Almanacco dei misteri d' Italia


Gli attentati ai treni
le notizie del 2002 
2 gennaio - DANNEGGIATA A BOLOGNA LAPIDE STRAGE RAPIDO 904
"La Nuova Ferrara"
Danni alla lapide del 904
BOLOGNA. Nel cuore del centro storico di Bologna, in piazza Nettuno, a mezzanotte e mezza dopo la fine dell'anno una bottiglia lanciata in aria è finita contro la lapide di cristallo che ricorda le 15 vittime della strage del rapido 904 sul tratto appenninico Firenze-Bologna (23 dicembre 1984), che è andata parzialmente in frantumi. Un poliziotto che si trovava a poca distanza è rimasto ferito ad una mano dalle schegge ed è stato giudicato guaribile in tre giorni.
Ieri mattina il consigliere comunale indipendente di centrodestra Niccolò Rocco di Torrepadula ha sistemato del nastro adesivo per evitare che qualcuno si potesse ferire: "E' stato un atto vile ed esecrabile", ha commentato il consigliere, che chiede accurate e rigorose indagini e una punizione esemplare per i responsabili del gesto.

11 gennaio 2002 - NUOVO SITO "PORTALE DELLA MEMORIA"
Il Centro di Documentazione Storico Politico, costituito dall'Istituto Storico Regionale per la storia della Resistenza Ferruccio Parri e la Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, hanno messo in rete il "PORTALE DELLA MEMORIA" che può essere visionato presso il suo sito Web: www.cedost.it . In questa sezione del sito - spiega un comunicato - è contenuto, fra l'altro, l'archivio elettronico "Cronologia italiana 1945-1999: cronologia  delle stragi, del terrorismo e dei progetti eversivi avvenuti in Italia dal 1945 ai giorni nostri". Questo strumento informatico è composto da circa 2000 schede informative sugli eventi relativi a stragi, attentati terroristici e trame oscure della storia dell'Italia repubblicana. Ad ognuna di queste "schede-evento" sono collegati: riferimenti bibliografici, indagini giudiziarie, quadro istituzionale e un dizionario delle organizzazioni citate. L'archivio sarà via via aggiornato fino ad arrivare ai giorni nostri. A breve sarà inserito un ulteriore archivio "Violenza politica in Europa 1969 - 1989", una cronologia dei fatti di terrorismo europeo correlata da bibliografia e documenti. Anche questa cronologia verrà costantemente aggiornata.

25 gennaio 2002 - RICORDO DELLE VITTIME DI MARIO TUTI
"La Nazione"
Ricordando le due vittime della 'follia' di Mario Tuti
Passano gli anni - ormai sono ventisette - ma il ricordo del brigadiere Leonardo Falco e dell'appuntato Giovanni Ceravolo, vittime della folle quanto improvvisa 'reazione' di Mario Tuti, è rimasto immutato. Come bene è emerso ieri nelle due cerimonie ricordo, prima la santa messa alla Madonna del Pozzo e poi la deposizione di una corona di alloro alla lapide che dal '97 è stata affissa al muro del commissariato di polizia, in un angolo in cui si sono radunati in molti ieri mattina, dalle autorità civili e militari fino ai familiari.
Il tutto in una compostezza che la dice lunga su quanto la polizia di stato sia sempre vicina a chi muore nell'adempimento del proprio dovere, nella coscienza di come l'impegno a favore della comunità possa comportare per chi fa la scelta del servizio anche i rischi più terribili. Come terribile fu il destino dei due del commissariato empolese che quella tragica sera di gennaio s'erano recati a casa di Mario Tuti in viale Boccaccio per un controllo. E l'altro rispose sparando e lasciando nel dolore infinito quanti amavano e stimavano i due che lì trovarono la morte.

18 febbraio 2002 - UNIONE FAMILIARI VITTIME PER STRAGI SU OSSERVATORIO
Comunicato delle Associazioni familiari vittime delle stragi di: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna del 2 Agosto 80, Rapido 904, Via dei Georgofili Firenze:
Il 12 Aprile 2001 il Ministero della Giustizia insediava l' "Osservatorio sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati", strumento permanente chiesto con forza da diversi anni dai familiari delle vittime con il compito di
 1. dare esecuzione alla legge-quadro del Consiglio dell'Unione Europea del 15.03.2001 per adeguare  il  codice di procedura penale in favore di tutte le vittime dei reati;
 2. procedere alla ricognizione e alla rilevazione delle esigenze delle vittime, sia nel momento del loro coinvolgimento nell'azione giudiziaria, sia in riferimento alle diverse situazioni verificabili per effetto degli specifici programmi di assistenza per esse previste.
 L'Osservatorio, composto da rappresentanti di associazioni di vittime dei reati, esperti di vittimologia e rappresentanti del Ministero della Giustizia e del Ministero dell'Interno, deve provvedere alla individuazione dei problemi delle vittime e alla elaborazione di proposte organizzative e normative.
 Al 31 dicembre 2001 l'Osservatorio ha svolto 14 sedute di cui 4 plenarie, ha realizzato con la collaborazione del CENSIS un'"INDAGINE SULLE VITTIME DI REATO ORGANIZZATE IN ASSOCIAZIONI". Ha inoltre predisposto una bozza di "legge-quadro per l'assistenza, il sostegno e la tutela alle vittime dei reati", bozza di legge che tiene conto della decisione quadro del Consiglio della Unione Europea del 15.03.2001 e inviata al Ministro Roberto Castelli il 21 dicembre 2001 con richiesta di un urgente iter parlamentare.
 Per il 6 Febbraio 2002 era già prevista la prima seduta plenaria dell'anno, ma poiché il Ministero non ha ancora provveduto al rinnovo, i lavori sono bloccati.
 Questo "blocco" rischia di vanificare l'impegnativo lavoro svolto sino ad ora, impedisce la tutela alle vittime di reato e non ottempera al dettato dell'art. 17 della decisione quadro del Consiglio dell'Unione Europea di adeguare il codice di procedura penale entro il termine del 22.03.2002.
Il Presidente
Paolo Bolognesi
Il comunicato è inoltre sottoscritto da: Maria Falcone Presidente Fondazione Falcone; Avv. Michele Costa  Presidente Comitato Direttivo Fondazione Gaetano Costa; Rosanna Rossi Zecchi Presidente Associazione Vittime Banda della Uno Bianca; Franco Corazza Presidente Associazione Parenti Vittime "Istituto Salvemini"; Maurizio Puddu Presidente Associazione Italiani Vittime del Terrorismo.

26 febbraio 2002 - FAMILIARI STRAGI; VIA IL SEGRETO DI STATO PER DELITTI STRAGE E TERRORISMO
L' Unione familiari vittime per stragi, in una conferenza stampa a Montecitorio, annuncia la riproposizione di una legge di iniziativa popolare finalizzata proprio ad abolire il segreto di Stato da tutti i delitti di strage e terrorismo: "nessun documento deve essere sottratto al magistrato che indaga". "Questa legge venne gia' presentata nel 1984, corredata da 100.000 firme, ma non e' stata mai discussa dal Parlamento", ha spiegato Paolo Bolognesi presidente dell'Unione vittime per stragi, che raccoglie le associazioni delle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, del treno Italicus, della stazione di Bologna, del rapido 904 e di via dei Georgofili. La proposta di legge e' composta di un articolo unico, con il quale si prevede di aggiungere alla legge n. 801 del '77 l'art. 15 bis. Questo stabilisce che "Il segreto di Stato non puo' essere opposto in alcuna forma nel corso dei procedimenti penali relativi: a) ai reati commessi per finalita' di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico; b) ai delitti di strage previsti dagli articolo 285 e 422 del codice penale". In conferenza stampa e' intervenuto anche Manlio Milani, presidente dell'associazione della strage di Piazza della Loggia, che ha ricordato di aver scritto nel novembre scorso una lettera al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ("senza avere finora risposta"), in merito all'estradizione di Delfo Zorzi. Milani, in particolare, e' tornato a denunciare la "commistione tra funzione pubblica e attivita' privata di un'autorevole esponente della maggioranza: Gaetano Pecorella, da un lato presidente della Commissione giustizia della Camera, uomo delle Istituzioni, e, dall'altro, difensore di Zorzi, uno stragista che non vuole essere estradato". "Anche nelle stragi, come vedete, c'e' dunque conflitto d'interessi", ha commentato Paolo Bolognesi. Per Falco Accame, presidente dell'Anavafaf (l'Associazione nazionale dei familiari delle vittime arruolate nelle forze armate), chiedere l'abolizione del solo segreto di Stato non serve per arrivare alla verita' nei fatti di terrorismo e nelle stragi. "Ci sono infatti una gran quantita' di documenti, forse migliaia - ha detto - che vengono normalmente sottratti alla conoscenza del giudice, senza che su di essi sia opposto il segreto. Si tratta di quei documenti, classificati e non, che vengono sistematicamente distrutti, occultati, o che non figurano nemmeno nel protocollo. In questo caso - secondo Accame - il reato da perseguire dovrebbe essere quello di 'depistaggio', che pero' non esiste nel codice penale italiano".

7 marzo 2002 - MORTO ROCCA, FU FERITO DA TUTI
"Il Tirreno"
È morto Rocca, fu ferito da Tuti
L'ex poliziotto rimase colpito dal terrorista nel 1975
EMPOLI.È morto, al San Giuseppe, Arturo Rocca: aveva 78 anni ed era l'unico superstite della strage che, il 24 gennaio del 1975, compì Mario Tuti, nella sua abitazione di viale Boccaccio. Rocca era, all'epoca, appuntato della polizia di Stato. Era andato, quella sera, a compiere un servizio di controllo, insieme ai suoi colleghi, Leonardo Falco e Giovanni Ceravolo. Che rimasero uccisi dai colpi esplosi dall'ex geometra comunale.
Rocca rimase ferito, cadde, sotto quegli spari, lungo le scale dell'appartamento abitato da Tuti. Che poi si dette alla fuga. Per oltre 25 anni di quegli attimi, di quella tragedia, non avev amai voluto parlare. Aveva preferito non commentare, nel gennaio di due anni fa, la richiesta di semilibertà avanzata da Tuti che si trovava in carcere a Voghera. Poi, quando quell'istanza venne rigettata, dal Tribunale di sorveglianza di Milano, Rocca accettò di commentare l'episodio. Poche parole. Aveva sempre preferito restare fuori, quasi come se non parlandone riuscisse a esorcizzare quei ricordi, tenuti, però, sempre in vita, dalla memoria dei suoi due colleghi, caduti al suo fianco. Eccoli, alcuni brani, di quella intervista che rilasciò al nostro giornale. "Quando ho saputo - disse Rocca - che rimarrà in carcere, ho provato un certo sollievo. So che si tratta di un problema tecnico, legato al tempo trascorso dall'ultimo atto criminale, e che fra qualche anno questa situazione si ripeterà. Conosco come sono le leggi, mi sono impegnato a farla rispettare per anni. Comunque in questo momento sono contento che non sia fuori".
Un breve colloquio, durante il quale Rocca evitò accuratamente di pronunciare il nome del pluriomicida empolese Mario Tuti. Dette, all'epoca, l'impressione che per lui Tuti non esistesse più. Nonostante dell'ex geometra del comune di Empoli conoscesse la famiglia. Che quell'impiegato modello dell'ufficio tecnico, lo aveva visto crescere. Di quel che avvenne la sera del 24 gennaio 1975 in viale Boccaccio, Rocca non fece parola. Per rispetto dei suoi colleghi e amici scomparsi, sottolineò. Ma di Tuti disse, ancora: "Io credo che lui non si sia mai pentito di quel che ha fatto. Non lo ammetto ma in quell'episodio del 1975 una sua reazione violenta, folle, poteva essere prevedibile: un attimo di follia. Ma dopo anni è riuscito a uccidere un suo compagno di cella a sangue freddo. Come può essere pentito: forse è carattere, forse ce l'ha nel sangue. Quella sera non potrò mai dimenticarla. Mi si avvelena il fegato per le cose che sono successe".
Da quel giorno Rocca ha presenziato, ogni anno, alla cerimonia, in ricordo di Falco e Ceravolo, che i suoi colleghi del commissariato di Empoli, organizzano per commemorare la memoria.

3 maggio 2002 – ANTICIPAZIONI SUI DIARI DI TAVIANI
"La Stampa"
RIVELAZIONI SU TRAME EVERSIVE, STRAGI E MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA NEI DIARI DEL LEADER DC, DA LUNEDÌ NELLE LIBRERIE. LI ABBIAMO LETTI IN ANTEPRIMA TAVIANI i giorni dell´Italia in nero
IL 27 giugno dello scorso anno, su ordine della Procura di Brescia, il reparto Antieversione dei Ros si presentò nella sede del Mulino, a Bologna, per sequestrare una copia dei diari di Paolo Emilio Taviani, morto nove giorni prima. Il senatore a vita - lo nominò Cossiga nel 1991 - aveva più e più volte, in diverse sedi, promesso rivelazioni sui misteri della Repubblica. Ne aveva in verità qualche titolo essendo stato grande capo partigiano, segretario della Dc, ras di corrente, ministro della Difesa e dell'Interno varie volte, nell'arco di un periodo cruciale, dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta. Ricevuta la visita dei Ros, il responsabile della sezione Storia del Mulino, Ugo Berti, dichiarò in ogni caso all'Ansa: "La pubblicazione procede regolarmente secondo i programmi. Nei prossimi mesi dell'anno prossimo il volume sarà in libreria". Eccolo, dunque: Politica a memoria d'uomo (445 pagine, 20 euro). In una delle ultime pagine, nel tirare le somme, Taviani scrive: "Fu guerra, calda o fredda, ma sempre guerra (...). Non sono sicuro di aver mai sbagliato. Per un uomo politico è già un successo salvarsi l'anima". Anche per mezzo dei diari. Per cui ecco subito quanto probabilmente interessava a magistrati e carabinieri. Taviani l'ha racchiuso in una quarantina di pagine. Piazza Fontana - di cui si occupò tornato al Viminale nel 1973 insieme con i vertici dell'Antiterrorismo (Santillo) e degli Affari Riservati (D'Amato) - offre la prima sorpresa. "La responsabilità della strage è interamente dell'estrema destra e in particolare di Ordine nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti". La Cia non c'entra nulla, ma l'esplosivo, venne fornito a uomini di On da un "agente nordamericano" che proveniva dalla centrale tedesca e apparteneva al servizio segreto dell'esercito: "Assai più efficiente della Cia". In Italia qualcuno seppe e anzi cercò di evitare. Taviani racconta di un certo avvocato Fusco, con frequenti legami con il Sid, che la sera del 12 dicembre doveva andare a Milano per "recare il contrordine sugli attentati previsti". Ma a Fiumicino seppe della bomba. Poco dopo la strage, da Padova, un ufficiale del Sid raggiunse Milano "per sostenere il depistaggio sulla sinistra". La bomba non doveva, secondo Taviani, causare morti, come accadde a Roma. Lo deduce dal fatto che, "una volta verificato che nel crimine erano implicati anche alcuni uomini delle istituzioni, non è supponibile che essi cinicamente pensassero di uccidere tanti innocenti". A meno che gli esecutori abbiano poi "disatteso gli ordini ricevuti". A questa ricostruzione Rumor, Fanfani e Moro non vollero mai credere. Taviani al contrario, come "atto politico" e sulla base della sentenza ottenuta dal pm Occorsio, decretò lo scioglimento di Ordine nuovo. La fine della teoria degli "opposti estremismi" ebbe sanguinose conseguenze. Tornato al Viminale liquidò anche alcuni agenti e confidenti arruolati dal precedente ministro (Restivo); "servizi paralleli", si disse in seguito, erroneamente identificandoli con Gladio. Tali spezzoni divennero "schegge impazzite". Mario Tuti ne fu il tipico esponente. A questo ambiente para-golpista, Taviani imputa la strage dell'Italicus. Era il 1974. Ma pure sull'attentato di Bertoli il ministro ebbe il dubbio che l'"anarchico" venuto da Israele potesse essere stato aiutato dal Sid del generale Maletti, di cui ricorda che era "filo-israeliano" (mentre il generale Miceli era filo-arabo). Anche la strage di Brescia è collegata a On: "i carabinieri vi avevano infiltrato un informatore". La bomba era in realtà destinata all'Arma, per vendetta, ma per la pioggia i militi si erano spostati dall'area prescelta per l'esplosione.
Il padre di Gladio
Taviani si assume in pieno la responsabilità di aver fatto iniziare le indagini su Edgardo Sogno; e sostiene anche di aver duramente pagato la sua convinzione che le stragi fossero state "sicuramente ed esclusivamente di destra". Quando cadde il governo venne sostituito - e si riporta un vivace resoconto di come il sinedrio Dc, riunito a piazza del Gesù, distribuisse gli incarichi, con offerte, battute crudeli e sbattimenti di porta. Nel novembre del 1974 finirebbe in realtà il potere governativo di Taviani, l'uomo che in nome dell'atlantismo mise in piedi Gladio. Ma la sua influenza politica continua. Del tutto ingiustificata, la campagna contro l'organizzazione Stay Behind, a suo giudizio, venne aperta con l'obiettivo di contrastare Cossiga che aveva buone speranze di conquistarsi a picconate un secondo mandato presidenziale. In più - ed è una rivelazione - i comunisti sapevano non solo di Gladio, ma anche della base di Capo Marargiu: e questo perché l'aveva detto lui, Taviani, all'allora segretario Longo. Sulle Br, oltre a numerosi sospetti sui collegamenti con i seguaci di Secchia, è annotata una confidenza del generale Dalla Chiesa secondo cui nel 1977, e cioè pochi mesi prima del sequestro Moro, l'evasione di Prospero Gallinari "venne favorita con lo scopo di scovare Moretti". Sui servizi segreti esteri c'è un'abbondante aneddotica. Dall'idea di utilizzare la Stasi in funzione anti-Tito al Mossad che Taviani considera responsabile dell'attentato all'aereo Argo 16; dall'"ottusità" anticomunista della Cia all'"abilità" del Kgb, di cui pure nega che sia riuscito - come scritto nel dossier Mitrokhin - a mettergli una segretaria alle calcagna. Entrambi i servizi delle grandi potenze della guerra fredda, comunque, "convergevano a un medesimo risultato: mantenere l'Italia in tensione". Questo dunque - con inevitabile sintesi e conseguenti forzature di chi gli ha riservato una prima lettura - contengono più o meno le pagine più scabrose delle memorie tavianee. Un autentico tesoro per gli appassionati di trame e misteri. Ma i diari dei potenti, per fortuna, interessano anche gli storici e i normali lettori. E infatti sarebbe ingiusto ridurre questo volume, tra i più interessanti nella memorialistica della Prima Repubblica, a una sequela un po' paranoica di verità, sospetti, cospirazioni. Taviani si salva l'anima, infatti, anche raccontando in profondità il suo lungo tempo di leader e capocorrente democristiano. Gli anni avventurosi, ma indimenticabili della Resistenza, quelli che un giorno spingeranno Fidel Castro a rivolgerglisi come "colega en la experiencia guerrillera".
Affrancarsi dal Vaticano
Come pure l'austerità della Costituente, quel pasto di "pane, mele e un bicchiere di vino bianco" al primo congresso Dc. Le ramanzine di Sturzo, le "manovre" di Gedda, in sostanza la dura lotta sotterranea per liberarsi dalla tutela vaticana, la lettura tra le righe dell'Osservatore romano, il timore degli effetti che un certo discorso avrebbe suscitato sull'"Uomo Bianco", cioè il Papa. Timori a loro modo giustificati, e fino all'ultimo, se è vero che da Oltretevere non gli perdonarono di essere andato lui, come ministro dell'Interno, ad annunciare in tv i risultati del referendum sul divorzio. In più viene fuori il personaggio: gastronomo, amante della famiglia, celebre studioso di Colombo. Come ogni grande democristiano, è al tempo stesso spregiudicato e spirituale, per cui fa cose assai discutibili, le fa a fin di bene e le racconta pure. La volta che, da ministro, per far dimettere sul serio il tentennantissimo De Nicola da presidente della Corte costituzionale chiede ad alcuni suoi amici ex partigiani di appendere dei manifesti contro di lui nel quartiere di Napoli dove abita. Oppure la volta che per aggirare le difficoltà, si fa costruire dall'esercito un aeroporto a Lampedusa. O acquista - in Senegal! - un pacco di lettere (poi rivelatesi false) in cui Pio XII si rivolge chiaramente a una specie di fidanzata. Sfila nel diario tutto un mondo. De Gasperi pensoso, Dossetti irrequieto, La Pira ardente, Fanfani volitivo. E Nenni, e i comunisti. Ecco: a distanza di anni, davvero colpisce nei diari tavianei l'intensità con cui la Dc cerca a tutti i costi - e trova, non c'è dubbio - un rapporto di convivenza con il Pci. E di nuovo occorre tornare ai segreti rivelati se nel gennaio del 1955, in piena Guerra Fredda, i servizi italiani scoprono che l'Urss ha appena finanziato il pci con un cifra che corrisponde a 40 miliardi di oggi. Ebbene, in una riunione con Scelba e Martino, si decide di far finta di niente: "Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque la guerra civile". Taviani arriva a corteggiare apertamente il Pci a metà anni settanta. Nel 1975 prova a convincere addirittura la Cia dell'affidabilità di Berlinguer; e l'anno dopo a Mosca sonda i sovietici se nel quadro della distensione sarebbero disposti a comprendere un governo che veda insieme Dc e Pci... Come poteva uno come lui, pure profeta inascoltato di Tangentopoli, comprendere quel che stava per accadere? Eppure "il nome di Di Pietro - scrive - è forse l'unico fra gli italiani degli anni novanta che rimarrà nella storia e non nella cronaca. Proprio come vi restò Giovan Battista Perasso detto Balilla. Con una differenza; che quest'ultimo, gettato il sasso, non pretese rimanervi nella storia, al punto tale che alcune balzane correnti storiografiche ne contestano l'identità". Riflessione tortuosa, ma efficace: molto democristiana.
 Filippo Ceccarelli
 

10 maggio 2002 - DIARI DI TAVIANI: IL CORRIERE DELLA SERA
"Il Corriere della sera"
ARCHIVI Esce "Politica a memoria d'uomo" il diario al quale l'ex ministro dell'Interno ha lavorato fino agli ultimi giorni
Sogno, il Pci, le stragi: l'altra verità di Taviani
"Il progetto di golpe c'era. Perché tacemmo sui finanziamenti da Mosca"
E "un ministro non deve mai dire "Non ricordo": deve sempre ricordare qualcosa". Lo scrive Paolo Emilio Taviani in una pagina di Politica a memoria d'uomo , il libro molto atteso cui lavorava al momento della morte, ormai quasi un anno fa, in uscita oggi dal Mulino. Il precetto per il buon ministro, in verità, Taviani lo interpretò in ripetute e delicate occasioni - commissioni parlamentari, ad esempio - nel senso di aggirare abilmente domande imbarazzanti rimandando le risposte al futuro, appunto all'uscita postuma delle sue memorie. Uomo degli americani o sponda sicura per i comunisti dentro la Dc? Il politico che vide un vero pericolo eversivo solo nello stragismo di destra oppure uno dei promotori, nel corso del tempo, di reti segrete come Gladio e filiazioni varie?... È una figura chiave della storia repubblicana, Taviani, comandante partigiano nelle formazioni cattoliche, tra i fondatori della Dc, poi per 24 anni al governo, a lungo titolare di dicasteri chiave come Interni, Finanze, Difesa. Senza un preciso percorso cronologico, il volume affronta vicende ancora scottanti con resoconti di primissima mano, ricostruzioni inedite, versioni fondate su rapporti riservati. E senza troppe cautele diplomatiche. Come quando parla del periodo delle stragi e del terrorismo, vissuto in primissima linea dal ministero dell'Interno: "La responsabilità della strage di Milano è interamente dell'estrema destra e, in particolare, di Ordine Nuovo: uomini tecnicamente seri, collegati con settori deviati dei servizi segreti". Con una precisazione: "A mio parere, occorre fissare un punto: la bomba di Milano non avrebbe dovuto provocare morti... Da Fiumicino stava per partire, la sera del 12 dicembre 1969, l'avvocato Fusco, defunto negli anni '80... Suo compito era recare il contrordine sugli attentati previsti a Milano". Qui, Taviani affrontò contrasti duri: "La "strategia degli opposti estremismi" sbagliava, perché poneva sullo stesso piano da un lato le efferate azioni delle Br incapaci di generare una svolta dittatoriale di sinistra e, dall'altro, la galassia dell'estrema destra che - al contrario - rischiava realmente di portare a una svolta autoritaria". Netti anche i giudizi sull'"album di famiglia" del terrorismo rosso - "I dubbi che si riferiscono a interferenze Cia o Mossad sono a mio parere frutto di mera fantasia. C'è invece effettivamente una zona d'ombra: i legami fra i brigatisti e i superstiti secchiani, sparsi qua e là in Italia" scrive Taviani, parlando del caso Moro - e su Edgardo Sogno. "Nell'agosto del 1974 - si legge nel libro - arrivò sul mio tavolo al ministero dell'Interno un'informazione che raccontava di una presunta cospirazione per instaurare il regime presidenziale in Italia. Faceva, fra gli altri, i nomi di Pacciardi, Brosio, Sogno e Palumbo, comandante della Divisione Carabinieri Pastrengo. La rinviai al capo della Polizia con scritto "Indagare". Suppongo che l'informazione sia così giunta alla magistratura di Torino... Il pm convocò Sogno. E Sogno si rese latitante... Dalle confessioni postume di Sogno risulta oggi che le intenzioni di golpe sussistevano. Dai fatti risulta che il golpe abortì. Perché abortì? Innanzitutto perché il ministro della Difesa Andreotti trasferì alcuni generali che avevano aderito ai progetti di Sogno. In secondo luogo perché tutti coloro che avevano dato assenso o adesione a Sogno erano dei capi. Mancavano i subalterni, i sottufficiali, le truppe. Subalterni, sottufficiali, truppe erano invece a disposizione degli esaltati che dirigevano Ordine Nuovo. La terza ragione del fallimento dei progetti di Sogno è che non si collegò con Ordine Nuovo... Non riuscì o non volle? Forse non volle, perché quelli di Ordine Nuovo, dopo il decreto di scioglimento del novembre 1973, si erano dati alle tragiche follie degli attentati ai treni".
Spunti e rivelazioni abbondano nel volume. Merita attenzione, ad esempio, la certificazione tavianea alla discussa teoria del "doppio stato". Solo che non combacia con l'interpretazione "di sinistra" sul regime di legalità parallela alimentato dalla Dc con Gladio e manovre dei servizi segreti in funzione anticomunista. In "Politica a memoria d'uomo" c'è l'attestazione di una sorta di condizione extra lege garantita al Pci, ad esempio sui finanziamenti dall'Urss: "Abbiamo sempre detto che il Pci è pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento comporterebbe necessariamente mettere al bando il Pci. Dunque guerra civile". Attese e curiosità sull'opera non hanno riguardato solo storici e politici. Alla morte di Taviani, la magistratura di Brescia spedì i carabinieri ad acquisire copia di queste carte. Ci fu qualche disguido, qualche rimpallo fra la famiglia Taviani e gli editori del Mulino, passarono alcuni giorni prima che l'operazione venisse portata a termine. In più, sono circolate voci che hanno aggiunto un tocco finale di mistero alla pubblicazione. Intanto, riguardo i "diari" in sé. Non sono, va detto per sciogliere qualche equivoco, il libro che esce ora. Questo è la rielaborazione di appunti, note, promemoria, resoconti e carteggi che Taviani a lungo, anche se non con assoluta costanza, aveva conservato e archiviato. Dove si trovi attualmente il materiale originale non è chiaro.
Enrico Mannucci

23 maggio 2002 - "IL TEMPO" SUI DIARI DI TAVIANI
"Il Tempo"
Rivelata la vera storia di "Gladio" di ANTONIO SPINOSA
PAOLO Emilio Taviani non viaggiava soltanto con il "Transatlantico" di Montecitorio, quella immensa sala della Camera dei deputati, detta anche dei "Passi perduti", in cui i parlamentari trascorrono gran parte del loro tempo fra un discorso e l'altro. Ma per ben quattro volte ha ripercorso l'itinerario di Cristoforo Colombo. Per ben quattro volte infatti, dall'agosto del 1492 al novembre del 1504, il glorioso navigatore genovese aveva compiuto quei viaggi che lo portarono a scoprire il Nuovo Mondo. Presso la Società geografica Italiana, di cui Taviani è stato a lungo vice presidente e poi presidente onorario, se ne celebrerà la memoria oggi, giovedì 23, a un anno dalla morte, con gli interventi dei professori Franco Salvatori e Francesco Sicilia.
Si può dire che la figura di Taviani si sovrapponga a quella di Cristoforo Colombo e che addirittura si confonda con essa. Scrisse il primo articolo sul glorioso navigatore a vent'anni nel 1932, senza più arrestarsi sullo stesso tema. Quindi, con un conteggio approssimativo, si può affermare che fra articoli e libri colombiani egli ne abbia scritto complessivamente oltre centosettanta. Uno dei libri più noti, sempre in onore del navigatore, è quello pubblicato dal "Mulino" - "Le avventure di Cristoforo Colombo " - lo stesso editore che proprio in questi giorni ha stampato un suo saggio dal titolo "Politica a memoria d'uomo". Ed è in questo che si parlerà alla Società Geografica senza tuttavia trascurare il Taviani trasmigatore. Sono memorie postume, per espressa volontà dell'autore, il quale, in vita, si mostrava più attento a trasmettere ai lettori le sue avventure oceaniche che non le sue idee e le sue polemiche di parlamentare e di ministro. Il libro, che raccoglie anche fogli del diario personale dell'autore, è stato definito l'"autoritratto" di un protagonista nella storia d'Italia: un protagonista discreto, ma forte sostenitore del primato dei regimi democratici.
Sono le pagine dedicate alla struttura segreta di "Gladio" che attraggono maggiormente l'attenzione del lettore. "Gladio"! Una struttura sorta nel 1950 e connessa alla Nato con diramazioni in vari paesi dell'Europa occidentale per organizzare una resistenza armata nell'ipotesi di un'invasione da parte dell'Urss o della truppe che facevano capo al patto di Varsavia. Taviani, da ministro dell'Interno nel 1962, si chiedeva se la morte di Enrico Mattei era stata davvero causata da un incidente aereo. E rispondeva che in quel caso l'unico dato certo era l'eccezionale bufera di acqua, di vento e di nebbia in cui si trovò a volare il presidente dell'Eni. Poi dà un giudizio su Mattei definendolo "un uomo di grandissimi meriti a cui l'Italia deve molto".
Particolare attenzione l'autore dedica alla serie delle stragi, gli "anni bui", che hanno tenuto in bilico la democrazia in Italia. E come non ricordare anzitutto la strage del 12 dicembre 1969 alla Banca dell'Agricoltura a Milano con sedici morti e novantotto feriti? Fu questa, osserva Taviani, "la madre degli anni bui". Essa sorprese enormemente il paese: nelle prime pagine dei giornali, non soltanto da noi, già si esprimeva che poteva trattarsi dell'inizio di una strategia del terrore.
Ecco lo scioglimento di "Ordine Nuovo" cui seguì come reazione la strage sull'"Italicus" a San Benedetto Val di Sambro, mentre altre stragi i servigi di vigilanza riuscirono ad evitare. Si potè fortunosamente scongiurare la strage dell'"Argo 16", l'aereo che precipitò a Marghera. E ancora Taviani ricorda la strage di Fiumicino del 1973 messa in opera da un commando di terroristi arabi che seminarono la morte su un aereo della compagnia Pan American, in sosta su una piazzola di manovra. E la strage di Brescia? Anni bui, anni luttuosi. Ne siamo venuti fuori? Se lo abbiamo fatto, lo abbiamo fatto a fatica. E comunque nel libro non sono ovviamente coinvolti gli ultimi eventi: quelli del nuovo terrorismo. Quali sviluppi esso potrà avere oltre le vicende dei kamikaze palestinesi e di quelli che hanno abbattuto le torri di New York?
Per tornare al libro, Taviani sostiene che questo nostro secolo è stato tutt'altro che breve, come lo ha definito lo storico inglese Eric Hobsbawm. E scrive: "Sento il Novecento come un secolo lungo". Tanto lungo che egli comincia a raccontarlo dal 30 aprile del 1800 quando il ventiduenne Ugo Foscolo, tenente delle forze democratiche popolari, si gettava all'assalto delle fortezze attorno alla cintura di Genova. E Taviani ventenne, come si diceva all'inizio, si gettava all'assalto dei giornali: la migliore scuola per un protagonista della politica come è stato lui.

16 giugno 2002 - TUTI ATTORE NEI PANNI DI GIUDA
"Il Tirreno"
Nel carcere delle Sughere i detenuti del laboratorio teatrale si sono esibiti davanti al ministro Altero Matteoli
Mario Tuti si scopre attore nei difficili panni di Giuda
lu. dem.
LIVORNO. Fa un certo effetto vedere Mario Tuti nei panni di Giuda, il traditore per eccellenza. Vista la notorietà del personaggio, attorno a questo fatto potrebbe perfino nascere un caso. Ma non ci sono allusioni da fare: tutto è dovuto ad esigenze sceniche. E' accaduto alle Sughere, dove i detenuti del laboratorio teatrale hanno rappresentato proprio "Giuda", un dramma in tre atti scritto da Lucio Vannucchi, che ha curato anche la regia insieme ad Adriana Tabarracci e Gianfranco Venturi. Si è trattato di una collaborazione fra il carcere e gli studenti dell'Itc Vespucci che frequentano il corso sperimentale Sirio-Mercurio, con il sostegno di Arci Solidarietà e Caritas.
Musiche del laboratorio multimediale e costumi e scenografia curate dalla sezione femminile del carcere. Un lavoro costato impegno e fatica, apprezzato dal pubblico che ha riempito la sala polivalente del penitenziario livornese. In prima fila, accanto al direttore delle Sughere Oreste Cacurri, il ministro dell'ambiente Altero Matteoli, ma anche altri rappresentanti delle istituzioni, a cominciare dall'assessore al sociale del Comune di Livorno Alfio Baldi e dal consigliere comunale Marco Solimano.
Mario Tuti ha recitato proprio nel ruolo del protagonista, Giuda, diviso per la verità con un altro attore, Antonino Carollo. Il lavoro ha ripercorso la Passione di Gesù e si è dipanato seguendo, per i primi due atti, la traccia dei Vangeli, con l'aggiunta di un ipotetico dialogo tra Giuda e Gesù durante l'ultima cena. Il finale è invece frutto della fantasia dell'autore. Pura "dissertazione", la definisce lo stesso Vannucchi presentando l'opera. Ovvero, l'ipotesi di quello che può essere stato il "dopo", sia per Gesù che per Giuda, destinato per il suo atto al fuoco perenne dell'inferno, senza mai poter vedere la luce di Dio.
Barba bianca e portamento distinto, Mario Tuti non ha perso neppure in occasione di questa recita il suo tipico accento toscano. Sulla scena è parso a suo agio. D'altra parte "Giuda" non è la prima esperienza di questo tipo per il carcere livornese, che da anni collabora con le istituzioni locali e con numerose associazioni per progetti culturali e di spettacolo. La presenza di un ministro, per giunta con profonde radici nel territorio livornese, ha dato alla giornata un'importanza ancora maggiore. E prima dell'aprirsi del sipario, Matteoli non ha mancato di dire parole significative sulla positività di attività culturali all'interno dei penitenziari, nell'ottica del reinserimento graduale dei detenuti nella società, anche attraverso la semilibertà. "Magari - ha detto Matteoli - si commettono errori, ma può capitare. Se si sbaglia per uno e se ne recuperano mille credo sia importante praticare questo percorso, indipendentemente dalle posizioni politiche di ognuno di noi".

6 luglio 2002 - RAITRE: BLU NOTTE - MISTERI ITALIANI SU ATTENTATO GIOIA TAURO
ANSA:
(GIOVEDI' 18 LUGLIO - 23,20)
'Caso Gioia Tauro'
Per quadi 30 anni, il deragliamento di un treno carico di pendolari vicino Gioia Tauro, in Calabria, il 22 luglio del 1970, e' stato considerato un incidente. Invece e' stata quasi sicuramente una strage, da ricondurre nell'ambito della strategia della tensione e della rivolta di Reggio Calabria, scoppiata venti giorni prima.

30 luglio 2002 - PRESCRITTA PENA, CAUCHI TORNATO UOMO LIBERO
ANSA:
In Italia puo' nuovamente entrare e uscire quando vuole, ma ormai, spiega il padre Loris, 85 anni, la vita di Augusto Cauchi, 51, e' in Argentina: ''Li' ha la sua famiglia e il suo lavoro. L' ho visto alcuni mesi fa, si e' fermato qualche giorno, ma poi e' tornato a Buenos Aires''. Latitante dal '75, dal dicembre scorso, come anticipato oggi dall' Unita', l' estremista di destra Augusto Cauchi e' tornato un uomo libero per prescrizione della pena. Cauchi aveva in sospeso una condanna a 5 anni per ricostituzione del partito fascista e una a sette anni e mezzo per associazione sovversiva e detenzione di armi. ''Augusto - spiega l' avvocato Maurizio Bianconi di Arezzo, che e' stato uno dei suoi legali - mi ha detto pero' di essere riuscito ad ottenere il cumulo delle pene e quando e' scattata la prescrizione perche' la condanna non e' stata eseguita, e' tornato. Me lo ha spiegato a gennaio scorso, quando mi e' venuto a trovare''. Dopo la fuga dall' Italia Cauchi fu rintracciato in Spagna nel settembre '76. Ma poi spari' nuovamente. Nel 1993 l' arresto a Buenos Aires. L' Argentina nego' pero' l' estradizione. Intanto in Italia si continuava ad indagare sul suo ruolo nel terrorismo nero. Venne anche coinvolto, ma poi prosciolto, per le indagini per la strage dell' Italicus. ''E' da diverso tempo che Augusto ha finito con le sue beghe - commenta il padre Loris -. Ha riavuto i documenti e il passaporto da diverso tempo''. ''Mi ha spiegato che ora in Argentina - prosegue l' avvocato Bianconi - ha un piccola ditta con cui commercializza la candeggina. La sua vita e' laggiu', ormai si sente argentino e fa fatica anche a parlare italiano''.

1 agosto 2002 - COMMEMORAZIONE VITTIME ATTENTATO TRENO ITALICUS
"La Nazione"
Commemorazione per le vittime dell'attentato terroristico al treno Italicus
CINIGIANO - L'Amministrazione comunale di Cinigiano ha organizzato per sabato alle 9,30 al cimitero comunale di sasso d'Ombrone una cerimonia per la commemorazione delle vittime dell'attentato terroristico al treno Italicus, nel quale perse la vita anche Raffaella Garosi, cittadina di Cinigiano.
Saranno presenti i rappresentanti delle istituzioni regionali, provinciali e comunali. La manifestazione si svolge in occasione del ventottesimo anniversario della strage di Bologna, causata dall'esplosione di un ordigno di alto potenziale sistemato su un vagone letto del treno affollato ai passeggeri.
In una lettera di invito al prefetto di Grosseto il vice-sindaco Claudio Ceroni commenta così l'avvenimento: "A distanza di anni questa strage, così come altre, sembra incredibilmente non avere colpevoli, rinnovando in tutti noi un senso di profonda amarezza, ma anche la determinazione per lottare contro tutte quelle forze 'oscure' che, attraverso vili attentati e strategie della tensione, tornano a minacciare la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini.
Per il nostro paese sono giorni difficili e tristi.
L'assassinio del professor Biagi vuole riportarci indietro negli anni e farci rivivere un periodo buio e cupo. Ma la risposta democratica manifestata unanimamente nelle città italiane ci fa sapere che, quando le istituzioni sono unite, la violenza ed il terrorismo possono essere sconfitti".
L'Amministrazione di Cinigiano ha quindi deciso di compiere questa commemorazione perchè convinta che "mantenere viva la memoria di questa tragica parte della storia della_ Repubblica costituisca il primo impegno per evitare la rassegnazione e per superare questo delicato momento".
di Rodolfo Fazzi

22 agosto 2002 - LA STRANA MORTE DI CINQUE ANARCHICI CALABRESI NEL 1970
"Liberazione"
Era il 26 settembre del 1970 quando la mini minor con a bordo Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo va a sbattere contro un autotreno, probabilmente stretta da una terza macchina. Venivano da Reggio Calabria e uno di loro aveva detto per teefono alla madre: "Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l'Italia..." La strana morte di cinque giovani anarchici Si chiamavano Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo. Cinque ragazzi, età media 22 anni. Calabresi di Gioia Tauro i maschi. Tedesca, moglie di Gianni, la ragazza. Tutti e cinque anarchici. Dell'incidente stradale che li uccise alle porte di Roma - più di trent'anni fa - si può dire quel poco che si conosce: la macchina senza controllo, lo schianto contro il posteriore di un grosso camion, i corpi intrappolati nell'utilitaria. Poi la disperazione del camionista, gli inutili soccorsi, il pellegrinaggio delle famiglie per il recupero dei corpi.
Boia chi molla
L'estate calabrese che quei cinque si sono lasciati alle spalle partendo da Gioia Tauro, la mattina del 26 settembre 1970 è una ben calda estate: da metà luglio Reggio Calabria è stata sconvolta dalla rivolta del "boia chi molla". Estremisti di destra, monarchici e manovali della 'ndrangheta, riuniti nel "Comitato d'azione per Reggio capoluogo", hanno messo a ferro e fuoco la città per giorni e giorni: dietro la protesta per la scelta di Catanzaro come capoluogo di Regione c'è la volontà di alzare la tensione nel Paese, a sei mesi di distanza dalla strage di piazza Fontana. Il 22 luglio il treno veloce "Freccia del sud" era deragliato tra Gioia Tauro e Reggio Calabria, provocando sei morti e 54 feriti. Nonostante le perizie avessero subito puntato sull'ipotesi dell'attentato, la conclusione dell'impigrita magistratura del tempo era stata diversa: un incidente provocato dall'incuria dei macchinisti.
Di tutto questo i nostri cinque ragazzi potrebbero anche fregarsene: sono giovani, hanno il mare a due passi e molta vita davanti. Invece li ha presi la passione per la politica: sono anarchici, come Pietro Valpreda, il ballerino finito dentro una trama la cui puzza di depistaggio si avverte persino dalla periferia calabrese. Uno di loro, Angelo Casile, ha persino testimoniato nel corso dell'istruttoria su piazza Fontana, condotta a Roma dal giudice Vittorio Occorsio: al magistrato, che indaga sui legami tra eversione di destra, massoneria e criminalità organizzata - e che per questo sarà ucciso - Angelo ha parlato del coinvolgimento di un estremista nero calabrese nella catena d'attentati che accompagnarono la bomba alla banca dell'Agricoltura. E' una strana sintonia quella tra il giovane anarchico e l'uomo della legge, ma sono tempi non comuni: c'è aria di golpe e a sinistra circola la parola d'ordine della vigilanza democratica.
I morti della "Freccia del Sud"
I cinque ragazzi di Gioia Tauro sono particolarmente vigili e guardinghi, e d'altra parte la Calabria è periferia per molte cose, ma non per la qualità degli intrecci criminali: qui è fortissimo, allora come oggi, l'incrocio tra i poteri criminali. All'epoca ci sono anche spezzoni di servizi segreti pronti a dare una mano a quei signori, e una magistratura quasi del tutto asservita a chi comanda.
Sono cose che Gianni, Annalise, Angelo, Luigi e Franco traducono in indagini concrete: hanno messo insieme una lista di estremisti in contatto con ambienti massonici e con la dittatura dei colonnelli greci. Nei giorni della rivolta di Reggio sono andati in giro con le macchine fotografiche, a documentare la presenza di "professionisti" tra gli animatori delle barricate. Non avranno il tempo di scoprire che alcuni di quegli uomini nel dicembre successivo, saranno tra i partecipanti al fallito golpe del principe "nero" Junio Valerio Borghese. Ma hanno visto il principe eccitare gli animi della destra sulla piazza di Reggio, nell'ottobre del '69, hanno visto i boss locali battergli le mani con convinzione, sanno che subito dopo qualcosa si è mosso ai vertici delle cosche calabresi. Soprattutto, i cinque amici si sono messi a indagare sull'incidente della "Freccia del sud", quello del 22 luglio. Per un mese hanno sfruttato amicizie, contatti e conoscenze e sono arrivati a una conclusione opposta a quella della magistratura: è stato un attentato, provocato da una bomba. La loro controinchiesta è diventata un dossier di un centinaio di pagine con nomi, organizzazioni e collegamenti. Con i loro poveri mezzi, hanno intuito che l'attentato al treno fa parte di un'opera di destabilizzazione cui prendono parte forse diverse, ma unite dall'interesse a rosicchiare il fragile armadio della democrazia italiana. Come un esercito di tarme.
Del loro lavoro i cinque hanno parlato con alcuni compagni di Gioia Tauro, ma senza scendere in dettagli. Temono la fuga di notizie, sentono che bisogna cercare copertura a Roma per un lavoro che li ha già esposti molto. Hanno anche provato a inviare ad un compagno in vista del circolo anarchico di Roma il loro dossier, ma il pacco non è mai arrivato. Magari sono le solite poste italiane, ma i cinque temono che qualcuno si sia messo tra quelle carte e la loro destinazione. Gianni Aricò, il leader naturale del gruppo, ha quindi telefonato a Edoardo di Giovanni, l'avvocato romano il cui studio era a quel tempo il punto di riferimento del lavoro di controinformazione sulla strage di piazza Fontana. Gianni ha spiegato al famoso legale che lui e gli altri compagni vogliono sottoporgli il dossier. Di Giovanni ha fissato un appuntamento per il 27 settembre. Quel giorno a Roma c'è il presidente americano Nixon, e i cinque ragazzi ne approfitteranno per partecipare alla manifestazione di protesta.
Una cosa è certa: i cinque ragazzi di provincia non disturberebbero un professionista importante come Di Giovanni senza un ottimo motivo. E il motivo, ha confermato lo stesso legale, era il dossier sull'incidente alla "Freccia del Sud". I ragazzi lo hanno sicuramente con loro sulla Mini Minor di Gianni e Annalise che deve portarli tutti a Roma. Partenza il 26 dopo pranzo: Gianni alla guida, Annalise accanto a lui, gli altri tre dietro, forse con il pacco di carte poggiato a turno sulle gambe. Sono allegri, diranno poi gli amici: è una bella giornata, cielo terso, aria fresca, e in fondo per dei ventenni di Gioia Tauro il viaggio a Roma è sempre una festa, qualunque sia il motivo per cui si parte.
Alle 23 la Mini Minor è all'altezza di Ferentino, sessanta chilometri da Roma. Il tempo è sempre sereno, la strada dritta e ben asfaltata, il traffico inesistente. Un camionista che trasporta barattoli di pomodoro sente la botta sul retro del suo mezzo. Si ferma qualche centinaio di metri più avanti, torna indietro a piedi e vede la Mini Minor semidistrutta in mezzo alla carreggiata. Angelo, Luigi e Franco sono morti sul colpo, Gianni e Annalise respirano ancora. Lui smetterà 24 ore dopo, senza uscire dal coma. Lei sopravvive venti giorni ancora, senza però essere mai abbastanza lucida da spiegare cosa sia successo.
Per la polizia stradale, che fa i rilievi, c'è poco da spiegare: colpo di sonno o disattenzione. Si sa come sono i ragazzi in macchina: scherzano, bevono, fanno casino e vanno ad ammazzarsi. L'inchiesta nemmeno comincia, chi ha dei dubbi se li tiene. Alle famiglie non viene restituito nulla. Le cento pagine del dossier si sono come dissolte nella campagna di Ferentino, e così pure le agende dei cinque ragazzi, che i genitori hanno richiesto inutilmente.
Parlano i pentiti
Bisognerà aspettare più di vent'anni, e la tanto deprecata stagione del pentitismo, perché di quei cinque ragazzi si ritorni a parlare. Il 16 giugno del 1993, davanti al pm di Reggio Calabria Vincenzo Macrì, il collaboratore di Giustizia Giacomo Lauro, parla della "Freccia del Sud": racconta che si è trattato di un attentato, compiuto da un fascista e da un mafioso su mandato del "Comitato d'azione per Reggio capoluogo". Queste prime dichiarazioni vengono confermate da altri pentiti, e la Direzione investigativa antimafia può ricostruire il quadro generale: la strategia della tensione calabrese è stata alimentata da Avanguardia Nazionale e boss della 'ndrangheta, con l'appoggio di una certa massoneria. Uomini chiave sono stati il boss Paolo de Stefano e il principe Borghese, ma nelle carte dell'inchiesta finiscono anche due teste calde di destra, che nel frattempo hanno messo il doppiopetto e sono stati eletti in Parlamento con Alleanza Nazionale. Davanti al giudice Guido Salvini, che indaga su Piazza Fontana, uno dei pentiti parla anche dei cinque ragazzi di Gioia Tauro. Dice di essere certo che la loro morte "era dovuta ad un'azione omicidiaria commessa da gruppi di destra". Altri particolari utili vengono da un cugino di Gianni Aricò, che finalmente trova un giudice cui raccontarli. Ma i fatti sono ormai troppo lontani, il dossier è sparito nel nulla, i cattivi di questa storia minore dello stragismo italiano sono tutti morti o scappati all'estero. Non resta che prenderne atto, e limitarsi a scrivere ancora, per fissarli nella memoria, i nomi di quei cinque ragazzi che in una bella giornata di settembre invece di andarsene al mare, partirono per Roma col loro carico di verità: Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo. Eroi involontari di una storia d'Italia mai scritta.

28 dicembre 2002 - PERMESSO PREMIO PER MARIO TUTI
"Il Nuovo"
Permesso premio per Mario Tuti
L'ex terrorista nero, dopo 28 anni in cella ha avuto un permesso premio. Ha visitato un museo di Livorno. Accompagnato dall'assessore Solimano, un trascorso in Prima Linea.
di Gabriele Masiero
LIVORNO - Scherzi di Natale, o forse no, perché i due si conoscono e si frequentano già da qualche anno. Ma per i più smaliziati vederli visitare un museo insieme, pranzare al ristorante e confabulare come vecchi amici deve aver fatto comunque uno strano effetto. Quei due sono Mario Tuti, due ergastoli sulle spalle, ex terrorista nero, recluso da oltre 27 anni, alcuni dei quali trascorsi nelle celle del carcere livornese, e Marco Solimano, un passato in Prima Linea, e oggi presidente dell'Arci livornese e consigliere comunale per i Ds. Li accomuna una storia di eversione e il fatto di essersi incontrati in prigione, pur con ruoli e compiti ben diversi. Tuti detenuto e Solimano assistente volontario. Ieri per l'ex terrorista empolese è stato un giorno che ricorderà a lungo: quattro ore di permesso premio per visitare il museo civico, per il quale sta realizzo un cd rom su incarico dell'amministrazione comunale. Le prime ore di libertà dopo quasi 28 anni di carcere. Ma ormai Tuti non è più quello dei saluti romani e quello che guidava la rivolta nel penitenziario di Porto Azzurro. E' un detenuto modello che si è finalmente guadagnato un permesso-premio in piena libertà e senza scorta. L'unica "scorta" è stata proprio quella di Solimano e dell'assessore alle politiche sociali del comune di Livorno, Alfio Baldi.
La politica e la storia degli anni Settanta non entra mai però negli incontri tra Solimano e Tuti. Ciascuno conosce perfettamente il passato dell'altro, ma non se ne parla. Come gli ex detenuti non parlano del carcere. La prima regola per dimenticare senza rinnegare. "Quella per me - spiega oggi Solimano - è una vicenda che appartiene al passato e con Tuti non ne abbiamo mai discusso. Del resto i miei incontri in carcere con lui avvengono con il detenuto Tuti, che da anni collabora con un progetto dell'Arci. Non parliamo di politica e non ce n'è bisogno. Lui sta facendo un importante e significativo percorso di reinserimento sociale e semmai discuteremo di quegli anni e di quelle vicende quando anche lui avrà riconquistato la libertà". Solimano poi parla della "straordinaria creatività e progettualità" dell'ex terrorista nero che "gli danno la forza di compiere un percorso rieducativo difficile e dentro il quale sta cercando una prospettiva per rivedere la libertà". "La visita al museo Fattori di ieri - conclude il presidente dell'Arci - ha questo significato e rientra inoltre in un progetto complessivo che vede Mario Tuti protagonista in prima persona, giacché sta realizzando un cd promozionale sul museo proprio su incarico dell'amministrazione comunale". Giornata grigia quella di ieri a Livorno, ma Tuti se la ricorderà magnifica. Quattro ore, dalle 11.30 alle 15.30 per vedere il mondo "fuori" senza il filtro di Tv e giornali. Così com'è. Molto diverso rispetto a quasi 28 anni fa.
 
 
 


@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"

Le notizie del 2000
Le notizie del 2001

Fontana
Agca
Pecorelli
Calabresi
Mafia
P2
Autobombe
Suicidi
Ustica
Bologna
Treni
Brescia
Questura
Gladio
Varie
Moro
Cronologia
 
Ultimissime
 
Links
Documenti
Homepage