall'Est. Avremmo avuto una storia politica complessiva permeata di pietas. Ma cio' non e' stato possibile". Pellegrino si e' riservato di spiegare come si e' giunti a questo risultato di 'no contest' nella prossima e ultima relazione semestrale che inviera' ai presidenti delle Camere per illustrare il lavoro fatto. La commissione ha anche deliberato i criteri di pubblicazione degli atti. Saranno pubblicati, oltre ai 18 documenti finali, i resoconti stenografici delle sedute e le relazioni semestrali. La commissione ha deliberato la pubblicazione integrale, ma su cd-rom, di tutti i documenti che ha prodotto o che sono stati inviati a San Macuto o comunque che sono stati acquisiti nel periodo tra la X e la XIII legislatura. I documenti coperti da una qualche forma di segreto saranno pubblicati dopo aver verificato la presenza o meno di questa condizione. Sara' pubblicata anche la raccolta della rassegna stampa e gli elaborati prodotti dai collaboratori della commissione. Sono stati esclusi dalla pubblicazione gli scritti anonimi o quelli che sono stati inviati a titolo personale da soggetti privati o pubblici. Gli atti e i documenti originali, compresi quelli per i quali non e' consentita la pubblicazione, verranno versati all'archivio storico del Senato.
Nella X Legislatura la Commissione ha approvato quattro relazioni: Ustica, Caso Moro, Terrorismo in Alto Adige, Gladio; nella XI Legislatura la Commissione ha approvato tre relazioni (sull'attivita' svolta nel periodo giugno '93 - febbraio '94, relazione sulle stragi meno recenti, relazioni sugli ultimi sviluppi del caso Moro); nella XIII Legislatura la Commissione ha approvato una relazione sull'omicidio del professor Massimo D'Antona.
Queste sono le relazioni presentate e non messe ai voti nell' ultima legislatura:
Sen. Follieri (Ppi) - "Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra il 1969 e il 1975";
On. Fragala' (An) - "Il Piano solo e la teoria del golpe negli anni '60";
Gruppo Ds - "Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974";
Sen. Mantica (An) - "Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta Br su Piazza Fontana";
Sen. Mantica (An) - "Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia - Brescia 28 maggio 1974";
Sen. Mantica (An) - "Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-1975";
Sen. Manca (Fi) - "Relazione sulla sciagura aerea del 27 giugno 1980' (Ustica)";
Sen Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi in Italia";
Sen. De Luca (Verdi) - "Contributo sul periodo 1969-1974";
Sen Mantica (An) - "Il problema di definire una memoria storica condivisa della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica";
Sen. Mantica (An) - "Per una rilettura degli anni '60";
On. Taradash (Fi) - "L'ombra del Kgb sulla politica italiana";
Sen. Mantica (An) - "La dimensione sovra-nazionale del fenomeno eversivo in Italia";
Sen. Bielli (Ds) - "Nuovi elementi concernenti il brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza";
Sen. Mantica (An) - "La strage di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: cosi' si e' nascosta la verita' ";
De Luca (Verdi) - "Il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro";
On. Bielli (Ds) - "La controversa figura di Giorgio Conforto";
Sen. Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi impunite in Italia".18 giugno -Il senatore a vita Paolo Emilio Taviani muore all'alba a Roma, nella clinica dove era ricoverato. Paolo Emilio Taviani, nelle sue ultime volonta', aveva precisato che sarebbero dovute rimanere distinte le cerimonie civili da quelle religiose ed aveva indicato nell' ex sindaco di Genova, Piombino, la persona che avrebbe dovuto tenere l' orazione funebre. L' ex sindaco di Genova Giancarlo Piombino sfuggi' per poco ad un agguato delle Brigate Rosse nel 1979. Un commando delle Brigate Rosse fece irruzione nel 1979 negli uffici della societa' Finligure, presieduta dall' avv. Piombino, con lo scopo di gambizzarlo. Come emerse dal processo nel quale furono condannati complessivamente a 35 anni di reclusione sette brigatisti, Piombino si salvo' perche' quella mattina non si era recato in ufficio per altri improvvisi impegni. Sentito piu' volte dalla Commissione stragi, Taviani si era rifiutato di rispondere su alcuni particolari relativi a piazza Fontana; interrogato il 7 settembre dello scorso anno dal maggiore dei carabinieri Massimo Giraudo, Paolo Emilio Taviani aveva invece fornito maggiori notizie, tra le quali quella che il Sid tento' all'ultimo momento di evitare la strage. "La sera del 12 dicembre 1969 - aveva raccontato l'ex ministro dell'Interno all'ufficiale dei carabinieri del Ros - il dottor Matteo Fusco, defunto negli anni '80, stava per partire da Fiumicino per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid con un ufficio in corso Rinascimento a Roma. Doveva partire per Milano recando l'ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientro' a Roma". Questa versione e' stata confermata anche da Anna Fusco, figlia dell'agente del Sid, che nel 1969 si trovava a Milano ed era vicina al Movimento studentesco. La donna, gravemente ammalata, sentita dal pm Massimo Meroni, aveva confermato che il padre, vicino alle posizioni politiche di Pino Rauti, visse il resto della vita con il cruccio per non essere riuscito ad evitare la strage. Taviani, nell'interrogatorio con il maggiore Giraudo, aveva spiegato di avere appreso la notizia relativa all'agente Fusco "in ambiente religioso" e di avere avuto la conferma dal questore Santillo e, forse, anche dal generale Vito Miceli. "Nel 1973, quando ritornai ad essere ministro dell'Interno - aveva spiegato Taviani - ebbi dal questore Santillo, che nominai ispettore per l'antiterrorismo, alcune certezze che vedo confermate dalle indagini della magistratura". Quindi aveva confermato di avere taciuto questi particolari alla Commissione stragi e aveva aggiunto che "un ufficiale del Sid, il tenente colonnello Del Gaudio, si mosse da Padova a Milano per depistare le colpe verso la sinistra". "Questi due dati - aveva spiegato a Giraudo l'ex ministro dell'Interno - sono indizi, se non prove, di atteggiamenti del tutto contrastanti all'interno dello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell'Arma di Milano e Padova vi furono deviazioni. Fu l'Arma stessa, con la sua solida struttura, ad individuarle e correggerle". Nella sua testimonianza Taviani aveva spiegato all'ufficiale del Ros che per capire la strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura era necessario tenere presente un punto "fondamentale" e cioe' che "la bomba, nell'intenzione degli attentatori, non avrebbe dovuto provocare alcun morto ma avrebbe dovuto essere un atto intimidatorio come lo furono quelli contemporanei di Roma. Se non si accetta questa interpretazione, molto resta inintellegibile". Quindi, per spiegare in quale quadro politico doveva essere collocata la strage di piazza Fontana, aveva ricordato che l'apertura al Pci era vista con timore da molti settori politici e che lo scioglimento del Sifar era stato un errore perche' l'Italia, di fatto, rimase scoperta in quel settore. "Il Sid - aveva spiegato - nacque debole, senza una mano ferma che lo dirigesse. Il ministro della Difesa Tanassi non aveva ne' competenza, ne' prestigio adeguato per affrontare una situazione che si era molto aggravata per i problemi di ordine pubblico e per la invasione della Cecoslovacchia. Fu in quel clima che i gruppuscoli di estrema destra, che vivacchiavano agli inizi degli anni Sessanta, si gonfiarono fino a costituire una galassia distaccata dal Movimento sociale italiano". Il senatore a vita Paolo Emilio Taviani aveva annunciato lo scorso anno l' intenzione di pubblicare i suoi diari politici e di fare alcune rivelazioni sulle pagine oscure della storia d' Italia cominciare dalle stragi. Gia' la casa editrice Il Mulino ha pubblicato nel 1998 "I giorni di Trieste. Diario 1953-1954" e gli altri volumi che verranno si annunciano ricchi di retroscena e rivelazioni. La cosa emerge il 4 agosto 2000 in una intervista dell' allora presidente della commissione stragi, sen. Giovanni Pellegrino, che al Tg3 della Toscana, parlando delle cose dette dall' anziano senatore, soprattutto sugli attentati ai treni, afferma: "probabilmente, i mandanti e il contesto in cui maturavano quelle stragi non e' lo stesso in cui sono maturate le altre. Taviani non ci ha voluto dire niente di piu' e privatamente mi ha detto che avrebbe detto qualcosa di piu' soltanto da morto". Qualche giorno dopo, lo stesso Taviani, in un' intervista al "Secolo XIX", si diceva disposto a tornare ad essere ascoltato dalla Commissione stragi, ma precisava: "Devo peraltro precisare a scanso di future delusioni che le cose da me non dette non sono dati di fatto di rilevanza penale. I dati di fatto gia' li ho testimoniati in varie occasioni alla magistratura e alla Commissione" e aggiunge:"Si tratta di valutazioni e giudizi. Il riserbo era ed e' dovuto alla convinzione che i protagonisti della politica possano restare degni di rispetto anche quando alcune posizioni da loro assunte si rivelino poi infondate o erronee". Taviani nell' intervista annuncia anche che pubblichera' i suoi diari che riguardano 60 anni di vita politica, "ma li pubblichero' - sottolinea - dopo le elezioni". All' inizio di settembre del 2000, secondo cio' che scrisse a dicembre un quotidiano milanese, Taviani aveva poi affidato alcune testimonianze a un ufficiale dei carabinieri e i suoi racconti erano poi finiti agli atti del processo per la strage di piazza Fontana. Il verbale si aprirebbe cosi': "In Commissione stragi lasciai intendere che alcune cose riguardanti i precedenti lontani e vicini della strage di Milano del 12 dicembre '69, la madre delle stragi, non le avrei dette. Le dico adesso". Paolo Emilio Taviani aveva deciso che il suo diario politico fosse dato alla stampa dopo la morte. Nella sua ultima intervista riportata sul sito www.i-am.it, il senatore aveva spiegato, due mesi fa, di aver optato per una pubblicazione entro quest' anno. "Avevo deciso che il mio diario fosse dato alle stampe dopo la mia morte. Pero' i tempi si sono oltremisura allungati, quindi ho deciso che sara' pubblicato alla fine di quest' anno, passate le elezioni". Nell' intervista Taviani parla della guerra partigiana e del revisionismo. "Durante la Resistenza ci furono morti anche tra di noi. Una ventina di anni fa io e Boldrini abbiamo fatto una ricognizione retrospettiva: siamo arrivati a contare un totale di morti che non raggiunge la sessantina, appartenenti a bande di vario colore politico". E sul revisionismo Taviani dice che questo fenomeno storiografico ha avuto anche una sua utilita'; "quella di riconoscere che sono stati sottovalutati e rimossi alcuni crimini compiuti dai partigiani. Ma non c' e' mai stata guerra senza crimini. Occorre davvero molto coraggio per equiparare la criminalita' partigiana a quella del cosiddetto esercito di Salo' e dei mongoli, reggimenti dell' esercito russo che brutalizzarono le popolazioni civili, specialmente le donne. Dove il revisionismo e' completamente fuori strada e' nella rivalutazione del regime di Salo'. Molti dei richiamati alle armi dai repubblichini disertarono e parecchi di loro vennero da noi, portando con se' le armi". Solo dieci giorni fa Paolo Emilio Taviani aveva terminato di scrivere le sue memorie su 60 anni di vita politica italiana e venerdi' scorso avrebbe dovuto consegnarle alla casa editrice bolognese 'Il Mulino' nella loro versione definitiva. Ma l' ictus che lo ha colpito alla vigilia dell' incontro ha fatto saltare l' appuntamento gia' fissato a casa sua con il responsabile della sezione Storia della Casa editrice bolognese, Ugo Berti, al quale il senatore a vita avrebbe dovuto consegnare personalmente il dattiloscritto del libro intitolato "Politica a memoria d' uomo". Volume la cui uscita e' ora programmata per la fine dell' anno o al massimo entro la prima meta' del 2002. Lo ha raccontato lo stesso Berti, l' editor del libro che ha tenuto i contatti con Taviani. "Alcuni mesi fa mi consegno' una prima versione abbastanza smilza di circa 200 pagine che io gli chiesi di rimpolpare - spiega Berti -. Anche se segue la cronologia, il libro e' organizzato per tematiche, con un capitolo sulla Dc e quello finale di una trentina di pagine dedicato ai misteri d' Italia, sul quale Taviani mi disse poi che gli erano venute molte altre cose da aggiungere. In un primo momento voleva che il volume fosse pubblicato dopo la sua morte, ma poi cambio' idea e alle fine decise che doveva uscire solo dopo le elezioni per evitare che potesse essere usato a fini di polemica politica immediata". Si tratta di memorie inframezzate da pagine di diario che coprono l' intero arco della vita politica di Taviani, che non conterrebbero rivelazioni clamorose, anche perche' avendo deciso di pubblicarlo in vita, "nei giudizi e nelle considerazioni - spiega l' editor - si era aggiunta una misura di prudenza". Ma la versione finale, Berti non l' ha ancora potuta vedere: "Avrei dovuto andare a prendere il dattiloscritto venerdi', ma quando ho telefonato per la conferma mi hanno detto che Taviani si era sentito male. Il testo lo hanno i figli, ai quali so che il senatore ha dato tutte le disposizioni". Con Taviani era gia' in programma anche un incontro per discutere del lancio del libro.
19 giugno - Questa e' una piccola rassegna stampa degli articoli dedicati dai maggiori giornali (che hanno un' edizione online) alla morte del sen. Taviani:
"Il Corriere della sera"
Addio a Taviani, il partigiano tra i segreti del potere
Democristiano, inventò la corrente dei "pontieri". Fu tra i fondatori di Gladio. Guidò Viminale e Difesa. Oggi i funerali di Stato
Di lui, democristiano, capo partigiano (nome di battaglia Pittaluga) e genovese di nascita, don Gianni Baget Bozzo, suo concittadino e ai tempi amico di partito, diceva insolente: "Taviani è un buon uomo. Un buon uomo che ama solo due cose: la famiglia e il potere. Il potere è il suo adulterio". E il potere, sospettava qualcuno in quei tormentati primi anni Settanta, si conserva anche grazie alla conoscenza di qualche potente segreto. E il senatore a vita, scomparso ieri alla soglia dei novant'anni, forse ha lasciato scritto nei suoi diari risposta ai tanti (o pochi) misteri d'Italia. Uomo massiccio e imperioso, gran parlatore e studioso pignolo dei viaggi di Cristoforo Colombo, Paolo Emilio Taviani è stato alla guida di due ministeri chiave, la Difesa (1953-'58) e l'Interno (1962-'68), proprio negli anni più difficili e tormentati del dopoguerra. Nel libro La passione e la politica (Rizzoli), Francesco Cossiga ricorda che Taviani, suo "amico e protettore", in Italia fu tra i "padri fondatori" di Gladio. L'organizzazione paramilitare "coperta" Stay Behind costruita in funzione antisovietica. "...non facevo parte del giro ristretto delle persone più significative e importanti dal punto di vista della gestione di Gladio. Esse erano certamente Moro, Taviani e Andreotti...", rivela ancora l'ex capo dello Stato. Ma c'è di più. Il "Re di Bavari", tale lo definivano i diccì genovesi che si opponevano allo strapotere dei dorotei locali, arrivò al dicastero della Difesa senza insospettire troppo i comunisti. Anzi. Taviani era stato uno dei comandanti della Resistenza nel Settentrione. E partecipò in prima persona alla liberazione di Genova nell'aprile del '45. Nell'appellativo "Re di Bavari", paesino della Val Bisogno dove aveva la casa di campagna, è racchiusa tutta la vicenda democristiana di Taviani. Anche se l'"adultero" genovese sarà più uomo di governo che di partito. In una "velina" ingiallita del Viminale il ministro detta: "Coniugato con la Dr.ssa Vittoria Festa...Padre di sette figli. Professore nell'Università di Genova di Storia delle dottrine economiche. Ha tre lauree: in legge, in scienze sociali, in filosofia. Ha il diploma in matematica superiore e in paleografia... Deputato al Parlamento nazionale del 1945, sempre capolista della regione ligure". Già, sempre numero uno a Genova. Tre erano i princìpi che hanno regolato la vita di Taviani nella "sua" Dc: controllare il partito prima che l'elettorato; essere forti a Roma per contare a Genova; partire da posizioni di "sinistra" per fermarsi al "centro". Ecco da dove nasce la sua idea di dare vita ai "pontieri". La corrente dc prende corpo da una scissione con i dorotei alla vigilia del congresso di Milano (1967). Nella prospettiva di una alleanza di centrosinistra più avanzata. L'obiettivo dei tavianei è, appunto, "fare da ponte" tra sinistra e centro del partito. Il gruppo tornerà nella casa madre "dorotea" nel 1973. E il suo animatore tornerà a guidare il Viminale dal 1973-'74. Non senza qualche rovente strascico polemico. Che intaccherà la fama di insondabile conquistata da Taviani sin dai tempi di Gladio. Nel '74 rilascia una intervista a L'Espresso per dire di non credere più alla sua tesi degli opposti estremismi: "Quando ho cambiato parere? Poco dopo essere tornato su questa sedia di ministro degli Interni". Mentre, aggiunge, "l'organizzazione sovversiva va cercata a destra". Dieci anni dopo aver rinnegato quella teoria, il giornalista di destra e musicologo, Piero Buscaroli, pubblica i suoi diari su il Giornale . E rivela che Taviani gli avrebbe confessato che le bombe disseminate in quegli anni erano "operazioni targate Viminale". Lo scopo? Alimentare la strategia della tensione e favorire le ambizioni di Mariano Rumor. "Si tratta di un cumulo di falsità", replica risentito l'ex "Re di Bavari". Il 1974 sarà anche l'ultimo anno in cui Taviani, sessantadue anni, verrà chiamato a occupare incarichi di governo. Da capo partigiano a notabile di partito. Il passo è obbligato anche per l'uomo che era stato sottosegretario agli Esteri nel primo gabinetto De Gasperi. Nel '76 Taviani approda al Senato. Nel '91 Francesco Cossiga lo nomina senatore a vita. Tra i due amori evocati da don Baget Bozzo, la famiglia e il potere, ancora una volta Taviani sceglie la terza via: gli studi storici e la paleografia. Un ponte tra presente e passato.
Fernando ProiettiLE CONFIDENZE / L'ex ministro: Scajola è un mio figlioccio, voterei contro Berlusconi ma non contro lui
"Non parlai dei soldi di Mosca al Pci per evitare la guerra civile"
La sua principale preoccupazione politica, negli ultimi tempi, era evitare una scissione dell'Anpi, l'associazione nazionale partigiani d'Italia. Temeva che un settore di centrodestra potesse staccarsi per prendere le distanze dai comunisti e ha fatto il possibile per evitarlo. "Una spaccatura sarebbe deleteria", ripeteva. Ma Paolo Emilio Taviani, malgrado la sua età, non era un uomo con la testa rivolta all'indietro. Arrivato a 89 anni, i ricordi della Resistenza e della carriera governativa che aveva alle spalle alimentavano una parte delle sue giornate, come le ricerche e le letture su Cristoforo Colombo, sua vera passione. Tuttavia restava un uomo molto curioso sul tempo presente. Sui giornali leggeva perfino le notizie più nascoste e minute, ed era attualissimo uno dei crucci che lo accompagnava nelle settimane scorse. "Il governo Berlusconi no, non lo posso appoggiare. Voterò contro", ci aveva spiegato dopo le elezioni, in una delle ultime telefonate, mentre la lista dei ministri era ancora per aria. Benché fosse stato ministro per 26 anni, non lo turbava trovarsi all'opposizione da senatore a vita. Ad andare controcorrente, tutto sommato, ci era abituato. A dargli pensieri era come comportarsi verso un amico. "Se al Viminale mettono Claudio Scajola, non ho voglia di votare contro di lui. Non potrei. E' un mio figlioccio, nella Dc l'ho allevato io", raccontava. Da qui, la propensione verso una soluzione indolore: aveva intenzione di "trovare una scusa" per non presentarsi alla seduta. Risparmiandosi di votare, per quanto indirettamente, contro un proprio allievo. E' proprio un peccato che Taviani non abbia più bisogno di inventare una scusa. Quel signore che mancherà al Parlamento aveva maneggiato segreti di Stato, era stato uno degli artefici di Gladio, non faceva una grinza quando osservava che nel mondo dei servizi si possono far sparire in vari modi agenti ingombranti o che hanno sgarrato ("può esserci sempre un incidente stradale"), ma era un padre della Patria di indole buona. Non soltanto un padre di famiglia, un cattolico genuino, un nonno affettuoso. Se ci si incontrava per ricostruire con lui quei pezzi di storia dei quali conosceva i misteri, una sua preoccupazione era di non veder pubblicati dettagli privi di valore, anche se coloriti, che avrebbero potuto addolorare figli o mogli dei personaggi in questione. Fu il rispetto di queste sue richieste che aumentò la frequenza delle conversazioni. Nella casa di Roma o nello studio di Palazzo Giustiniani, l'ex ministro degli Interni descriveva i controlli non ortodossi ai quali i suoi uomini sottoponevano i dirigenti del Pci. Sosteneva che l'aereo di Enrico Mattei, presidente dell'Eni morto nel 1962, non era stato fatto esplodere con una bomba. Difendeva il generale De Lorenzo. E Taviani decise di raccontare uno dei modi nei quali uno come lui e Mario Scelba evitarono in Italia una guerra civile tra 1954 e 1955: applicando il realismo al posto della legge. "Mentre a capo del Sifar c'era Ettore Musco, in qualità di ministro della Difesa io ebbi la documentazione precisa del finanziamento di circa due miliardi di lire del tempo, attraverso Zurigo, al Pci", ricordò. Fondi sovietici. "Notificai la cosa al presidente del Consiglio del tempo, che era Scelba, e all'allora ministro degli Esteri Gaetano Martino", aggiunse. Il resto è qualcosa che altri definirebbero consociativismo. Taviani, che contro i cortei del Pci aveva mandato celerini non troppo formali, rivendicava di aver fatto benissimo: "Ci fu una riunione a tre al Viminale. Scelba prese nota dei nomi italiani delle persone coinvolte. Noi abbiamo sempre detto che il Pci era pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento avrebbe significato fare ciò che avrebbe voluto Clara Luce (allora ambasciatrice americana a Roma, ndr), avrebbe comportato mettere al bando il Pci. E dunque la guerra civile". Le carte rimasero riservate. Secondo il senatore, pure Martino e Scelba erano contrari a mettere al bando il Pci. Da un paio di anni Taviani stava scrivendo un libro, forse il suo libro. Aveva scelto di mettere in questo memoriale-diario, da pubblicare alla fine della sua vita, alcune cose che far stampare prima non voleva. Alla Commissione stragi ha fatto sapere che non autorizzava a rivelare gli omissis nel resoconto della sua audizione del 1° luglio 1997: è nel libro, "Politica a memoria d'uomo", che ne voleva trattare. L'editore della storia per il Mulino, Ugo Berti, doveva ritirare la versione finale del manoscritto venerdì scorso. Taviani non si fidava di mandare a mezzo posta roba del genere. L'ictus ha colpito prima dell'incontro. Ma quello che il senatore voleva dire sulla sua vita potrà essere conosciuto.
Maurizio CapraraIL PROFILO
Terrorismo, fu il primo a denunciare la logica degli "opposti estremismi"
di DINO COFRANCESCO
Figura di altri tempi quella del senatore Paolo Emilio Taviani. Figlio di un direttore didattico, che, in gioventù, aveva recitato con Gilberto Govi, fu uno dei pochi uomini politici liguri ad acquisire un prestigio che andava ben oltre i confini nazionali. Lungo e ricco di allori il suo cursus honorum . Studente modello, trovò nel pensiero economico il punto d'incontro tra teoria e storia, tra filosofia e politica sì da segnalarsi, come borsista della Scuola Normale di Pisa, ai littoriali sulle tematiche corporative. Come molti universitari cattolici (e non solo), si era illuso che il regime avesse trovato il modo di conciliare la libertà d'impresa con la solidarietà sociale. La guerra e la china totalitaria dell'ultimo fascismo gli aprirono ben presto gli occhi: entrato nelle file della Resistenza, fu più volte decorato al valore. Il suo battesimo del fuoco, in politica, lo ebbe con l'elezione alla Costituente, nelle file della Democrazia Cristiana. Accanto ad Alcide De Gasperi il suo cattolicesimo sociale assunse un'impronta nettamente liberale. Non meraviglia, pertanto, che, intervenendo ai lavori dell'Assemblea Costituente, legasse inscindibilmente il diritto di proprietà alla libertà personale, facendo della prima un presupposto indispensabile della seconda e assegnandole solo in subordine una funzione sociale. Parlamentare tra i più autorevoli, in ben tredici legislature, Paolo Emilio Taviani - per un breve periodo segretario della Democrazia Cristiana tra il 1949 e il 1950) - svolse un ruolo di primissimo piano nella costruzione dell'unità europea; un ruolo che non sfuggì all'attenzione del più grande politologo francese del secolo, Raymond Aron. Il suo europeismo non nasceva dalla revanche del leader cattolico che, avendo ereditato lo Stato nazionale compromesso dalla dittatura fascista, tornava all'Europa carolingia come al porto sicuro contro le tempeste della modernità. In lui, infatti, gli Stati Uniti d'Europa erano il coronamento del progetto risorgimentale volto a ricongiungere l'Italia al Settentrione civile. In questo, era realmente affine ad altri "grandi vecchi" della sua generazione: Norberto Bobbio, Giovanni Spadolini, Leo Valiani. La sua genovesità, non a caso, si traduceva non solo negli studi (magistrali) su Cristoforo Colombo ma, altresì, nell'attenzione per figure come Goffredo Mameli che erano il simbolo del superamento della piccola patria ligure nella grande patria italiana. L'amore per gli uomini che fecero l'Italia, del resto, traspare in volumi come Problemi economici nei riformatori sociali del Risorgimento italiano , ancora oggi un indispensabile strumento di lavoro. Nella storia della Repubblica, Taviani resta, comunque, soprattutto per la fermezza e la competenza con cui resse i vari ministeri toccatigli in sorte: la Difesa (1953-'58) con i governi Pella, Fanfani, Scelba, Segni e Zoli); gli Interni (1962-'63 con Fanfani; 1963-'68 con Moro; 1974 con Rumor); il Tesoro (1960-'62 con Fanfani); le Finanze (1959-'60 con Segni) oltreché la vicepresidenza del Consiglio (1969-'70 con Rumor). Le polemiche sul ruolo svolto in momenti drammatici della storia del Paese - come Gladio, l'emergenza terrorismo ecc. - sono ancora oggetto di controversia. E tuttavia solo oggi forse siamo in grado di valutare la grande lucidità con cui, negli anni formidabili, aveva parlato, scatenando le ire della sinistra marxista e post-azionista, di "opposti estremismi". Quando persino sulle pagine di Panorama - lo ricorda il giornalista Michele Brambilla nel suo libro L'eskimo in redazione - emergeva soltanto "il concetto di un'unica regìa: il terrorismo è di Stato o ha coperture di Stato", lo statista genovese mostrava di non aver dubbi sui pericoli reali che minacciavano la democrazia. Nella solitudine di quegli anni, ricordava più che mai il suo grande, insuperato modello: Alcide De Gasperi.19 giugno - "La Repubblica":
Quell'antifascista orgoglioso custode dei misteri della Repubblica
Cinquant'anni da protagonista: partigiano, parlamentare dal '46, segretario della Dc, ministro
MIRIAM MAFAI
Non so se davvero Paolo Emilio Taviani ha consegnato al suo editore un libro di memorie pronto per la pubblicazione. Se lo ha scritto evitando quella reticenza che contrassegna generalmente i diari dei politici, allora non c'e' dubbio che quelle pagine saranno fondamentali per la ricostruzione di molte vicende ancora oscure della nostra Repubblica. Paolo Emilio Taviani ha attraversato infatti almeno cinquant'anni della nostra storia da una posizione privilegiata, di grande autorevolezza, come vicesegretario e poi segretario della Dc tra il 1946 e il 1950, e poi come ministro in tutti i governi repubblicani per oltre venticinque anni. In anni difficilissimi fu ministro della Difesa e ministro dell'Interno e dunque in condizione di conoscere quelli che vengono generalmente chiamati "i segreti" o "i misteri" della Repubblica". Ne ha anche parlato, quando glielo hanno richiesto, con i giudici che su questi misteri e segreti hanno indagato. Nel 1991, deponendo di fronte al giudice Mastelloni, ha ammesso di aver saputo dell'esistenza di Gladio e di aver coperto politicamente l'iniziativa che riteneva necessaria per la sicurezza dell'Italia. Ma, da ministro dell'Interno, ha raccontato, si rifiutò di coprire politicamente il tentativo di golpe promosso, nel 1964, dal generale De Lorenzo su sollecitazione del presidente Segni: in quel caso avvertì Aldo Moro (allora segretario della Dc) e minacciò le dimissioni. Interrogato sulla strage di Piazza Fontana ricordò che all'epoca era ministro per il Mezzogiorno, ma, aggiunse, "oggi ritengo che la strage sia stata effettuata da elementi di destra con eventuali deviazioni dei servizi di sicurezza, penso al Sid". Ha sempre parlato con i magistrati, ma assai raramente, con i giornalisti. Era un uomo politico di vecchio stampo, che rifuggiva dal costume, oggi corrente, della indiscrezione, o del pettegolezzo cui far seguire, il giorno dopo una smentita. Con i giornalisti ha parlato, lo scorso anno, della tragedia di Cefalonia, ammettendo di aver contribuito, come ministro della Difesa, ad affossare quella vicenda, in accordo con Gaetano Martino, all'epoca ministro degli Esteri. "Un eventuale processo per l'orrendo crimine di Cefalonia" ammise Taviani "avrebbe colpito l'opinione pubblica impedendo forse per molti anni la possibilità per l'esercito tedesco di risorgere dalle ceneri del nazismo. Io sono stato uno dei precursori della necessità del riarmo della Germania. Non cerco alibi o scusanti. Dico come stanno le cose e a guidarmi fu la ragion di Stato". Era un uomo capace di assumersi, coraggiosamente, tutte le sue responsabilità. Come avevo fatto quando, a poco più di trent'anni, membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Genova, sostenne, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1945, la decisione (presa a maggioranza) di dare il via all'insurrezione. Le forze armate tedesche firmarono la resa nelle mani del Cln e fu proprio il giovane democristiano Paolo Emilio Taviani ad annunciarlo alla radio. Pochi mesi dopo entrava a Montecitorio come Consultore. L'anno dopo, nel 1946 veniva eletto alla Costituente. E da allora, fu sempre rieletto, nelle file della Dc, prima come deputato, fino al 1972 e poi, dal 1976 al 1987 come senatore. Nel 1991 venne nominato senatore a vita, ma lo si vedeva ormai di rado a Palazzo Madama. Lo vedemmo e lo ascoltammo per l'ultima volta il 30 maggio scorso quando, come senatore piu' anziano, ha inaugurato la XIV legislatura, ricordando i valori fondamentali affermati nella nostra costituzione: la liberta' l'eguaglianza la solidarieta'. Iscritto all'Azione Cattolica fin da ragazzo, era stato tra gli allievi prediletti di don Siri quando questi negli anni 30, riuniva in un circolo fucino, a Genova, i giovani universitari più promettenti, futura classe dirigente in un'Italia liberata dal fascismo. Nonostante la lunga amicizia e la fedeltà, Paolo Emilio Taviani seppe ricavarsi un suo spazio di autonomia nei confronti del suo vecchio e stimato maestro, quando questi, ormai cardinale, si oppose ferocemente all' accordo con i socialisti, promosso da Aldo Moro nei primi anni 60. L'esperimento venne messo in atto, a livello locale, prima a Milano e subito dopo a Genova, nonostante le proteste esplicite del cardinale e le resistenze all'interno della stessa Dc (un deputato democristiano di Genova, Durant De La Penne passò ai liberali e il cardinal Siri non ricevette più il suo antico allievo) Vecchio partigiano, presidente dell'Associazione di Partigiani Cattolici, Paolo Emilio Taviani ha partecipato, finchè le condizioni di salute glielo hanno permesso, a tutte le celebrazioni della Resistenza. Non mancava mai quando lo invitava l'Anpi, l'organizzazione partigiana presieduta dal suo vecchio amico, il comunista Arrigo Boldrini. Non mancava mai, in quelle occasioni, di ricordare che in quei mesi e con il sacrificio di quei combattenti si erano ricostruiti, in uno spirito e in una lotta unitaria, valori essenziali per la nazione. La Resistenza come riconquista della Patria. Da molti anni si era ritirato nella sua vecchia casa sulle alture di Genova, una casa modesta. Amava ricordare che "tra gli uomini della mia generazione, quelli dell'antifascismo e della Resistenza, non c'è mai stato un inquisito." Solo dopo, con il moltiplicarsi delle correnti, ha dilagato la corruzione e sono prosperati i disonesti. Ma sottolineava con orgoglio il ruolo giocato dalla Dc nella prima fase della vita della nostra Repubblica, a salvaguardia dell'indipendenza del paese e della sua crescita economica. Un errore? "Non abbiamo capito quello che c'era di valido nella generazione del 68: Ma non l'ha capito nemmeno la sinistra..."Il ricordo più doloroso? "Lo Stato che ha dato prova di fermezza e ha rifiutato di trattare per liberare Moro, ha ceduto per liberare Cirillo".In un libro postumo rivelazioni sulle stragi
Appena consegnati all'editore Il Mulino i dattiloscritti in cui Taviani racconta le verità che non disse mai in vita
GENOVA - Fino a qualche settimana fa il dattiloscritto che svelerà la verità su tanti misteri d'Italia stava sul tavolo del piccolo studio nella casa romana di Paolo Emilio Taviani, in via Asmara, quartiere africano: una pila di fascicoli, ogni fascicolo una sottile copertina bianca con il titolo e il periodo di riferimento scritti dalla forte grafia del senatore a vita. Anni Cinquanta, la nascita di Gladio, meglio "stay behind, Anni Sessanta, la nascita della strategia della tensione, Anni Sessanta, la strage di Piazza Fontana, Anni Settanta, lo stragismo, Anni Settanta, la nascita delle Brigate Rosse.....Anni Settanta, il caso Moro. Oggi i fascicoli dattiloscritti sono presso la casa editrice del Mulino, che ne sta curando la pubblicazione, dopo avere già stampato due anni fa un'altra opera dello stesso autore, sugli stessi temi di una minuziosa ricostruzione storica: "I giorni di Trieste. Diario 19531954." Taviani aveva deciso la pubblicazione di questo libro ben prima del malore che lo ha colpito giovedì scorso proprio in quel piccolo studio della sua abitazione. In un primo tempo i suoi diari dovevano essere stampati postumi. Ma qualcosa negli ultimi mesi, durante le convulse fasi della vita politica, aveva con vinto il senatore a vita, oramai giunto agli 88 anni, ma perfettamente lucido e con una memoria di ferro, assistita da una documentazione imponente, a anticipare l'uscita alla fase post elettorale.
Nei diari ci sono pagine importantissime, non solo la ricostruzione del famoso tentativo di fermare la strage di Piazza Fontana, che il Sid mise in atto inviando un suo ufficiale a Milano. Ci sono particolari sul famoso "armadio della vergogna", nel quale erano custodite le documentazioni delle stragi di soldati italiani, "tollerate" dal Governo per ragioni di politica post bellica. Molti capitoli sono dedicati agli "anni di piombo", alle deviazioni dei servizi segreti, ai retroscena del caso Moro, alle decisioni di sciogliere i movimenti eversivi di destra come "Ordine Nuovo"."Il Messaggero"
Muore a 88 anni l'ex responsabile del Viminale. Denunciò l'intreccio fra servizi segreti deviati e ultradestra negli attentati
Taviani, nel diario i misteri d'Italia
Funerali di Stato per uno degli ultimi padri fondatori della Repubblica
di AMEDEO CORTESE
ROMA- Avrebbe compiuto 89 anni il 6 novembre prossimo Paolo Emilio Taviani, dirigente storico della Democrazia cristiana, deputato costituente, antifascista convinto e più volte ministro-chiave nei governi della Repubblica. E contava di arrivarci a quella data l'ex ministro dell'Interno che forse più di molti suoi altri colleghi aveva frequentato le stanze e i segreti del Viminale. Un suo memoriale su 60 anni di storia della Repubblica visti da vicino, doveva andare alle stampe nei prossimi mesi per i tipi de Il Mulino. Proprio venerdì scorso il responsabile della sezione "Storia" della casa editrice bolognese avrebbe dovuto incontrarsi con il senatore Taviani e ricevere dalle sue mani l'ultimo dattiloscritto di un libro che sarebbe stato intitolato "Politica a memoria d'uomo". Ma proprio venerdì scorso, la grande tempra del comandante Tip - era il nome convenzionale di combattente nelle brigate partigiane bianche - aveva cominiato a incrinarsi, per poi cedere definitivamente nella clinica Quisisana di Roma. A quei dattiloscritti, che ora sono in possesso della famiglia, Paolo Emilio Taviani avrebbe affidato molte spiegazioni inedite degli eventi più oscuri della nostra vita democratica. Era già noto che l'ex ministro uscì dalla scena del governo a metà degli anni '70, dopo aver denunciato - inascoltato - le commistioni tra servizi segreti deviati e il terrorismo nero, nel periodo della cosiddetta "strategia della tensione". Proprio di recente il senatore a vita, parlando della strage di piazza Fontana, dichiarò che ormai "non ci sono dubbi sulle responsabilità di Ordine Nuovo" e quanto alla Cia "non credo - disse Taviani - che abbia organizzato il collocamento della bomba nella Banca dell'Agricoltura. Mi sembra certo invece che agenti della Cia siano stati tra i fornitori di materiali e tra i depistatori". Sempre lo scorso anno, a proposito questa volta della bomba sull'Italicus e correggendo il senatore Pellegrino che attribuiva quella strage alla "destra radicale", Emilio Taviani dichiarò:
"Si fermi alla destra, il senatore Pellegrino: il termine "radicale" è fuorviante". Dunque la strage di piazza Fontana e l'ordine tardivo del Sid per fermarla, il nome del colonnello dei Servizi incaricato di far cadere la colpa degli attentati sulla sinistra, le bombe sui treni, ma anche il piano Solo e la lista dei politici che spingevano il presidente Antonio Segni verso una svolta autoritaria. Questo ed altro nelle sue memorie. Oggi l'onore dei funerali di Stato, annunciati dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi ieri a palazzo Madama, dopo le manifestazioni di unanime cordoglio del mondo politico nazionale al gran completo: dal presidente della Repubblica ai presidenti delle Camere, da destra e da sinistra per lo statista e uomo della Resistenza, grande democratico, figura di limpidezza morale, cattolico protagonista della laicità dello Stato.19 giugno - "La Stampa"
"Ci spiegò la strategia della tensione"
Pellegrino: su piazza Fontana disse tutto alla Commissione stragi
ROMA
IL senatore a vita Paolo Emilio Taviani era un mattatore assoluto nelle ultime ricostruzioni della commissione Stragi. Uno dei padri della Patria che poteva illuminare i parlamentari-inquirenti sui misteri della Repubblica. E lui, Taviani, per un po' li aveva delusi. Ma poi, quando decise che ormai era giunto il momento di raccontare la verità sugli anni difficili della guerra fredda e della Ragion di Stato, l'anziano senatore a vita parlò.
Raccontò che il Sid era spaccato tra uno spezzone che "tralignava" con i bombaroli neri e un altro che si opponeva. Spiegò che c'era una differenza sostanziale tra le bombe del '69, dove riconosceva una responsabilità "istituzionale", e le stragi del '73, che erano "reattive". Ossia rappresentavano la reazione dei manovali del terrore contro chi li aveva usati e poi scaricati. Queste erano le verità che Paolo Emilio Taviani scrisse nei suoi diari e che raccontò l'anno scorso alla magistratura. Ma poi il vecchio partigiano cattolico chiamò a casa sua il diessino Giovanni Pellegrino, che presiedeva la commissione, e gli diede la lettura "politica" di quello che era accaduto in quegli anni. Presidente Pellegrino, allora non è vero che il Parlamento ignorava la verità di Paolo Emilio Taviani.
"Certo che no, è una semplificazione giornalistica. Taviani ha parlato apertamente con l'autorità giudiziaria e noi della commissione Stragi acquisimmo il verbale. Io oggi posso dire che solo grazie a Taviani ho capito la strategia della tensione. Con me, poi, a quattr'occhi, si è scusato perché non aveva raccontato tutto nell'audizione del 1997. Davanti a un caffè a casa sua, un paio di mesi fa, mi disse anche che non era il caso di tornare in commissione perché si rendeva conto che il clima era ancora avvelenato e che anzi con l'avvicinarsi delle elezioni si sarebbe fatto un uso strumentale di qualunque cosa avesse detto". E così dicendo il senatore Taviani mostrava ancora di essere molto attento alla politica. "Era di una lucidità politica assoluta. Aveva fatto la Resistenza. Ma quando poi il Paese aveva fatto la scelta di campo occidentale, lui diventò coscientemente un uomo dell'alleanza atlantica. Si rendeva conto della necessità storica di un anticomunismo di Stato. Allo stesso tempo non recise mai i rapporti con Arrigo Boldrini, cioè l'altra parte".
Cosa le rivelò sulla strategia della tensione? "Mi disse che la genesi andava collocata nel periodo tra il suo primo e il suo secondo mandato di ministro all'Interno. Cioè sostanzialmente tra l'estate del 1968 e il febbraio del 1972. Quando tornò al Viminale, disse, capì il tralignamento degli apparati con la destra estrema e intervenne mettendo fuo i legge Ordine Nuovo". Come era stato possibile questo cosiddetto "tralignamento", per stare alle sue vparole?
"Per via della debolezza politica dei dorotei. Al solito, quando è debole la politica, gli apparati si prendono delle libertà. Mi parlò anche di una grave crisi del nostro servizio segreto militare nel momento del passaggio da Sifar a Sid. Non mi parlò mai, invece, di quali rapporti il Viminale intratteneva con la destra estrema. Rapporti che ci furono". Una debolezza politica che naturalmente, lui ministro, non c'era. "Escludeva decisamente che il '73-74 fosse un remake di piazza Fontana. Mi ripeté: so che a piazza Fontana non dovevano esserci morti, anche se non so chi mise la bomba. Invece a Brescia volevano uccidere. Solo che le vittime predestinate erano i carabinieri, non la folla. Era la vendetta di chi si sentiva abbandonato dallo Stato. D'altra parte è chiaro che i carabinier stroncarono il gruppo di Fumagalli, ma facendo sparire ogni contatto imbarazzante". E quella storia dell'ufficiale del Sid, Fusco, che tentò in extremis di evitare la strage di piazza Fontana? "Mi disse che c'era appunto un pezzo del servizio segreto che cercava di bloccarli. Anche se il progetto non prevedeva morti, ad alcuni sembrava ugualmente una pazzia. Troppo tardi: arrivò all'aeroporto di Fiumicino e sentì alla radio dell'esplosione di Milano". Lei dunque crede alle rivelazioni di Taviani? Certo. Le ho fatte mie nel libro "Segreto di Stato". Taviani mi mandò un biglietto per ringraziarmi. Concludeva così: "Duro come me c'era solo Scelba. Ma insieme abbiamo salvato l'Italia". Era un anticomunista. Ma un grand'uomo"."il Giorno"
Taviani, ministro dei misteri
Paolo Emilio Taviani, dirigente storico della Dc e ministro dell'Interno di lungo corso, sentì nell'agosto del 1974 il bisogno di demolire la teoria degli "opposti estremismi" per certificare che di estremismi pericolosi ve n'era uno soltanto. Quello di destra. L' "amerikano" e' ironico che una personalità così carica di passato sia ricordata soprattutto per una battuta infelice, o presunta tale. Il fatto è che quella frase fece, e tuttora fa, pensare alla punta emersa di un mistero sommerso. Due mesi prima che uscisse di bocca al ministro, le Brigate rosse avevano cominciato la loro stagione di caccia ammazzando a sangue freddo due anziani e innocui missini di Padova. Poco dopo c'erano stati l'arresto di Curcio e Franceschini e l'omicidio di un maresciallo dei carabinieri. La realtà degli "opposti estremismi" saltava agli occhi, ma il ministro di polizia girava il capo dall'altra parte. E sì che Taviani non è stato uno di quei democristiani in adorazione della sinistra. Anzi, passa per essere un amerikano col "K". A che gioco giocava? In realtà non giocava affatto, anzi aveva paura. La bomba in maggio a Brescia, piazza della Loggia, e quella sul treno Italicus il 4 agosto, avevano evocato il braccio violento della lotta politica. Tanto più agghiacciante in quanto l'onda di piena elettorale missina non aveva rotto gli argini nelle politiche del '72 e due anni dopo era chiaramente in riflusso. Dunque le stragi non potevano essere in funzione di un disegno, per quanto criminale, nella cornice delle forze in campo. Da questa constatazione a ipotizzare la regia internazionale di un golpe militare, alla maniera di quello dei colonnelli greci, non c'era che un passo. Taviani ne era convinto. E se ne era convinto lui, che prima di passare agli Interni aveva gestito per lunghi anni, da ministro della Difesa, l'integrazione delle nostre Forze Armate nella Nato, figurarsi gli altri capi scudocrociati.
Il governo "invisibile"
Annus horribilis, il '74, per la Dc. Il referendum sul divorzio aveva rivelato lo scollamento del partito rispetto alla società e il potente alleato americano non era più così potente, dopo la batosta vietnamita. Né così amichevole, a giudicare dall'ondata scandalistica alimentata dal bisogno improvviso di rigore morale degli Stati Uniti. Inoltre, per chiari segni si diffondeva la sensazione che il paese stesse scappando di mano al potere legale per finire in braccio al "governo invisibile" di poteri occulti. In queste condizioni, la scoperta di una trama eversiva intitolata alla "Rosa dei venti" nelle Forze Armate, culminata a metà gennaio nell'arresto del colonnello Spiazzi, fece perdere la trebisonda ai capi del partito di governo. Alla fine di quello stesso mese il ministro degli Interni e il segretario del partito Flaminio Piccoli sentirono il bisogno di pernottare in una caserma della polizia, sotto la protezione delle mitragliatrici.
Aspettando le memorie
Che Piccoli fosse un tipo emotivo si sapeva, ma Taviani aveva nervi saldi. Abbastanza da non prendere sul serio il dossier sulle trame golpiste attribuite a Edgardo Sogno, benché lo avesse recapitato al giudice Violante perché indagasse. Mentre prese molto sul serio le connessioni tra l'Ufficio Affari Riservati del Viminale e organizzazioni extraparlamentari dell'ultradestra, come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Al punto da bandire tutt'e tre e da confidare più tardi i suoi sospetti sull'origine di "certe bombe". Se a tutto questo si aggiungono suoi recenti riferimenti a quattro piani d'invasione dell'Italia da parte dell'Armata rossa (datati 1950, '56, '62 e '68), il ruolo di primo piano da lui svolto nella Resistenza, e quello ambiguo di contenimento (sotto parvenze socialistoidi) di Moro e della sinistra dc da lui svolto nel partito, ce n'è abbastanza per desiderare che la promessa pubblicazione delle memorie di questo iniziato ai misteri d'Italia sia mantenuta al più presto. Tutto lascia credere che sarà - se sarà - una lettura più appassionante dei dotti volumi da lui dedicati alle navigazioni del suo illustre concittadino, Cristoforo Colombo.
di Franco Cangini6 luglio - L'associazione dei familiari delle vittime della strage sul rapido 904 interviene contro il mancato accoglimento delle richieste di risarcimento avanzate per accedere al Fondo di rotazione previsto per le vittime di reati mafiosi. L'associazione dei familiari delle vittime dell'attentato, che nel dicembre del 1984 costo' 15 morti ed oltre 300 feriti, contesta le motivazioni adottate dal 'Comitato di solidarieta' per le vittime di reati mafiosi' che ha respinto le richieste di risarcimento facendo riferimento alla sentenza della Corte di Cassazione nella quale la matrice mafiosa della strage non viene esplicitata. "Si sono appigliati a un cavillo - sostiene Enza Napoletano, esponente dell'associazione - I condannati sono tutti mafiosi, come si puo' escludere la matrice mafiosa della strage?". L'associazione rileva inoltre che per l'attentato stanno scontando l'ergastolo Pippo Calo', cassiere della mafia, e il suo braccio destro Guido Cercola. "Non si puo' non tener conto, inoltre, delle sentenze di merito", sottolinea Napoletano ricordando che la Corte di Appello di Firenze ha attribuito il movente della strage alla volonta' delle cosche di distogliere con un gesto clamoroso l'attenzione dello Stato dalla lotta alla mafia. L'associazione ritiene che l'attentato sul rapido 904 rientri nei casi previsti dalla legge per il risarcimento e rileva che anche i familiari delle vittime di delitti commessi per agevolare l'attivita' della mafia possono essere ammessi al fondo di rotazione. " Questo rifiuto - denuncia l'associazione - mortifica la dignita' delle vittime del treno 904 che vengono colpite una seconda volta".
15 settembre - L' ex terrorista di estrema destra Mario Tuti e l'ex esponente di Prima linea Francesco Gorla, entrambi detenuti nella sezione di massima sicurezza del carcere Le Sughere di Livorno, stanno lavorando assieme alla scenografia multimediale di un concerto che si terra' dentro l'istituto il primo ottobre. Tuti e Gorla, che scontano entrambi l' ergastolo (Gorla e' tuttora imputato davanti al tribunale di Milano), si avvalgono della collaborazione di altri tre detenuti della sezione ad elevato indice di sorveglianza. Tra loro anche due che scontano pene per associazione mafiosa. Il concerto, pensato e organizzato dall'Arci di Livorno, prevede l' esecuzione di alcune delle migliori canzoni dei Beatles eseguite al pianoforte dal maestro livornese Ilio Barontini. Il lavoro di Tuti e Gorla (la ricostruzione mediale di Liverpool) verra' proiettato durante l' esecuzione.
24 settembre - Il boss Pippo Calo', accusato di essere il cassiere della mafia e condannato all' ergastolo in primo grado per le stragi del 1992, invia una lettera al presidente della corte di assise d' appello di Caltanissetta, nella quale ammette, per la prima volta, di avere fatto parte di Cosa Nostra e della cupola. Secondo il boss vicino ai corleonesi, dalla missiva fa trasparire una sua dissociazione da Cosa Nostra e afferma che "la cupola non e' stata creata per deliberare decisioni collegiali perche' gli omicidi in particolare quelli eccellenti sono stati sempre presi unilateralmente sempre da un solo soggetto di cui non posso fare il nome". Il presidente della corte di assise d' appello di Caltanissetta ha trasmesso alla Procura della Repubblica copia della lettera in cui il boss sollecita un confronto con il pentito Salvatore Cancemi, che ha sostenuto di avere sostituito Calo' nella Commissione mafiosa dopo circa un anno e mezzo dall' arresto dello stesso capomafia, avvenuto il 29 marzo 1985; "Quello che sto per dire - scrive Calo' - l' avrei voluto dire in presenza di Cancemi, se la Corte mi avesse concesso il confronto prima di chiudere il dibattimento". "Sono un boss mafioso ma non sono uno stragista" scrive Calo' che nelle cinque pagine della lettera sottolinea che non sara' mai un pentito, "anche perche' per le responsabilita' che ho - dice - non so di cosa pentirmi, e non faro' nomi". Il boss sembra sacrificarsi pur di screditare i collaboratori Tommaso Buscetta e Salvatore Cancemi ed esce allo scoperto ammettendo la sua partecipazione alla cupola mafiosa e puntando il dito contro uno solo dei boss ( che avrebbe deciso gli omicidi eccellenti. "Ho 70 anni, condannato gia' con sentenze passate in giudicato all' ergastolo - scrive Calo' - giudicato sempre per teoremi con processi sommari e per sentito dire. Sono rassegnato e consapevole che gli ultimi anni della mia vita dovro' trascorrerli in carcere, ma non mi rassegnero' di essere condannato per strage, di qualsiasi strage. Non sono uno stragista non ho deciso nessuna strage e non sono un sanguinario. Per me e' una questione morale". Il boss tiene a precisare che si e' estraniato da Cosa nostra "e cosi' sara' per il futuro". "Ho fatto parte della commissione - scrive Calo' - nel periodo che va dal 1979 all' aprile del 1981. Dopo questa data non esiste piu' la commissione, cosi' come non esistono piu' le regole. Contrariamente a quello che dicono i collaboratori". Il boss difende il ruolo della cupola mafiosa. "Quando esisteva la commissione - scrive - non decise mai omicidi, specialmente quelli eccellenti". Per Calo' "ogni omicidio eccellente ha una storia a se'". Poi parla di Buscetta e delle "false" dichiarazioni che avrebbe fatto al giudice Giovanni Falcone per vendicarsi dei nemici, ma anche del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo ("dal 1977 non ha piu' fatto parte di Cosa nostra ed e' stato inviato lontano dalla Sicilia per non fare piu' ritorno"). Il cassiere di Cosa nsotra chiude la lettera scusandosi per l' ortografia, e chiedendo al presidente della Corte "per la verita', a nome della verita"', il confronto con Cancemi prima dell' inizio della requisitoria.
24 settembre - ANSA:
Da quando e' finito in carcere, il 30 marzo 1985, Pippo Calo' ha orientato tutta la sua strategia verso l'affermazione della tesi secondo cui Cosa nostra non ha nulla a che fare con le stragi e con i delitti eccellenti. Prima di ammettere con la lettera ai giudici di Caltanissetta la sua appartenenza alla 'cupola' mafiosa, Calo' aveva sviluppato la sua linea in varie occasioni: nei drammatici confronti con i pentiti, sostenuti in numerosi processi, e nelle audizioni davanti alla Commissione antimafia e alla commissione stragi. Tanto che gia' nel 1993 l'allora presidente della commissione stragi, Libero Gualtieri, commento': 'Calo' ha uno scopo ben preciso: scrollarsi di dosso la condanna definitiva'. Fino a quel momento le uniche condanne definitive del 'cassiere della mafia', entrambe all'ergastolo, si riferivano al maxiprocesso di Palermo e all'attentato al treno 904. Come componente della 'cupola' il boss era stato riconosciuto colpevole della strage Dalla Chiesa, dell' uccisione del vicequestore Boris Giuliano e di altri omicidi collegati alla guerra di mafia degli anni '80. Successivamente sono arrivate anche le condanne per i cosiddetti delitti politici (Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina), per l'uccisione dell'eurodeputato Salvo Lima, per gli attentati nei quali sono morti i giudici Cesare Terranova, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Solo per il delitto Lima la Cassazione ha annullato la condanna di Calo' con una motivazione che ridimensiona fortemente il cosiddetto 'teorema Buscetta'. Secondo la suprema corte, infatti, non si puo' estendere il giudizio di responsabilita' anche a coloro che, come Calo', all'epoca dei fatti erano detenuti. In quel periodo inoltre il ruolo della 'cupola' sarebbe stato svuotato dalla 'dittatura' di Toto' Riina. Allontanando da se' l'ombra della partecipazione alle stragi e ai delitti di Cosa nostra, Calo' era disposto a fare concessioni, giudicate pero' dalle varie Procure ambigue e insufficienti, sui suoi compiti finanziari nell'organizzazione corrispondenti all'etichetta criminale che gli era stata attribuita di 'cassiere della mafia'. Di questo ruolo aveva parlato per primo Tommaso Buscetta. Anche le inchieste avevano comunque confermato che Calo' gestiva e riciclava ingenti capitali riconducibili non solo a Cosa nostra ma anche alla banda della Magliana e a faccendieri come Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Un segno della grande disponibilita' del denaro era dato anche dal fatto che a Roma Calo' abitava nella zona residenziale di Monte Mario e aveva un altro lussuoso appartamento in via delle Carrozze, nella zona di piazza di Spagna. Del coinvolgimento del boss, una volta capo della cosca di Porta Nuova, nelle stragi e nei delitti hanno parlato numerosi pentiti, da Tommaso Buscetta a Salvatore Cancemi, da Giovanni Brusca a Salvatore Cucuzza. Il piu' risoluto e' stato Buscetta che ha anche accusato Calo' di avere avallato l'eliminazione dei suoi figli con il sistema della lupara bianca.2 ottobre - "Il Corriere della sera"
Oggi i giudici di Firenze decideranno se concedergli la semilibertà
Tuti: "In Italia il terrorismo è morto"
LIVORNO - "Alleanze tra terroristi italiani e gruppi islamici sono impossibili. Intanto perché il terrorismo in Italia è morto e poi perché le distanze sarebbero inconciliabili. Anche nell'omicidio D'Antona secondo me il terrorismo non c'entra. Ad uccidere il sindacalista è stato qualcos'altro. La stessa oscura entità delle stragi di Bologna, di Piazza Fontana e dell'Italicus. Ma non chiedetemi cosa. Ho condotto indagini dal carcere dove vivo da 27 anni. Adesso siete voi, uomini liberi, che dovete cercare la verità". L'ex terrorista nero Mario Tuti, 54 anni, oggi ergastolano, parla a ruota libera. L'occasione è un concerto nel carcere di Livorno del pianista Ilio Barontini. Tuti, insieme ad alcuni detenuti ha curato le scenografie e una straordinaria proiezione multimediale dedicata a Beatles. Stamani i giudici di Firenze decideranno se concedere e all'ex terrorista la semilibertà, ma a lui sembra non interessare. "Dopo quasi trent'anni di galera - spiega -, fuori c'è solo la realtà virtuale". Tuti rifarebbe tutto quello che ha fatto.
"Cercherei, forse, di non uccidere. Prima di essere arrestato, dovevo assassinare a sangue freddo un avversario. Non l'ho fatto".2 ottobre – Il tribunale di sorveglianza di Firenze rinvia al 27 novembre la decisione sull' istanza di semiliberta' presentata da Mario Tuti. Il rinvio e' deciso per lo svolgimento di accertamenti richiesti dal tribunale. L' avvocato Alberto Simeone, legale di Tuti, ha detto che il suo assistito "E' apparso determinato ma sereno e ha spiegato di essere diventato una persona diversa".
7 novembre - Il 'Caso Gioia Tauro' e' il titolo della puntata di "Blu notte-Misteri italiani", il programma condotto da Carlo Lucarelli in onda alle 23.20 su Raitre. Per quasi trent'anni, il deragliamento di un treno carico di pendolari nei pressi di Gioia Tauro, in Calabria, il 22 luglio 1970, e' stato considerato un incidente. Invece, quasi sicuramente e' stata una strage. L' accaduto va ricondotto alla rivolta di Reggio Calabria avvenuta venti giorni prima e alla misteriosa morte di cinque ragazzi anarchici. La loro scomparsa, ancora avvolta nel mistero, e' servita probabilmente a far tacere uno dei primi e piu' riusciti tentativi di "controinformazione" alla ricerca della verita'.
1 dicembre - Il tribunale di sorveglianza di Firenze respinge la richiesta di semiliberta' in favore di Mario Tuti, 55 anni, detenuto nel carcere di Livorno. I giudici, nella loro motivazione, avrebbero ritenuto necessario, prima di concedere la semiliberta', sperimentare la strada della concessione di permessi a Tuti, che e' assistito dagli avvocati Alberto Simeone e Paolo Paoli.
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Le notizie del 2000
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