Caso MORO: 
ultime notizie


7 settembre 2002 - UCCISIONE CALABRESI: ARCHIVIAZIONE PER MORUCCI
"Il Giorno"
Calabresi-bis, niente prove su Morucci
È destinata a finire in archivio l'inchiesta che vede indagato l'ex brigatista Valerio Morucci per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio del '72 a Milano (come responsabili del delitto sono stati condannati definitivamente i tre leader di Lotta Continua Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani).
Il pm Massimo Meroni ha chiesto infatti l'archiviazione del procedimento a carico di Morucci, nato nel '98 dalle dichiarazioni di un brigatista pentito, Raimondo Etro, davanti al pm di Roma Franco Ionta e Antonio Marini che indagavano sull'omicidio di Aldo Moro. Durante le indagini milanesi si scoprì, però, che il nome di Morucci come autore dell'omicidio Calabresi era già stato fatto nell'82 alla Commissione Parlamentare stragi da un'altra brigatista, Emilia Libera. Gli inquirenti milanesi non hanno mai potuto interrogare, in quanto le autorità del Nicaragua non l'hanno mai consentito, la presunta "fonte" di Etro: quel Massimo Casimirri condannato a 11 ergastoli per vari delitti degli anni di piombo e per la sua partecipazione al sequestro Moro e riparato in America Centrale.
Per due volte, la prima come indagato in procedimento connesso, la seconda come testimone i pm milanesi hanno cercato di interrogarlo senza riuscirci.

7 settembre 2002 - LA VICENDA FALLARINO-CASATI STAMPA
"Il Tempo"
Il marchese Camillo Casati Stampa uccide la moglie e l'amante. Poi si spara Dopo la tragedia esce allo scoperto una torbida storia di sesso e di perversioni di LUIGI LOCATELLI e SERENA PURARELLI
NELLA pinacoteca del Quattro e Cinquecento che arreda Villa San Martino ad Arcore, secondo Vittorio Sgarbi il pezzo più bello è il ritratto di Anna Fallarino, opera di Pietro Annigoni, l'italiano ritrattista ufficiale della Regina Elisabetta d'Inghilterra. Nei primi anni '70, Silvio Berlusconi ha acquistato la villa, divenuta la sua residenza, dall'unica erede di Camillo Casati Stampa marchese di Soncino, la figlia Anna Maria, all'epoca minorenne e assistita da un tutore legale per la gestione dell'immenso patrimonio di famiglia.
Con sei cartucce da cinghiale sparate da una carabina da caccia Browning calibro 12, alle 19 del 30 agosto 1970, il quarantatreenne marchese Camillo aveva ucciso, nel salone della sua lussuosa abitazione di via Puccini 9, affacciata su Villa Borghese, la moglie Anna Fallarino, 41 anni portati splendidamente, e il suo giovane amante, Massimo Minorenti.
Poi si era tolto la vita, concludendo drammaticamente in una domenica di fine estate un matrimonio molto particolare.
La sera prima Camillo è a Valdagno dai conti Marzotto, Anna è a Roma con Massimo. Stanno per cenare quando Camillo chiama la prima volta. È contrariato dalla presenza in casa sua di quel venticinquenne studente di Scienze Politiche e dei suoi amici. Fino a notte alta si susseguono le telefonate, nell'ultima, la più drammatica, Camillo dal lontano Veneto caccia di casa moglie ed amante, minacciando di tornare a Roma e ammazzarli. "Ci vediamo domani sera con Massimo" intima. Sotto un violento acquazzone, verso le due del mattino, la coppia si rifugia in casa di Cesare Marangoni, un amico di Massimo. Anna è terrorizzata, conosce la durezza violenta di cui suo marito è capace. La notte trascorre tra sigarette e caffè, confabulando sul da farsi. All'alba di domenica Camillo parte per la prevista battuta di caccia, poi rientra a Roma. Arriva verso le 18, si cambia, siede in pantofole nel salone sorseggiando una spremuta di pompelmo con ghiaccio.
Legge la lettera che Anna ha lasciato per lui al maggiordomo Felice: chiede perdono, promette di rompere definitivamente con Massimo. Camillo ordina al domestico di convocare la moglie, venga immediatamente insieme all'amante per un chiarimento.
Il suo tono imperioso dovrebbe mettere in allarme Anna: è sintomo inequivocabile dell'ira e del disprezzo di suo marito, che non parla mai direttamente con chi ritiene inferiore.
La donna e il ragazzo si avviano all'appuntamento sulla Cinquecento di Marangoni che segue guidando la Rover 3000 di Anna e resterà sotto casa. In attesa del loro arrivo, Camillo scrive sul foglio di un calendario porno poche parole per Anna: "Muoio perché non posso sopportare il tuo amore per un altro uomo. Quel che faccio lo devo fare. Perdonami. E qualche volta vienimi a trovare".
Sembra intenzionato ad uccidersi. Nella stanza piena di animali imbalsamati sue prede, sceglie una carabina da caccia, la carica con cinque colpi. Quando Massimo e Anna arrivano Felice chiude la porta del salone alle loro spalle: l'ordine del marchese è di non disturbare per alcun motivo. Non c'è nessun chiarimento.
Seduta sul divano con le gambe incrociate e distese su uno sgabello, Anna viene fulminata dal primo colpo. La troveranno così, con una espressione di stupore sul viso, una macchia rossa sulla camicetta, il petto squarciato. Massimo tenta un inutile riparo dietro ad un tavolino, cade colpito alla schiena e alla nuca. Camillo carica altre due cartucce, poggia il fucile su una poltrona, il mento sulla canna e spara.
Passano più di due ore prima che il maggiordomo apra la porta e un medico possa constatare la morte di tutti e tre.
In Questura si pensa dapprima ad una rapina finita tragicamente ma la lettera di Camillo, il suo diario, le testimonianze, chiariscono i fatti. Per la polizia è un caso semplice.
Per i media una storia clamorosa: i particolari scabrosi del menage riempiono le pagine dei rotocalchi. A scandalizzare un'Italia ancora pudica non è il classico triangolo marito-moglie-amante ma la pubblicazione di stralci del diario di Camillo e di alcune delle oltre 1500 foto Polaroid da lui scattate alla moglie nelle pose più audaci o durante incontri occasionali che testimoniano i vizi di una coppia troppo perversa e troppo ricca, con un patrimonio calcolato, all'epoca, in 400 miliardi.
L'omicidio-suicidio di Via Puccini suscita sdegno più che scandalo: quell'anno difficile e confuso il pane costa 180 lire al chilo, il latte 130 al litro, la benzina 160, un giornale 70 lire. Una famiglia tedesca vive con 170.000 lire mensili, una italiana ha in media la metà. Nei 6 paesi del Mercato Comune l'Italia ha i prezzi più cari in 15 prodotti alimentari su 18 esaminati. Per risparmiare, 16 maschi su 100 non vanno mai dal barbiere: è la percentuale più alta d'Europa. Lo choc della strage di Piazza Fontana e dell'autunno caldo del '69 non sono riassorbiti, la Dc si divide e dopo 4 mesi cade il terzo Governo Rumor mentre continuano gli scioperi in tutti i settori pubblici e privati. A Genova viene sequestrato il giovane Sergio Gadolla dalla banda "22 ottobre" di estremisti di sinistra. Sarà liberato con 200 milioni. Nascono le Brigate Rosse, nelle grandi città sono frequenti gli scontri violenti tra il movimento studentesco e i giovani di estrema destra. Il 1970, l'anno dello Statuto dei lavoratori e delle Regioni a statuto ordinario, si conclude con l'introduzione del divorzio. La pietà popolare non è per la coppia Casati Stampa ma per Massimo, figlio di un pensionato Gescal, che ha pagato con la vita il tentativo di conquistarsi senza gran fatica un posto nel mondo dorato di Anna. Un ragazzo assolutamente insignificante, secondo Camillo, che "se non avesse i capelli che lo camuffano sarebbe proprio zero", con il quale lei ritrovava quel mondo più vero da cui proveniva.
Coetanea di Gina Lollobrigida, nata nel 1927 in un paesino della provincia di Benevento, abbandonata a tre anni dalla madre fuggita con l'amante, Anna si trasferisce a Roma nel '45, ospite di uno zio maresciallo di Pubblica Sicurezza.
È bella e trova subito un fidanzato, Remo, che la vorrebbe sposare se i suoi genitori, macellai in via del Lavatore, sotto al Quirinale, non si opponessero. Commessa, modella e comparsa nel film "Totò Tarzan", a vent'anni incontra un giovane ingegnere di famiglia ricca, Peppino Drommi, che la sposa. Anna ha occhi verdi, capelli scuri, un corpo moderno e classico al tempo stesso, nervoso e procace, agile ed opulento, che veste nelle sartorie più prestigiose, frequenta i salotti più mondani. Il matrimonio dura dieci anni e si chiude nel 1958 dopo una zuffa a Cannes scatenata dalle eccessive attenzioni per lei del più famoso play boy internazionale dell'epoca, Porfirio Rubirosa. Dopo il primo pugno sferrato al rivale accorre in aiuto di Peppino il suo amico Camillo Casati Stampa, presente alla serata con la moglie Lidia.
Anna è impressionata da questa difesa impetuosa. Anna e Camillo si separano dai rispettivi coniugi, ottengono a tempo di record dalla Sacra Rota l'annullamento dei matrimoni e un anno dopo si sposano. Camillino, discende da un antico e nobile casato, i suoi antenati sono la Monaca di Monza dei Promessi Sposi Virginia de Lleyda, Gabrio Casati Presidente del Governo Provvisorio Lombardo dopo le 5 Giornate di Milano, Alessandro Casati, più volte ministro del Regno. È alto, stempiato, un naso pronunciato, di aspetto nobile e severo.
È ricchissimo. Ha liquidato la prima moglie con 600 milioni, una cifra esorbitante, possiede tra l'altro l'intera isola di Zannone, vicino a Ponza, tenute, immobili, azioni. Alle sue passioni di sempre, la caccia e l'enigmistica, si aggiunge ora quella per una moglie bella e complice nei suoi vizi.
"Anna è stata splendida, ha capito subito..." annota sul suo diario all'indomani della prima notte di nozze. Si riferisce all'amplesso che la moglie ha avuto sotto la doccia con un cameriere dell'albergo che lui stesso ha invitato in camera. Camillo "rimorchia" sul litorale romano sconosciuti, militari e ragazzi, disposti per soldi ad accoppiarsi con lei mentre lui guarda e fotografa. Sul diario riporta ogni dettaglio, compresi i compensi corrisposti ed il rapporto prezzo/qualità: "Oggi Anna mi ha fatto impazzire di piacere. Ha fatto l'amore con un soldatino in modo così efficace che da lontano anch'io ho partecipato alla sua gioia. Mi è costato trentamila lire, ma ne valeva la pena".
Per il resto i coniugi Casati Stampa conducono una normale vita da ricchi: viaggi, vestiti, feste. Alle prime alla Scala Anna compare con abiti sontuosi e castigati. Nessuno sospetta le abitudini particolari della coppia. Forse neanche Massimo Minorenti. Anna lo ha conosciuto a una festa agli inizi del '70 poco dopo un intervento per l'asportazione di un tumore al seno, che incide sulla sua bellezza e segna il suo stile di vita. Il rapporto con Massimo è diverso da quelli che la legano al marito e di cui ora avverte la pericolosità.
Camillo è crudele ed arrogante, capriccioso ed isterico, abituato ad avere tutto, a prendere tutto. Possiede il corpo di Anna con gli occhi e con la Polaroid e lei ne è appagata.
Quando lei concede anche il suo cuore al giovane Massimo per Camillo è la delusione. Schifato, spossato, trova solo la forza di sparare, come nelle sue riserve di caccia. Con l'ultimo colpo si fa saltare la faccia, un orecchio finisce sulla cornice di un quadro.
I corpi di Anna e Camillo riposano l'uno accanto all'altro a Muggiò, nella tomba di famiglia. C'è anche Lidia, la prima moglie, morta di cancro poco dopo l'annullamento del matrimonio.
Massimo è nel cimitero di Guidonia. Al Verano non c'era posto.

Nota dell' "Almanacco dei misteri d' Italia": nel libro intervista "Brigate rosse - una storia italiana", alla domanda "E' vero che sei stato mantenuto agli studi da una signora del luogo", Mario Moretti risponde:"Non era del luogo, era la marchesa Casati di Milano che molti anni dopo sarebbe morta per una tragica vicenda sentimentale. Avro' visto questa donna un paio di volte in tutto, posso dire soltanto che fu molto generosa".

8 settembre 2002 - INTERVISTA AL GIUDICE FRANCESCO AMATO
"Il Messaggero
Lavoro, hobby, "inquietudini" e inchieste di Francesco Amato, 71 anni, presidente della prima Corte d'Assise di Roma
di LUCA LIPPERA
Perché l'assassino uccide?
"Per turbamento passionale, per interesse economico, per follia... Non è possibile penetrare nei meandri della psiche del colpevole. Ma credo che nessun uomo possa tout court essere definito cattivo: cattive, semmai, sono le sue azioni".
Ha mai pensato, dopo una condanna, d'aver sbagliato?
"E perchè solo dopo una condanna? Anche le assoluzioni possono essere frutto di errore giudiziario: non le pare?".
La sua gatta, Temi, nome d'una dea della Giustizia, fa le fusa sulla scrivania e di sicuro condivide ("Ecco, vede? Ci prendiamo a "capocciate": così, bom!, in segno d'intesa..."). Francesco Amato, 71 anni, da sette presidente della I Corte d'Assise di Roma, magistrato del delitto Moro e del Rogo di Primavalle, poi giudice delle Brigate Rosse, della strage alla Sinagoga e del caso Marta Russo, le domande di solito le fa, non le "subisce". Se cercate risposte che spiazzano un po', se volete vedere all'opera un romano dal sorriso apparentemente bonario che potrebbe rifilarvi il carcere a vita, il posto è via dei Gladiatori, vicino allo Stadio, aula-bunker del Foro Italico. Lì il presidente, origini in Sicilia, autore di libri, eccentrico quanto si vuole, ma brillante e arguto come pochi, amministra la Legge, un processo dopo l'altro, e non sempre è una passeggiata.
Di Roma e dei suoi drammi, Amato, migliaia di procedimenti alle spalle, successore di Severino Santiapichi, forse sa come nessuno. Era il 27 agosto del 1970 quando, da giudice istruttore (allora si chiamava così), dovette occuparsi della tragedia di Livio Davani, il fotoincisore che gettò nel Tevere il figlio nato focomelico. Tre anni più tardi, il 16 aprile del 1973, la macchina della giustizia gli affidò le indagini sull'assassinio, a Primavalle, dei fratelli Virgilio e Stefano Mattei.
"E credo, al proposito, di detenere un singolare primato - dice - Quello delle minacce. Morirono bruciati vivi, nel loro modesto appartamento, i figli del segretario della locale sezione del Msi. Un certo giornale ("Potere Operaio", ndr) distribuiva in omaggio una cartolina indirizzata a me. Ne ricevetti migliaia. I più "dotati" me le spedivano in busta con cartucce di pistola. Mi si accusava, nel testo prestampato sul retro, di tenere dentro l'imputato (Achille Lollo, poi definitivamente condannato per la strage) "perchè comunista". Seguiva una promessa: "Niente resterà impunito", lo slogan poi ripreso dalle Brigate Rosse".
Il terrorismo: estrema destra ed estrema sinistra: in cosa erano diverse?
"C'erano, fra i due terrorismi, "rosso" e "nero", differenze e coincidenze. Molti erano gli affiliati alle organizzazione "rosse", pochi alle "nere". I "rossi" avevano un programma politico quanto mai confuso ma pur sempre un programma, i "neri" nessun obbiettivo da indicare se non quello nichilista dell'attentato mortale. I "rossi", per tacitare le loro coscienze, espletavano lunghe "inchieste" contro le vittime, gli altri passavano, senza lungaggini, all'esecuzione. Somiglianze? Agivano entrambi contro il sistema democratico con il terrore, senza alcun rispetto per la dignità umana".
Ma lei? Da dove viene?
"Sono nato a Messina. Mio padre era un soldato con qualche medaglia di metallo prezioso, mia madre un'intellettuale che amava Tolstoj. Di recente, la Sicilia mi ha fatto un grande onore: la cittadinanza onoraria di Floridia, paese della mia famiglia paterna".
È sposato? E dove abita?
"Mia moglie è un'insegnante di scuola elementare. Ho due figli: la ragazza studia sociologia, il giovane ha vinto il concorso da uditore giudiziario. Dove abito? Oddio: quando faccio lo snob dico che sto nei pressi di via Aurelia Antica. Se sono realista... dalle parti della Pisana".
Segreti del giudice Amato: il piatto preferito?
"L'mpanatigghia, un pasticcino di cioccolato, carne tritata e zucchero, tipico di Modica, in Sicilia".
C'è qualcosa, nell'atteggiamento, nei toni della voce, che le fa capire se una persona mente o dice la verità?
"Robespierre, durante la Rivoluzione francese, in un discorso tuonò: "Chi trema è colpevole!". Era un'affermazione per impaurire i membri della Convenzione. Quelli si spaventarono a tal punto, che dopo un po' gli tagliarono la testa. Il balbettio, il tremito delle mani, le titubanze sono tutti aspetti comportamentali di per sé ambigui e inutilizzabili. Il colpevole potrebbe avere un carattere che gli permette perfettamente di controllarsi, un innocente emotivo no".
Di quali delitti si occupa una Corte d'Assise?
"I più gravi: omicidio, strage, riduzione in schiavitù, spionaggio politico e militare, insurrezione armata contro i poteri dello Stato...".
Ha mai ricevuto lettere da un condannato o da qualcuno assolto?
"Qualche volta sì. Ma non ci sono mai state frasi offensive. Una persona, per anni, mi ha inviato per Pasqua gli auguri. Da un po' la consuetudine si è interrotta. Forse è successo qualcosa e me ne dispiace. Dunque: lettere, cartoline... ma anche un libretto di poesie di Carlo Fioroni. Fioroni apparteneva all'area dell'eversione di sinistra e faceva parte del gruppo, milanese, responsabile del sequestro e della morte di Carlo Saronio. Fu lui il primo pentito. Dopo, ne vennero tanti. Ma Fioroni lo fu nel significato proprio: provava rimorso per le azioni compiute e allora non c'era alcuna normativa a favore dei collaboratori".
Com'è iniziata la passione per la toga?
"La parola "passione" la lascerei agli innamorati. Anche il termine "missione" non mi piace. Diffidare del magistrato che afferma che la sua è "una missione": quello del giudice è un mestiere come tanti altri, che va svolto con onestà, scrupolo, pazienza, modestia e massimo rispetto della dignità altrui".
A casa parla mai dei processi
"Solo se interrogato e con molte reticenze. Qualche volta mi avvalgo della "facoltà di non rispondere"".
Cosa legge, se legge, la sera prima di dormire?
"Perché di sera? Leggere non è mica un sonnifero. Quando posso leggo a qualsiasi ora: "L'Elogio della pazzia", il "Cantico delle Creature, i testi di Storia, per meglio comprendere la caducità delle cose, i romanzi di Giancarlo De Cataldo (il giudice a latere di Amato, ndr) e il capolavoro di Collodi, "Pinocchio", che dovrebbe essere adottato come libro nelle Facoltà di Giurisprudenza".
Pinocchio?
"Perché no? Sarebbe un'ottima integrazione alla studio di "Diritto Penale". A parte che non è noioso, come lo sono buona parte dei trattati di diritto, la storia è cadenzata da una sequela di azioni illegali: ingiuria, lesioni personali lievi e gavissime, truffa, tentato omicidio, rapina, riduzione in schiavitù... A Carlo Lorenzini, l'autore, avrei suggerito un altro titolo: "Le avventure di Pinocchio, ovvero le scorribande di un monello nel diritto penale".
Lei scrive libri: come "dipingerebbe" un presidente di Corte d'Assise?
"L'ho fatto nel libro "Dentro la Corte", edito da Cedam. Se vuole, può diventare il mio venticinquesimo lettore. Se fossi un pittore, userei colori sfumati, un gioco di luci ed ombre, quale è la coscienza di ogni uomo e, segnatamente, quella di chi giudicando viene poi giudicato".
Ha mai provato pena o rabbia per un condannato?
"C'è sempre una sottile sofferenza che lega il giudice al suo imputato".
Che Roma era quella che seguì da giudice istruttore?
"Meno consumistica. I giovani si interessavano di politica e manifestavano. Molti "credevano", alcuni "sbagliavano". Non dominavano i computer e i cellulari. C'era la guerra fredda, non il turbocapitalismo globale".
Che tipo di persona ritiene di essere?
"Ora? Una persona intervistata. Quando lavoro, un soldato semplice della giustizia. Fuori dal lavoro, un cittadino che paga le tasse, il mutuo di casa e le spese condominiali sempre in aumento per misteriose cause... Quando, tra una sentenza e l'altra, scrivo qualcosa che ottimisticamente definisco letteratura, mi sento un personaggio in cerca di editore. Be', in verità di una cosa mi vanto. Di essere una persona di cui un gatto può degnarsi di essere amico. Temi, guardi com'è bello!, lo trovai, moribondo, fuori dall'aula bunker. Gli diedi da mangiare. Ora, eccolo qui - su, dai! capocciata! - che si allunga e passeggia sulla mia scrivania".

9 settembre 2002 - MORO: ACCAME, SOCIALISTI TACCIONO SU PREAVVISO SEQUESTRO
ANSA:
"Perche' il Partito socialista, l'unico che si adopero' a favore di Moro, oggi tace, nonostante si venga a sapere del preavviso che vi fu sul sequestro?". A lanciare l'interrogativo e' Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera, in riferimento alle rivelazioni che emergono dal memoriale dell'ex 'gladiatore' Antonino Arconte. "Mentre la veridicita' dei documenti della 'Gladio militare' ha trovato nuove conferme - spiega Accame - i socialisti, che si prodigarono moltissimo per la liberazione di Moro, tacciono. Ora che emerge da quei documenti che vi fu un preavviso del rapimento, dovrebbe costituire un punto di orgoglio da parte dei socialisti, sia di destra che di sinistra, di avere operato per la vita di Moro". Accame ricorda inoltre di aver indirizzato "due lettere al Capo dello Stato per chiedere luce sui fatti, alle quali si e' risposto che 'la Presidenza del Consiglio dei ministri, responsabile della sicurezza dello Stato, e' stata portata a conoscenza della questione'. Persino ad una interrogazione parlamentare, rivolta il 9/5/2002 dal senatore Giulio Andreotti al ministero della Difesa, non e' mai stata data risposta".

13 settembre 2002 - 'SOTTO COPERTURA', GLI ANNI DI PIOMBO IN UN THRILLER
ANSA:
PAOLO CONDO': "SOTTO COPERTURA" (PIEMME; 384 PP; 17,90 EURO)
Un'ex brigatista rifugiata in un paese dell'America latina, un poliziotto che era stato infiltrato nell'organizzazione terroristica ed aspetta di essere dimenticato occupandosi della sicurezza di un'ambasciata, un anziano uomo politico con un passato pesante che oggi guida una commissione internazionale. Ai personaggi del primo romanzo di Paolo Condo', cronista della Gazzetta dello Sport, si potrebbe facilmente dare un nome, tanto sono simili, quasi ricalcati, agli attori della storia degli anni di piombo italiani. Come non pensare ad Aldo Moro leggendo di Manzoni, l'anziano politico del romanzo che e' stato ostaggio delle Br e ne e' uscito vivo grazie all'irruzione delle teste di cuoio nel covo dove due uomini ed una ragazza lo tenevano prigioniero? E come non riconoscere Anna Laura Braghetti, la carceriera, nel personaggio di Giulia? E il paese dell'America Latina, che prima ha vissuto una breve, intensa avventura democratica, nella quale hanno trovato un ruolo istituzionale i 'compagni italiani', e poi e' caduto di nuovo nella morsa della dittatura militare, non somiglia al Nicaragua di Alessio Casimirri? Non si puo' dare un nome della cronaca giudiziaria a Salvatore Cusumano, alias Sergio, l'ex infiltrato, ma non per questo e' meno credibile. Come a tanti giovani cronisti di quegli anni, somiglia il giornalista del romanzo, Carlo. Ed i suoi colleghi, le sue 'fonti' all'universita', nei gruppi extraparlamentari...Peccato solo che nella cronaca e nella storia le vicende individuali siano piu' difficili da riannodare, la fine del racconto mai cosi' netta.

15 settembre 2002 - LIBRO SU GIORGIO CONFORTO
"Il Gazzettino"
PROFESSIONE SPIA
Dal fascismo agli anni di piombo cinquant'anni al servizio del KGB
Francesco Grignetti
(Gli specchi, euro 13,50)
Giorgio Conforto, tranquillo dirigente del ministero dell'Agricoltura, per cinquanta anni ha nascosto una doppia vita. Fin dal 1932, quando era un giovane appassionato comunista e lavorava per l'ambasciata sovietica in veste di traduttore dal russo, Conforto ha spiato per conto del Kgb. L'ha fatto fino al 1979. E forse sarebbe andato avanti ancora senza un clamoroso incidente di percorso: nel maggio di quell'anno, a casa di sua figlia Giuliana, la polizia trovò nascosti i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, in fuga dalle Br dopo l'omicidio Moro. La rivelazione sul reale ruolo della spia Giorgio Conforto arriva dal dossier Mitrokhin.

16 settembre 2002 - CALABRESI: ARCHIVIATE ACCUSE CONTRO VALERIO MORUCCI
ANSA:
Finiscono in archivio le accuse contro l'ex brigatista Valerio Morucci, sospettato di essere implicato nell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso a Milano nel 1973 (per l'omicidio Calabresi sono stati condannati definitivamente gli ex esponenti di Lotta Continua Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani). Il Gip di Milano, Claudio Castelli, ha infatti archiviato, su richiesta del pm Massimo Meroni, il procedimento a carico di Morucci nato nel 1998 dalle dichiarazioni, davanti ai pm di Roma, dell'ex brigatista Raimondo Etro. Questi racconto' di aver saputo da Alessio Casimirri, latitante in Nicaragua e condannato per il sequestro Moro, di un presunto coinvolgimento di Morucci nel delitto Calabresi. A questo si erano aggiunte le dichiarazioni, risalenti addirittura al 1983, dell'ex brigatista Emilia Libera. Il tentativo di interrogare Casimirri come indagato in procedimento connesso era andato a vuoto. A vuoto anche un secondo tentativo di interrogatorio di Casimirri, questa volta in veste di testimone, a causa dell' opposizione della Corte Suprema di Giustizia del Nicaragua, con una motivazione che il Gip giudica "del tutto inconferente" ("il Casimirri non puo' essere obbligato a fare dichiarazioni contro se stesso" e "i reati menzionati nella richiesta risultano prescritti ai sensi degli articoli 115 e 118 del Codice Penale Nicaraguense"). "Alla luce di tali elementi - conclude Castelli - nessun valido riscontro e' stato raccolto alle dichiarazioni rese da Raimondo Etro, ne' alcuna ulteriore indagine puo' essere condotta, dovendosi dare atto alla procura della Repubblica di aver seguito e esplorato tutti i possibili canali di investigazione con estremo scrupolo e cura". Emilia Libera, tra l'altro, era stata smentita nel corso delle indagini da Antonio Savasta, che la stessa Libera aveva indicato come sua fonte.

25 settembre 2002 - RIPRESE DEL FILM DI MARTINELLI SUL CASO MORO
"La Stampa"
MARTINELLI GIRA A SIENA "PIAZZA DELLE CINQUE LUNE"
Sutherland indaga sulla morte di Moro
SIENA
Fra fiction e realtà, Renzo Martinelli, dopo il successo di "Vajont", questa volta nelle vesti di regista-produttore ci riporta con il suo nuovo film "Piazza delle cinque Lune" al periodo del rapimento di Aldo Moro e del terrorismo delle brigate rosse. In questi giorni è con il cast a Siena dove in città e nella provincia è impegnato nelle riprese di alcune fra le più importanti vicende del film. "Un thriller - spiega - ambientato ai nostri giorni ma che ricorda quella tragica Primavera 1978". Poi parla della trama. "Al procuratore capo di Siena Saracini, interpretato da Donald Sutherland, è recapitata alla vigilia della pensione una pellicola con le immagini della strage di via Fani; uno sconosciuto ha deciso dopo anni di rivelarla, riaprendo il caso, del resto, mai chiuso". Nel cast, fra gli altri, anche Stefania Rocca e Giancarlo Giannini; ci sarà anche Murray Abraham: la sua scena sarà ripresa a Parigi. "Il commando che uccise Aldo Moro - va avanti Martinelli - non è stato interamente individuato ed alcuni di loro oggi possono condurre una vita normale". In "Piazza delle cinque Lune", un antiquario di Siena, stremato dalla malattia, sentendo che la morte si avvicina, decide che è il momento di recapitare al magistrato la sua testimonianza. Le riprese del film sono iniziate dopo un periodo di ricerche e riflessioni, di due anni in cui Martinelli ha indagato, confrontato le diverse dichiarazioni. Oltre che il successo, il consenso del pubblico, Martinelli si aspetta anche qualcosa di più da "Piazza delle cinque Lune": cioè che la sua pellicola possa anche essere uno stimolo a riflettere, ad andare avanti nelle indagini: "Intorno a questo delitto, che ha rappresentato un momento tragico ma storico, ci sono ancora tanti interrogativi che attendono delle risposte. Nel mio film mi sono basato su elementi veri riuscendo a costruire una sequenza reale".
Martinelli si riferisce soprattutto al diario, agli appunti scritti dall´onorevole Moro durante i giorni del sequestro. Una prova "maledetta" per chi ha avuto l´occasione di verificarla ed averla fra le mani. "Basta pensare - va avanti Martinelli - all´incontro, dopo il delitto Moro, fra il giornalista Pecorelli, il colonnello Varisco ed un alto ufficiale dei carabinieri, che molti individuano in Dalla Chiesa: di tutti loro, sappiamo purtroppo quale è stata la loro fine". Martinelli è convinto che fra Pecorelli e Dalla Chiesa ci fossero dei rapporti. "L´immagine d´assalto con cui nel passato veniva identificato questo giornalista è stata rivista". E dopo Moro a cosa pensa Martinelli? "A un film sulla "Sacra Sindone" ambientato a Torino ed anche ad una pellicola dedicata al gigante buono del ring: Primo Carnera". Antonella Leoncini

7 ottobre 2002 - GLADIO E CASO MORO: ARCONTE SU MORTE FERRARO
"La Nuova Sardegna"
Il gladiatore Arconte racconta come l'ufficiale del Sismi gli consegnò il documento su Moro un mese prima di morire
"Ferraro aveva paura di essere ucciso"
L'incontro tra i due 007 avvenne a Olbia nel giugno del 1995
Nella nota "a distruzione immediata" si parlava del sequestro del presidente della Dc prima dell'agguato di via Fani
dal nostro inviato Piero Mannironi
CABRAS. Antonino Arconte, nome in codice G.71, aveva visto per la prima volta quel documento il 13 marzo del 1978. E l'aveva perfino fotografato. Un foglio in carta azzurrina, intestato "Ministero della Difesa, direzione generale S.B" era dentro il plico consegnatogli dal grande capo.
Cioè, il generale Vito Miceli. L'ordine era di portarlo a Beirut e metterlo nelle mani del gladiatore G-219. Arconte non sapeva cosa contenesse quella busta. Lo scoprì solo il 13 marzo, quando il mercantile Jumbo Emme, sul quale era imbarcato come macchinista navale, arrivò nella capitale libanese.
"Pensavo si trattasse di una missione tutto sommato tranquilla - dice -. Il numero uno mi aveva parlato soltanto di cinque passaporti che avrebbero dovuto consentire l'esfiltrazione di alcune persone dal Libano in fiamme. Gli ordini poi erano quelli di proseguire per Alessandria d'Egitto".
G-219, un uomo alto e robusto, salì a bordo della Jumbo Emme la mattina del 13 marzo. I due gladiatori non si conoscevano. Sapevano solo di appartenere alla stessa organizzazione supersegreta. "Noi la chiamavamo Gladio" dice Arconte.
La consegna del documento avvenne nel piccolo alloggio di Arconte. G-219 aprì il plico sigillato: dentro, oltre ai cinque passaporti, c'era quel foglio di carta azzurrino. Per qualche minuto, il gladiatore di Oristano rimase da solo nella cabina. Fu allora che tirò fuori dalla sua sacca una piccola macchina fotografica e fece alcuni scatti al documento, in fondo al quale era scritto, a stampatello: "A distruzione immediata".
Insomma, non doveva restare alcuna traccia dell'ordine di "attivare contatti con gruppi del terrorismo mediorientale, al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro". Un ordine strano, stranissimo, visto che era stato scritto ben due settimane prima del rapimento del presidente della Democrazia cristiana in via Fani.
"Sinceramente - dice Arconte - non capii molto di quella nota. Io ubbidivo agli ordini: dovevo soltanto fare la consegna. E poi, non mi interessavo di politica. D'altra parte, il mio vero lavoro era quello di fare l'istruttore militare: addestravo ribelli e profughi nelle zone calde, soprattutto in Africa. Solo quando arrivammo ad Alessandria, seppi del rapimento di Aldo Moro...".
Ma quel documento non è stato distrutto. E ora, dopo oltre vent'anni, riemerge dalle nebbie del passato. Si badi bene: non la fotoriproduzione fatta da Arconte, ma proprio l'originale. Questo significa solo una cosa: l'agente G-219 non ubbidì all'ordine di distruggere la nota diramata, tra l'altro, da un servizio segreto del quale si è finora ignorata perfino l'esistenza. Cioé il Simm, il Servizio Informazioni della Marina militare. Niente a che vedere con il Sios Marina.
Anche il destinatario finale del documento, l'agente G-216, evidentemente, preferì disubbidire. Lui era un uomo che contava all'interno della struttura dei servizi segreti militari. Era il colonnello Stefano Giovannone, responsabile dell'intelligence italiana per tutto il Medio Oriente. Giovannone, che nel mondo delle "barbe finte" era conosciuto come "Stefano d'Arabia" o come "Il maestro", era, guarda caso, un uomo fidatissimo di Aldo Moro, del quale condivideva pienamente la linea filopalestinese. Era tanto vicino al presidente della Dc, che Moro, dalla prigione delle Br, chiese il suo aiuto. Scrisse infatti a Flaminio Piccoli (allora presidente dei deputati democristiani) di "far intervenire il colonnello Giovannone, che Cossiga stima". Poi, nella missiva indirizzata al sottosegretario alla Giustizia Erminio Pennacchini, Moro ribadì: "Vorrei comunque che Giovannone fosse su piazza".
Ma come ha fatto quel documento - l'originale si intende - a ritornare da Beirut nelle mani del gladiatore Antonino Arconte? E' lo stesso G-71 a dirlo: "L'ho avuto dal mio collega G-219, alias Mario Ferraro, nella tarda primavera del 1995. Poco più di un mese prima della sua strana morte".
"Nel 1985 noi gladiatori - dice Arconte - venimmo abbandonati, "cancellati". Molti di noi morirono, altri preferirono sparire. Io, per esempio, nell'aprile del 1985 venni spedito al passo di Oujda, nel Marocco orientale. Era una trappola dalla quale non avrei dovuto uscire vivo. Mi salvò solo l'istinto. Quando tornai in Italia, scoprii che la nostra struttura, Gladio, era stata cancellata. A Ferraro andò diversamente. Lui, infatti, passò al Sismi, mantenendo grado e stipendio".
"Ma nel febbraio del 1986 - continua Arconte -, G-219 ricevette un ordine che giudicò "molto strano". Si trattava di una missione a Beirut, dove lui aveva lavorato per anni insieme a Giovannone. Mi raccontò che il suo istinto gli diceva che, se fosse partito, sarebbe "tornato con le gambe davanti". Cioé morto. E non partì".
"Ci incontrammo - dice ancora Arconte - e io cercai di convincerlo a denunciare quanto ci era accaduto, a raccontare la nostra storia nella struttura Gladio. Lui disse no. Ed è anche comprensibile: aveva mantenuto un posto all'interno dei servizi segreti. Altri agenti, come Tano Giacomina e Franz, due miei carissimi amici, preferirono inabissarsi nel mondo della normalità. E farsi dimenticare. Tano si imbarcò e Franz si mise a fare il dentista".
Ma torniamo al famoso documento a "distruzione immediata" che potrebbe riaprire il "caso Moro". Come, perché e quando il colonnello Mario Ferraro, alias agente G-219, lo consegnò ad Arconte?
Racconta il gladiatore di Cabras: "Alla fine della primavera del 1995, Ferraro era molto preoccupato. Mi disse che aveva subìto delle minacce, ma non mi spiegò perché. Mi disse solo che stava tentando qualcosa con delle vecchie carte che aveva raccolto nel corso degli anni. Mi chiese un incontro, perché voleva consegnarmi qualcosa. Non voleva spedirmi nulla per posta, perché non si fidava. Io gli dissi che mi era impossibile andare a Roma. Allora concordammo di incontrarci a Olbia. Gli consigliai di imbarcarsi a Civitavecchia, così ci saremmo visti al bar della stazione marittima, o comunque lì vicino. Ho sempre pensato che non c'è posto migliore per non dare nell'occhio che stare in mezzo alla gente".
Continua Arconte: "Era prudente, guardingo. Come se temesse di essere seguito. Restammo insieme per alcune ore. Mi sembrò di capire che voleva ottenere qualcosa, ma non mi disse da chi, utilizzando la famosa lettera che io gli avevo consegnato il 13 marzo del 1978 a Beirut. Per dire la verità, mi parlò anche di altri documenti che era riuscito a salvare e conservare. Aveva messo tutto da parte, dopo avere capito che c'era puzza di bruciato in quell'operazione a Beirut. A tavola, in un ristorante nel centro di Olbia, mi disse davanti a un piatto di cozze che, se non fosse riuscito a ottenere nulla, di sarebbe unito a me nel raccontare pubblicamente la nostra storia di gladiatori. Mi chiese però un po' di tempo per decidere. Evidente: voleva prima vedere come sarebbe andata a finire ciò che stava tentando di fare".
"Restammo d'accordo che sarebbe stato lui a mettersi in contatto con me con il solito sistema - dice ancora Arconte -. E cioé mi avrebbe chiamato al telefono di un locale pubblico di Oristano, sempre lo stesso, lasciandomi un messaggio. Il gestore sapeva poi come rintracciarmi. Ho avuto la netta sensazione che volesse cambiare vita. Farla finita con certi ambienti e che tutto dipendeva dal progetto che aveva in testa. Ci salutammo davanti a un taxi che lo portava all'aeroporto di Olbia. E fu allora che mi diede la lettera e mi chiese di conservarla".
"Purtroppo - dice ancora Arconte - lo rividi un mese dopo: una foto su un giornale. C'era scritto che era morto. Suicida. Io non ci ho mai creduto. Poi, figuriamoci, un omone come lui... impiccato a un portasciugamani del bagno di casa! Ho poi letto dei tanti sospetti che hanno circondato la sua morte. Io trovo impossibile che un uomo che sta pensando a cambiare aria per costruirsi una nuova vita, decida di ammazzarsi così".
Ha ragione Antonino Arconte: sulla morte di Mario Ferraro, colonnello del Sismi e in passato uomo della struttura supersegreta Gladio, restano ancora molte, troppe, ombre.

14 ottobre 2002 - TUTTE LE MENZOGNE SUL CASO MORO SECONDO MARTINELLI
ANSA:
"Sul caso Moro si sono dette un cumulo di menzogne". Questo e' il parere di Renzo Martinelli che 25 anni dopo torna sul rapimento e omicidio dello statista democristiano con il film 'Piazza delle cinque lune' che sta girando a Siena e che avra' un'anteprima mondiale il 9 maggio nella famosa Piazza del Campo della citta' toscana. La conferenza stampa parte con la visione di un breve filmato in bianco e nero di 8mm in cui si vede, dall'alto, tutta la dinamica dell'azione da parte dei brigatisti in via Mario Fani come la presenza sul posto del generale Guglielmi del Sismi. Solo dopo le pressanti domande dei giornalisti, il regista che aveva inizialmente parlato di un filmato inedito riconosce che le sequenze sono di sua mano e che comunque sarebbero l'esatta ricostruzione di quei tragici fatti secondo la versione di alcuni brigatisti. Intanto, dice Martinelli, non ci fu vero tamponamento tra la Fiat 130 di Moro e la Fiat 128 dei brigatisti che era davanti: "E' una delle contraddizione che non sono state mai davvero spiegate. L'auto di Moro - aggiunge - era cosi' potente che poteva liberarsi facilmente dalla 128 che gli ostruiva la strada". Da qui tutta una serie di rivelazioni che si vedranno in 'Piazza delle cinque line' per sostenere la tesi che quella vicenda: "non e' un caso solo italiano ma - come spiega Martinelli - un grande complotto dell' Intelligence Internazionale". Gli fa eco l'ex senatore dei Ds Sergio Flamigni, consulente del film e gia' membro della Commissione d'inchiesta sul caso Moro: "Che ci sia stato un coinvolgimento dei servizi segreti lo dice Moro stesso nelle sue lettere quando fa intendere come ci siano nella vicenda di mezzo americani e tedeschi. I brigatisti in questa storia sono solo dei comprimari", conclude il senatore. Tra i misteri sollevati dalla pellicola anche quello del Centro di Studi Linguistico Hyperion con sede a Parigi ("la piu' potente stazione CIA d'Europa") che guarda caso, sottolinea Martinelli, "aveva aperto una sede a Roma prima del rapimento e chiusa subito dopo". I parenti di Moro, spiega poi il regista, come il fratello Alfredo e il figlio Giovanni, hanno letto la sceneggiatura e l'hanno trovata "Onesta e veritiera". Mentre, spiega ancora Martinelli, non ha voluto incontrare l'ex brigatista Adriana Faranda che "saputo del mio lavoro mi aveva inviato una lettera per parlare con me". Protagonista della storia di 'Piazza delle cinque lune' e' il giudice istruttore di Siena Rosario Saracini (Donald Sutherland) che il giorno stesso della sua andata in pensione si ritrova a ricevere una misteriosa visita di uno sconosciuto (Nicola Pinto) che dice di essere uno dei brigatisti che hanno partecipato all' agguato di via Fani. L'uomo consegna al giudice una bobina Super 8mm in cui si vedono le immagini dell'agguato di via Fani, ma il suo vero scopo e' quello di far arrivare il giudice all' acquisizione dell'originale del memoriale Moro. Da qui partono le indagini di Saracini che insieme alla figlia Ombretta (Aisha Cerami), il suo capo scorta Branco (Giancarlo Giannini) e all' aiuto di una giovane sostituto procuratore Fernanda Doni (Stefania Rocca) cominciano ad analizzare il filmato. Sara' proprio quest'ultima a scoprire che all'angolo tra via Fani e via Stresa si distingue appena nel film un uomo che assiste tranquillo alla scena del rapimento e che si scoprira' poi essere Camillo Guglielmi, all'epoca colonnello del Sismi. La faccenda diventa sempre piu' intricata, l'ex Br prima di riuscire a consegnare il memoriale Moro al giudice verra' ucciso ma nel frattempo molti misteri verranno a galla. Tra questi la singolarita' che in via Gradoli 96, luogo di prigionia dello statista democristiano, oltre una ventina di appartamenti dei due edifici sono direttamente o indirettamente riconducibili ai servizi segreti, ma anche il filo che lega i molti omicidi che potrebbero essere legati al caso Moro (Pecorelli, Varisco e Dalla Chiesa). Il film, una coproduzione della Martinelli Film Company, Istituto Luce, dell' inglese Spyce Blue Star e della tedesca Box Film ora in lavorazione a Siena uscira' nella primavera del 2003 distribuito dall'Istituto Luce. Infine Martinelli ha annunciato in conferenza stampa di avere ricevuto da alcune persone documenti scottanti sull' attentato al Papa che metterebbero in seria discussione la ricostruzione dei fatti: "Ci lavorero' dal prossimo anno sempre con Giancarlo Giannini". Non manca infine una battuta al vetriolo sul mancato impegno da parte di Medusa e soprattutto di Raicinema, gia' produttrice di 'Vajont', per la produzione di 'Piazza delle cinque lune' (costato 14 miliardi di vecchie lire): "Mi hanno detto in Rai che avevano gia' in produzione il film di Bellocchio sempre dedicato allo statista della Dc, ma non mi sembra una giustificazione, una vicenda simile merita molti e molti film".

15 ottobre 2002 - MARTINELLI SU FILM E MISTERI DEL CASO MORO
"Il Messaggero"
Renzo Martinelli, sul set di "Piazza delle Cinque Lune", parla del suo film sul sequestro e l'assassinio del grande politico
Caso Moro, strategia della menzogna
Il regista: porto alla luce verità scomode, la famiglia dello statista è d'accordo
di LEONARDO JATTARELLI
ROMA - Un giudice istruttore di Siena (Donald Shuterland) nel suo primo giorno da pensionato riceve la visita misteriosa di uno sconosciuto che dice di essere uno dei brigatisti che parteciparono all'agguato di via Fani. L'uomo mette in mano al giudice un nastro in super8mm nella quale sono impresse le immagini dell'agguato ad Aldo Moro. Il presunto br vuole che il giudice metta le mani sull'originale del memoriale Moro. Inizia così Piazza delle Cinque Lune, il film di Renzo Martinelli (Porzus, Vajont) che a pochi mesi dal venticinquennale della morte di Aldo Moro, si interroga con attenta verifica dei fatti sul rapimento e l'uccisione per mano delle Br del grande statista democristiano. In questi giorni, anche Marco Bellocchio sta lavorando alla sceneggiatura di un film sul presidente della Dc, tratto dal libro di Sciascia L'affaire Moro: "Niente ricostruzioni e rivelazioni - aveva detto il regista a Cannes - ma la mia visione personale di Moro, molto intimista, centrata soprattutto sui 55 giorni della sua prigionia".
Martinelli ci racconta il suo lavoro, arrivato all'ottava settimana di riprese (nel cast Giancarlo Giannini, capo scorta di Moro; Aisha Cerami, figlia del giudice; Stefania Rocca, giovane Sostituto della Repubblica e Murray Abraham nel ruolo di una misteriosa entità), un film che sicuramente, come afferma lo stesso regista: "Farà discutere. Si tratta della prima, grande riflessione sul quel tragico avvenimento. Ed è avvilente che nè la Rai che ha coprodotto il mio Vajont nè Medusa, abbiano voluto appoggiare il progetto". Ribatte Giancarlo Leone di Raicinema: "Non dobbiamo giustificare se partecipare o meno ad un film. L'impegno di una produzione sta nella discrezionalità industriale e questa abbiamo applicato. E comunque, prima ancora di leggere la sceneggiatura, avevamo detto a Martinelli di non essere interessati a due film su Moro, visto che già avevamo quello di Bellocchio". E Medusa da parte sua, replica per bocca di Giampaolo Letta: "Dissi a Martinelli, prima ancora di leggere la sceneggiatura, che, vista la sua richiesta di un immediato finanziamento per l'inizio delle riprese, avevamo problemi di budget".
Una vicenda ricca di menzogne - "Le domande senza risposta sono troppe e le risposte ridicole altrettanto numerose. In venticinque anni la vicenda del rapimento e dell'uccisione dello statista democristiano sono state infarcite di menzogne. Non c'è segmento di questa storia che non sia stato intaccato da bugie che col tempo si sono sedimentate come verità".
L'assunto politico: "La strage di via Fani sposta l'asse politico del Paese. Ripensiamo al '78. Siamo in clima di Guerra Fredda, l'Unione Sovietica è potentissima, il Muro di Berlino ancora in piedi. Nel gioco di equilibri politici, l'ipotesi che un Partito Comunista occidentale, nella fattispecie il Pci italiano, possa accedere democraticamente al governo di un Paese della Nato è non solo inaccettabile ma una realtà da bloccare".
Le fonti: "Insieme a Fabio Campus, che con me ha scritto la sceneggiatura del film, abbiamo studiato migliaia di documenti, gli atti delle varie commissioni parlamentari sulla strage, le diverse perizie comprese quelle necroscopiche, le dichiarazioni dei politici in un lavoro di verifica incrociata delle fonti".
Il "sì" della famiglia Moro: "Ho avvicinato con molta discrezione i familiari dello statista sottoponendogli la sceneggiatura che è stata letta dal fratello di Aldo Moro, Alfredo e dal figlio Giovanni i quali l'hanno giudicata attenta, onesta e rigorosa".
Le domande del film: "La dinamica dell'agguato, le invenzioni sul famoso tamponamento a catena in via Fani. Le foto dei Servizi segreti lo testimoniano: la parte anteriore e posteriore delle auto di Moretti e di Moro sono assolutamente integre. E sull'asfalto non c'è traccia di frenata. Perchè a 25 anni dalla morte di Moro i brigatisti che sono tutti in libertà continuano a mentire su fatti che non hanno più rilevanza penale? Moretti, Morucci, Faranda e altri Br hanno sempre parlato di un commando di nove persone per l'attentato. Ricostruendo la strage di via Fani, come noi abbiamo fatto, proviamo come per quella dinamica fossero necessari almeno quattordici uomini. La conferma viene da specialisti in strategie militari: dunque potrebbero esserci altre cinque persone, mai identificate, che parteciparono alla strage. Ogni mattina Aldo Moro passeggiava con il maresciallo Leonardi fino allo stadio dei Marmi: perchè allora non rapire lo statista in quelle occasioni e invece tendere un agguato così eclatante, all'americana, con novantatre colpi sparati nel giro di pochi secondi?".

15 ottobre 2002 - POLEMICHE PER FILM SU MORO
"Il Nuovo"
Polemiche per il film su Moro
"Se una regia occulta c'è stata nel caso Moro, è certamente una regia sovietica, e non filo-atlantica come vorrebbe far credere Sergio Flamigni". Si riaprono le polemiche relative ad eventuali mandanti occulti del sequestro del Presidente della Dc. E il componente di An in commissione Mitrokhin, Enzo Fragalà, attacca l'impianto del film di Renzo Martinelli intitolato Piazza delle cinque Lune per il quale l'autore si e' avvalso della collaborazione dell'ex senatore del Pci e componente della commissione di inchiesta sul rapimento Moro.
"Se la lettura del film è quella della regia internazionale atlantica - aggiunge Fragalà - siamo dinanzi alla falsificazione e, semmai, come risulterebbe anche dal dossier Impedian e dall'intervista al quotidiano Le Matin di Renzo Rossellini dell' ottobre 1978, è certamente sovietica". L'esponente di An avanza il sospetto che il regista sia "incosapevolmente fuorviato dal consulente Flamigni, e rischia così di deformare i fatti storici acclarando mezze verità e intere menzogne. Martinelli rischia di essere, putroppo, lo strumento di una nuova micidiale operazione di disinformazione come fece il Kgb nel giugno 1978 passando a Zaccagnini una relazione che indicava Kissinger come mandante del sequestro Moro. operazione suggerita dagli epigoni di quel partito comunista italiano che rappresento' la quinta colonna dei servizi segreti sovietici nel nostro Paese".

24 ottobre 2002 - CASO MORO: A GENNAIO INIZIO RIPRESE FILM BELLOCCHIO
"Liberta'"
Il regista comincerà a girare a gennaio la pellicola sul rapimento Moro
"Buongiorno notte", Bellocchio sceglie il set per il nuovo film
Roma - Si intitolerà "Buongiorno notte" come un famoso verso di Emily Dickinson il nuovo film di Marco Bellocchio e, come il regista ha già annunciato a Cannes, parlerà del rapimento Moro ma senza esserne una ricostruzione e senza andare alla ricerca di scoop. Affronterà invece i rapporti tra il presidente della Democrazia cristiana e i suoi sequestratori. Secondo le indiscrezioni che circolano in questi giorni, la storia sceglierà il punto di vista di una donna, una giovane terrorista coinvolta nel rapimento di Aldo Moro e attraverso il suo sguardo talvolta perso, spesso impaurito, prenderà corpo il complesso mondo degli "anni di piombo" lucido e disperato, fiducioso nell'avvento della rivoluzione e intrappolato nei rituali della clandestinità. Chiamata a vivere la normalità del quotidiano con i suoi ritmi di sempre (un ufficio, un lavoro, dei colleghi e un ragazzo che sembra leggerla nel profondo più di quanto lei stessa riesca a fare) la sequestratrice, aggrappata a quel filo di emozioni che l'ideologia e la lotta di classe recidono continuamente, si scoprirà in conflitto con i suoi compagni e sempre più a disagio nel suo ruolo di combattente, mentre passato e presente ne incrinano le certezze e il fascino dell'utopia rivoluzionaria non riesce compensare la ferocia distruttiva di chi le vive vicino o le dorme accanto. Il regista piacentino (che ieri sera avrebbe dovuto essere presente alla chiusura della rassegna a lui dedicata a Piacenza, ma ha dovuto dare forfait per problemi di salute) in questi giorni sta facendo i sopralluoghi per il film che spera di cominciare a girare all'inizio dell'anno prossimo e che, ha più volte dichiarato, gli è stato suggerito dalla lettura del libro "L'affaire Moro" di Leonardo Sciascia.

3 novembre 2002 - RICORDATO FRANCESCO ZIZZI
"La Gazzetta di Parma"
IN QUESTURA CERIMONIA PER GLI AGENTI SCOMPARSI IN SERVIZIO Zizzi, il poliziotto che morì nell'agguato di via Fani
Anche i poliziotti ieri hanno ricordato i colleghi che non ci sono più, quei nomi incisi su lapidi a cui passano davanti mille volte, nella fretta di tutti i giorni.
Ieri, non era un giorno come gli altri: ogni 2 novembre ci si ferma almeno un momento, si sta in silenzio, per ripassare momenti belli e terribili, mettere a fuoco facce di un passato che, spesso, fa male al cuore ricordare. Alle 9 in punto il questore Gaetano Chiusolo, attorniato dai dirigenti dei vari reparti della questura e da numerosi agenti in divisa, ha posato una corona nel cortile interno di Palazzo Rangoni, davanti alle lapidi incise sulla parete esterna, di fianco all'ingresso della questura. Una è in memoria di tutti i caduti della polizia di Stato. Su un'altra un gruppo di nomi. Su un'altra solo un nome e un cognome rimasti per sempre legati a uno dei periodi più bui della storia del nostro Paese: Francesco Zizzi, agente della scorta di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse nell'agguato di via Fani insieme ad altri quattro colleghi. Quel 16 marzo 1978: un giorno terribile, che fece inorridire l'Italia. Il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ferito a morte dalle raffiche dei terroristi, aveva 24 anni, e nella capitale c'era arrivato da un mese. Veniva dalla questura di Parma dove aveva saputo mettersi in luce, proprio per questo era stato poi affidato a Roma ad "incarichi speciali".
"Era un ragazzo giovane, molto educato e molto perbene": a ricordare Zizzi è l'ex direttore della "Gazzetta", Baldassarre Molossi. Perché quel poliziotto con i baffi era stato anche uno dei suoi angeli custodi. "La scorta me l'avevano offerta, non l'avevo chiesta io", precisa Molossi, ripensando alle minacce, a quel clima di piombo in cui anche le parole scritte su un giornale potevano costare molto care. "Io avevo un'Audi 100 e mi seguiva una macchina della polizia fino in garage. Poi mi dissero: così non va bene, venga su con noi". Un poliziotto stava al volante, due seduti dietro. "Zizzi, lo ricordo con molta simpatia _ dice Molossi. _ Quando ho saputo che era stato ucciso in via Fani, ho pianto".

5 novembre 2002 - COMMISSIONE MITROKHIN: SI TORNA A PARLARE DI BR INFILTRATE
ANSA:
La terza audizione del generale Sergio Siracusa, ex direttore del Sismi, davanti alla Commissione bicamerale di inchiesta sul dossier Mitrokhin, da' l'occasione per tornare a parlare del caso Moro e della possibile infiltrazione delle Br. Oggi, durante l'audizione, Enzo Fragala' (An) ha ricordato quanto gia' emerso sulla presenza, nella vicenda Moro, di Sergej Sokolov, borsista russo ben presente alle lezioni di Aldo Moro alla facolta' di Giurisprudenza di Roma. In effetti Sokolov era un agente del Kgb come rivelo', alla Commissione stragi l'assistente di Moro, Franco Tritto. Fragala' ha ripetuto che le Br erano ampiamente infiltrate dal Kgb. Oliviero Diliberto (Pdci) ha replicato che non vi e' alcuna "paura ad andare fino in fondo alla questione". Si parla di Kgb e allora verifichiamo - ha detto in sostanza - se le Br erano infiltrate dall'altra parte cioe' dalla Cia e dal Mossad. Il generale Siracusa, che guidava il Sismi all'epoca dell'arrivo del dossier in Italia, in questa terza tornata davanti alla Bicamerale ha spiegato un fatto gia' emerso nella precedente audizione e cioe' che il Cesis, cioe' il Comitato di coordinamento tra i due servizi, il Sismi e il Sisde, non venne informato dell'arrivo in Italia del dossier sulla rete spionistica del Kgb per ragioni "di riservatezza e delicatezza".

7 novembre 2002 - MORTO IL COLONNELLO UMBERTO BONAVENTURA (SISMI)
da "Dagospia" (fonte Adn Kronos)
GIALLO A ROMA - ANCHE UN CADAVERE NEL DOSSIER MITROKHIN: IL COLONNELLO BONAVENTURA TROVATO MORTO DAL SISMI...
Fonte Adnkronos
Sono stati gli 007 del Sismi a trovare il cadavere del colonnello Umberto Bonaventura nella sua abitazione romana. Stamattina, non vedendolo arrivare nel suo ufficio a Palazzo Braschi, e' scattato l'allarme. Secondo quanto apprende l'Adnkronos, immediatamente nell'abitazione di Bonaventura si sarebbero precipitati uomini del Sismi. Entrati nell'appartamento, avrebbero trovato il corpo dell'ufficiale. I vertici del Sismi avrebbero ordinato l'interdizione del luogo a personale del servizio, dando un'immediata comunicazione alla polizia giudiziaria, che sta facendo luce sulle cause del decesso.
L'UFFICIALE ERA PREOCCUPATO PER L'AUDIZIONE PARLAMENTARE
Bonaventura, nelle ultime settimane, era apparso molto preoccupato per l'imminente audizione presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Mitrokhin. A quanto apprende l'Adnkronos, l'ex direttore del Sismi, l'ammiraglio Battelli, aveva infatti chiesto all'alto ufficiale dei servizi segreti militari di accompagnarlo, in veste di consulente, davanti ai parlamentari che indagano sull'elenco delle presunte spie italiane al soldo del Kgb. Bonaventura, quale ex capo della prima divisione del Sismi, aveva gestito sotto la direzione di Battelli il dossier Mitrokhin. Prima di lui, altri due predecessori aveva trattato presso la prima divisione la gestione delle carte trasmesse dai servizi segreti britannici all'intelligence italiana.
L'UFFICIALE SI ERA SCONTRATO CON VERTICI PER DOSSIER MITROKHIN
All'epoca della sua direzione al vertice della prima divisione del Sismi, Bonaventura non avrebbe mancato -secondo quanto apprende l'Adnkronos- di avere divergenze di vedute con i vertici del servizio relativamente alla trattazione del dossier. Il colonnello, proveniente dall'Arma dei carabinieri e gia' collaboratore durante gli anni di piombo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sarebbe stato infatti del parere di procedere ad un'ampia disamina delle rivelazioni contenute nei documenti trafugati da Vasilj Mitrokhin a Mosca. Non si sa se la volonta' del colonnello di andare a fondo sulle carte inviate dagli 007 di Sua Maesta' in Italia si sia poi tramutata in azioni concrete. Certo e' che per attendere la 'scoperta' del dossier Mitrokhin bisognera' attendere qualche anno, il 1999, quando diventa di dominio pubblico la lista dei presunti agenti del Kgb in Italia sui quali il Ros dei carabinieri avvio' in seguito accertamenti.
MITROKHIN: BONAVENTURA "PARCHEGGIATO" AL SISMI
Secondo quanto apprende l'Adnkronos, il colonnello Umberto Bonaventura era stato messo alcuni mesi fa in "parcheggio" dai vertici del Sismi. Il provvedimento cautelativo sarebbe stato adottato in quanto Bonaventura aveva trattato l'affaire Mitrokhin. Come l'alto ufficiale, anche tutti quelli che erano venuti a contatto con lo scottante dossier trasmesso dai servizi segreti britannici all'Intelligence italiana, sarebbero stati preventivamente messi in parcheggio in vista dei lavori della commissione parlamentare di inchiesta sulle presunte spie italiane al soldo del Kgb.

da "Dagospia" (fonte Adn Kronos)
SERVIZI SEGRETI, CADAVERI OSCURI - DAL COL. FERRARO AL GEN. MANES, LE MORTI 'ANOMALE' DEGLI 007...
Fonte Adnkronos
1 - L'IMPICCAGIONE DEL COLONNELLO FERRARO
E' costellata di una lunga serie di morti 'anomale' la storia dei servizi segreti italiani. L'ultimo giallo e' quello relativo al suicidio del colonnello del Sismi Mario Ferraro, trovato impiccato nel suo appartamento a Roma, al quartiere Torrino, ad un portasciugamani del bagno. Era il 16 luglio 1995. La dinamica della morte desto' subito le perplessita' dei familiari, che riferirono agli inquirenti che Ferraro non aveva alcun motivo per togliersi la vita. L'inchiesta fu aperta contro ignoti per istigazione al suicidio. Poi, i magistrati rubricarono l'ipotesi di reato in quella piu' grave di omicidio per la necessita' di svolgere ulteriori accertamenti tecnici. Condotta dal sostituto procuratore della repubblica di Roma Nello Rossi, l'indagine si chiuse in base all'esito delle perizie, che non lasciavano adito a dubbi: Ferraro, che soffriva di depressione a causa della morte di una figlia e per la separazione dalla moglie, si era suicidato. Gli accertamenti medico legali, tossicologico e tecnico concordarono con l'ipotesi del suicidio escludendo qualsiasi altra causa.
2 - L'OSCURO SUICIDIO DEL COLONNELLO RENZO ROCCA
Un'altra morte oscura e' quella del colonnello Renzo Rocca, trovato morto il 27 giugno del 1968 nel suo ufficio a Roma. Rocca era uno dei fedelissimi del generale Giovanni De Lorenzo, gia' comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e direttore del Sifar, il servizio segreto militare dell'epoca. Insediatosi fino al giugno del 1967 al vertice dell' Ufficio Ricerche Economiche e Industriali (Rei), Rocca si era occupato a lungo negli anni cinquanta e sessanta della raccolta e della gestione dei finanziamenti che la grande industria aveva stanziato per stroncare ogni forma di opposizione in Italia. Rocca, che si suicido' sparandosi, era stato messo in pensione dai vertici del servizio. Subito dopo la sua morte, due gruppi di ufficiali del Sid, si precipitarono nel suo ufficio, insieme ad un ufficiale della Divisione Affari Generali e Riservati del Ministero dell'Interno. Soltanto dopo sul luogo del suicidio arrivo' un commissario di polizia che avviso' il magistrato di turno. I precedenti visitatori avevano gia' ''ripulito'' l'ufficio. Il magistrato Ottorino Pesce, al quale venne affidata l'inchiesta, nutri' seri dubbi sulla tesi del suicidio e venne in seguito rimosso.
3 - LA SCIAGURA IN ELICOTTERO DEL GENERALE MINO
Una delle morti piu' oscure resta comunque quella del generale Enrico Mino, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri. Il 31 ottobre del 1977, il generale Mino decollo' su un elicottero pilotato dal colonnello Francesco Silimarco. Sono le 14,55. A bordo, oltre a Mino, ci sono il tenente Francesco Cerasoli,il tenente colonello Luigi Vilardo, il colonnello Francesco Friscia e il brigadiere Costantino Di Fede. Dieci minuti dopo, si interrompono i contatti radio. Alcuni contadini sulla Sila avrebbero udito un boato. Le ricerche vengono svolte nella zona tra Soriano e Acquaro, dove verranno trovati i resti di Mino e di tutti gli occupanti dell'elicottero esploso in volo. Un giallo rimasto insoluto.
4 - IL GENERALE ANZA' SUICIDA CON UN COLPO DI PISTOLA
Altro giallo e' la morte violenta del generale di corpo d'armata Antonino Anzà, in servizio al Sid e in predicato per la nomina a capo di Stato maggiore dell'Esercito. Dopo un colloquio con l'allora capo di Stato maggiore della Difesa, generale Viglione, Anza' viene trovato morto nella sua abitazione di via Ciro Menotti 4, a Roma. E' il 12 agosto del 1977. A stroncare il generale, un colpo al cuore sparato dalla sua pistola automatica calibro 7,42. Prima di stramazzare a terra, tuttavia, l'alto ufficiale dei servizi segreti militari percorre qualche passo. L'inchiesta viene affidata all'allora sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica. Gli inquirenti sostengono fin dall'inizio l'ipotesi del suicidio, confermata in seguito dalla prova del guanto di paraffina. Secondo la magistratura romana, il fatto che Anzà prima di morire abbia percorso qualche metro all'interno della sua abitazione di via Ciro Menotti e' irrilevante: il colpo di pistola non era ben centrato.
5 - L'INCIDENTE STRADALE DEL GENERALE CIGLIERI E LA MORTE DI MANES
Un altro caso misterioso legato all'attivita' dei servizi segreti militari riguarda la morte del comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Carlo Ciglieri. Nel giugno del '67, un mese dopo la pubblicazione sul settimanale L'Espresso dell'articolo di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sul 'Piano Solo', ideato dal generale Giovanni De Lorenzo, il vicecomandante dell'Arma, Giorgio Manes, consegno' a Ciglieri il rapporto sulla fuga di notizie. Il dossier del generale Manes, che aveva ascoltato numerosi ufficiali dei carabinieri vicini a De Lorenzo, viene coperto dal segreto. Il 27 aprile 1969 Ciglieri muore: la sua auto esce di strada mentre procede a velocita' ridotta lungo un rettilineo. Tre mesi dopo tocca al generale Manes perdere la vita. In attesa di essere ascoltato dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul 'Piano Solo', e' colto da infarto dopo aver bevuto un caffe'. E' il 25 giugno '69. I familiari del generale sosterranno che e' stato ucciso.

7 novembre 2002 - MORTE COLONNELLO BONAVENTURA, NOTIZIE ANSA
ANSA:
Grande esperto di antiterrorismo, il nome del colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura - da qualche anno in servizio al Sismi, il servizio segreto militare - e' legato sia alla vicenda del covo Br di via Montenevoso, scoperto durante le indagini sul sequestro Moro, ma soprattutto alle indagini sull'omicidio del commissario Calabresi. Fu proprio Bonaventura, infatti, all'epoca comandante del reparto antiterrorismo dei carabinieri di Milano a raccogliere le confidenze del pentito Leonardo Marino, a partire dal luglio del 1988. Bonaventura incontro' Marino tre volte, a Sarzana e poi a Milano. L'ufficiale dell'Arma, che nella sua lunga carriera si e' occupato di diversi 'misteri' italiani, tra cui la strage di Peteano - riferi' che Marino si era sempre limitato a parlare "di gravi fatti accaduti a Torino e Milano" venti anni prima e della necessita' di "liberare la sua coscienza", mentre solo in un secondo momento con il magistrato parlo' di Calabresi, tirando in ballo Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Una confessione, quella di Marino, che, come e' noto, e' stata sempre duramente contestata dagli imputati.

Umberto Bonaventura fu protagonista di un importante episodio legato al caso Moro. Nel corso di un'audizione alla commissione stragi nel 2000 l'ufficiale dei carabinieri che aveva guidato l' operazione in via Montenevoso, ammise che alcune carte erano state portate via prima che arrivasse il magistrato e rimesse a posto dopo essere state fotocopiate. Le copie dei documenti furono inviate poi al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L'ufficiale, nell'audizione, giustifico' cosi' la procedura seguita: "eravamo in tanti in quel covo. Vi assicuro che non e' stato tolto nulla di quello che c'era. Dopo averli fotocopiati sono stati riportati nell'appartamento tutti i documenti. Nulla e' stato alterato. Ve lo assicuro".

La magistratura "faccia piena luce sulla morte di Bonaventura": e' quanto chiede Paolo Guzzanti, presidente della commissione bicamerale sul "Dossier Mitrokhin". "Il colonnello Bonaventura - afferma - non era soltanto uno dei gestori diretti del dossier Mitrokhin, ma era stato anche uno dei piu' vicini collaboratori del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ai tempi dell'irruzione nel covo delle Br di via Montenevoso a Milano, in cui erano contenute le carte relative al sequestro dell'on. Moro, la sorte delle quali non e' mai stata chiarita". "Quel che e' sicuro e' che quando si e' di fronte alla morte repentina e imprevedibile di un uomo dei servizi segreti alla vigilia della sua deposizione davanti a una Commissione parlamentare d'inchiesta, sono plausibili i dubbi piu' angosciosi. Auspico pertanto - conclude - che la magistratura faccia piena luce su questa improvvisa morte".

"Pur nella dolorosa circostanza della morte improvvisa del colonnello del Sismi, Umberto Bonaventura, c'e' da augurarsi che essa sia avvenuta davvero per cause naturali". E' Gustavo Selva, presidente della Commissione Esteri della Camera, a commentare la morte dell'ufficiale del Sismi che doveva essere ascoltato a breve dalla Commissione Mitrokhin. Selva sottolinea che le cause della morte "al di la' della affrettate conclusioni della prima ora, possono essere provate solo dall'autopsia, altrimenti anche per questo caso restera' il dubbio dal momento che il colonnello Bonaventura era un testimone prezioso per la Commissione Mitrokhin. Sono d'accordo con Guzzanti sulla esigenza che la magistratura stabilisca al piu' presto, e senza equivoci, la causa esatta del decesso".

Andrea Papini, vicepresidente della commissione Mitrokhin ed esponente della Margherita critica "i dubbi piu' angosciosi" espressi oggi dal presidente della Commissione, Paolo Guzzanti, a proposito delle ragioni della morte del colonnello del Sismi Umberto Bonaventura. Papini definisce quelle di Guzzanti "dichiarazioni squalificanti". "E' del tutto squalificante - spiega l'esponente della Margherita - per chi e' chiamato a svolgere il compito di presidente della Commissione e apre seri interrogativi sulla capacita' del senatore di svolgere questo ruolo con l'equilibrio e la capacita' di giudizio che la funzione richiede. Chiedero' l'immediata convocazione dell'ufficio di presidenza della Commissione per dare al presidente Guzzanti la possibilita' di illustrare ai commissari quali siano i fondamenti dei 'dubbi piu' angosciosi' a cui ha fatto riferimento".

Paolo Guzzanti, senatore di Forza Italia e presidente della commissione Mitrokhin, reagisce alle critiche rivoltegli dal deputato della Margherita Andrea Papini, vicepresidente della stessa commissione, invitandolo a prendere atto della situazione di "incompatibilita'" in cui si sarebbe messo. Papini aveva definito "dichiarazioni squalificanti" quelle in cui Guzzanti ha espresso dubbi sulla morte del colonnello del Sismi Umberto Bonaventura. "L'on. Papini, vicepresidente della commissione Mitrokhin, confonde costantemente - contrattacca Guzzanti - la sua funzione con quella di censore, arrivando a distribuire alle agenzie di stampa dichiarazioni oltraggiose sul conto del presidente della commissione stessa, e dunque ponendosi in un ruolo di oggettiva incompatibilita' con il ruolo che riveste". "Lo invito dunque - conclude Guzzanti - a ritrattare, o a trarre le conclusioni di tale incompatibilita'".

"Un validissimo ufficiale dei carabinieri. Un vero ufficiale di razza". E' il ricordo del col. Umberto Bonaventura espresso dal giudice veneziano Carlo Mastelloni che sottolinea l' impegno dell' alto ufficiale nelle prime fasi delle indagini sul terrorismo rosso, condotte agli inizi degli anni '80 proprio dal magistrato veneziano per la parte veneta. Mastelloni, all' epoca giudice istruttore, rileva che Bonaventura e' stato "una punta di diamante di quello che allora era l' anticrimine" e "ha dato un contributo eccezionale nelle indagini sul terrorismo rosso concorrendo alla scoperta delle prime strutture clandestine".

Umberto Bonaventura, nato a Catania 63 anni fa, era direttore dell'Ufficio analisi controspionaggio, terrorismo internazionale e criminalita' organizzata transnazionale nel Sismi. Un incarico di primissimo piano "in linea - dicono alcuni suoi colleghi di lavoro - con la straordinaria professionalita' e la grande esperienza acquisite negli anni". Laureato in giurisprudenza, celibe, Bonaventura e' stato comandante delle tenenze dei Carabinieri di Alassio e Cavalese, e del nucleo investigativo del gruppo di Venezia. Ha quindi lavorato a lungo a Milano, soprattutto nel settore dell' antiterrorismo. Ha comandato, poi, il gruppo Carabinieri di Padova. L'ultimo incarico prima di transitare nel Sismi e' stato quello presso l'allora ufficio dell'Alto commissario per la lotta alla delinquenza mafiosa. Dai primi mesi del 1992 e' entrato nel servizio segreto militare. Promosso colonnello nel 1995, si e' sempre occupato di criminalita' organizzata, terrorismo internazionale e attivita' di controspionaggio. Viveva nel quartiere romano di Trastevere, dove stamani e' stato trovato morto. Tutte le mattine, verso le 7,45, un autista lo andava a prendere nei pressi di casa, lui si faceva trovare per strada e, con l'auto di servizio, passava a prendere un collega (poco prima avvisato telefonicamente) per poi recarsi insieme a Forte Braschi, sede del Sismi. Il suo collega, verso le 8,15, non avendo sentito la solita telefonata, ne' vedendolo arrivare, lo ha prima chiamato sul cellulare (che pero' era in ufficio) e poi a casa, dove pero' era attiva la segreteria telefonica. Ha quindi raggiunto l'autista, che era in attesa vicino all'abitazione di Bonaventura, e con le chiavi che lo stesso autista custodiva in una busta chiusa ha aperto la porta. Questa era bloccata anche da un fermo interno, che e' stato rimosso. Il corpo di Bonaventura e' stato trovato riverso per terra, a fianco del letto, era in pigiama - segno che stava per andare a dormire, o si era appena svegliato - e vicino aveva il telefono con cui probabilmente ha tentato, invano, di chiamare qualcuno. La morte, secondo gli investigatori, e' da attribuire a cause naturali. Alcuni suoi colleghi hanno voluto oggi ricordare le qualita' di Bonaventura: "lascia un vuoto incolmabile - dicono - non solo per il suo spessore professionale, di tutto rilievo, ma soprattutto per le doti umane. Era una persona amabile, benvoluta da tutti, un servitore dello Stato con la S maiuscola".

Il pm ha disposto l'autopsia per ''eliminare'' senza ombra di dubbio ogni sospetto sulla causa della morte del colonnello Bonaventura. Un atto di rito, sottolineano gli inquirenti, che comunque va fatto per concludere gli accertamenti che fino a questo momento hanno portato ad una unica ipotesi, quella di un infarto arrivato, probabilmente, nelle prime ore della mattina. Gli investigatori, comunque, hanno prelevato, tra l'altro, dall' appartamento il computer del colonnello. L'ufficiale, a quanto si e' appreso, per tutta la giornata di ieri aveva lamentato un forte mal di testa ed era uscito dal lavoro alle 20. Dall'esame esterno, eseguito dalla dottoressa Cittadini, la stessa alla quale e' stata affidata l'autopsia, non e' emerso alcun segno di violenza sul corpo, nessuna ecchimosi, ne' un indizio che possa far sospettare che Bonaventura sia morto dopo aver ingerito sostanze come barbiturici. Tuttavia il medico legale eseguira' anche gli esami tossicologici. Le cause della morte, stando anche a quanto si e' appreso a Palazzo di Giustizia, sarebbero naturali. Tutto fa pensare, ha precisato un inquirente, ad un malore sopraggiunto mentre Bonaventura stava a letto. Poi, con molta probabilita', l'ufficiale dei carabinieri, che era in pigiama, ha tentato di alzarsi e prendere la cornetta del telefono poco distante. Ma il malore lo ha fatto accasciare per terra, lasciando il telefono con il ricevitore tra il cuscino e il comodino. Anche la stanza da letto, cosi' come tutto l'appartamento al secondo piano di via Bezzi, era in ordine. Tutto in rigoroso ordine come sempre. I vestiti per questa mattina, le scarpe con i calzini ai piedi del letto, e la cucina messa a posto dopo la cena di ieri. L'autopsia si svolgera' domani nell'istituto di medicina legale del policlinico Gemelli, dove ora e' stata trasferita la salma. A decidere sulla camera ardente e funerali sara' la sorella dell'ufficiale che arrivera' dalla Sicilia in serata.

Enzo Fragala', di AN, giudica ''ragionevole il dubbio sulla reale natura'' della morte del colonnello Umberto Bonaventura, che avrebbe dovuto essere ascoltato nei prossimi giorni dalla commissione Mitrokhin. Fragala' ricorda che Bonaventura'' ha rappresentato una figura chiave nell'antiterrorismo e nel contro spionaggio italiano'', e sostiene che la sua morte ricorda ''analoghi eventi del passato''. ''Ci riferiamo - spiega Fragala' - alla misteriosa morte, nel luglio 1995, del tenente colonnello Mario Ferraro, ufficiale della prima divisione, che all'epoca trattava il dossier Mitrokhin, da poco trasmesso in Italia''. Oltre ad esprimere questi dubbi, Fragala' avanza il sospetto che la morte di Bonaventura possa essere anche ''il risultato di una pressione psicologica insopportabile, fatta da qualcuno nei confronti dell'alto ufficiale'' nel momento in cui la commissione sta affrontando ''il nodo cruciale'' della vicenda Mitrokhin'', e cioe' ''quello legato alla trasmissione delle schede al nostro servizio, alla loro completezza e all' incredibile insabbiamento durato oltre quattro anni''.

Anche se la morte del col. Bonaventura sembra, per ora, provocata da un malore, gia' sono cominciate le voci, anche autorevoli, che sembrano avanzare dubbi, come era gia' successo in diversi casi precedenti di morti 'sospette' di personaggi legati al mondo dei servizi segreti. Eccone alcuni:
27 giugno 1968 - il colonnello Renzo Rocca viene trovato morto nel suo ufficio, a Roma, ucciso da un colpo di pistola alla testa. Fino all' anno precedente aveva diretto l' importante ufficio REI ''ufficio ricerche economiche industriali'' del Sifar, e aveva poi aperto un' agenzia commerciale. La magistratura chiuse il caso con la motivazione di suicidio.
27 aprile 1969 - in un incidente stradale a Curtarolo (Padova) muore il generale Carlo Ciglieri, comandante dell' Arma dei Carabinieri dal dicembre del 1965 al febbraio del 1968. Ciglieri aveva affidato al suo vice, il gen. Giorgio Manes, l' incarico di preparare un rapporto sulle deviazioni del Sifar , nell' ambito delle indagini sul cosiddetto ''Piano solo''. L' inchiesta sulla morte sara' archiviata, riaperta nel 1990 su richiesta della figlia, e archiviata di nuovo nel 1991.
25 giugno 1969 - Il gen. Giorgio Manes, che era stato vicecomandante dei carabinieri dal 1963 al 1968 e aveva preparato il rapporto sul 'Piano Solo', muore stroncato da un infarto, mentre beve un caffe' aspettando di essere ascoltato dalla commissione parlamentare dþinchiesta sui fatti del luglio 1964. I familiari sostengono che si e' trattato di omicidio.
12 agosto 1977 - il generale di corpo d' armata Antonino Anza' muore nella sua abitazione ucciso da un colpo di pistola. L' inchiesta archivia il caso come suicidio, ma molti avanzano dubbi, anche con interrogazioni parlamentari.
5 giugno 1981 - il tenente colonnello della Guardia di Finanza Luciano Rossi muore con un colpo di pistola alla tempia. Qualche anno prima aveva condotto un' inchiesta su Licio Gelli, quando era all' ufficio ''I'' delle Fiamme gialle e sembra che stesse scrivendo un memoriale per i magistrati che lo avevano da poco interrogato, proprio sulla P2. Il caso viene archiviato come suicidio anche se qualcuno avanza qualche dubbio. Tre anni prima, il colonnello Salvatore Florio, che aveva lavorato con Rossi, era morto in un incidente stradale vicino Carpi (Modena).
16 luglio 1995 - Mario Ferraro, colonnello del Sismi, viene trovato impiccato al portasciugamani del bagno della sua abitazione. L' inchiesta viene archiviata come suicidio, ma rimangono molto forti i dubbi. Verra' poi riaperta e archiviata di nuovo nel 1998.
Ma oltre a questi ufficiali, direttamente legati con il mondo dei servizi segreti, ci sono state molte morti 'dubbie' di persone, che in un modo o nell' altro, con quel mondo erano entrate in contatto come il comandsante generale dell' arma dei carabinieri Enrico Mino, morto il 31 ottobre 1977 in un incidente di elicottero che ha lasciato qualche dubbio; come Fiorella Maria Carrara, la segretaria del prof. Aldo Semerari (contatti con la P2, i servizi segreti e il mondo della malavita), suicida il primo aprile 1982; come Sergio Castellari, ex direttore generale del Ministero delle partecipazioni Statali, trovato suicida il 25 febbraio 1993 sulle colline di Sacrofano, alle porte di Roma; come Michele Landi, il tecnico informatico che aveva fatto alcune perizie sul delitto D' Antona, trovato impiccato il 4 aprile di quest' anno nel suo appartamento a Guidonia Montecelio.

7 novembre 2002 - MORTE COL. BONAVENTURA: ADN KRONOS
"Adn Kronos"
Per gli investigatori e' stato un ictus
Sismi, trovato morto colonnello Bonaventura
Gia' chiamato dalla commissione di inchiesta sul caso Mitrokhin tre settimane fa, doveva essere ascoltato ancora nei prossimi giorni
Secondo gli investigatori che indagano sulla morte di Umberto Bonaventura, il colonnello del Sismi che avrebbe dovuto riferire alla commissione di inchiesta sul caso Mitrokhin, e' stato un ictus a stroncare nella notte l'alto ufficiale dei Carabinieri.
''Garantisco io'', dice ai giornalisti il comandante del nucleo operativo dei Carabinieri Gianfranco Cavallo, davanti alla palazzina di Trastevere dove Bonaventura abitava ed e' morto.
''E' morte naturale al 100%. E' stato un ictus''. Bonaventura e' stato trovato nella sua camera da letto. Si sarebbe reso conto del malore e avrebbe tentato di raggiungere il telefono senza riuscirci. Il portiere dello stabile racconta che i vicini del piano di sopra del colonnello hanno sentito suonare la sveglia alle 6.30 senza che nessuno la spegnesse. Secondo la versione della polizia giudiziaria, dunque, la morte sarebbe arrivata nella notte.
L'ufficiale del Sismi aveva 63 anni. A Roma viveva solo, non era sposato. Aveva comprato la casa e ci viveva da 4 anni. Descritto come una persona molto riservata, riceveva solo qualche volta la visita della nipote. I suoi parenti sono in arrivo da Palermo. A scoprire la morte e' stato l'autista del colonnello. Tutte le mattine lo andava a prendere a casa intorno alle 7.30. Oggi, non vendendolo arrivare, ha prima suonato e poi ha chiamato i colleghi che hanno abbattuto la porta e scoperto il corpo dell'uomo. I Carabinieri arrivati sul posto hanno inizialmente detto al portiere di essere intervenuti per un furto. Solo dopo l'uomo ha saputo della morte del colonnello.
Bonaventura era responsabile della prima divisione del Sismi che si occupa di controspionaggio. Nei Carabinieri, era entrato nel 1972. Il colonnello era stato sentito dalla commissione Stragi nella passata legislatura il 23 maggio del 2000 sul caso Moro e sul ritrovamento del memoriale in via Montenevoso a Milano, avvenuto il primo ottobre 1978. In quella seduta, il colonnello fece una inquietante rivelazione. Disse che il nucleo del generale Dalla Chiesa porto' via dal covo delle Br il documento per fotocopiarlo e poi riportarlo nell'appartamento dove furono arrestati tra gli altri Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Nadia Mantovani.
Bonaventura, nelle ultime settimane, era apparso Notizia RT1.0205 del 07-11-02 molto preoccupato per l'imminente audizione presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Mitrokhin. A quanto apprende l'Adnkronos, l'ex direttore del Sismi, l'ammiraglio Battelli, aveva infatti chiesto all'alto ufficiale dei servizi segreti militari di accompagnarlo, in veste di consulente, davanti ai parlamentari che indagano sull'elenco delle presunte spie italiane al soldo del Kgb. Bonaventura, quale ex capo della prima divisione del Sismi, aveva gestito sotto la direzione di Battelli il dossier Mitrokhin. Prima di lui, altri due predecessori aveva trattato presso la prima divisione la gestione delle carte trasmesse dai servizi segreti britannici all'intelligence italiana.
''La scomparsa del colonnello Bonaventura e' una perdita gravissima per la commissione incaricata di accertare le verita' emerse dal dossier Mitrokhin''. E' la prima reazione del presidente della commissione d'inchiesta, il senatore di Fi Paolo Guzzanti. ''Le cause della morte di questo ufficiale dei Carabinieri, in servizio presso il Sismi, sono ancora da accertare -aggiunge- Quel che e' sicuro e' che quando capita una morte cosi' improvvisa di un uomo che ha rivestito un ruolo fondamentale in una vicenda di cui si occupa una commissione parlamentare bicamerale d'inchiesta, e' d'obbligo risolvere tutti i legittimi dubbi che possono sorgere di fronte ad un fatto cosi' infausto e improvviso, che arreca un danno irreparabile''.
''Il colonnello Bonaventura non era stato soltanto uno dei gestori diretti del dossier Mitrokhin -aggiunge Guzzanti- ma era stato anche uno dei piu' vicini collaboratori del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ai tempi dell'irruzione nel covo delle Br in via Montenevoso a Milano in cui erano contenute carte relative al sequestro dell'onorevole Moro la sorte delle quali non e' stata mai chiarita. Posso solo esprimere l'auspicio -conclude il senatore di Fi- che la magistratura dia al piu' presto le risposte che tutti attendiamo sulla repentina fine del colonello Bonaventura''.

''Sarebbe quanto mai opportuna una perizia medico legale, soprattutto considerata l'attivita' che il colonnello Bonaventura svolgeva. Io lo conoscevo dal '69 e posso dire che era una persona con una salute d'acciaio, anche sottoposto a stress non dava mai segni di stanchezza. In tanti anni che l'ho avuto alle dipendenze, non ha mai fatto un giorno a letto. Non era molto puntuale, ma arrivava sempre''. Lo afferma il generale Niccolo' Bozzo, 'capo' dell'ufficiale dei Carabinieri negli anni del terrorismo e al tempo dell'operazione di via Montenevoso a Milano.

7 novembre 2002 - DON ANTONELLO MENNINI NUNZIO APOSTOLICO A MOSCA
"Il Messaggero"
LA STORIA
Don Antonello nunzio a Mosca
di ORAZIO PETROSILLO
CI SONO delle biografie ricche di colpi di scena come un romanzo giallo, i cui protagonisti appaiono e sono l'esatto contrario di tipi propensi agli intrighi o alle avventure: tranquilli, sereni e alieni dall'apparire. Intelligenti, certo. E' il caso, mutatis mutandis, di sua eccellenza monsignor Antonio Mennini, romano doc, 55 anni, nominato ieri nunzio apostolico a Mosca. Fin qui nulla di strano, se non che si tratta di un diplomatico pontificio tra i più bravi e qualificati cui viene affidato un compito... impossibile: ridurre la frattura tra il Patriarcato ortodosso di Mosca e la Santa Sede. Mennini parla il russo, ha dato prova di ottimo carattere e di saper instaurare eccellenti rapporti con gli ortodossi. Ma questo alto prelato, altri non è che il "don Antonello" del caso-Moro, il trait d'union tra la famiglia e le Brigate rosse in quei terribili 55 giorni tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978. E per dare un tocco di mistero al suo curriculum diplomatico, si può notare che Mennini fu consigliere di nunziatura in Turchia nell'84-85 e che al suo primo incarico come nunzio è stato in questi due anni a Sofia, in Bulgaria. Come dire: dal "caso Moro" ai luoghi del più grande intrigo (irrisolto), il "caso Agca" e l'attentato al Papa.
Figlio di Luigi Mennini, rispettabilissimo alto funzionario dello Ior, trovatosi impelagato suo malgrado nel caso dell'Ambrosiano con Marcinkus e de Strobel, Antonio, per gli amici Antonello, si è formato al Collegio Capranica dove conobbe anche Aldo Moro. Il caso volle che, come primo incarico pastorale, don Antonello fosse stato destinato viceparroco a S. Lucia a piazzale Clodio dal maggio '75 all'ottobre '78. In tale veste, fu contattato dalle Brigate rosse per comunicare messaggi e lettere alla famiglia di Moro e alla Santa Sede. La sua condotta fu esemplare per prudenza e riservatezza. Il giovane sacerdote negò di essere stato destinatario di due lettere (le nn.56-57) dello statista dalla sua prigionia. Fu ascoltato dall'autorità giudiziaria e dalla "Commissione Moro" ma nel '95 rifiutò di presentarsi dinanzi alla Commissione Stragi, motivando il diniego con il fatto che aveva già testimoniato tutto. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede, dopo le sedi di Uganda e Turchia, mons. Mennini è stato per ben 14 anni (dall'86 al '90) il diplomatico della seconda sezione della Segreteria di Stato (il "ministero degli Esteri" della Santa Sede) incaricato di seguire gli Affari italiani. In tutti questi anni non ha mai fatto notizia. Se migliorerà i rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Vaticano, riuscendo a lavorare di sponda con il Cremlino che sta avallando l'anticattolicesimo russo con l'espulsione di un vescovo e quattro parroci, Mennini avrà la gratitudine della Santa Sede e la porpora assicurata.

8 novembre 2002 - NUOVO LIBRO SU CASO MORO
"Liberta'"
L'incontro - Fiorenzuola - Stasera Clementi parla del suo libro su quei tragici 55 giorni
"Io, studioso e ricercatore, vi racconto la vera storia dell'assassinio di Aldo Moro"
di Oliviero Marchesi
Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e uomo politico tra i più influenti d'Italia, fu rapito il 16 marzo 1978 a Roma, in via Fani, da un commando delle Brigate Rosse che fece strage dei suoi agenti di scorta. I terroristi, per liberarlo, reclamarono la scarcerazione di 13 detenuti "politici". La Dc (con qualche oscillazione) e il Pci, seguiti da quasi tutti gli altri partiti, decisero fin dall'inizio di non cedere alle richieste, nonostante altri settori politici si pronunciassero a favore della trattativa. Il 9 maggio il cadavere di Moro fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4. Su questi tragici 55 giorni, in Italia, si è scritto molto. Ma finora, forse, non era comparso sul tema un volume documentato, analitico e sgombro da pregiudizi come La "pazzia" di Aldo Moro (Odradek). Ne è autore il giovane studioso romano Marco Clementi, docente di Storia dell'Europa Orientale all'Università di Cosenza, che stasera alle 21 presenterà il suo libro a Fiorenzuola, nella scuola media "Gatti" di via San Bernardo, in un incontro organizzato dall'associazione "L'Aquilone-Emilia" (ci sarà una "replica" per studenti alle 9 di domattina). Abbiamo parlato del libro proprio con Clementi. L'opera è presentata dall'editore come "il primo vero libro di storia" su questo argomento. Che cosa si intende? "Diciamo che ho voluto scrivere un libro senza teoremi né dietrologie. Molti dei libri già scritti su questa vicenda mi lasciavano insoddisfatto: li trovavo scarsamente rigorosi, scritti senza gli strumenti metodologici propri dello storico, come la filologia e il controllo dei documenti. Il mio libro, che raccoglie tutto ciò che sul caso Moro sappiamo con certezza, è interamente basato su fonti documentali: gli scritti delle Br, gli atti giudiziari, i lavori delle Commissioni parlamentari, gli articoli della stampa, le memorie di politici e brigatisti che furono attori di questo dramma. E soprattutto il memoriale di Moro e le lettere da lui scritte durante la sua prigionia per chiedere al Governo di trattare con i suoi rapitori, liquidate sprezzantemente da politici e opinionisti che, in ragione della minaccia di morte che pendeva sul prigioniero, negavano ogni validità morale ai suoi scritti. La "pazzia" cui alludo nel titolo è quella che essi attribuivano al contenuto di quelle missive". Leonardo Sciascia, in "L'affaire Moro", rivendicò la dignità politica e morale di quelle lettere, liquidando la "linea della fermezza" come l'escamotage di una classe politica corrotta che coglie una tragica palla al balzo per darsi un'immagine di integrità. "Credo che le cose siano meno semplici. E' vero: la Dc, in altri casi, trattò per arrivare al rilascio di ostaggi. Lo fece per il magistrato D'Urso, lo fece per Ciro Cirillo. Ma nel caso di Moro sarebbe stato molto difficile, per la Dc, scegliere una linea diversa da quella della fermezza. E questo non tanto per il precedente del sequestro Sossi, quanto per l'atteggiamento intransigente assunto dal Pci, che aveva iniziato da poco a sostenere dall'esterno un governo Andreotti e che si considerava il primo nemico delle Br". Sergio Flamigni e altri hanno sostenuto l'esistenza di un complotto deciso ad alti livelli. "Beh, trovare Moro non era facile. Le Br allora erano molto ben organizzate". In questa storia i misteri esistono, però: pensiamo al 18 aprile. "Già. Appare un falso comunicato Br: annuncia che Moro è stato ucciso e gettato nel lago della Duchessa. La comparsa di questo documento imprime alla vicenda una fatale accelerazione, che chiude la porta ai tentativi dell'unico che abbia davvero tentato di mediare fra Br e Stato: lo stesso Moro. Se Moro fosse stato ascoltato e la trattativa fosse stata gestita da lui, la storia d'Italia avrebbe preso una piega imprevedibile". Chi c'era, secondo lei, dietro il falso comunicato? "Non ne ho idea: è il mistero più profondo di questi 55 giorni. E' certo, però, che le Brigate Rosse si rendono conto che c'è qualcun altro che sta cercando di intervenire nella partita. Questo le innervosisce e le spinge ad affrettare l'esecuzione della "condanna a morte" che avevano già deciso a maggioranza".

8 novembre 2002 - MORTE COL. BONAVENTURA: DAI GIORNALI
"La Padania"
Solo un malore "stronca" 007 del Mitrokhin?
Tra due settimane sarebbe stato ascoltato dalla Commissione parlamentare ROMA - La sua morte non poteva che scatenare dubbi, non poteva non imporre mille domande. Un personaggio così non se ne poteva andare in silenzio. E il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, 63 anni, per gli addetti ai lavori, era un personaggio di quelli "che incontri una volta ogni tanto". È morto per un malore, e tutto fa pensare, sostengono gli inquirenti da subito, che sia andata davvero così, nella sua casa del quartiere Trastevere a Roma. Nessuno dei vicini sapeva cosa facesse, era schivo, riservato ma sempre cortese: ieri hanno capito chi era. Era uno dei maggiori esperti dell'antiterrorismo, era il direttore dell'Ufficio analisi controspionaggio, terrorismo internazionale e criminalità del Sismi. Ma tutti lo ricordano all'anticrimine di Milano durante il periodo del generale Dalla Chiesa. La notizia della sua morte si è diffusa in pochi minuti e l'appartamento di via Bezzi è diventato improvvisamente un luogo di dubbi e perplessità. Gli inquirenti, dopo un sopralluogo di circa un'ora, sembrano certi di quello che dicono: il colonnello Bonaventura è morto per un malore, forse un infarto che lo ha colpito, con tutta probabilità, nelle prime ore della mattina. Tutto fa pensare -sottolinea uno di loro- ad una causa naturale. Il colonnello era in pigiama, accasciato accanto al letto, forse ha tentato di chiedere aiuto, visto che la cornetta del telefono era sollevata e adagiata tra il cuscino e il comodino. Tutto era in ordine, in metodico ordine, come sempre. Accanto al letto, su una poltrona, i vestiti che intendeva indossare e in casa ogni cosa al suo posto, i suoi ricordi, i libri, le decine di giornali che leggeva. Ma il dubbio ha comunque sfiorato e attraversato i ragionamenti di chi lo ha trovato senza vita, in pigiama, ed ha ricordato che con la sua morte spariva un investigatore che aveva incontrato nel corso della sua carriera le più importanti e controverse vicende di questo Paese. Acuto osservatore e "memoria storica" di almeno 20 anni di storia italiana. Il suo nome è legato alla vicenda del covo Br di via Montenevoso, scoperto durante le indagini del sequestro Moro, alle indagini sull'omicidio del commissario Calabresi. Fu proprio Bonaventura, all'epoca comandante del reparto antiterrorismo di Milano, a raccogliere le confidenze del pentito Leonardo Marino. L'ufficiale dei carabinieri avrebbe dovuto essere ascoltato tra due settimane dalla commissione d'inchiesta sul dossier Mitrokhin. Il colonnello doveva, in sostanza, illustrare a San Macuto l'attività svolta dalla prima divisione del Sismi ai tempi in cui era lui a guidarla, per capire modalità, tempi e problemi connessi all'arrivo ed alla gestione in Italia delle carte dell'archivista del Kgb. Un personaggio che impone quindi, ragiona un inquirente, di scandagliare a 360 gradi, avrebbe detto lui, e fugare così ogni minimo sospetto. Per questo oggi sarà effettuata l'autopsia, affinchè la sua morte non sia un altro mistero da aggiungere ai mille misteri con cui il colonnello Bonaventura si era imbattuto nel corso delle sue tante indagini. "Era un gentiluomo siciliano, d'altri tempi, di una umanità difficilmente riscontrabile, una persona fuori dell'ordinario". Così un amico di lunga data, ricorda il colonnello Umberto Bonaventura. Figlio di genitori benestanti di Catania, morti in un incidente stradale 25 anni fa, era legatissimo alla sorella, di 54 anni, che abita a Palermo, e alle due nipoti, una che vive nel capoluogo siciliano, l'altra che abita a Milano e in procinto di diventare avvocato. "Sulle nipoti aveva riversato un affetto da padre" racconta l'amico. A Catania, dove vivono gli zii, e a Palermo, l'ufficiale trascorreva le sue vacanze per fare anche qualche lungo viaggio con la famiglia della sorella. "Amava il mare e la sua terra. Nel suo appartamento romano, nel pianerottolo, aveva messo un grande fotografia dei faraglioni di Acitrezza. In casa, tre camere e cucina arredate con gusto sobrio, così come vestiva - ricorda l'amico - sui mobili aveva pietre di lava dell'Etna e i ricordi dei suoi viaggi nel mondo". Bonaventura non aveva una relazione sentimentale, in passato aveva avuto due storie, che però "aveva lasciato, travolto dal suo lavoro, che amava". E i colleghi e i dipendenti, con le loro mogli e i loro figli, erano diventati, ovunque egli fosse stato, la sua "famiglia allargata". Di loro si prendeva a cuore i problemi. "Mi ricordo che quando era a Milano all'anticrimine, ogni Natale, sotto l'albero, faceva trovare un regalo a tutti i figli dei carabinieri". Così come aveva instaurato, negli anni in cui era in prima linea sul fronte dell'antiterrorismo, un rapporto umano con i pentiti, "quando i pentiti non si pesavano a chilo", i quali ancora gli scrivevano o gli facevano avere loro notizie. Sul lavoro era "carismatico, aveva una capacità di comando unica, e non aveva bisogno di imporla, sia ai sottoposti sia ai superiori, perchè aveva una visione delle cose che andava dritta alla soluzione. Oggi, quando gli amici e i colleghi hanno saputo della sua morte, tutti stentavano a crederci, lui che non aveva mai avuto bisogno di andare da un dottore".

"Il Messaggero"
IL PERSONAGGIO
Da Calabresi alla lotta alle br
ROMA - Un gentiluomo siciliano d'altri tempi, solitario, puntuale, metodico, che viveva per il lavoro e forse conosceva la verità su alcuni dei grandi misteri d'Italia. L'immancabile sigaretta in bocca, gentile e sorridente ma molto riservato, il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura era nato a Catania il 20 ottobre di 63 anni fa. Una vita da single, senza hobby, nessun amico, niente contatti con i vicini della casa di Trastevere in cui pure viveva da nove anni. "Non mi sono mai sposato, la mia famiglia siete voi colleghi, mia sorella che vive a Palermo, le sue figlie, sua nipote, non ho nient'altro", diceva ai pochi con i quali talvolta si confidava al Sismi. Senza però mai fare cenno alle inchieste di cui si era occupato. Del resto il suo essere un uomo di poche parole era ormai una deformazione professionale obbligata, da protagonista dell'antiterrorismo e del controspionaggio.
Laureato in legge, ha iniziato a lavorare ai grandi casi a Venezia, dove ha indagato con altri colleghi veneti e friulani sulla strage di Peteano, in cui morirono tre carabinieri, una strage che dopo 30 anni ha ancora molti punti oscuri, nonostante la confessione del neofascista Vinciguerra. Negli anni di piombo era a Milano, al fianco di Dalla Chiesa. E proprio per conto del generale ha diretto la perquisizione al covo delle Brigate rosse di via Montenevoso durante il sequestro Moro, un capitolo tuttora misterioso. Nel '90, cioè ben 12 anni dopo quella perquisizione, nell'appartamento è stata infatti scoperta, nascosta dietro un tramezzo, la parte più importante del memoriale dello statista, di cui nel '78 non sarebbero state trovate tutte le pagine. E proprio Bonaventura ha spiegato due anni fa alla Commissione stragi di avere all'epoca prelevato dal covo gli originali del documento prima che li vedesse il magistrato, di averli fotocopiati e consegnati a Dalla Chiesa, per poi riportarli a via Montenevoso. E' stato il primo ad ammetterlo molti anni dopo l'omicidio di Dalla Chiesa, secondo i pentiti di mafia ucciso a Palermo nel 1982 proprio perché era a conoscenza di segreti sul caso Moro.
Bonaventura è anche l'uomo che nel luglio '88, da comandante del reparto antiterrorismo di Milano, ha raccolto per primo le confidenze di Leonardo Marino, che ha fatto condannare Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l'omicidio del commissario Calabresi. "L'ho incontrato tre volte, erano colloqui molto sofferti", ha detto qualche anno fa il colonnello, ricordando il pentito, la cui confessione è sempre stata contestata dagli imputati, che hanno anche accusato gli investigatori di averlo pilotato. Nel '92 il passaggio al Sismi, dove ha ricevuto dai servizi inglesi il dossier Mitrokhin, cioè le spinose carte dell'archivista del Kgb su cui il Parlamento ha aperto un'inchiesta.
Ro. San.

8 novembre 2002 - GLADIO E CASO MORO: PARLA IL "DOTTOR FRANZ"
da "Dagospia"
SERVIZI SEGRETI - VUOTA IL SACCO L'AGENTE INCARICATO DI PEDINARE LE BRIGATE ROSSE IN TRASFERTA A PRAGA...
Marco Gregoretti per il mensile GQ
Prologo. Cabras, terra di bottarga di muggine e di spiagge colorate, di boschi impenetrabili a picco sul mare e di cuniculi sotterranei scavati dai Fenici. È la Sardegna dell'oristanese: bella e poco uristica. Un sabato di settembre la sala del museo civico si popola di uomini con facce particolari, segnate dall'esperienza, circospette in ogni minima postura. Nascoste da Ray-Ban neri. Molti di questi, sebbene arrivino da diverse parti d'Italia, in passato si sono già incontrati. Si salutano con battute strane, chiamandosi per sigla. Efisio Trincas, il sindaco di Cabras, sta presentando alcuni scrittori locali. Quando pronuncia il titolo "Ultima missione", l'autore, Antonino Arconte, e la sigla G-71, quelle facce di agenti segreti, di ex agenti segreti, di uomini del controspionaggio italiano, si contraggono come per trattenere un: "G-71, sei tutti noi!". "Ultima missione" è il libro di memorie dell'agente segreto scovato due anni fa da GQ.
Più di 600 pagine sconvolgenti, con documenti inediti: da Gheddafi a Moro, da Bourghiba a Craxi, da Andreotti a Cossiga, racconta tutte le missioni segrete che lui (soldato della Marina militare, comsubin, gladiatore del super Sid) e altri militari in incognito hanno fatto in giro per il mondo per conto del governo italiano. G71 il suo libro se l'è scritto da solo, si è fatto da solo il progetto grafico, copertina compresa, e l'ha messo on line. Migliaia di copie vendute con il semplice tam-tam. Ammiratori in ogni continente, davvero. Posta elettronica intasata. E uno Stato, quello italiano, che lo perseguita e l'ha "cancellato" perché sa troppo e non vuole stare zitto. Ma questa è un'altra storia...
"Quello è del Sismi..."
Mescolato tra i tanti colleghi ed ex colleghi, vicino al buffet offerto dal comune di Cabras, c'è uno che ha l'aria di essere, oltre G71, il pezzo da novanta. Lo capisci da come tutti "gli spioni" si rivolgono a lui. È sicuramente sardo, ma può sembrare arabo o, perfino, non è uno scherzo, tedesco. Parla il dialetto sardo, si esprime in arabo, conosce un tedesco perfetto, il cecoslovacco, l'inglese, il francese e lo spagnolo. Per gli Stati Uniti è laureato in medicina e fa il dentista. Per l'Italia no: è un abusivo. I modi e il look non sono appariscenti, ma si percepisce il carisma. Avvicinarlo, pur essendo in una sala piccola, è difficile. Capita sempre qualcosa sul più bello: uno che lo chiama, un altro che "involontariamente" lo urta e il bicchiere cade per terra, il cellulare che squilla, ma nessuno risponde.
È lui, poi, che risolve la situazione: "So che le interessa sapere qualcosa sulle nuove Brigate rosse. Che poi sono le vecchie: non è cambiato nulla". Sussurra: "Sono Franz. Il dottor Franz. Per i servizi segreti di mezzo mondo questo nome di battaglia vuol dire qualcosa. Ma qui c'è troppa gente, non mi fido. Ci vediamo domani ad Alghero". Ma chi è il dottor Franz? "Un bravo dentista", dice lui. Ci vuole proprio una gitarella ad Alghero. Seduti intorno al tavolo della cucina, nell'appartamento di un amico che non c'è, Franz sembra più tranquillo. L'inizio del racconto è assai umano: "Sono entrato nei servizi segreti italiani per amore. Per amore di una donna dell'Est". Fino a quel momento Franz era un mozzo che lavorava sulle navi e guadagnava molto bene per i primi anni Settanta: un milione e mezzo al mese. "D'altronde dovevo mantenere una famiglia numerosa (mamma, due fratelli e tre sorelle), che dopo la morte di mio padre non aveva alcun sostegno".
"Ho visto Franceschini in Cecoslovacchia"
Girando per il mondo conosce la figlia di un colonnello della Stasi, che vive in Cecoslovacchia. "Appena rientravo da un viaggio in nave, la raggiungevo al suo Paese. Così ho imparato la sua lingua e soprattutto a muovermi con grande disinvoltura in uno Stato così vicino, ma anche così lontano". Nel 1974 la proposta indecente. "Ero in via Colli della Farnesina, a Roma. Stavo bevendo qualcosa al bar vicino all'ambasciata. Mi avvicinano due tizi che non conoscevo. Che, invece, di me sapevano tutto. Uno era Antonio La Bruna, incaricato dal Sid di ingaggiare personale civile. Non sapevo che fosse la Gladio. Mi chiedono se voglio collaborare. Se voglio entrare nei servizi segreti. "Ci pensi un paio di mesi", mi dice La Bruna con garbo, "poi mi chiami a questo numero"".
Franz è un freddo. Passionale, ma freddo. Gli offrivano un milione al mese fisso per fare quella che lui riteneva una vacanza: vivere nel Paese della sua donna. "Dopo due mesi ho accettato. La Bruna mi ha convocato a Roma, in via XX settembre, presso l'ufficio decimo. E mi ha affidato i compiti: pedinare i terroristi che dall'Italia andavano in Cecoslovacchia per addestrarsi. L'ho fatto per cinque anni. Anche dopo il rapimento Moro. Ogni volta La Bruna mi chiamava da un telefono pubblico. Mi convocava. Mi segnalava tipo di macchina, targa e luogo di partenza... Neanche mia madre sapeva nulla".
Per esempio. Il furgoncino targato... parte da Padova alle ore... "Io mi mettevo dietro. Lo seguivo, fino a Linz, alla frontiera austriaca con la Cecoslovacchia. Avevo notizia di chi proseguiva il pedinamento dopo di me, per non rischiare di perdere i terroristi al posto di blocco. Oppure li prendevo io a Ceske Budejovice, la prima città in Cecoslovacchia e gli stavo addosso fino a Brno. I campi di addestramento erano a Carlovi Vari, oppure vicino a Brno, a Litomerice, a ovest di Praga. Ufficialmente erano delle terme. Già, perché magari, dopo qualche rapina fatta in Italia, dovevano riposarsi un po'...".
Una bomba! Francesco Cossiga ha appena detto, a proposito delle Brigate rosse, che non esiste alcuna connessione internazionale, che sono un fenomeno soltanto italiano. Ipotesi confermata anche dalle dichiarazioni di Mario Moretti e di Paolo Persichetti, l'ex Br recentemente estradato dalla Francia. Dottor Franz, ma lei è certo di quel che dice? "Io li ho pedinati e fotografati. Anche dopo il rapimento e l'uccisione dell'onorevole Aldo Moro. So da chi compravano le armi e l'esplosivo. Li ho visti entrare nei ristoranti popolari, mangiare senape e würstel. Li ho visti che si beccavano qualche cameriera. Non solo per copertura. Li ho visti parlare con i loro addestratori, tutti agenti del Kgb e con i terroristi della Raf, dell'Eta, e quelli libici. Noi seguivamo i loro. La polizia ceka seguiva noi. Come mai? Direi a Cossiga che ho lavorato per il mio Paese in condizioni difficili: pedinare in Cecoslovacchia un terrorista che ha la copertura del Kgb è quantomeno arduo. Non parlo a vanvera: il materiale scritto e fotografico io l'ho regolarmente spedito in Italia o consegnato ad agenti italiani. Uno, Tano Giacomina, è morto in uno strano incidente. Due mesi fa mi ha cercato Franco Ionta (il magistrato che indaga sul delitto Moro, ndr). Ho parlato con un maresciallo dei Ros, il reparto operativo speciale dei Carabinieri. Ma non è successo nulla".
Incredibile: sono documenti che provano l'esistenza di un collegamento tra colonne delle Br e servizi segreti stranieri. E nessuno fa niente. Nomi? "Niet". Franz, dai. "Guardi che è pericoloso. Perché io ho pedinato e seguito gente che non è mai stata arrestata...". Qualcuno di quelli arrestati può dircelo? "Per esempio Alberto Franceschini. L'ho seguito e l'ho segnalato. Quindi non è vero, come è stato detto, che lui arrivava dalla Germania dell'Est. Lui arrivava da Praga. L'ho visto recentemente, in tv. Com'è cambiato: sembra un professore".
Franz a Praga prende una casa in affitto da un dissidente: tra i suoi compiti c'era anche quello di aiutare gli oppositori o i perseguitati dal regime a scappare in Occidente. Per farlo rischia la vita. "Un giorno La Bruna mi dice: scusa, ma perché non metti su a casa tua uno studio dentistico come attività di copertura? Avevo molti pazienti. Anche la mia donna. Che essendo figlia di un generale della Stasi, mi dava un sacco di notizie... Per tutti diventai il dottor Franz. In realtà ero il responsabile della base di Gladio in Cecoslovacchia. La parola d'ordine era: ho male al dente numero...".
"Ieri si chiamava kgb, oggi Mafia russa"
Questo pezzo di racconto è da shock. Sono le 11 di mattina e Franz si è già fumato mezzo pacchetto di sigarette. Nella sua mente investigativa si susseguono i pensieri. Spegne l'undicesima cicca. E dice secco: "È da un mese e mezzo che hanno ricominciato a minacciarmi. A farmi certi discorsetti via e-mail. Fanno così, "loro". Poi, bum-bum. E tu sei morto. Come è successo a quei due, D'Antona e Biagi. E Landi, quella specie di hacker che aveva scoperto troppo. Suicidato, ma va'... Io i miei figli voglio vederli crescere in diretta. E non dall'alto dei cieli. Non voglio fare una brutta fine ed essere consolato da un ministro che si dimette. Ora mi sono rotto".
Dietro la facciata aggressiva, strafottente e ironica, adesso si legge tanta paura. "Guardi, io lo so per certo: sia D'Antona che Biagi avevano ricevuto un sacco di minacce. Tutti e due stavano indagando sulla provenienza degli attacchi minatori. Avevano scoperto i mittenti. Sapevano chi sono i terroristi e chi li protegge. Ma sono stati fatti fuori". Franz racconta un fatto davvero inquietante che riguarda il presunto strano suicidio (giovedì 4 aprile 2002) del tecnico informatico Michele Landi. "Poco prima di morire aveva mandato un'e-mail a un mio amico che era nei servizi con me. C'era scritto che aveva scoperto la provenienza delle rivendicazioni dell'omicidio Biagi. Arrivavano dal computer di un ministero".
Ecco perché ha paura il dottor Franz: lui sa tutto quello che sapevano le tre persone uccise. E forse anche molto di più. Sa per esempio nomi e cognomi. Conosce le connessioni internazionali. Su un fatto il nostro uomo è certo: "Dietro ci sono sempre gli stessi. Ieri si chiamava Kgb. Oggi si chiama mafia russa. Il terrorismo non può vivere senza una potenza alle spalle. E il disfacimento dell'Urss ha fatto sì che fosse messo in vendita l'arsenale di una superpotenza".
"Loro" sarebbero ex agenti del Kgb, che nel frattempo sono diventati miliardari della mafia russa, che partecipano al gioco mondiale della destabilizzazione finanziando e fornendo armi ai terroristi occidentali. "Che agiscono insieme ai terroristi islamici: niente è cambiato. Ho visto documenti esplosivi che lo dimostrano. Come quello che riguarda il mitico Sciacallo. Non ci sono nuove Br, nuova Eta, nuova Ira. Ci sono Br, Eta e Ira. Usano le armi di ieri e l'esplosivo di ieri: i kalashnikov e il Semtex, fabbricato, guarda caso, in Cecoslovacchia. L'unica differenza è che hanno stretto un patto d'acciaio tra loro". Tanta paura? "Sì, ma anche lei deve averne: le ho parlato di fatti che non ho voluto dire neanche ai Ros".
"LIBERIAMO MORO!". MA MORO NON ERA ANCORA STATO RAPITO.
Davvero, sono documenti esplosivi. Il primo, come potete leggere, cambierebbe la storia recente dell'Italia. G-219 (il colonnello Mario Ferraro), ha ricevuto da G-71 una busta contenente cinque passaporti in bianco e questo ordine da consegnare a G-216, capostazione Sid di Beirut, colonnello Stefano Giovannone. G-219 è stato trovato "suicidato" alla porta del bagno; G-216 è morto nel 1985 in uno strano incidente. G-71 è vivo per miracolo. Nel documento si chiede di avviare contatti con terroristi mediorientali per ottenere informazioni per liberare Aldo Moro. Soltanto che la data è: 2 marzo 1978. E Moro è stato rapito il 16 marzo. Che significa? Era un estremo tentativo di evitare il sequestro? L'altro documento, sempre datato 2 marzo 1978, è inviato alle stazioni del Sid di diverse città: l'ordine è cercare e, se serve, uccidere Carlos - Lo Sciacallo. Non è stato né trovato né ucciso. Quindi, secondo le fonti di GQ, era già a Roma a preparare il rapimento di Moro. Carlos è venezuelano. Come la targa di un'auto vista in via Fani il 16 marzo 1978.

8 novembre 2002 - MORTE BONAVENTURA: ACCAME, ORA PROTEGGERE ALTRI A RISCHIO
ANSA:
la morte del colonnello Umberto Bonaventura, del Sismi, occorre assegnare una protezione anche domiciliare a tutti coloro che sono a conoscenza di particolari segreti, in particolare agli agenti Ossi (operatori speciali dei servizi segreti chiamati anche Sezione K) ed a quelli della Gladio militare. A sostenerlo e' Falco Accame, presidente dell' Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate). Secondo Accame, "la deposizione del colonnello Bonaventura alla commissione Mitrokhin avrebbe certamente riportato in evidenza il contenuto delle carte di Moro rimaste segrete. E' dunque attorno a questo tema che occorre centrare l' attenzione, perche' il colonnello era certamente una delle persone che di tali carte era a conoscenza, come lo erano Pecorelli ed il generale Della Chiesa". Il segreto delle carte di Moro, rileva il presidente dell' Anavafaf, "consisteva nel fatto che nell' ambito dei servizi segreti e di Gladio esistevano degli operatori armati in contrasto con quanto previsto dalla Costituzione, tanto che due recenti atti della magistratura hanno considerato come eversive all' ordine costituzionale le operazioni degli Ossi". Di questo corpo speciale, prosegue, "erano a conoscenza persone che in essi avevano operato, come il maresciallo Vincenzo Li Causi, che mori' in Somalia colpito da una pallottola vagante, proprio prima che deponesse ad un processo. E' dunque ovvio - conclude - che la morte di Bonaventura in prossimita' di una deposizione importante non possa non far riaffiorare una serie di interrogativi che mai hanno avuto una risposta".

8 novembre 2002 - MORTE BONAVENTURA: AUTOPSIA CONFERMA CAUSE NATURALI
ANSA:
Il colonello dei carabinieri Umberto Bonaventura e' morto per cause naturali. Sono i medici legali dell' istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli, al termine dell'autopsia, durata circa tre ore, a confermare che l' ufficiale del Sismi e' morto dopo essere stato colpito da un infarto o, forse, da un ictus, mentre era a letto, nel suo appartamento nel cuore di Trastevere, a Roma. I primi accertamenti consegnati, in serata, al pm Angelo Ferri hanno quindi escluso "ogni forma di morte violenta", rimandando ad un referto piu' completo quando saranno terminati gli esami tossicologici e quelli istologici. Entro questa sera il sostituto procuratore, che ieri aveva avviato gli accertamenti, ritenuti comunque "un atto dovuto", dovrebbe firmare l'autorizzazione per il rilascio della salma e permettere cosi' i funerali. Il rito si svolgera' domani alle 10 nella Scuola Allievi Ufficiali, in via Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il colonello Bonaventura sara' seppellito nella cappella di famiglia nel cimitero di Catania.

10 novembre 2002 - CASO MORO: ANCORA SUL LIBRO DI CLEMENTI
"Liberta'"
Il sequestro Moro entra nella storia
Marco Clementi presenta il suo libro basato solo su documenti
Interessato da sempre al caso Moro, Clementi decide di applicare il metodo storiografico, oggettivo e asettico, ad una vicenda di cui tanti hanno cercato senza successo di chiarire gli innumerevoli lati oscuri. Il suo approccio storico alla vicenda consiste nell'evitare contatti diretti con le fonti - brigatisti, politici, parenti di Moro - ancora in vita, considerando irrilevante ai fini della ricerca ogni illazione e voce di corridoio a riguardo, focalizzando la sua attenzione esclusivamente sull'analisi del materiale documentale ufficiale a disposizione, sulle lettere di Moro e sui comunicati-stampa dei brigatisti nel periodo della sua prigionia. In sei mesi scrive il libro, ricostruendo i 55 giorni trascorsi dal rapimento di Moro al ritrovamento del suo cadavere, soffermandosi sui momenti più importanti e sugli aspetti ancora controversi del caso. Dopo aver evidenziato la svolta interna alle Brigate Rosse in seguito al rapimento Sossi, la decisione di passare dalla propaganda armata all'attacco al cuore dello stato, l'idea di rapire un personaggio politico di spicco, da scegliere tra Andreotti, Moro o Fanfani, Clementi prosegue ricostruendo le fasi concrete del sequestro e le immediate conseguenze politiche: l'attentato in via Fani ai cinque uomini della scorta, l'incontro dei cavalli di razza della Dc alla Camilluccia per decidere la linea dura contro le Br, il depistaggio del lago della Duchessa, la scoperta del covo di via Gradoli in cui dormiva Mario Moretti, le lettere-testamento del presidente democristiano, inizialmente fiducioso, poi sempre più consapevole di essere stato abbandonato dallo Stato al suo destino, la votazione a maggioranza delle Br per l'esecuzione di Moro ed il ritrovamento del suo corpo nel baule di una Renault 4 parcheggiata a metà strada tra Piazza del Gesù e Botteghe Oscure. Solo a lavoro ultimato Clementi decide di lasciarsi condizionare dall'attualità degli avvenimenti di cui si è occupato: va in via Fani, la piccola strada in cui i terroristi hanno atteso Moro e ucciso gli uomini della scorta, entra in contatto con i brigatisti che tennero prigioniero lo statista, e fa leggere loro il libro. Da loro ottiene la conferma di aver compiuto una ricostruzione fedele alla realtà, tranne in un unico particolare: contrariamente all'ipotesi di Clementi, che riteneva possibile l'incontro di Moro con un sacerdote, durante la sua prigionia i brigatisti non gli permisero mai, nemmeno in punto di morte, di vedere nessuno. di ALESSIA STRINATI Trentasette anni,