Caso MORO:
ultime notizie
7 settembre
2002 - UCCISIONE CALABRESI: ARCHIVIAZIONE PER MORUCCI
"Il Giorno"
Calabresi-bis, niente prove su Morucci
È destinata a finire in archivio l'inchiesta
che vede indagato l'ex brigatista Valerio Morucci per l'omicidio del commissario
Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio del '72 a Milano (come responsabili
del delitto sono stati condannati definitivamente i tre leader di Lotta
Continua Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani).
Il pm Massimo Meroni ha chiesto infatti l'archiviazione
del procedimento a carico di Morucci, nato nel '98 dalle dichiarazioni
di un brigatista pentito, Raimondo Etro, davanti al pm di Roma Franco Ionta
e Antonio Marini che indagavano sull'omicidio di Aldo Moro. Durante le
indagini milanesi si scoprì, però, che il nome di Morucci
come autore dell'omicidio Calabresi era già stato fatto nell'82
alla Commissione Parlamentare stragi da un'altra brigatista, Emilia Libera.
Gli inquirenti milanesi non hanno mai potuto interrogare, in quanto le
autorità del Nicaragua non l'hanno mai consentito, la presunta "fonte"
di Etro: quel Massimo Casimirri condannato a 11 ergastoli per vari delitti
degli anni di piombo e per la sua partecipazione al sequestro Moro e riparato
in America Centrale.
Per due volte, la prima come indagato in procedimento
connesso, la seconda come testimone i pm milanesi hanno cercato di interrogarlo
senza riuscirci.
7 settembre 2002 - LA VICENDA FALLARINO-CASATI
STAMPA
"Il Tempo"
Il marchese Camillo Casati Stampa uccide la moglie
e l'amante. Poi si spara Dopo la tragedia esce allo scoperto una torbida
storia di sesso e di perversioni di LUIGI LOCATELLI e SERENA PURARELLI
NELLA pinacoteca del Quattro e Cinquecento che
arreda Villa San Martino ad Arcore, secondo Vittorio Sgarbi il pezzo più
bello è il ritratto di Anna Fallarino, opera di Pietro Annigoni,
l'italiano ritrattista ufficiale della Regina Elisabetta d'Inghilterra.
Nei primi anni '70, Silvio Berlusconi ha acquistato la villa, divenuta
la sua residenza, dall'unica erede di Camillo Casati Stampa marchese di
Soncino, la figlia Anna Maria, all'epoca minorenne e assistita da un tutore
legale per la gestione dell'immenso patrimonio di famiglia.
Con sei cartucce da cinghiale sparate da una
carabina da caccia Browning calibro 12, alle 19 del 30 agosto 1970, il
quarantatreenne marchese Camillo aveva ucciso, nel salone della sua lussuosa
abitazione di via Puccini 9, affacciata su Villa Borghese, la moglie Anna
Fallarino, 41 anni portati splendidamente, e il suo giovane amante, Massimo
Minorenti.
Poi si era tolto la vita, concludendo drammaticamente
in una domenica di fine estate un matrimonio molto particolare.
La sera prima Camillo è a Valdagno dai
conti Marzotto, Anna è a Roma con Massimo. Stanno per cenare quando
Camillo chiama la prima volta. È contrariato dalla presenza in casa
sua di quel venticinquenne studente di Scienze Politiche e dei suoi amici.
Fino a notte alta si susseguono le telefonate, nell'ultima, la più
drammatica, Camillo dal lontano Veneto caccia di casa moglie ed amante,
minacciando di tornare a Roma e ammazzarli. "Ci vediamo domani sera con
Massimo" intima. Sotto un violento acquazzone, verso le due del mattino,
la coppia si rifugia in casa di Cesare Marangoni, un amico di Massimo.
Anna è terrorizzata, conosce la durezza violenta di cui suo marito
è capace. La notte trascorre tra sigarette e caffè, confabulando
sul da farsi. All'alba di domenica Camillo parte per la prevista battuta
di caccia, poi rientra a Roma. Arriva verso le 18, si cambia, siede in
pantofole nel salone sorseggiando una spremuta di pompelmo con ghiaccio.
Legge la lettera che Anna ha lasciato per lui
al maggiordomo Felice: chiede perdono, promette di rompere definitivamente
con Massimo. Camillo ordina al domestico di convocare la moglie, venga
immediatamente insieme all'amante per un chiarimento.
Il suo tono imperioso dovrebbe mettere in allarme
Anna: è sintomo inequivocabile dell'ira e del disprezzo di suo marito,
che non parla mai direttamente con chi ritiene inferiore.
La donna e il ragazzo si avviano all'appuntamento
sulla Cinquecento di Marangoni che segue guidando la Rover 3000 di Anna
e resterà sotto casa. In attesa del loro arrivo, Camillo scrive
sul foglio di un calendario porno poche parole per Anna: "Muoio perché
non posso sopportare il tuo amore per un altro uomo. Quel che faccio lo
devo fare. Perdonami. E qualche volta vienimi a trovare".
Sembra intenzionato ad uccidersi. Nella stanza
piena di animali imbalsamati sue prede, sceglie una carabina da caccia,
la carica con cinque colpi. Quando Massimo e Anna arrivano Felice chiude
la porta del salone alle loro spalle: l'ordine del marchese è di
non disturbare per alcun motivo. Non c'è nessun chiarimento.
Seduta sul divano con le gambe incrociate e distese
su uno sgabello, Anna viene fulminata dal primo colpo. La troveranno così,
con una espressione di stupore sul viso, una macchia rossa sulla camicetta,
il petto squarciato. Massimo tenta un inutile riparo dietro ad un tavolino,
cade colpito alla schiena e alla nuca. Camillo carica altre due cartucce,
poggia il fucile su una poltrona, il mento sulla canna e spara.
Passano più di due ore prima che il maggiordomo
apra la porta e un medico possa constatare la morte di tutti e tre.
In Questura si pensa dapprima ad una rapina finita
tragicamente ma la lettera di Camillo, il suo diario, le testimonianze,
chiariscono i fatti. Per la polizia è un caso semplice.
Per i media una storia clamorosa: i particolari
scabrosi del menage riempiono le pagine dei rotocalchi. A scandalizzare
un'Italia ancora pudica non è il classico triangolo marito-moglie-amante
ma la pubblicazione di stralci del diario di Camillo e di alcune delle
oltre 1500 foto Polaroid da lui scattate alla moglie nelle pose più
audaci o durante incontri occasionali che testimoniano i vizi di una coppia
troppo perversa e troppo ricca, con un patrimonio calcolato, all'epoca,
in 400 miliardi.
L'omicidio-suicidio di Via Puccini suscita sdegno
più che scandalo: quell'anno difficile e confuso il pane costa 180
lire al chilo, il latte 130 al litro, la benzina 160, un giornale 70 lire.
Una famiglia tedesca vive con 170.000 lire mensili, una italiana ha in
media la metà. Nei 6 paesi del Mercato Comune l'Italia ha i prezzi
più cari in 15 prodotti alimentari su 18 esaminati. Per risparmiare,
16 maschi su 100 non vanno mai dal barbiere: è la percentuale più
alta d'Europa. Lo choc della strage di Piazza Fontana e dell'autunno caldo
del '69 non sono riassorbiti, la Dc si divide e dopo 4 mesi cade il terzo
Governo Rumor mentre continuano gli scioperi in tutti i settori pubblici
e privati. A Genova viene sequestrato il giovane Sergio Gadolla dalla banda
"22 ottobre" di estremisti di sinistra. Sarà liberato con 200 milioni.
Nascono le Brigate Rosse, nelle grandi città sono frequenti gli
scontri violenti tra il movimento studentesco e i giovani di estrema destra.
Il 1970, l'anno dello Statuto dei lavoratori e delle Regioni a statuto
ordinario, si conclude con l'introduzione del divorzio. La pietà
popolare non è per la coppia Casati Stampa ma per Massimo, figlio
di un pensionato Gescal, che ha pagato con la vita il tentativo di conquistarsi
senza gran fatica un posto nel mondo dorato di Anna. Un ragazzo assolutamente
insignificante, secondo Camillo, che "se non avesse i capelli che lo camuffano
sarebbe proprio zero", con il quale lei ritrovava quel mondo più
vero da cui proveniva.
Coetanea di Gina Lollobrigida, nata nel 1927
in un paesino della provincia di Benevento, abbandonata a tre anni dalla
madre fuggita con l'amante, Anna si trasferisce a Roma nel '45, ospite
di uno zio maresciallo di Pubblica Sicurezza.
È bella e trova subito un fidanzato, Remo,
che la vorrebbe sposare se i suoi genitori, macellai in via del Lavatore,
sotto al Quirinale, non si opponessero. Commessa, modella e comparsa nel
film "Totò Tarzan", a vent'anni incontra un giovane ingegnere di
famiglia ricca, Peppino Drommi, che la sposa. Anna ha occhi verdi, capelli
scuri, un corpo moderno e classico al tempo stesso, nervoso e procace,
agile ed opulento, che veste nelle sartorie più prestigiose, frequenta
i salotti più mondani. Il matrimonio dura dieci anni e si chiude
nel 1958 dopo una zuffa a Cannes scatenata dalle eccessive attenzioni per
lei del più famoso play boy internazionale dell'epoca, Porfirio
Rubirosa. Dopo il primo pugno sferrato al rivale accorre in aiuto di Peppino
il suo amico Camillo Casati Stampa, presente alla serata con la moglie
Lidia.
Anna è impressionata da questa difesa
impetuosa. Anna e Camillo si separano dai rispettivi coniugi, ottengono
a tempo di record dalla Sacra Rota l'annullamento dei matrimoni e un anno
dopo si sposano. Camillino, discende da un antico e nobile casato, i suoi
antenati sono la Monaca di Monza dei Promessi Sposi Virginia de Lleyda,
Gabrio Casati Presidente del Governo Provvisorio Lombardo dopo le 5 Giornate
di Milano, Alessandro Casati, più volte ministro del Regno. È
alto, stempiato, un naso pronunciato, di aspetto nobile e severo.
È ricchissimo. Ha liquidato la prima moglie
con 600 milioni, una cifra esorbitante, possiede tra l'altro l'intera isola
di Zannone, vicino a Ponza, tenute, immobili, azioni. Alle sue passioni
di sempre, la caccia e l'enigmistica, si aggiunge ora quella per una moglie
bella e complice nei suoi vizi.
"Anna è stata splendida, ha capito subito..."
annota sul suo diario all'indomani della prima notte di nozze. Si riferisce
all'amplesso che la moglie ha avuto sotto la doccia con un cameriere dell'albergo
che lui stesso ha invitato in camera. Camillo "rimorchia" sul litorale
romano sconosciuti, militari e ragazzi, disposti per soldi ad accoppiarsi
con lei mentre lui guarda e fotografa. Sul diario riporta ogni dettaglio,
compresi i compensi corrisposti ed il rapporto prezzo/qualità: "Oggi
Anna mi ha fatto impazzire di piacere. Ha fatto l'amore con un soldatino
in modo così efficace che da lontano anch'io ho partecipato alla
sua gioia. Mi è costato trentamila lire, ma ne valeva la pena".
Per il resto i coniugi Casati Stampa conducono
una normale vita da ricchi: viaggi, vestiti, feste. Alle prime alla Scala
Anna compare con abiti sontuosi e castigati. Nessuno sospetta le abitudini
particolari della coppia. Forse neanche Massimo Minorenti. Anna lo ha conosciuto
a una festa agli inizi del '70 poco dopo un intervento per l'asportazione
di un tumore al seno, che incide sulla sua bellezza e segna il suo stile
di vita. Il rapporto con Massimo è diverso da quelli che la legano
al marito e di cui ora avverte la pericolosità.
Camillo è crudele ed arrogante, capriccioso
ed isterico, abituato ad avere tutto, a prendere tutto. Possiede il corpo
di Anna con gli occhi e con la Polaroid e lei ne è appagata.
Quando lei concede anche il suo cuore al giovane
Massimo per Camillo è la delusione. Schifato, spossato, trova solo
la forza di sparare, come nelle sue riserve di caccia. Con l'ultimo colpo
si fa saltare la faccia, un orecchio finisce sulla cornice di un quadro.
I corpi di Anna e Camillo riposano l'uno accanto
all'altro a Muggiò, nella tomba di famiglia. C'è anche Lidia,
la prima moglie, morta di cancro poco dopo l'annullamento del matrimonio.
Massimo è nel cimitero di Guidonia. Al
Verano non c'era posto.
Nota dell' "Almanacco dei misteri d' Italia":
nel libro intervista "Brigate rosse - una storia italiana", alla domanda
"E' vero che sei stato mantenuto agli studi da una signora del luogo",
Mario Moretti risponde:"Non era del luogo, era la marchesa Casati di Milano
che molti anni dopo sarebbe morta per una tragica vicenda sentimentale.
Avro' visto questa donna un paio di volte in tutto, posso dire soltanto
che fu molto generosa".
8 settembre 2002 - INTERVISTA AL GIUDICE FRANCESCO
AMATO
"Il Messaggero
Lavoro, hobby, "inquietudini" e inchieste di
Francesco Amato, 71 anni, presidente della prima Corte d'Assise di Roma
di LUCA LIPPERA
Perché l'assassino uccide?
"Per turbamento passionale, per interesse economico,
per follia... Non è possibile penetrare nei meandri della psiche
del colpevole. Ma credo che nessun uomo possa tout court essere definito
cattivo: cattive, semmai, sono le sue azioni".
Ha mai pensato, dopo una condanna, d'aver sbagliato?
"E perchè solo dopo una condanna? Anche
le assoluzioni possono essere frutto di errore giudiziario: non le pare?".
La sua gatta, Temi, nome d'una dea della Giustizia,
fa le fusa sulla scrivania e di sicuro condivide ("Ecco, vede? Ci prendiamo
a "capocciate": così, bom!, in segno d'intesa..."). Francesco Amato,
71 anni, da sette presidente della I Corte d'Assise di Roma, magistrato
del delitto Moro e del Rogo di Primavalle, poi giudice delle Brigate Rosse,
della strage alla Sinagoga e del caso Marta Russo, le domande di solito
le fa, non le "subisce". Se cercate risposte che spiazzano un po', se volete
vedere all'opera un romano dal sorriso apparentemente bonario che potrebbe
rifilarvi il carcere a vita, il posto è via dei Gladiatori, vicino
allo Stadio, aula-bunker del Foro Italico. Lì il presidente, origini
in Sicilia, autore di libri, eccentrico quanto si vuole, ma brillante e
arguto come pochi, amministra la Legge, un processo dopo l'altro, e non
sempre è una passeggiata.
Di Roma e dei suoi drammi, Amato, migliaia di
procedimenti alle spalle, successore di Severino Santiapichi, forse sa
come nessuno. Era il 27 agosto del 1970 quando, da giudice istruttore (allora
si chiamava così), dovette occuparsi della tragedia di Livio Davani,
il fotoincisore che gettò nel Tevere il figlio nato focomelico.
Tre anni più tardi, il 16 aprile del 1973, la macchina della giustizia
gli affidò le indagini sull'assassinio, a Primavalle, dei fratelli
Virgilio e Stefano Mattei.
"E credo, al proposito, di detenere un singolare
primato - dice - Quello delle minacce. Morirono bruciati vivi, nel loro
modesto appartamento, i figli del segretario della locale sezione del Msi.
Un certo giornale ("Potere Operaio", ndr) distribuiva in omaggio una cartolina
indirizzata a me. Ne ricevetti migliaia. I più "dotati" me le spedivano
in busta con cartucce di pistola. Mi si accusava, nel testo prestampato
sul retro, di tenere dentro l'imputato (Achille Lollo, poi definitivamente
condannato per la strage) "perchè comunista". Seguiva una promessa:
"Niente resterà impunito", lo slogan poi ripreso dalle Brigate Rosse".
Il terrorismo: estrema destra ed estrema sinistra:
in cosa erano diverse?
"C'erano, fra i due terrorismi, "rosso" e "nero",
differenze e coincidenze. Molti erano gli affiliati alle organizzazione
"rosse", pochi alle "nere". I "rossi" avevano un programma politico quanto
mai confuso ma pur sempre un programma, i "neri" nessun obbiettivo da indicare
se non quello nichilista dell'attentato mortale. I "rossi", per tacitare
le loro coscienze, espletavano lunghe "inchieste" contro le vittime, gli
altri passavano, senza lungaggini, all'esecuzione. Somiglianze? Agivano
entrambi contro il sistema democratico con il terrore, senza alcun rispetto
per la dignità umana".
Ma lei? Da dove viene?
"Sono nato a Messina. Mio padre era un soldato
con qualche medaglia di metallo prezioso, mia madre un'intellettuale che
amava Tolstoj. Di recente, la Sicilia mi ha fatto un grande onore: la cittadinanza
onoraria di Floridia, paese della mia famiglia paterna".
È sposato? E dove abita?
"Mia moglie è un'insegnante di scuola
elementare. Ho due figli: la ragazza studia sociologia, il giovane ha vinto
il concorso da uditore giudiziario. Dove abito? Oddio: quando faccio lo
snob dico che sto nei pressi di via Aurelia Antica. Se sono realista...
dalle parti della Pisana".
Segreti del giudice Amato: il piatto preferito?
"L'mpanatigghia, un pasticcino di cioccolato,
carne tritata e zucchero, tipico di Modica, in Sicilia".
C'è qualcosa, nell'atteggiamento, nei
toni della voce, che le fa capire se una persona mente o dice la verità?
"Robespierre, durante la Rivoluzione francese,
in un discorso tuonò: "Chi trema è colpevole!". Era un'affermazione
per impaurire i membri della Convenzione. Quelli si spaventarono a tal
punto, che dopo un po' gli tagliarono la testa. Il balbettio, il tremito
delle mani, le titubanze sono tutti aspetti comportamentali di per sé
ambigui e inutilizzabili. Il colpevole potrebbe avere un carattere che
gli permette perfettamente di controllarsi, un innocente emotivo no".
Di quali delitti si occupa una Corte d'Assise?
"I più gravi: omicidio, strage, riduzione
in schiavitù, spionaggio politico e militare, insurrezione armata
contro i poteri dello Stato...".
Ha mai ricevuto lettere da un condannato o da
qualcuno assolto?
"Qualche volta sì. Ma non ci sono mai
state frasi offensive. Una persona, per anni, mi ha inviato per Pasqua
gli auguri. Da un po' la consuetudine si è interrotta. Forse è
successo qualcosa e me ne dispiace. Dunque: lettere, cartoline... ma anche
un libretto di poesie di Carlo Fioroni. Fioroni apparteneva all'area dell'eversione
di sinistra e faceva parte del gruppo, milanese, responsabile del sequestro
e della morte di Carlo Saronio. Fu lui il primo pentito. Dopo, ne vennero
tanti. Ma Fioroni lo fu nel significato proprio: provava rimorso per le
azioni compiute e allora non c'era alcuna normativa a favore dei collaboratori".
Com'è iniziata la passione per la toga?
"La parola "passione" la lascerei agli innamorati.
Anche il termine "missione" non mi piace. Diffidare del magistrato che
afferma che la sua è "una missione": quello del giudice è
un mestiere come tanti altri, che va svolto con onestà, scrupolo,
pazienza, modestia e massimo rispetto della dignità altrui".
A casa parla mai dei processi
"Solo se interrogato e con molte reticenze. Qualche
volta mi avvalgo della "facoltà di non rispondere"".
Cosa legge, se legge, la sera prima di dormire?
"Perché di sera? Leggere non è
mica un sonnifero. Quando posso leggo a qualsiasi ora: "L'Elogio della
pazzia", il "Cantico delle Creature, i testi di Storia, per meglio comprendere
la caducità delle cose, i romanzi di Giancarlo De Cataldo (il giudice
a latere di Amato, ndr) e il capolavoro di Collodi, "Pinocchio", che dovrebbe
essere adottato come libro nelle Facoltà di Giurisprudenza".
Pinocchio?
"Perché no? Sarebbe un'ottima integrazione
alla studio di "Diritto Penale". A parte che non è noioso, come
lo sono buona parte dei trattati di diritto, la storia è cadenzata
da una sequela di azioni illegali: ingiuria, lesioni personali lievi e
gavissime, truffa, tentato omicidio, rapina, riduzione in schiavitù...
A Carlo Lorenzini, l'autore, avrei suggerito un altro titolo: "Le avventure
di Pinocchio, ovvero le scorribande di un monello nel diritto penale".
Lei scrive libri: come "dipingerebbe" un presidente
di Corte d'Assise?
"L'ho fatto nel libro "Dentro la Corte", edito
da Cedam. Se vuole, può diventare il mio venticinquesimo lettore.
Se fossi un pittore, userei colori sfumati, un gioco di luci ed ombre,
quale è la coscienza di ogni uomo e, segnatamente, quella di chi
giudicando viene poi giudicato".
Ha mai provato pena o rabbia per un condannato?
"C'è sempre una sottile sofferenza che
lega il giudice al suo imputato".
Che Roma era quella che seguì da giudice
istruttore?
"Meno consumistica. I giovani si interessavano
di politica e manifestavano. Molti "credevano", alcuni "sbagliavano". Non
dominavano i computer e i cellulari. C'era la guerra fredda, non il turbocapitalismo
globale".
Che tipo di persona ritiene di essere?
"Ora? Una persona intervistata. Quando lavoro,
un soldato semplice della giustizia. Fuori dal lavoro, un cittadino che
paga le tasse, il mutuo di casa e le spese condominiali sempre in aumento
per misteriose cause... Quando, tra una sentenza e l'altra, scrivo qualcosa
che ottimisticamente definisco letteratura, mi sento un personaggio in
cerca di editore. Be', in verità di una cosa mi vanto. Di essere
una persona di cui un gatto può degnarsi di essere amico. Temi,
guardi com'è bello!, lo trovai, moribondo, fuori dall'aula bunker.
Gli diedi da mangiare. Ora, eccolo qui - su, dai! capocciata! - che si
allunga e passeggia sulla mia scrivania".
9 settembre 2002 - MORO: ACCAME, SOCIALISTI
TACCIONO SU PREAVVISO SEQUESTRO
ANSA:
"Perche' il Partito socialista, l'unico che si
adopero' a favore di Moro, oggi tace, nonostante si venga a sapere del
preavviso che vi fu sul sequestro?". A lanciare l'interrogativo e' Falco
Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera, in riferimento
alle rivelazioni che emergono dal memoriale dell'ex 'gladiatore' Antonino
Arconte. "Mentre la veridicita' dei documenti della 'Gladio militare' ha
trovato nuove conferme - spiega Accame - i socialisti, che si prodigarono
moltissimo per la liberazione di Moro, tacciono. Ora che emerge da quei
documenti che vi fu un preavviso del rapimento, dovrebbe costituire un
punto di orgoglio da parte dei socialisti, sia di destra che di sinistra,
di avere operato per la vita di Moro". Accame ricorda inoltre di aver indirizzato
"due lettere al Capo dello Stato per chiedere luce sui fatti, alle quali
si e' risposto che 'la Presidenza del Consiglio dei ministri, responsabile
della sicurezza dello Stato, e' stata portata a conoscenza della questione'.
Persino ad una interrogazione parlamentare, rivolta il 9/5/2002 dal senatore
Giulio Andreotti al ministero della Difesa, non e' mai stata data risposta".
13 settembre 2002 - 'SOTTO COPERTURA', GLI
ANNI DI PIOMBO IN UN THRILLER
ANSA:
PAOLO CONDO': "SOTTO COPERTURA" (PIEMME; 384
PP; 17,90 EURO)
Un'ex brigatista rifugiata in un paese dell'America
latina, un poliziotto che era stato infiltrato nell'organizzazione terroristica
ed aspetta di essere dimenticato occupandosi della sicurezza di un'ambasciata,
un anziano uomo politico con un passato pesante che oggi guida una commissione
internazionale. Ai personaggi del primo romanzo di Paolo Condo', cronista
della Gazzetta dello Sport, si potrebbe facilmente dare un nome, tanto
sono simili, quasi ricalcati, agli attori della storia degli anni di piombo
italiani. Come non pensare ad Aldo Moro leggendo di Manzoni, l'anziano
politico del romanzo che e' stato ostaggio delle Br e ne e' uscito vivo
grazie all'irruzione delle teste di cuoio nel covo dove due uomini ed una
ragazza lo tenevano prigioniero? E come non riconoscere Anna Laura Braghetti,
la carceriera, nel personaggio di Giulia? E il paese dell'America Latina,
che prima ha vissuto una breve, intensa avventura democratica, nella quale
hanno trovato un ruolo istituzionale i 'compagni italiani', e poi e' caduto
di nuovo nella morsa della dittatura militare, non somiglia al Nicaragua
di Alessio Casimirri? Non si puo' dare un nome della cronaca giudiziaria
a Salvatore Cusumano, alias Sergio, l'ex infiltrato, ma non per questo
e' meno credibile. Come a tanti giovani cronisti di quegli anni, somiglia
il giornalista del romanzo, Carlo. Ed i suoi colleghi, le sue 'fonti' all'universita',
nei gruppi extraparlamentari...Peccato solo che nella cronaca e nella storia
le vicende individuali siano piu' difficili da riannodare, la fine del
racconto mai cosi' netta.
15 settembre 2002 - LIBRO SU GIORGIO CONFORTO
"Il Gazzettino"
PROFESSIONE SPIA
Dal fascismo agli anni di piombo cinquant'anni
al servizio del KGB
Francesco Grignetti
(Gli specchi, euro 13,50)
Giorgio Conforto, tranquillo dirigente del ministero
dell'Agricoltura, per cinquanta anni ha nascosto una doppia vita. Fin dal
1932, quando era un giovane appassionato comunista e lavorava per l'ambasciata
sovietica in veste di traduttore dal russo, Conforto ha spiato per conto
del Kgb. L'ha fatto fino al 1979. E forse sarebbe andato avanti ancora
senza un clamoroso incidente di percorso: nel maggio di quell'anno, a casa
di sua figlia Giuliana, la polizia trovò nascosti i brigatisti Valerio
Morucci e Adriana Faranda, in fuga dalle Br dopo l'omicidio Moro. La rivelazione
sul reale ruolo della spia Giorgio Conforto arriva dal dossier Mitrokhin.
16 settembre 2002 - CALABRESI: ARCHIVIATE ACCUSE
CONTRO VALERIO MORUCCI
ANSA:
Finiscono in archivio le accuse contro l'ex brigatista
Valerio Morucci, sospettato di essere implicato nell'omicidio del commissario
di polizia Luigi Calabresi, ucciso a Milano nel 1973 (per l'omicidio Calabresi
sono stati condannati definitivamente gli ex esponenti di Lotta Continua
Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani). Il Gip di Milano,
Claudio Castelli, ha infatti archiviato, su richiesta del pm Massimo Meroni,
il procedimento a carico di Morucci nato nel 1998 dalle dichiarazioni,
davanti ai pm di Roma, dell'ex brigatista Raimondo Etro. Questi racconto'
di aver saputo da Alessio Casimirri, latitante in Nicaragua e condannato
per il sequestro Moro, di un presunto coinvolgimento di Morucci nel delitto
Calabresi. A questo si erano aggiunte le dichiarazioni, risalenti addirittura
al 1983, dell'ex brigatista Emilia Libera. Il tentativo di interrogare
Casimirri come indagato in procedimento connesso era andato a vuoto. A
vuoto anche un secondo tentativo di interrogatorio di Casimirri, questa
volta in veste di testimone, a causa dell' opposizione della Corte Suprema
di Giustizia del Nicaragua, con una motivazione che il Gip giudica "del
tutto inconferente" ("il Casimirri non puo' essere obbligato a fare dichiarazioni
contro se stesso" e "i reati menzionati nella richiesta risultano prescritti
ai sensi degli articoli 115 e 118 del Codice Penale Nicaraguense"). "Alla
luce di tali elementi - conclude Castelli - nessun valido riscontro e'
stato raccolto alle dichiarazioni rese da Raimondo Etro, ne' alcuna ulteriore
indagine puo' essere condotta, dovendosi dare atto alla procura della Repubblica
di aver seguito e esplorato tutti i possibili canali di investigazione
con estremo scrupolo e cura". Emilia Libera, tra l'altro, era stata smentita
nel corso delle indagini da Antonio Savasta, che la stessa Libera aveva
indicato come sua fonte.
25 settembre 2002 - RIPRESE DEL FILM DI MARTINELLI
SUL CASO MORO
"La Stampa"
MARTINELLI GIRA A SIENA "PIAZZA DELLE CINQUE
LUNE"
Sutherland indaga sulla morte di Moro
SIENA
Fra fiction e realtà, Renzo Martinelli,
dopo il successo di "Vajont", questa volta nelle vesti di regista-produttore
ci riporta con il suo nuovo film "Piazza delle cinque Lune" al periodo
del rapimento di Aldo Moro e del terrorismo delle brigate rosse. In questi
giorni è con il cast a Siena dove in città e nella provincia
è impegnato nelle riprese di alcune fra le più importanti
vicende del film. "Un thriller - spiega - ambientato ai nostri giorni ma
che ricorda quella tragica Primavera 1978". Poi parla della trama. "Al
procuratore capo di Siena Saracini, interpretato da Donald Sutherland,
è recapitata alla vigilia della pensione una pellicola con le immagini
della strage di via Fani; uno sconosciuto ha deciso dopo anni di rivelarla,
riaprendo il caso, del resto, mai chiuso". Nel cast, fra gli altri, anche
Stefania Rocca e Giancarlo Giannini; ci sarà anche Murray Abraham:
la sua scena sarà ripresa a Parigi. "Il commando che uccise Aldo
Moro - va avanti Martinelli - non è stato interamente individuato
ed alcuni di loro oggi possono condurre una vita normale". In "Piazza delle
cinque Lune", un antiquario di Siena, stremato dalla malattia, sentendo
che la morte si avvicina, decide che è il momento di recapitare
al magistrato la sua testimonianza. Le riprese del film sono iniziate dopo
un periodo di ricerche e riflessioni, di due anni in cui Martinelli ha
indagato, confrontato le diverse dichiarazioni. Oltre che il successo,
il consenso del pubblico, Martinelli si aspetta anche qualcosa di più
da "Piazza delle cinque Lune": cioè che la sua pellicola possa anche
essere uno stimolo a riflettere, ad andare avanti nelle indagini: "Intorno
a questo delitto, che ha rappresentato un momento tragico ma storico, ci
sono ancora tanti interrogativi che attendono delle risposte. Nel mio film
mi sono basato su elementi veri riuscendo a costruire una sequenza reale".
Martinelli si riferisce soprattutto al diario,
agli appunti scritti dall´onorevole Moro durante i giorni del sequestro.
Una prova "maledetta" per chi ha avuto l´occasione di verificarla
ed averla fra le mani. "Basta pensare - va avanti Martinelli - all´incontro,
dopo il delitto Moro, fra il giornalista Pecorelli, il colonnello Varisco
ed un alto ufficiale dei carabinieri, che molti individuano in Dalla Chiesa:
di tutti loro, sappiamo purtroppo quale è stata la loro fine". Martinelli
è convinto che fra Pecorelli e Dalla Chiesa ci fossero dei rapporti.
"L´immagine d´assalto con cui nel passato veniva identificato
questo giornalista è stata rivista". E dopo Moro a cosa pensa Martinelli?
"A un film sulla "Sacra Sindone" ambientato a Torino ed anche ad una pellicola
dedicata al gigante buono del ring: Primo Carnera". Antonella Leoncini
7 ottobre 2002 - GLADIO E CASO MORO: ARCONTE
SU MORTE FERRARO
"La Nuova Sardegna"
Il gladiatore Arconte racconta come l'ufficiale
del Sismi gli consegnò il documento su Moro un mese prima di morire
"Ferraro aveva paura di essere ucciso"
L'incontro tra i due 007 avvenne a Olbia nel
giugno del 1995
Nella nota "a distruzione immediata" si parlava
del sequestro del presidente della Dc prima dell'agguato di via Fani
dal nostro inviato Piero Mannironi
CABRAS. Antonino Arconte, nome in codice G.71,
aveva visto per la prima volta quel documento il 13 marzo del 1978. E l'aveva
perfino fotografato. Un foglio in carta azzurrina, intestato "Ministero
della Difesa, direzione generale S.B" era dentro il plico consegnatogli
dal grande capo.
Cioè, il generale Vito Miceli. L'ordine
era di portarlo a Beirut e metterlo nelle mani del gladiatore G-219. Arconte
non sapeva cosa contenesse quella busta. Lo scoprì solo il 13 marzo,
quando il mercantile Jumbo Emme, sul quale era imbarcato come macchinista
navale, arrivò nella capitale libanese.
"Pensavo si trattasse di una missione tutto sommato
tranquilla - dice -. Il numero uno mi aveva parlato soltanto di cinque
passaporti che avrebbero dovuto consentire l'esfiltrazione di alcune persone
dal Libano in fiamme. Gli ordini poi erano quelli di proseguire per Alessandria
d'Egitto".
G-219, un uomo alto e robusto, salì a
bordo della Jumbo Emme la mattina del 13 marzo. I due gladiatori non si
conoscevano. Sapevano solo di appartenere alla stessa organizzazione supersegreta.
"Noi la chiamavamo Gladio" dice Arconte.
La consegna del documento avvenne nel piccolo
alloggio di Arconte. G-219 aprì il plico sigillato: dentro, oltre
ai cinque passaporti, c'era quel foglio di carta azzurrino. Per qualche
minuto, il gladiatore di Oristano rimase da solo nella cabina. Fu allora
che tirò fuori dalla sua sacca una piccola macchina fotografica
e fece alcuni scatti al documento, in fondo al quale era scritto, a stampatello:
"A distruzione immediata".
Insomma, non doveva restare alcuna traccia dell'ordine
di "attivare contatti con gruppi del terrorismo mediorientale, al fine
di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole
Aldo Moro". Un ordine strano, stranissimo, visto che era stato scritto
ben due settimane prima del rapimento del presidente della Democrazia cristiana
in via Fani.
"Sinceramente - dice Arconte - non capii molto
di quella nota. Io ubbidivo agli ordini: dovevo soltanto fare la consegna.
E poi, non mi interessavo di politica. D'altra parte, il mio vero lavoro
era quello di fare l'istruttore militare: addestravo ribelli e profughi
nelle zone calde, soprattutto in Africa. Solo quando arrivammo ad Alessandria,
seppi del rapimento di Aldo Moro...".
Ma quel documento non è stato distrutto.
E ora, dopo oltre vent'anni, riemerge dalle nebbie del passato. Si badi
bene: non la fotoriproduzione fatta da Arconte, ma proprio l'originale.
Questo significa solo una cosa: l'agente G-219 non ubbidì all'ordine
di distruggere la nota diramata, tra l'altro, da un servizio segreto del
quale si è finora ignorata perfino l'esistenza. Cioé il Simm,
il Servizio Informazioni della Marina militare. Niente a che vedere con
il Sios Marina.
Anche il destinatario finale del documento, l'agente
G-216, evidentemente, preferì disubbidire. Lui era un uomo che contava
all'interno della struttura dei servizi segreti militari. Era il colonnello
Stefano Giovannone, responsabile dell'intelligence italiana per tutto il
Medio Oriente. Giovannone, che nel mondo delle "barbe finte" era conosciuto
come "Stefano d'Arabia" o come "Il maestro", era, guarda caso, un uomo
fidatissimo di Aldo Moro, del quale condivideva pienamente la linea filopalestinese.
Era tanto vicino al presidente della Dc, che Moro, dalla prigione delle
Br, chiese il suo aiuto. Scrisse infatti a Flaminio Piccoli (allora presidente
dei deputati democristiani) di "far intervenire il colonnello Giovannone,
che Cossiga stima". Poi, nella missiva indirizzata al sottosegretario alla
Giustizia Erminio Pennacchini, Moro ribadì: "Vorrei comunque che
Giovannone fosse su piazza".
Ma come ha fatto quel documento - l'originale
si intende - a ritornare da Beirut nelle mani del gladiatore Antonino Arconte?
E' lo stesso G-71 a dirlo: "L'ho avuto dal mio collega G-219, alias Mario
Ferraro, nella tarda primavera del 1995. Poco più di un mese prima
della sua strana morte".
"Nel 1985 noi gladiatori - dice Arconte - venimmo
abbandonati, "cancellati". Molti di noi morirono, altri preferirono sparire.
Io, per esempio, nell'aprile del 1985 venni spedito al passo di Oujda,
nel Marocco orientale. Era una trappola dalla quale non avrei dovuto uscire
vivo. Mi salvò solo l'istinto. Quando tornai in Italia, scoprii
che la nostra struttura, Gladio, era stata cancellata. A Ferraro andò
diversamente. Lui, infatti, passò al Sismi, mantenendo grado e stipendio".
"Ma nel febbraio del 1986 - continua Arconte
-, G-219 ricevette un ordine che giudicò "molto strano". Si trattava
di una missione a Beirut, dove lui aveva lavorato per anni insieme a Giovannone.
Mi raccontò che il suo istinto gli diceva che, se fosse partito,
sarebbe "tornato con le gambe davanti". Cioé morto. E non partì".
"Ci incontrammo - dice ancora Arconte - e io
cercai di convincerlo a denunciare quanto ci era accaduto, a raccontare
la nostra storia nella struttura Gladio. Lui disse no. Ed è anche
comprensibile: aveva mantenuto un posto all'interno dei servizi segreti.
Altri agenti, come Tano Giacomina e Franz, due miei carissimi amici, preferirono
inabissarsi nel mondo della normalità. E farsi dimenticare. Tano
si imbarcò e Franz si mise a fare il dentista".
Ma torniamo al famoso documento a "distruzione
immediata" che potrebbe riaprire il "caso Moro". Come, perché e
quando il colonnello Mario Ferraro, alias agente G-219, lo consegnò
ad Arconte?
Racconta il gladiatore di Cabras: "Alla fine
della primavera del 1995, Ferraro era molto preoccupato. Mi disse che aveva
subìto delle minacce, ma non mi spiegò perché. Mi
disse solo che stava tentando qualcosa con delle vecchie carte che aveva
raccolto nel corso degli anni. Mi chiese un incontro, perché voleva
consegnarmi qualcosa. Non voleva spedirmi nulla per posta, perché
non si fidava. Io gli dissi che mi era impossibile andare a Roma. Allora
concordammo di incontrarci a Olbia. Gli consigliai di imbarcarsi a Civitavecchia,
così ci saremmo visti al bar della stazione marittima, o comunque
lì vicino. Ho sempre pensato che non c'è posto migliore per
non dare nell'occhio che stare in mezzo alla gente".
Continua Arconte: "Era prudente, guardingo. Come
se temesse di essere seguito. Restammo insieme per alcune ore. Mi sembrò
di capire che voleva ottenere qualcosa, ma non mi disse da chi, utilizzando
la famosa lettera che io gli avevo consegnato il 13 marzo del 1978 a Beirut.
Per dire la verità, mi parlò anche di altri documenti che
era riuscito a salvare e conservare. Aveva messo tutto da parte, dopo avere
capito che c'era puzza di bruciato in quell'operazione a Beirut. A tavola,
in un ristorante nel centro di Olbia, mi disse davanti a un piatto di cozze
che, se non fosse riuscito a ottenere nulla, di sarebbe unito a me nel
raccontare pubblicamente la nostra storia di gladiatori. Mi chiese però
un po' di tempo per decidere. Evidente: voleva prima vedere come sarebbe
andata a finire ciò che stava tentando di fare".
"Restammo d'accordo che sarebbe stato lui a mettersi
in contatto con me con il solito sistema - dice ancora Arconte -. E cioé
mi avrebbe chiamato al telefono di un locale pubblico di Oristano, sempre
lo stesso, lasciandomi un messaggio. Il gestore sapeva poi come rintracciarmi.
Ho avuto la netta sensazione che volesse cambiare vita. Farla finita con
certi ambienti e che tutto dipendeva dal progetto che aveva in testa. Ci
salutammo davanti a un taxi che lo portava all'aeroporto di Olbia. E fu
allora che mi diede la lettera e mi chiese di conservarla".
"Purtroppo - dice ancora Arconte - lo rividi
un mese dopo: una foto su un giornale. C'era scritto che era morto. Suicida.
Io non ci ho mai creduto. Poi, figuriamoci, un omone come lui... impiccato
a un portasciugamani del bagno di casa! Ho poi letto dei tanti sospetti
che hanno circondato la sua morte. Io trovo impossibile che un uomo che
sta pensando a cambiare aria per costruirsi una nuova vita, decida di ammazzarsi
così".
Ha ragione Antonino Arconte: sulla morte di Mario
Ferraro, colonnello del Sismi e in passato uomo della struttura supersegreta
Gladio, restano ancora molte, troppe, ombre.
14 ottobre 2002 - TUTTE LE MENZOGNE SUL CASO
MORO SECONDO MARTINELLI
ANSA:
"Sul caso Moro si sono dette un cumulo di menzogne".
Questo e' il parere di Renzo Martinelli che 25 anni dopo torna sul rapimento
e omicidio dello statista democristiano con il film 'Piazza delle cinque
lune' che sta girando a Siena e che avra' un'anteprima mondiale il 9 maggio
nella famosa Piazza del Campo della citta' toscana. La conferenza stampa
parte con la visione di un breve filmato in bianco e nero di 8mm in cui
si vede, dall'alto, tutta la dinamica dell'azione da parte dei brigatisti
in via Mario Fani come la presenza sul posto del generale Guglielmi del
Sismi. Solo dopo le pressanti domande dei giornalisti, il regista che aveva
inizialmente parlato di un filmato inedito riconosce che le sequenze sono
di sua mano e che comunque sarebbero l'esatta ricostruzione di quei tragici
fatti secondo la versione di alcuni brigatisti. Intanto, dice Martinelli,
non ci fu vero tamponamento tra la Fiat 130 di Moro e la Fiat 128 dei brigatisti
che era davanti: "E' una delle contraddizione che non sono state mai davvero
spiegate. L'auto di Moro - aggiunge - era cosi' potente che poteva liberarsi
facilmente dalla 128 che gli ostruiva la strada". Da qui tutta una serie
di rivelazioni che si vedranno in 'Piazza delle cinque line' per sostenere
la tesi che quella vicenda: "non e' un caso solo italiano ma - come spiega
Martinelli - un grande complotto dell' Intelligence Internazionale". Gli
fa eco l'ex senatore dei Ds Sergio Flamigni, consulente del film e gia'
membro della Commissione d'inchiesta sul caso Moro: "Che ci sia stato un
coinvolgimento dei servizi segreti lo dice Moro stesso nelle sue lettere
quando fa intendere come ci siano nella vicenda di mezzo americani e tedeschi.
I brigatisti in questa storia sono solo dei comprimari", conclude il senatore.
Tra i misteri sollevati dalla pellicola anche quello del Centro di Studi
Linguistico Hyperion con sede a Parigi ("la piu' potente stazione CIA d'Europa")
che guarda caso, sottolinea Martinelli, "aveva aperto una sede a Roma prima
del rapimento e chiusa subito dopo". I parenti di Moro, spiega poi il regista,
come il fratello Alfredo e il figlio Giovanni, hanno letto la sceneggiatura
e l'hanno trovata "Onesta e veritiera". Mentre, spiega ancora Martinelli,
non ha voluto incontrare l'ex brigatista Adriana Faranda che "saputo del
mio lavoro mi aveva inviato una lettera per parlare con me". Protagonista
della storia di 'Piazza delle cinque lune' e' il giudice istruttore di
Siena Rosario Saracini (Donald Sutherland) che il giorno stesso della sua
andata in pensione si ritrova a ricevere una misteriosa visita di uno sconosciuto
(Nicola Pinto) che dice di essere uno dei brigatisti che hanno partecipato
all' agguato di via Fani. L'uomo consegna al giudice una bobina Super 8mm
in cui si vedono le immagini dell'agguato di via Fani, ma il suo vero scopo
e' quello di far arrivare il giudice all' acquisizione dell'originale del
memoriale Moro. Da qui partono le indagini di Saracini che insieme alla
figlia Ombretta (Aisha Cerami), il suo capo scorta Branco (Giancarlo Giannini)
e all' aiuto di una giovane sostituto procuratore Fernanda Doni (Stefania
Rocca) cominciano ad analizzare il filmato. Sara' proprio quest'ultima
a scoprire che all'angolo tra via Fani e via Stresa si distingue appena
nel film un uomo che assiste tranquillo alla scena del rapimento e che
si scoprira' poi essere Camillo Guglielmi, all'epoca colonnello del Sismi.
La faccenda diventa sempre piu' intricata, l'ex Br prima di riuscire a
consegnare il memoriale Moro al giudice verra' ucciso ma nel frattempo
molti misteri verranno a galla. Tra questi la singolarita' che in via Gradoli
96, luogo di prigionia dello statista democristiano, oltre una ventina
di appartamenti dei due edifici sono direttamente o indirettamente riconducibili
ai servizi segreti, ma anche il filo che lega i molti omicidi che potrebbero
essere legati al caso Moro (Pecorelli, Varisco e Dalla Chiesa). Il film,
una coproduzione della Martinelli Film Company, Istituto Luce, dell' inglese
Spyce Blue Star e della tedesca Box Film ora in lavorazione a Siena uscira'
nella primavera del 2003 distribuito dall'Istituto Luce. Infine Martinelli
ha annunciato in conferenza stampa di avere ricevuto da alcune persone
documenti scottanti sull' attentato al Papa che metterebbero in seria discussione
la ricostruzione dei fatti: "Ci lavorero' dal prossimo anno sempre con
Giancarlo Giannini". Non manca infine una battuta al vetriolo sul mancato
impegno da parte di Medusa e soprattutto di Raicinema, gia' produttrice
di 'Vajont', per la produzione di 'Piazza delle cinque lune' (costato 14
miliardi di vecchie lire): "Mi hanno detto in Rai che avevano gia' in produzione
il film di Bellocchio sempre dedicato allo statista della Dc, ma non mi
sembra una giustificazione, una vicenda simile merita molti e molti film".
15 ottobre 2002 - MARTINELLI SU FILM E MISTERI
DEL CASO MORO
"Il Messaggero"
Renzo Martinelli, sul set di "Piazza delle Cinque
Lune", parla del suo film sul sequestro e l'assassinio del grande politico
Caso Moro, strategia della menzogna
Il regista: porto alla luce verità scomode,
la famiglia dello statista è d'accordo
di LEONARDO JATTARELLI
ROMA - Un giudice istruttore di Siena (Donald
Shuterland) nel suo primo giorno da pensionato riceve la visita misteriosa
di uno sconosciuto che dice di essere uno dei brigatisti che parteciparono
all'agguato di via Fani. L'uomo mette in mano al giudice un nastro in super8mm
nella quale sono impresse le immagini dell'agguato ad Aldo Moro. Il presunto
br vuole che il giudice metta le mani sull'originale del memoriale Moro.
Inizia così Piazza delle Cinque Lune, il film di Renzo Martinelli
(Porzus, Vajont) che a pochi mesi dal venticinquennale della morte di Aldo
Moro, si interroga con attenta verifica dei fatti sul rapimento e l'uccisione
per mano delle Br del grande statista democristiano. In questi giorni,
anche Marco Bellocchio sta lavorando alla sceneggiatura di un film sul
presidente della Dc, tratto dal libro di Sciascia L'affaire Moro: "Niente
ricostruzioni e rivelazioni - aveva detto il regista a Cannes - ma la mia
visione personale di Moro, molto intimista, centrata soprattutto sui 55
giorni della sua prigionia".
Martinelli ci racconta il suo lavoro, arrivato
all'ottava settimana di riprese (nel cast Giancarlo Giannini, capo scorta
di Moro; Aisha Cerami, figlia del giudice; Stefania Rocca, giovane Sostituto
della Repubblica e Murray Abraham nel ruolo di una misteriosa entità),
un film che sicuramente, come afferma lo stesso regista: "Farà discutere.
Si tratta della prima, grande riflessione sul quel tragico avvenimento.
Ed è avvilente che nè la Rai che ha coprodotto il mio Vajont
nè Medusa, abbiano voluto appoggiare il progetto". Ribatte Giancarlo
Leone di Raicinema: "Non dobbiamo giustificare se partecipare o meno ad
un film. L'impegno di una produzione sta nella discrezionalità industriale
e questa abbiamo applicato. E comunque, prima ancora di leggere la sceneggiatura,
avevamo detto a Martinelli di non essere interessati a due film su Moro,
visto che già avevamo quello di Bellocchio". E Medusa da parte sua,
replica per bocca di Giampaolo Letta: "Dissi a Martinelli, prima ancora
di leggere la sceneggiatura, che, vista la sua richiesta di un immediato
finanziamento per l'inizio delle riprese, avevamo problemi di budget".
Una vicenda ricca di menzogne - "Le domande senza
risposta sono troppe e le risposte ridicole altrettanto numerose. In venticinque
anni la vicenda del rapimento e dell'uccisione dello statista democristiano
sono state infarcite di menzogne. Non c'è segmento di questa storia
che non sia stato intaccato da bugie che col tempo si sono sedimentate
come verità".
L'assunto politico: "La strage di via Fani sposta
l'asse politico del Paese. Ripensiamo al '78. Siamo in clima di Guerra
Fredda, l'Unione Sovietica è potentissima, il Muro di Berlino ancora
in piedi. Nel gioco di equilibri politici, l'ipotesi che un Partito Comunista
occidentale, nella fattispecie il Pci italiano, possa accedere democraticamente
al governo di un Paese della Nato è non solo inaccettabile ma una
realtà da bloccare".
Le fonti: "Insieme a Fabio Campus, che con me
ha scritto la sceneggiatura del film, abbiamo studiato migliaia di documenti,
gli atti delle varie commissioni parlamentari sulla strage, le diverse
perizie comprese quelle necroscopiche, le dichiarazioni dei politici in
un lavoro di verifica incrociata delle fonti".
Il "sì" della famiglia Moro: "Ho avvicinato
con molta discrezione i familiari dello statista sottoponendogli la sceneggiatura
che è stata letta dal fratello di Aldo Moro, Alfredo e dal figlio
Giovanni i quali l'hanno giudicata attenta, onesta e rigorosa".
Le domande del film: "La dinamica dell'agguato,
le invenzioni sul famoso tamponamento a catena in via Fani. Le foto dei
Servizi segreti lo testimoniano: la parte anteriore e posteriore delle
auto di Moretti e di Moro sono assolutamente integre. E sull'asfalto non
c'è traccia di frenata. Perchè a 25 anni dalla morte di Moro
i brigatisti che sono tutti in libertà continuano a mentire su fatti
che non hanno più rilevanza penale? Moretti, Morucci, Faranda e
altri Br hanno sempre parlato di un commando di nove persone per l'attentato.
Ricostruendo la strage di via Fani, come noi abbiamo fatto, proviamo come
per quella dinamica fossero necessari almeno quattordici uomini. La conferma
viene da specialisti in strategie militari: dunque potrebbero esserci altre
cinque persone, mai identificate, che parteciparono alla strage. Ogni mattina
Aldo Moro passeggiava con il maresciallo Leonardi fino allo stadio dei
Marmi: perchè allora non rapire lo statista in quelle occasioni
e invece tendere un agguato così eclatante, all'americana, con novantatre
colpi sparati nel giro di pochi secondi?".
15 ottobre 2002 - POLEMICHE PER FILM SU MORO
"Il Nuovo"
Polemiche per il film su Moro
"Se una regia occulta c'è stata nel caso
Moro, è certamente una regia sovietica, e non filo-atlantica come
vorrebbe far credere Sergio Flamigni". Si riaprono le polemiche relative
ad eventuali mandanti occulti del sequestro del Presidente della Dc. E
il componente di An in commissione Mitrokhin, Enzo Fragalà, attacca
l'impianto del film di Renzo Martinelli intitolato Piazza delle cinque
Lune per il quale l'autore si e' avvalso della collaborazione dell'ex senatore
del Pci e componente della commissione di inchiesta sul rapimento Moro.
"Se la lettura del film è quella della
regia internazionale atlantica - aggiunge Fragalà - siamo dinanzi
alla falsificazione e, semmai, come risulterebbe anche dal dossier Impedian
e dall'intervista al quotidiano Le Matin di Renzo Rossellini dell' ottobre
1978, è certamente sovietica". L'esponente di An avanza il sospetto
che il regista sia "incosapevolmente fuorviato dal consulente Flamigni,
e rischia così di deformare i fatti storici acclarando mezze verità
e intere menzogne. Martinelli rischia di essere, putroppo, lo strumento
di una nuova micidiale operazione di disinformazione come fece il Kgb nel
giugno 1978 passando a Zaccagnini una relazione che indicava Kissinger
come mandante del sequestro Moro. operazione suggerita dagli epigoni di
quel partito comunista italiano che rappresento' la quinta colonna dei
servizi segreti sovietici nel nostro Paese".
24 ottobre 2002 - CASO MORO: A GENNAIO INIZIO
RIPRESE FILM BELLOCCHIO
"Liberta'"
Il regista comincerà a girare a gennaio
la pellicola sul rapimento Moro
"Buongiorno notte", Bellocchio sceglie il set
per il nuovo film
Roma - Si intitolerà "Buongiorno notte"
come un famoso verso di Emily Dickinson il nuovo film di Marco Bellocchio
e, come il regista ha già annunciato a Cannes, parlerà del
rapimento Moro ma senza esserne una ricostruzione e senza andare alla ricerca
di scoop. Affronterà invece i rapporti tra il presidente della Democrazia
cristiana e i suoi sequestratori. Secondo le indiscrezioni che circolano
in questi giorni, la storia sceglierà il punto di vista di una donna,
una giovane terrorista coinvolta nel rapimento di Aldo Moro e attraverso
il suo sguardo talvolta perso, spesso impaurito, prenderà corpo
il complesso mondo degli "anni di piombo" lucido e disperato, fiducioso
nell'avvento della rivoluzione e intrappolato nei rituali della clandestinità.
Chiamata a vivere la normalità del quotidiano con i suoi ritmi di
sempre (un ufficio, un lavoro, dei colleghi e un ragazzo che sembra leggerla
nel profondo più di quanto lei stessa riesca a fare) la sequestratrice,
aggrappata a quel filo di emozioni che l'ideologia e la lotta di classe
recidono continuamente, si scoprirà in conflitto con i suoi compagni
e sempre più a disagio nel suo ruolo di combattente, mentre passato
e presente ne incrinano le certezze e il fascino dell'utopia rivoluzionaria
non riesce compensare la ferocia distruttiva di chi le vive vicino o le
dorme accanto. Il regista piacentino (che ieri sera avrebbe dovuto essere
presente alla chiusura della rassegna a lui dedicata a Piacenza, ma ha
dovuto dare forfait per problemi di salute) in questi giorni sta facendo
i sopralluoghi per il film che spera di cominciare a girare all'inizio
dell'anno prossimo e che, ha più volte dichiarato, gli è
stato suggerito dalla lettura del libro "L'affaire Moro" di Leonardo Sciascia.
3 novembre 2002 - RICORDATO FRANCESCO ZIZZI
"La Gazzetta di Parma"
IN QUESTURA CERIMONIA PER GLI AGENTI SCOMPARSI
IN SERVIZIO Zizzi, il poliziotto che morì nell'agguato di via Fani
Anche i poliziotti ieri hanno ricordato i colleghi
che non ci sono più, quei nomi incisi su lapidi a cui passano davanti
mille volte, nella fretta di tutti i giorni.
Ieri, non era un giorno come gli altri: ogni
2 novembre ci si ferma almeno un momento, si sta in silenzio, per ripassare
momenti belli e terribili, mettere a fuoco facce di un passato che, spesso,
fa male al cuore ricordare. Alle 9 in punto il questore Gaetano Chiusolo,
attorniato dai dirigenti dei vari reparti della questura e da numerosi
agenti in divisa, ha posato una corona nel cortile interno di Palazzo Rangoni,
davanti alle lapidi incise sulla parete esterna, di fianco all'ingresso
della questura. Una è in memoria di tutti i caduti della polizia
di Stato. Su un'altra un gruppo di nomi. Su un'altra solo un nome e un
cognome rimasti per sempre legati a uno dei periodi più bui della
storia del nostro Paese: Francesco Zizzi, agente della scorta di Aldo Moro,
ucciso dalle Brigate Rosse nell'agguato di via Fani insieme ad altri quattro
colleghi. Quel 16 marzo 1978: un giorno terribile, che fece inorridire
l'Italia. Il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ferito a morte dalle raffiche
dei terroristi, aveva 24 anni, e nella capitale c'era arrivato da un mese.
Veniva dalla questura di Parma dove aveva saputo mettersi in luce, proprio
per questo era stato poi affidato a Roma ad "incarichi speciali".
"Era un ragazzo giovane, molto educato e molto
perbene": a ricordare Zizzi è l'ex direttore della "Gazzetta", Baldassarre
Molossi. Perché quel poliziotto con i baffi era stato anche uno
dei suoi angeli custodi. "La scorta me l'avevano offerta, non l'avevo chiesta
io", precisa Molossi, ripensando alle minacce, a quel clima di piombo in
cui anche le parole scritte su un giornale potevano costare molto care.
"Io avevo un'Audi 100 e mi seguiva una macchina della polizia fino in garage.
Poi mi dissero: così non va bene, venga su con noi". Un poliziotto
stava al volante, due seduti dietro. "Zizzi, lo ricordo con molta simpatia
_ dice Molossi. _ Quando ho saputo che era stato ucciso in via Fani, ho
pianto".
5 novembre 2002 - COMMISSIONE MITROKHIN: SI
TORNA A PARLARE DI BR INFILTRATE
ANSA:
La terza audizione del generale Sergio Siracusa,
ex direttore del Sismi, davanti alla Commissione bicamerale di inchiesta
sul dossier Mitrokhin, da' l'occasione per tornare a parlare del caso Moro
e della possibile infiltrazione delle Br. Oggi, durante l'audizione, Enzo
Fragala' (An) ha ricordato quanto gia' emerso sulla presenza, nella vicenda
Moro, di Sergej Sokolov, borsista russo ben presente alle lezioni di Aldo
Moro alla facolta' di Giurisprudenza di Roma. In effetti Sokolov era un
agente del Kgb come rivelo', alla Commissione stragi l'assistente di Moro,
Franco Tritto. Fragala' ha ripetuto che le Br erano ampiamente infiltrate
dal Kgb. Oliviero Diliberto (Pdci) ha replicato che non vi e' alcuna "paura
ad andare fino in fondo alla questione". Si parla di Kgb e allora verifichiamo
- ha detto in sostanza - se le Br erano infiltrate dall'altra parte cioe'
dalla Cia e dal Mossad. Il generale Siracusa, che guidava il Sismi all'epoca
dell'arrivo del dossier in Italia, in questa terza tornata davanti alla
Bicamerale ha spiegato un fatto gia' emerso nella precedente audizione
e cioe' che il Cesis, cioe' il Comitato di coordinamento tra i due servizi,
il Sismi e il Sisde, non venne informato dell'arrivo in Italia del dossier
sulla rete spionistica del Kgb per ragioni "di riservatezza e delicatezza".
7 novembre 2002 - MORTO IL COLONNELLO UMBERTO
BONAVENTURA (SISMI)
da "Dagospia" (fonte Adn Kronos)
GIALLO A ROMA - ANCHE UN CADAVERE NEL DOSSIER
MITROKHIN: IL COLONNELLO BONAVENTURA TROVATO MORTO DAL SISMI...
Fonte Adnkronos
Sono stati gli 007 del Sismi a trovare il cadavere
del colonnello Umberto Bonaventura nella sua abitazione romana. Stamattina,
non vedendolo arrivare nel suo ufficio a Palazzo Braschi, e' scattato l'allarme.
Secondo quanto apprende l'Adnkronos, immediatamente nell'abitazione di
Bonaventura si sarebbero precipitati uomini del Sismi. Entrati nell'appartamento,
avrebbero trovato il corpo dell'ufficiale. I vertici del Sismi avrebbero
ordinato l'interdizione del luogo a personale del servizio, dando un'immediata
comunicazione alla polizia giudiziaria, che sta facendo luce sulle cause
del decesso.
L'UFFICIALE ERA PREOCCUPATO PER L'AUDIZIONE PARLAMENTARE
Bonaventura, nelle ultime settimane, era apparso
molto preoccupato per l'imminente audizione presso la Commissione parlamentare
d'inchiesta sul caso Mitrokhin. A quanto apprende l'Adnkronos, l'ex direttore
del Sismi, l'ammiraglio Battelli, aveva infatti chiesto all'alto ufficiale
dei servizi segreti militari di accompagnarlo, in veste di consulente,
davanti ai parlamentari che indagano sull'elenco delle presunte spie italiane
al soldo del Kgb. Bonaventura, quale ex capo della prima divisione del
Sismi, aveva gestito sotto la direzione di Battelli il dossier Mitrokhin.
Prima di lui, altri due predecessori aveva trattato presso la prima divisione
la gestione delle carte trasmesse dai servizi segreti britannici all'intelligence
italiana.
L'UFFICIALE SI ERA SCONTRATO CON VERTICI PER
DOSSIER MITROKHIN
All'epoca della sua direzione al vertice della
prima divisione del Sismi, Bonaventura non avrebbe mancato -secondo quanto
apprende l'Adnkronos- di avere divergenze di vedute con i vertici del servizio
relativamente alla trattazione del dossier. Il colonnello, proveniente
dall'Arma dei carabinieri e gia' collaboratore durante gli anni di piombo
del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sarebbe stato infatti del parere
di procedere ad un'ampia disamina delle rivelazioni contenute nei documenti
trafugati da Vasilj Mitrokhin a Mosca. Non si sa se la volonta' del colonnello
di andare a fondo sulle carte inviate dagli 007 di Sua Maesta' in Italia
si sia poi tramutata in azioni concrete. Certo e' che per attendere la
'scoperta' del dossier Mitrokhin bisognera' attendere qualche anno, il
1999, quando diventa di dominio pubblico la lista dei presunti agenti del
Kgb in Italia sui quali il Ros dei carabinieri avvio' in seguito accertamenti.
MITROKHIN: BONAVENTURA "PARCHEGGIATO" AL SISMI
Secondo quanto apprende l'Adnkronos, il colonnello
Umberto Bonaventura era stato messo alcuni mesi fa in "parcheggio" dai
vertici del Sismi. Il provvedimento cautelativo sarebbe stato adottato
in quanto Bonaventura aveva trattato l'affaire Mitrokhin. Come l'alto ufficiale,
anche tutti quelli che erano venuti a contatto con lo scottante dossier
trasmesso dai servizi segreti britannici all'Intelligence italiana, sarebbero
stati preventivamente messi in parcheggio in vista dei lavori della commissione
parlamentare di inchiesta sulle presunte spie italiane al soldo del Kgb.
da "Dagospia" (fonte Adn Kronos)
SERVIZI SEGRETI, CADAVERI OSCURI - DAL COL. FERRARO
AL GEN. MANES, LE MORTI 'ANOMALE' DEGLI 007...
Fonte Adnkronos
1 - L'IMPICCAGIONE DEL COLONNELLO FERRARO
E' costellata di una lunga serie di morti 'anomale'
la storia dei servizi segreti italiani. L'ultimo giallo e' quello relativo
al suicidio del colonnello del Sismi Mario Ferraro, trovato impiccato nel
suo appartamento a Roma, al quartiere Torrino, ad un portasciugamani del
bagno. Era il 16 luglio 1995. La dinamica della morte desto' subito le
perplessita' dei familiari, che riferirono agli inquirenti che Ferraro
non aveva alcun motivo per togliersi la vita. L'inchiesta fu aperta contro
ignoti per istigazione al suicidio. Poi, i magistrati rubricarono l'ipotesi
di reato in quella piu' grave di omicidio per la necessita' di svolgere
ulteriori accertamenti tecnici. Condotta dal sostituto procuratore della
repubblica di Roma Nello Rossi, l'indagine si chiuse in base all'esito
delle perizie, che non lasciavano adito a dubbi: Ferraro, che soffriva
di depressione a causa della morte di una figlia e per la separazione dalla
moglie, si era suicidato. Gli accertamenti medico legali, tossicologico
e tecnico concordarono con l'ipotesi del suicidio escludendo qualsiasi
altra causa.
2 - L'OSCURO SUICIDIO DEL COLONNELLO RENZO ROCCA
Un'altra morte oscura e' quella del colonnello
Renzo Rocca, trovato morto il 27 giugno del 1968 nel suo ufficio a Roma.
Rocca era uno dei fedelissimi del generale Giovanni De Lorenzo, gia' comandante
generale dell'Arma dei Carabinieri e direttore del Sifar, il servizio segreto
militare dell'epoca. Insediatosi fino al giugno del 1967 al vertice dell'
Ufficio Ricerche Economiche e Industriali (Rei), Rocca si era occupato
a lungo negli anni cinquanta e sessanta della raccolta e della gestione
dei finanziamenti che la grande industria aveva stanziato per stroncare
ogni forma di opposizione in Italia. Rocca, che si suicido' sparandosi,
era stato messo in pensione dai vertici del servizio. Subito dopo la sua
morte, due gruppi di ufficiali del Sid, si precipitarono nel suo ufficio,
insieme ad un ufficiale della Divisione Affari Generali e Riservati del
Ministero dell'Interno. Soltanto dopo sul luogo del suicidio arrivo' un
commissario di polizia che avviso' il magistrato di turno. I precedenti
visitatori avevano gia' ''ripulito'' l'ufficio. Il magistrato Ottorino
Pesce, al quale venne affidata l'inchiesta, nutri' seri dubbi sulla tesi
del suicidio e venne in seguito rimosso.
3 - LA SCIAGURA IN ELICOTTERO DEL GENERALE MINO
Una delle morti piu' oscure resta comunque quella
del generale Enrico Mino, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri.
Il 31 ottobre del 1977, il generale Mino decollo' su un elicottero pilotato
dal colonnello Francesco Silimarco. Sono le 14,55. A bordo, oltre a Mino,
ci sono il tenente Francesco Cerasoli,il tenente colonello Luigi Vilardo,
il colonnello Francesco Friscia e il brigadiere Costantino Di Fede. Dieci
minuti dopo, si interrompono i contatti radio. Alcuni contadini sulla Sila
avrebbero udito un boato. Le ricerche vengono svolte nella zona tra Soriano
e Acquaro, dove verranno trovati i resti di Mino e di tutti gli occupanti
dell'elicottero esploso in volo. Un giallo rimasto insoluto.
4 - IL GENERALE ANZA' SUICIDA CON UN COLPO DI
PISTOLA
Altro giallo e' la morte violenta del generale
di corpo d'armata Antonino Anzà, in servizio al Sid e in predicato
per la nomina a capo di Stato maggiore dell'Esercito. Dopo un colloquio
con l'allora capo di Stato maggiore della Difesa, generale Viglione, Anza'
viene trovato morto nella sua abitazione di via Ciro Menotti 4, a Roma.
E' il 12 agosto del 1977. A stroncare il generale, un colpo al cuore sparato
dalla sua pistola automatica calibro 7,42. Prima di stramazzare a terra,
tuttavia, l'alto ufficiale dei servizi segreti militari percorre qualche
passo. L'inchiesta viene affidata all'allora sostituto procuratore della
repubblica Domenico Sica. Gli inquirenti sostengono fin dall'inizio l'ipotesi
del suicidio, confermata in seguito dalla prova del guanto di paraffina.
Secondo la magistratura romana, il fatto che Anzà prima di morire
abbia percorso qualche metro all'interno della sua abitazione di via Ciro
Menotti e' irrilevante: il colpo di pistola non era ben centrato.
5 - L'INCIDENTE STRADALE DEL GENERALE CIGLIERI
E LA MORTE DI MANES
Un altro caso misterioso legato all'attivita'
dei servizi segreti militari riguarda la morte del comandante generale
dell'Arma dei Carabinieri, Carlo Ciglieri. Nel giugno del '67, un mese
dopo la pubblicazione sul settimanale L'Espresso dell'articolo di Eugenio
Scalfari e Lino Jannuzzi sul 'Piano Solo', ideato dal generale Giovanni
De Lorenzo, il vicecomandante dell'Arma, Giorgio Manes, consegno' a Ciglieri
il rapporto sulla fuga di notizie. Il dossier del generale Manes, che aveva
ascoltato numerosi ufficiali dei carabinieri vicini a De Lorenzo, viene
coperto dal segreto. Il 27 aprile 1969 Ciglieri muore: la sua auto esce
di strada mentre procede a velocita' ridotta lungo un rettilineo. Tre mesi
dopo tocca al generale Manes perdere la vita. In attesa di essere ascoltato
dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul 'Piano Solo', e' colto da
infarto dopo aver bevuto un caffe'. E' il 25 giugno '69. I familiari del
generale sosterranno che e' stato ucciso.
7 novembre 2002 - MORTE COLONNELLO BONAVENTURA,
NOTIZIE ANSA
ANSA:
Grande esperto di antiterrorismo, il nome del
colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura - da qualche anno in servizio
al Sismi, il servizio segreto militare - e' legato sia alla vicenda del
covo Br di via Montenevoso, scoperto durante le indagini sul sequestro
Moro, ma soprattutto alle indagini sull'omicidio del commissario Calabresi.
Fu proprio Bonaventura, infatti, all'epoca comandante del reparto antiterrorismo
dei carabinieri di Milano a raccogliere le confidenze del pentito Leonardo
Marino, a partire dal luglio del 1988. Bonaventura incontro' Marino tre
volte, a Sarzana e poi a Milano. L'ufficiale dell'Arma, che nella sua lunga
carriera si e' occupato di diversi 'misteri' italiani, tra cui la strage
di Peteano - riferi' che Marino si era sempre limitato a parlare "di gravi
fatti accaduti a Torino e Milano" venti anni prima e della necessita' di
"liberare la sua coscienza", mentre solo in un secondo momento con il magistrato
parlo' di Calabresi, tirando in ballo Sofri, Bompressi e Pietrostefani.
Una confessione, quella di Marino, che, come e' noto, e' stata sempre duramente
contestata dagli imputati.
Umberto Bonaventura fu protagonista di un importante
episodio legato al caso Moro. Nel corso di un'audizione
alla commissione stragi nel 2000 l'ufficiale dei carabinieri che aveva
guidato l' operazione in via Montenevoso, ammise che alcune carte erano
state portate via prima che arrivasse il magistrato e rimesse a posto dopo
essere state fotocopiate. Le copie dei documenti furono inviate poi al
generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L'ufficiale, nell'audizione, giustifico'
cosi' la procedura seguita: "eravamo in tanti in quel covo. Vi assicuro
che non e' stato tolto nulla di quello che c'era. Dopo averli fotocopiati
sono stati riportati nell'appartamento tutti i documenti. Nulla e' stato
alterato. Ve lo assicuro".
La magistratura "faccia piena luce sulla morte
di Bonaventura": e' quanto chiede Paolo Guzzanti, presidente della commissione
bicamerale sul "Dossier Mitrokhin". "Il colonnello Bonaventura - afferma
- non era soltanto uno dei gestori diretti del dossier Mitrokhin, ma era
stato anche uno dei piu' vicini collaboratori del generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa ai tempi dell'irruzione nel covo delle Br di via Montenevoso
a Milano, in cui erano contenute le carte relative al sequestro dell'on.
Moro, la sorte delle quali non e' mai stata chiarita". "Quel che e' sicuro
e' che quando si e' di fronte alla morte repentina e imprevedibile di un
uomo dei servizi segreti alla vigilia della sua deposizione davanti a una
Commissione parlamentare d'inchiesta, sono plausibili i dubbi piu' angosciosi.
Auspico pertanto - conclude - che la magistratura faccia piena luce su
questa improvvisa morte".
"Pur nella dolorosa circostanza della morte improvvisa
del colonnello del Sismi, Umberto Bonaventura, c'e' da augurarsi che essa
sia avvenuta davvero per cause naturali". E' Gustavo Selva, presidente
della Commissione Esteri della Camera, a commentare la morte dell'ufficiale
del Sismi che doveva essere ascoltato a breve dalla Commissione Mitrokhin.
Selva sottolinea che le cause della morte "al di la' della affrettate conclusioni
della prima ora, possono essere provate solo dall'autopsia, altrimenti
anche per questo caso restera' il dubbio dal momento che il colonnello
Bonaventura era un testimone prezioso per la Commissione Mitrokhin. Sono
d'accordo con Guzzanti sulla esigenza che la magistratura stabilisca al
piu' presto, e senza equivoci, la causa esatta del decesso".
Andrea Papini, vicepresidente della commissione
Mitrokhin ed esponente della Margherita critica "i dubbi piu' angosciosi"
espressi oggi dal presidente della Commissione, Paolo Guzzanti, a proposito
delle ragioni della morte del colonnello del Sismi Umberto Bonaventura.
Papini definisce quelle di Guzzanti "dichiarazioni squalificanti". "E'
del tutto squalificante - spiega l'esponente della Margherita - per chi
e' chiamato a svolgere il compito di presidente della Commissione e apre
seri interrogativi sulla capacita' del senatore di svolgere questo ruolo
con l'equilibrio e la capacita' di giudizio che la funzione richiede. Chiedero'
l'immediata convocazione dell'ufficio di presidenza della Commissione per
dare al presidente Guzzanti la possibilita' di illustrare ai commissari
quali siano i fondamenti dei 'dubbi piu' angosciosi' a cui ha fatto riferimento".
Paolo Guzzanti, senatore di Forza Italia e presidente
della commissione Mitrokhin, reagisce alle critiche rivoltegli dal deputato
della Margherita Andrea Papini, vicepresidente della stessa commissione,
invitandolo a prendere atto della situazione di "incompatibilita'" in cui
si sarebbe messo. Papini aveva definito "dichiarazioni squalificanti" quelle
in cui Guzzanti ha espresso dubbi sulla morte del colonnello del Sismi
Umberto Bonaventura. "L'on. Papini, vicepresidente della commissione Mitrokhin,
confonde costantemente - contrattacca Guzzanti - la sua funzione con quella
di censore, arrivando a distribuire alle agenzie di stampa dichiarazioni
oltraggiose sul conto del presidente della commissione stessa, e dunque
ponendosi in un ruolo di oggettiva incompatibilita' con il ruolo che riveste".
"Lo invito dunque - conclude Guzzanti - a ritrattare, o a trarre le conclusioni
di tale incompatibilita'".
"Un validissimo ufficiale dei carabinieri. Un
vero ufficiale di razza". E' il ricordo del col. Umberto Bonaventura espresso
dal giudice veneziano Carlo Mastelloni che sottolinea l' impegno dell'
alto ufficiale nelle prime fasi delle indagini sul terrorismo rosso, condotte
agli inizi degli anni '80 proprio dal magistrato veneziano per la parte
veneta. Mastelloni, all' epoca giudice istruttore, rileva che Bonaventura
e' stato "una punta di diamante di quello che allora era l' anticrimine"
e "ha dato un contributo eccezionale nelle indagini sul terrorismo rosso
concorrendo alla scoperta delle prime strutture clandestine".
Umberto Bonaventura, nato a Catania 63 anni fa,
era direttore dell'Ufficio analisi controspionaggio, terrorismo internazionale
e criminalita' organizzata transnazionale nel Sismi. Un incarico di primissimo
piano "in linea - dicono alcuni suoi colleghi di lavoro - con la straordinaria
professionalita' e la grande esperienza acquisite negli anni". Laureato
in giurisprudenza, celibe, Bonaventura e' stato comandante delle tenenze
dei Carabinieri di Alassio e Cavalese, e del nucleo investigativo del gruppo
di Venezia. Ha quindi lavorato a lungo a Milano, soprattutto nel settore
dell' antiterrorismo. Ha comandato, poi, il gruppo Carabinieri di Padova.
L'ultimo incarico prima di transitare nel Sismi e' stato quello presso
l'allora ufficio dell'Alto commissario per la lotta alla delinquenza mafiosa.
Dai primi mesi del 1992 e' entrato nel servizio segreto militare. Promosso
colonnello nel 1995, si e' sempre occupato di criminalita' organizzata,
terrorismo internazionale e attivita' di controspionaggio. Viveva nel quartiere
romano di Trastevere, dove stamani e' stato trovato morto. Tutte le mattine,
verso le 7,45, un autista lo andava a prendere nei pressi di casa, lui
si faceva trovare per strada e, con l'auto di servizio, passava a prendere
un collega (poco prima avvisato telefonicamente) per poi recarsi insieme
a Forte Braschi, sede del Sismi. Il suo collega, verso le 8,15, non avendo
sentito la solita telefonata, ne' vedendolo arrivare, lo ha prima chiamato
sul cellulare (che pero' era in ufficio) e poi a casa, dove pero' era attiva
la segreteria telefonica. Ha quindi raggiunto l'autista, che era in attesa
vicino all'abitazione di Bonaventura, e con le chiavi che lo stesso autista
custodiva in una busta chiusa ha aperto la porta. Questa era bloccata anche
da un fermo interno, che e' stato rimosso. Il corpo di Bonaventura e' stato
trovato riverso per terra, a fianco del letto, era in pigiama - segno che
stava per andare a dormire, o si era appena svegliato - e vicino aveva
il telefono con cui probabilmente ha tentato, invano, di chiamare qualcuno.
La morte, secondo gli investigatori, e' da attribuire a cause naturali.
Alcuni suoi colleghi hanno voluto oggi ricordare le qualita' di Bonaventura:
"lascia un vuoto incolmabile - dicono - non solo per il suo spessore professionale,
di tutto rilievo, ma soprattutto per le doti umane. Era una persona amabile,
benvoluta da tutti, un servitore dello Stato con la S maiuscola".
Il pm ha disposto l'autopsia per ''eliminare''
senza ombra di dubbio ogni sospetto sulla causa della morte del colonnello
Bonaventura. Un atto di rito, sottolineano gli inquirenti, che comunque
va fatto per concludere gli accertamenti che fino a questo momento hanno
portato ad una unica ipotesi, quella di un infarto arrivato, probabilmente,
nelle prime ore della mattina. Gli investigatori, comunque, hanno prelevato,
tra l'altro, dall' appartamento il computer del colonnello. L'ufficiale,
a quanto si e' appreso, per tutta la giornata di ieri aveva lamentato un
forte mal di testa ed era uscito dal lavoro alle 20. Dall'esame esterno,
eseguito dalla dottoressa Cittadini, la stessa alla quale e' stata affidata
l'autopsia, non e' emerso alcun segno di violenza sul corpo, nessuna ecchimosi,
ne' un indizio che possa far sospettare che Bonaventura sia morto dopo
aver ingerito sostanze come barbiturici. Tuttavia il medico legale eseguira'
anche gli esami tossicologici. Le cause della morte, stando anche a quanto
si e' appreso a Palazzo di Giustizia, sarebbero naturali. Tutto fa pensare,
ha precisato un inquirente, ad un malore sopraggiunto mentre Bonaventura
stava a letto. Poi, con molta probabilita', l'ufficiale dei carabinieri,
che era in pigiama, ha tentato di alzarsi e prendere la cornetta del telefono
poco distante. Ma il malore lo ha fatto accasciare per terra, lasciando
il telefono con il ricevitore tra il cuscino e il comodino. Anche la stanza
da letto, cosi' come tutto l'appartamento al secondo piano di via Bezzi,
era in ordine. Tutto in rigoroso ordine come sempre. I vestiti per questa
mattina, le scarpe con i calzini ai piedi del letto, e la cucina messa
a posto dopo la cena di ieri. L'autopsia si svolgera' domani nell'istituto
di medicina legale del policlinico Gemelli, dove ora e' stata trasferita
la salma. A decidere sulla camera ardente e funerali sara' la sorella dell'ufficiale
che arrivera' dalla Sicilia in serata.
Enzo Fragala', di AN, giudica ''ragionevole il
dubbio sulla reale natura'' della morte del colonnello Umberto Bonaventura,
che avrebbe dovuto essere ascoltato nei prossimi giorni dalla commissione
Mitrokhin. Fragala' ricorda che Bonaventura'' ha rappresentato una figura
chiave nell'antiterrorismo e nel contro spionaggio italiano'', e sostiene
che la sua morte ricorda ''analoghi eventi del passato''. ''Ci riferiamo
- spiega Fragala' - alla misteriosa morte, nel luglio 1995, del tenente
colonnello Mario Ferraro, ufficiale della prima divisione, che all'epoca
trattava il dossier Mitrokhin, da poco trasmesso in Italia''. Oltre ad
esprimere questi dubbi, Fragala' avanza il sospetto che la morte di Bonaventura
possa essere anche ''il risultato di una pressione psicologica insopportabile,
fatta da qualcuno nei confronti dell'alto ufficiale'' nel momento in cui
la commissione sta affrontando ''il nodo cruciale'' della vicenda Mitrokhin'',
e cioe' ''quello legato alla trasmissione delle schede al nostro servizio,
alla loro completezza e all' incredibile insabbiamento durato oltre quattro
anni''.
Anche se la morte del col. Bonaventura sembra,
per ora, provocata da un malore, gia' sono cominciate le voci, anche autorevoli,
che sembrano avanzare dubbi, come era gia' successo in diversi casi precedenti
di morti 'sospette' di personaggi legati al mondo dei servizi segreti.
Eccone alcuni:
27 giugno 1968 - il colonnello Renzo Rocca viene
trovato morto nel suo ufficio, a Roma, ucciso da un colpo di pistola alla
testa. Fino all' anno precedente aveva diretto l' importante ufficio REI
''ufficio ricerche economiche industriali'' del Sifar, e aveva poi aperto
un' agenzia commerciale. La magistratura chiuse il caso con la motivazione
di suicidio.
27 aprile 1969 - in un incidente stradale a Curtarolo
(Padova) muore il generale Carlo Ciglieri, comandante dell' Arma dei Carabinieri
dal dicembre del 1965 al febbraio del 1968. Ciglieri aveva affidato al
suo vice, il gen. Giorgio Manes, l' incarico di preparare un rapporto sulle
deviazioni del Sifar , nell' ambito delle indagini sul cosiddetto ''Piano
solo''. L' inchiesta sulla morte sara' archiviata, riaperta nel 1990 su
richiesta della figlia, e archiviata di nuovo nel 1991.
25 giugno 1969 - Il gen. Giorgio Manes, che era
stato vicecomandante dei carabinieri dal 1963 al 1968 e aveva preparato
il rapporto sul 'Piano Solo', muore stroncato da un infarto, mentre beve
un caffe' aspettando di essere ascoltato dalla commissione parlamentare
dþinchiesta sui fatti del luglio 1964. I familiari sostengono che
si e' trattato di omicidio.
12 agosto 1977 - il generale di corpo d' armata
Antonino Anza' muore nella sua abitazione ucciso da un colpo di pistola.
L' inchiesta archivia il caso come suicidio, ma molti avanzano dubbi, anche
con interrogazioni parlamentari.
5 giugno 1981 - il tenente colonnello della Guardia
di Finanza Luciano Rossi muore con un colpo di pistola alla tempia. Qualche
anno prima aveva condotto un' inchiesta su Licio Gelli, quando era all'
ufficio ''I'' delle Fiamme gialle e sembra che stesse scrivendo un memoriale
per i magistrati che lo avevano da poco interrogato, proprio sulla P2.
Il caso viene archiviato come suicidio anche se qualcuno avanza qualche
dubbio. Tre anni prima, il colonnello Salvatore Florio, che aveva lavorato
con Rossi, era morto in un incidente stradale vicino Carpi (Modena).
16 luglio 1995 - Mario Ferraro, colonnello del
Sismi, viene trovato impiccato al portasciugamani del bagno della sua abitazione.
L' inchiesta viene archiviata come suicidio, ma rimangono molto forti i
dubbi. Verra' poi riaperta e archiviata di nuovo nel 1998.
Ma oltre a questi ufficiali, direttamente legati
con il mondo dei servizi segreti, ci sono state molte morti 'dubbie' di
persone, che in un modo o nell' altro, con quel mondo erano entrate in
contatto come il comandsante generale dell' arma dei carabinieri Enrico
Mino, morto il 31 ottobre 1977 in un incidente di elicottero che ha lasciato
qualche dubbio; come Fiorella Maria Carrara, la segretaria del prof. Aldo
Semerari (contatti con la P2, i servizi segreti e il mondo della malavita),
suicida il primo aprile 1982; come Sergio Castellari, ex direttore generale
del Ministero delle partecipazioni Statali, trovato suicida il 25 febbraio
1993 sulle colline di Sacrofano, alle porte di Roma; come Michele Landi,
il tecnico informatico che aveva fatto alcune perizie sul delitto D' Antona,
trovato impiccato il 4 aprile di quest' anno nel suo appartamento a Guidonia
Montecelio.
7 novembre 2002 - MORTE COL. BONAVENTURA: ADN
KRONOS
"Adn Kronos"
Per gli investigatori e' stato un ictus
Sismi, trovato morto colonnello Bonaventura
Gia' chiamato dalla commissione di inchiesta
sul caso Mitrokhin tre settimane fa, doveva essere ascoltato ancora nei
prossimi giorni
Secondo gli investigatori che indagano sulla
morte di Umberto Bonaventura, il colonnello del Sismi che avrebbe dovuto
riferire alla commissione di inchiesta sul caso Mitrokhin, e' stato un
ictus a stroncare nella notte l'alto ufficiale dei Carabinieri.
''Garantisco io'', dice ai giornalisti il comandante
del nucleo operativo dei Carabinieri Gianfranco Cavallo, davanti alla palazzina
di Trastevere dove Bonaventura abitava ed e' morto.
''E' morte naturale al 100%. E' stato un ictus''.
Bonaventura e' stato trovato nella sua camera da letto. Si sarebbe reso
conto del malore e avrebbe tentato di raggiungere il telefono senza riuscirci.
Il portiere dello stabile racconta che i vicini del piano di sopra del
colonnello hanno sentito suonare la sveglia alle 6.30 senza che nessuno
la spegnesse. Secondo la versione della polizia giudiziaria, dunque, la
morte sarebbe arrivata nella notte.
L'ufficiale del Sismi aveva 63 anni. A Roma viveva
solo, non era sposato. Aveva comprato la casa e ci viveva da 4 anni. Descritto
come una persona molto riservata, riceveva solo qualche volta la visita
della nipote. I suoi parenti sono in arrivo da Palermo. A scoprire la morte
e' stato l'autista del colonnello. Tutte le mattine lo andava a prendere
a casa intorno alle 7.30. Oggi, non vendendolo arrivare, ha prima suonato
e poi ha chiamato i colleghi che hanno abbattuto la porta e scoperto il
corpo dell'uomo. I Carabinieri arrivati sul posto hanno inizialmente detto
al portiere di essere intervenuti per un furto. Solo dopo l'uomo ha saputo
della morte del colonnello.
Bonaventura era responsabile della prima divisione
del Sismi che si occupa di controspionaggio. Nei Carabinieri, era entrato
nel 1972. Il colonnello era stato sentito dalla commissione Stragi nella
passata legislatura il 23 maggio del 2000 sul caso Moro e sul ritrovamento
del memoriale in via Montenevoso a Milano, avvenuto il primo ottobre 1978.
In quella seduta, il colonnello fece una inquietante rivelazione. Disse
che il nucleo del generale Dalla Chiesa porto' via dal covo delle Br il
documento per fotocopiarlo e poi riportarlo nell'appartamento dove furono
arrestati tra gli altri Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Nadia Mantovani.
Bonaventura, nelle ultime settimane, era apparso
Notizia RT1.0205 del 07-11-02 molto preoccupato per l'imminente audizione
presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Mitrokhin. A quanto
apprende l'Adnkronos, l'ex direttore del Sismi, l'ammiraglio Battelli,
aveva infatti chiesto all'alto ufficiale dei servizi segreti militari di
accompagnarlo, in veste di consulente, davanti ai parlamentari che indagano
sull'elenco delle presunte spie italiane al soldo del Kgb. Bonaventura,
quale ex capo della prima divisione del Sismi, aveva gestito sotto la direzione
di Battelli il dossier Mitrokhin. Prima di lui, altri due predecessori
aveva trattato presso la prima divisione la gestione delle carte trasmesse
dai servizi segreti britannici all'intelligence italiana.
''La scomparsa del colonnello Bonaventura e'
una perdita gravissima per la commissione incaricata di accertare le verita'
emerse dal dossier Mitrokhin''. E' la prima reazione del presidente della
commissione d'inchiesta, il senatore di Fi Paolo Guzzanti. ''Le cause della
morte di questo ufficiale dei Carabinieri, in servizio presso il Sismi,
sono ancora da accertare -aggiunge- Quel che e' sicuro e' che quando capita
una morte cosi' improvvisa di un uomo che ha rivestito un ruolo fondamentale
in una vicenda di cui si occupa una commissione parlamentare bicamerale
d'inchiesta, e' d'obbligo risolvere tutti i legittimi dubbi che possono
sorgere di fronte ad un fatto cosi' infausto e improvviso, che arreca un
danno irreparabile''.
''Il colonnello Bonaventura non era stato soltanto
uno dei gestori diretti del dossier Mitrokhin -aggiunge Guzzanti- ma era
stato anche uno dei piu' vicini collaboratori del generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa ai tempi dell'irruzione nel covo delle Br in via Montenevoso
a Milano in cui erano contenute carte relative al sequestro dell'onorevole
Moro la sorte delle quali non e' stata mai chiarita. Posso solo esprimere
l'auspicio -conclude il senatore di Fi- che la magistratura dia al piu'
presto le risposte che tutti attendiamo sulla repentina fine del colonello
Bonaventura''.
''Sarebbe quanto mai opportuna una perizia medico
legale, soprattutto considerata l'attivita' che il colonnello Bonaventura
svolgeva. Io lo conoscevo dal '69 e posso dire che era una persona con
una salute d'acciaio, anche sottoposto a stress non dava mai segni di stanchezza.
In tanti anni che l'ho avuto alle dipendenze, non ha mai fatto un giorno
a letto. Non era molto puntuale, ma arrivava sempre''. Lo afferma il generale
Niccolo' Bozzo, 'capo' dell'ufficiale dei Carabinieri negli anni del terrorismo
e al tempo dell'operazione di via Montenevoso a Milano.
7 novembre 2002 - DON ANTONELLO MENNINI NUNZIO
APOSTOLICO A MOSCA
"Il Messaggero"
LA STORIA
Don Antonello nunzio a Mosca
di ORAZIO PETROSILLO
CI SONO delle biografie ricche di colpi di scena
come un romanzo giallo, i cui protagonisti appaiono e sono l'esatto contrario
di tipi propensi agli intrighi o alle avventure: tranquilli, sereni e alieni
dall'apparire. Intelligenti, certo. E' il caso, mutatis mutandis, di sua
eccellenza monsignor Antonio Mennini, romano doc, 55 anni, nominato ieri
nunzio apostolico a Mosca. Fin qui nulla di strano, se non che si tratta
di un diplomatico pontificio tra i più bravi e qualificati cui viene
affidato un compito... impossibile: ridurre la frattura tra il Patriarcato
ortodosso di Mosca e la Santa Sede. Mennini parla il russo, ha dato prova
di ottimo carattere e di saper instaurare eccellenti rapporti con gli ortodossi.
Ma questo alto prelato, altri non è che il "don Antonello" del caso-Moro,
il trait d'union tra la famiglia e le Brigate rosse in quei terribili 55
giorni tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978. E per dare un tocco di mistero
al suo curriculum diplomatico, si può notare che Mennini fu consigliere
di nunziatura in Turchia nell'84-85 e che al suo primo incarico come nunzio
è stato in questi due anni a Sofia, in Bulgaria. Come dire: dal
"caso Moro" ai luoghi del più grande intrigo (irrisolto), il "caso
Agca" e l'attentato al Papa.
Figlio di Luigi Mennini, rispettabilissimo alto
funzionario dello Ior, trovatosi impelagato suo malgrado nel caso dell'Ambrosiano
con Marcinkus e de Strobel, Antonio, per gli amici Antonello, si è
formato al Collegio Capranica dove conobbe anche Aldo Moro. Il caso volle
che, come primo incarico pastorale, don Antonello fosse stato destinato
viceparroco a S. Lucia a piazzale Clodio dal maggio '75 all'ottobre '78.
In tale veste, fu contattato dalle Brigate rosse per comunicare messaggi
e lettere alla famiglia di Moro e alla Santa Sede. La sua condotta fu esemplare
per prudenza e riservatezza. Il giovane sacerdote negò di essere
stato destinatario di due lettere (le nn.56-57) dello statista dalla sua
prigionia. Fu ascoltato dall'autorità giudiziaria e dalla "Commissione
Moro" ma nel '95 rifiutò di presentarsi dinanzi alla Commissione
Stragi, motivando il diniego con il fatto che aveva già testimoniato
tutto. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede, dopo le sedi
di Uganda e Turchia, mons. Mennini è stato per ben 14 anni (dall'86
al '90) il diplomatico della seconda sezione della Segreteria di Stato
(il "ministero degli Esteri" della Santa Sede) incaricato di seguire gli
Affari italiani. In tutti questi anni non ha mai fatto notizia. Se migliorerà
i rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Vaticano, riuscendo a lavorare
di sponda con il Cremlino che sta avallando l'anticattolicesimo russo con
l'espulsione di un vescovo e quattro parroci, Mennini avrà la gratitudine
della Santa Sede e la porpora assicurata.
8 novembre 2002 - NUOVO LIBRO SU CASO MORO
"Liberta'"
L'incontro - Fiorenzuola - Stasera Clementi parla
del suo libro su quei tragici 55 giorni
"Io, studioso e ricercatore, vi racconto la vera
storia dell'assassinio di Aldo Moro"
di Oliviero Marchesi
Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana
e uomo politico tra i più influenti d'Italia, fu rapito il 16 marzo
1978 a Roma, in via Fani, da un commando delle Brigate Rosse che fece strage
dei suoi agenti di scorta. I terroristi, per liberarlo, reclamarono la
scarcerazione di 13 detenuti "politici". La Dc (con qualche oscillazione)
e il Pci, seguiti da quasi tutti gli altri partiti, decisero fin dall'inizio
di non cedere alle richieste, nonostante altri settori politici si pronunciassero
a favore della trattativa. Il 9 maggio il cadavere di Moro fu ritrovato
nel bagagliaio di una Renault 4. Su questi tragici 55 giorni, in Italia,
si è scritto molto. Ma finora, forse, non era comparso sul tema
un volume documentato, analitico e sgombro da pregiudizi come La "pazzia"
di Aldo Moro (Odradek). Ne è autore il giovane studioso romano Marco
Clementi, docente di Storia dell'Europa Orientale all'Università
di Cosenza, che stasera alle 21 presenterà il suo libro a Fiorenzuola,
nella scuola media "Gatti" di via San Bernardo, in un incontro organizzato
dall'associazione "L'Aquilone-Emilia" (ci sarà una "replica" per
studenti alle 9 di domattina). Abbiamo parlato del libro proprio con Clementi.
L'opera è presentata dall'editore come "il primo vero libro di storia"
su questo argomento. Che cosa si intende? "Diciamo che ho voluto scrivere
un libro senza teoremi né dietrologie. Molti dei libri già
scritti su questa vicenda mi lasciavano insoddisfatto: li trovavo scarsamente
rigorosi, scritti senza gli strumenti metodologici propri dello storico,
come la filologia e il controllo dei documenti. Il mio libro, che raccoglie
tutto ciò che sul caso Moro sappiamo con certezza, è interamente
basato su fonti documentali: gli scritti delle Br, gli atti giudiziari,
i lavori delle Commissioni parlamentari, gli articoli della stampa, le
memorie di politici e brigatisti che furono attori di questo dramma. E
soprattutto il memoriale di Moro e le lettere da lui scritte durante la
sua prigionia per chiedere al Governo di trattare con i suoi rapitori,
liquidate sprezzantemente da politici e opinionisti che, in ragione della
minaccia di morte che pendeva sul prigioniero, negavano ogni validità
morale ai suoi scritti. La "pazzia" cui alludo nel titolo è quella
che essi attribuivano al contenuto di quelle missive". Leonardo Sciascia,
in "L'affaire Moro", rivendicò la dignità politica e morale
di quelle lettere, liquidando la "linea della fermezza" come l'escamotage
di una classe politica corrotta che coglie una tragica palla al balzo per
darsi un'immagine di integrità. "Credo che le cose siano meno semplici.
E' vero: la Dc, in altri casi, trattò per arrivare al rilascio di
ostaggi. Lo fece per il magistrato D'Urso, lo fece per Ciro Cirillo. Ma
nel caso di Moro sarebbe stato molto difficile, per la Dc, scegliere una
linea diversa da quella della fermezza. E questo non tanto per il precedente
del sequestro Sossi, quanto per l'atteggiamento intransigente assunto dal
Pci, che aveva iniziato da poco a sostenere dall'esterno un governo Andreotti
e che si considerava il primo nemico delle Br". Sergio Flamigni e altri
hanno sostenuto l'esistenza di un complotto deciso ad alti livelli. "Beh,
trovare Moro non era facile. Le Br allora erano molto ben organizzate".
In questa storia i misteri esistono, però: pensiamo al 18 aprile.
"Già. Appare un falso comunicato Br: annuncia che Moro è
stato ucciso e gettato nel lago della Duchessa. La comparsa di questo documento
imprime alla vicenda una fatale accelerazione, che chiude la porta ai tentativi
dell'unico che abbia davvero tentato di mediare fra Br e Stato: lo stesso
Moro. Se Moro fosse stato ascoltato e la trattativa fosse stata gestita
da lui, la storia d'Italia avrebbe preso una piega imprevedibile". Chi
c'era, secondo lei, dietro il falso comunicato? "Non ne ho idea: è
il mistero più profondo di questi 55 giorni. E' certo, però,
che le Brigate Rosse si rendono conto che c'è qualcun altro che
sta cercando di intervenire nella partita. Questo le innervosisce e le
spinge ad affrettare l'esecuzione della "condanna a morte" che avevano
già deciso a maggioranza".
8 novembre 2002 - MORTE COL. BONAVENTURA: DAI
GIORNALI
"La Padania"
Solo un malore "stronca" 007 del Mitrokhin?
Tra due settimane sarebbe stato ascoltato dalla
Commissione parlamentare ROMA - La sua morte non poteva che scatenare dubbi,
non poteva non imporre mille domande. Un personaggio così non se
ne poteva andare in silenzio. E il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura,
63 anni, per gli addetti ai lavori, era un personaggio di quelli "che incontri
una volta ogni tanto". È morto per un malore, e tutto fa pensare,
sostengono gli inquirenti da subito, che sia andata davvero così,
nella sua casa del quartiere Trastevere a Roma. Nessuno dei vicini sapeva
cosa facesse, era schivo, riservato ma sempre cortese: ieri hanno capito
chi era. Era uno dei maggiori esperti dell'antiterrorismo, era il direttore
dell'Ufficio analisi controspionaggio, terrorismo internazionale e criminalità
del Sismi. Ma tutti lo ricordano all'anticrimine di Milano durante il periodo
del generale Dalla Chiesa. La notizia della sua morte si è diffusa
in pochi minuti e l'appartamento di via Bezzi è diventato improvvisamente
un luogo di dubbi e perplessità. Gli inquirenti, dopo un sopralluogo
di circa un'ora, sembrano certi di quello che dicono: il colonnello Bonaventura
è morto per un malore, forse un infarto che lo ha colpito, con tutta
probabilità, nelle prime ore della mattina. Tutto fa pensare -sottolinea
uno di loro- ad una causa naturale. Il colonnello era in pigiama, accasciato
accanto al letto, forse ha tentato di chiedere aiuto, visto che la cornetta
del telefono era sollevata e adagiata tra il cuscino e il comodino. Tutto
era in ordine, in metodico ordine, come sempre. Accanto al letto, su una
poltrona, i vestiti che intendeva indossare e in casa ogni cosa al suo
posto, i suoi ricordi, i libri, le decine di giornali che leggeva. Ma il
dubbio ha comunque sfiorato e attraversato i ragionamenti di chi lo ha
trovato senza vita, in pigiama, ed ha ricordato che con la sua morte spariva
un investigatore che aveva incontrato nel corso della sua carriera le più
importanti e controverse vicende di questo Paese. Acuto osservatore e "memoria
storica" di almeno 20 anni di storia italiana. Il suo nome è legato
alla vicenda del covo Br di via Montenevoso, scoperto durante le indagini
del sequestro Moro, alle indagini sull'omicidio del commissario Calabresi.
Fu proprio Bonaventura, all'epoca comandante del reparto antiterrorismo
di Milano, a raccogliere le confidenze del pentito Leonardo Marino. L'ufficiale
dei carabinieri avrebbe dovuto essere ascoltato tra due settimane dalla
commissione d'inchiesta sul dossier Mitrokhin. Il colonnello doveva, in
sostanza, illustrare a San Macuto l'attività svolta dalla prima
divisione del Sismi ai tempi in cui era lui a guidarla, per capire modalità,
tempi e problemi connessi all'arrivo ed alla gestione in Italia delle carte
dell'archivista del Kgb. Un personaggio che impone quindi, ragiona un inquirente,
di scandagliare a 360 gradi, avrebbe detto lui, e fugare così ogni
minimo sospetto. Per questo oggi sarà effettuata l'autopsia, affinchè
la sua morte non sia un altro mistero da aggiungere ai mille misteri con
cui il colonnello Bonaventura si era imbattuto nel corso delle sue tante
indagini. "Era un gentiluomo siciliano, d'altri tempi, di una umanità
difficilmente riscontrabile, una persona fuori dell'ordinario". Così
un amico di lunga data, ricorda il colonnello Umberto Bonaventura. Figlio
di genitori benestanti di Catania, morti in un incidente stradale 25 anni
fa, era legatissimo alla sorella, di 54 anni, che abita a Palermo, e alle
due nipoti, una che vive nel capoluogo siciliano, l'altra che abita a Milano
e in procinto di diventare avvocato. "Sulle nipoti aveva riversato un affetto
da padre" racconta l'amico. A Catania, dove vivono gli zii, e a Palermo,
l'ufficiale trascorreva le sue vacanze per fare anche qualche lungo viaggio
con la famiglia della sorella. "Amava il mare e la sua terra. Nel suo appartamento
romano, nel pianerottolo, aveva messo un grande fotografia dei faraglioni
di Acitrezza. In casa, tre camere e cucina arredate con gusto sobrio, così
come vestiva - ricorda l'amico - sui mobili aveva pietre di lava dell'Etna
e i ricordi dei suoi viaggi nel mondo". Bonaventura non aveva una relazione
sentimentale, in passato aveva avuto due storie, che però "aveva
lasciato, travolto dal suo lavoro, che amava". E i colleghi e i dipendenti,
con le loro mogli e i loro figli, erano diventati, ovunque egli fosse stato,
la sua "famiglia allargata". Di loro si prendeva a cuore i problemi. "Mi
ricordo che quando era a Milano all'anticrimine, ogni Natale, sotto l'albero,
faceva trovare un regalo a tutti i figli dei carabinieri". Così
come aveva instaurato, negli anni in cui era in prima linea sul fronte
dell'antiterrorismo, un rapporto umano con i pentiti, "quando i pentiti
non si pesavano a chilo", i quali ancora gli scrivevano o gli facevano
avere loro notizie. Sul lavoro era "carismatico, aveva una capacità
di comando unica, e non aveva bisogno di imporla, sia ai sottoposti sia
ai superiori, perchè aveva una visione delle cose che andava dritta
alla soluzione. Oggi, quando gli amici e i colleghi hanno saputo della
sua morte, tutti stentavano a crederci, lui che non aveva mai avuto bisogno
di andare da un dottore".
"Il Messaggero"
IL PERSONAGGIO
Da Calabresi alla lotta alle br
ROMA - Un gentiluomo siciliano d'altri tempi,
solitario, puntuale, metodico, che viveva per il lavoro e forse conosceva
la verità su alcuni dei grandi misteri d'Italia. L'immancabile sigaretta
in bocca, gentile e sorridente ma molto riservato, il colonnello dei carabinieri
Umberto Bonaventura era nato a Catania il 20 ottobre di 63 anni fa. Una
vita da single, senza hobby, nessun amico, niente contatti con i vicini
della casa di Trastevere in cui pure viveva da nove anni. "Non mi sono
mai sposato, la mia famiglia siete voi colleghi, mia sorella che vive a
Palermo, le sue figlie, sua nipote, non ho nient'altro", diceva ai pochi
con i quali talvolta si confidava al Sismi. Senza però mai fare
cenno alle inchieste di cui si era occupato. Del resto il suo essere un
uomo di poche parole era ormai una deformazione professionale obbligata,
da protagonista dell'antiterrorismo e del controspionaggio.
Laureato in legge, ha iniziato a lavorare ai
grandi casi a Venezia, dove ha indagato con altri colleghi veneti e friulani
sulla strage di Peteano, in cui morirono tre carabinieri, una strage che
dopo 30 anni ha ancora molti punti oscuri, nonostante la confessione del
neofascista Vinciguerra. Negli anni di piombo era a Milano, al fianco di
Dalla Chiesa. E proprio per conto del generale ha diretto la perquisizione
al covo delle Brigate rosse di via Montenevoso durante il sequestro Moro,
un capitolo tuttora misterioso. Nel '90, cioè ben 12 anni dopo quella
perquisizione, nell'appartamento è stata infatti scoperta, nascosta
dietro un tramezzo, la parte più importante del memoriale dello
statista, di cui nel '78 non sarebbero state trovate tutte le pagine. E
proprio Bonaventura ha spiegato due anni fa alla Commissione stragi di
avere all'epoca prelevato dal covo gli originali del documento prima che
li vedesse il magistrato, di averli fotocopiati e consegnati a Dalla Chiesa,
per poi riportarli a via Montenevoso. E' stato il primo ad ammetterlo molti
anni dopo l'omicidio di Dalla Chiesa, secondo i pentiti di mafia ucciso
a Palermo nel 1982 proprio perché era a conoscenza di segreti sul
caso Moro.
Bonaventura è anche l'uomo che nel luglio
'88, da comandante del reparto antiterrorismo di Milano, ha raccolto per
primo le confidenze di Leonardo Marino, che ha fatto condannare Sofri,
Bompressi e Pietrostefani per l'omicidio del commissario Calabresi. "L'ho
incontrato tre volte, erano colloqui molto sofferti", ha detto qualche
anno fa il colonnello, ricordando il pentito, la cui confessione è
sempre stata contestata dagli imputati, che hanno anche accusato gli investigatori
di averlo pilotato. Nel '92 il passaggio al Sismi, dove ha ricevuto dai
servizi inglesi il dossier Mitrokhin, cioè le spinose carte dell'archivista
del Kgb su cui il Parlamento ha aperto un'inchiesta.
Ro. San.
8 novembre 2002 - GLADIO E CASO MORO: PARLA
IL "DOTTOR FRANZ"
da "Dagospia"
SERVIZI SEGRETI - VUOTA IL SACCO L'AGENTE INCARICATO
DI PEDINARE LE BRIGATE ROSSE IN TRASFERTA A PRAGA...
Marco Gregoretti per il mensile GQ
Prologo. Cabras, terra di bottarga di muggine
e di spiagge colorate, di boschi impenetrabili a picco sul mare e di cuniculi
sotterranei scavati dai Fenici. È la Sardegna dell'oristanese: bella
e poco uristica. Un sabato di settembre la sala del museo civico si popola
di uomini con facce particolari, segnate dall'esperienza, circospette in
ogni minima postura. Nascoste da Ray-Ban neri. Molti di questi, sebbene
arrivino da diverse parti d'Italia, in passato si sono già incontrati.
Si salutano con battute strane, chiamandosi per sigla. Efisio Trincas,
il sindaco di Cabras, sta presentando alcuni scrittori locali. Quando pronuncia
il titolo "Ultima missione", l'autore, Antonino Arconte, e la sigla G-71,
quelle facce di agenti segreti, di ex agenti segreti, di uomini del controspionaggio
italiano, si contraggono come per trattenere un: "G-71, sei tutti noi!".
"Ultima missione" è il libro di memorie dell'agente segreto scovato
due anni fa da GQ.
Più di 600 pagine sconvolgenti, con documenti
inediti: da Gheddafi a Moro, da Bourghiba a Craxi, da Andreotti a Cossiga,
racconta tutte le missioni segrete che lui (soldato della Marina militare,
comsubin, gladiatore del super Sid) e altri militari in incognito hanno
fatto in giro per il mondo per conto del governo italiano. G71 il suo libro
se l'è scritto da solo, si è fatto da solo il progetto grafico,
copertina compresa, e l'ha messo on line. Migliaia di copie vendute con
il semplice tam-tam. Ammiratori in ogni continente, davvero. Posta elettronica
intasata. E uno Stato, quello italiano, che lo perseguita e l'ha "cancellato"
perché sa troppo e non vuole stare zitto. Ma questa è un'altra
storia...
"Quello è del Sismi..."
Mescolato tra i tanti colleghi ed ex colleghi,
vicino al buffet offerto dal comune di Cabras, c'è uno che ha l'aria
di essere, oltre G71, il pezzo da novanta. Lo capisci da come tutti "gli
spioni" si rivolgono a lui. È sicuramente sardo, ma può sembrare
arabo o, perfino, non è uno scherzo, tedesco. Parla il dialetto
sardo, si esprime in arabo, conosce un tedesco perfetto, il cecoslovacco,
l'inglese, il francese e lo spagnolo. Per gli Stati Uniti è laureato
in medicina e fa il dentista. Per l'Italia no: è un abusivo. I modi
e il look non sono appariscenti, ma si percepisce il carisma. Avvicinarlo,
pur essendo in una sala piccola, è difficile. Capita sempre qualcosa
sul più bello: uno che lo chiama, un altro che "involontariamente"
lo urta e il bicchiere cade per terra, il cellulare che squilla, ma nessuno
risponde.
È lui, poi, che risolve la situazione:
"So che le interessa sapere qualcosa sulle nuove Brigate rosse. Che poi
sono le vecchie: non è cambiato nulla". Sussurra: "Sono Franz. Il
dottor Franz. Per i servizi segreti di mezzo mondo questo nome di battaglia
vuol dire qualcosa. Ma qui c'è troppa gente, non mi fido. Ci vediamo
domani ad Alghero". Ma chi è il dottor Franz? "Un bravo dentista",
dice lui. Ci vuole proprio una gitarella ad Alghero. Seduti intorno al
tavolo della cucina, nell'appartamento di un amico che non c'è,
Franz sembra più tranquillo. L'inizio del racconto è assai
umano: "Sono entrato nei servizi segreti italiani per amore. Per amore
di una donna dell'Est". Fino a quel momento Franz era un mozzo che lavorava
sulle navi e guadagnava molto bene per i primi anni Settanta: un milione
e mezzo al mese. "D'altronde dovevo mantenere una famiglia numerosa (mamma,
due fratelli e tre sorelle), che dopo la morte di mio padre non aveva alcun
sostegno".
"Ho visto Franceschini in Cecoslovacchia"
Girando per il mondo conosce la figlia di un
colonnello della Stasi, che vive in Cecoslovacchia. "Appena rientravo da
un viaggio in nave, la raggiungevo al suo Paese. Così ho imparato
la sua lingua e soprattutto a muovermi con grande disinvoltura in uno Stato
così vicino, ma anche così lontano". Nel 1974 la proposta
indecente. "Ero in via Colli della Farnesina, a Roma. Stavo bevendo qualcosa
al bar vicino all'ambasciata. Mi avvicinano due tizi che non conoscevo.
Che, invece, di me sapevano tutto. Uno era Antonio La Bruna, incaricato
dal Sid di ingaggiare personale civile. Non sapevo che fosse la Gladio.
Mi chiedono se voglio collaborare. Se voglio entrare nei servizi segreti.
"Ci pensi un paio di mesi", mi dice La Bruna con garbo, "poi mi chiami
a questo numero"".
Franz è un freddo. Passionale, ma freddo.
Gli offrivano un milione al mese fisso per fare quella che lui riteneva
una vacanza: vivere nel Paese della sua donna. "Dopo due mesi ho accettato.
La Bruna mi ha convocato a Roma, in via XX settembre, presso l'ufficio
decimo. E mi ha affidato i compiti: pedinare i terroristi che dall'Italia
andavano in Cecoslovacchia per addestrarsi. L'ho fatto per cinque anni.
Anche dopo il rapimento Moro. Ogni volta La Bruna mi chiamava da un telefono
pubblico. Mi convocava. Mi segnalava tipo di macchina, targa e luogo di
partenza... Neanche mia madre sapeva nulla".
Per esempio. Il furgoncino targato... parte da
Padova alle ore... "Io mi mettevo dietro. Lo seguivo, fino a Linz, alla
frontiera austriaca con la Cecoslovacchia. Avevo notizia di chi proseguiva
il pedinamento dopo di me, per non rischiare di perdere i terroristi al
posto di blocco. Oppure li prendevo io a Ceske Budejovice, la prima città
in Cecoslovacchia e gli stavo addosso fino a Brno. I campi di addestramento
erano a Carlovi Vari, oppure vicino a Brno, a Litomerice, a ovest di Praga.
Ufficialmente erano delle terme. Già, perché magari, dopo
qualche rapina fatta in Italia, dovevano riposarsi un po'...".
Una bomba! Francesco Cossiga ha appena detto,
a proposito delle Brigate rosse, che non esiste alcuna connessione internazionale,
che sono un fenomeno soltanto italiano. Ipotesi confermata anche dalle
dichiarazioni di Mario Moretti e di Paolo Persichetti, l'ex Br recentemente
estradato dalla Francia. Dottor Franz, ma lei è certo di quel che
dice? "Io li ho pedinati e fotografati. Anche dopo il rapimento e l'uccisione
dell'onorevole Aldo Moro. So da chi compravano le armi e l'esplosivo. Li
ho visti entrare nei ristoranti popolari, mangiare senape e würstel.
Li ho visti che si beccavano qualche cameriera. Non solo per copertura.
Li ho visti parlare con i loro addestratori, tutti agenti del Kgb e con
i terroristi della Raf, dell'Eta, e quelli libici. Noi seguivamo i loro.
La polizia ceka seguiva noi. Come mai? Direi a Cossiga che ho lavorato
per il mio Paese in condizioni difficili: pedinare in Cecoslovacchia un
terrorista che ha la copertura del Kgb è quantomeno arduo. Non parlo
a vanvera: il materiale scritto e fotografico io l'ho regolarmente spedito
in Italia o consegnato ad agenti italiani. Uno, Tano Giacomina, è
morto in uno strano incidente. Due mesi fa mi ha cercato Franco Ionta (il
magistrato che indaga sul delitto Moro, ndr). Ho parlato con un maresciallo
dei Ros, il reparto operativo speciale dei Carabinieri. Ma non è
successo nulla".
Incredibile: sono documenti che provano l'esistenza
di un collegamento tra colonne delle Br e servizi segreti stranieri. E
nessuno fa niente. Nomi? "Niet". Franz, dai. "Guardi che è pericoloso.
Perché io ho pedinato e seguito gente che non è mai stata
arrestata...". Qualcuno di quelli arrestati può dircelo? "Per esempio
Alberto Franceschini. L'ho seguito e l'ho segnalato. Quindi non è
vero, come è stato detto, che lui arrivava dalla Germania dell'Est.
Lui arrivava da Praga. L'ho visto recentemente, in tv. Com'è cambiato:
sembra un professore".
Franz a Praga prende una casa in affitto da un
dissidente: tra i suoi compiti c'era anche quello di aiutare gli oppositori
o i perseguitati dal regime a scappare in Occidente. Per farlo rischia
la vita. "Un giorno La Bruna mi dice: scusa, ma perché non metti
su a casa tua uno studio dentistico come attività di copertura?
Avevo molti pazienti. Anche la mia donna. Che essendo figlia di un generale
della Stasi, mi dava un sacco di notizie... Per tutti diventai il dottor
Franz. In realtà ero il responsabile della base di Gladio in Cecoslovacchia.
La parola d'ordine era: ho male al dente numero...".
"Ieri si chiamava kgb, oggi Mafia russa"
Questo pezzo di racconto è da shock. Sono
le 11 di mattina e Franz si è già fumato mezzo pacchetto
di sigarette. Nella sua mente investigativa si susseguono i pensieri. Spegne
l'undicesima cicca. E dice secco: "È da un mese e mezzo che hanno
ricominciato a minacciarmi. A farmi certi discorsetti via e-mail. Fanno
così, "loro". Poi, bum-bum. E tu sei morto. Come è successo
a quei due, D'Antona e Biagi. E Landi, quella specie di hacker che aveva
scoperto troppo. Suicidato, ma va'... Io i miei figli voglio vederli crescere
in diretta. E non dall'alto dei cieli. Non voglio fare una brutta fine
ed essere consolato da un ministro che si dimette. Ora mi sono rotto".
Dietro la facciata aggressiva, strafottente e
ironica, adesso si legge tanta paura. "Guardi, io lo so per certo: sia
D'Antona che Biagi avevano ricevuto un sacco di minacce. Tutti e due stavano
indagando sulla provenienza degli attacchi minatori. Avevano scoperto i
mittenti. Sapevano chi sono i terroristi e chi li protegge. Ma sono stati
fatti fuori". Franz racconta un fatto davvero inquietante che riguarda
il presunto strano suicidio (giovedì 4 aprile 2002) del tecnico
informatico Michele Landi. "Poco prima di morire aveva mandato un'e-mail
a un mio amico che era nei servizi con me. C'era scritto che aveva scoperto
la provenienza delle rivendicazioni dell'omicidio Biagi. Arrivavano dal
computer di un ministero".
Ecco perché ha paura il dottor Franz:
lui sa tutto quello che sapevano le tre persone uccise. E forse anche molto
di più. Sa per esempio nomi e cognomi. Conosce le connessioni internazionali.
Su un fatto il nostro uomo è certo: "Dietro ci sono sempre gli stessi.
Ieri si chiamava Kgb. Oggi si chiama mafia russa. Il terrorismo non può
vivere senza una potenza alle spalle. E il disfacimento dell'Urss ha fatto
sì che fosse messo in vendita l'arsenale di una superpotenza".
"Loro" sarebbero ex agenti del Kgb, che nel frattempo
sono diventati miliardari della mafia russa, che partecipano al gioco mondiale
della destabilizzazione finanziando e fornendo armi ai terroristi occidentali.
"Che agiscono insieme ai terroristi islamici: niente è cambiato.
Ho visto documenti esplosivi che lo dimostrano. Come quello che riguarda
il mitico Sciacallo. Non ci sono nuove Br, nuova Eta, nuova Ira. Ci sono
Br, Eta e Ira. Usano le armi di ieri e l'esplosivo di ieri: i kalashnikov
e il Semtex, fabbricato, guarda caso, in Cecoslovacchia. L'unica differenza
è che hanno stretto un patto d'acciaio tra loro". Tanta paura? "Sì,
ma anche lei deve averne: le ho parlato di fatti che non ho voluto dire
neanche ai Ros".
"LIBERIAMO MORO!". MA MORO NON ERA ANCORA STATO
RAPITO.
Davvero, sono documenti esplosivi. Il primo,
come potete leggere, cambierebbe la storia recente dell'Italia. G-219 (il
colonnello Mario Ferraro), ha ricevuto da G-71 una busta contenente cinque
passaporti in bianco e questo ordine da consegnare a G-216, capostazione
Sid di Beirut, colonnello Stefano Giovannone. G-219 è stato trovato
"suicidato" alla porta del bagno; G-216 è morto nel 1985 in uno
strano incidente. G-71 è vivo per miracolo. Nel documento si chiede
di avviare contatti con terroristi mediorientali per ottenere informazioni
per liberare Aldo Moro. Soltanto che la data è: 2 marzo 1978. E
Moro è stato rapito il 16 marzo. Che significa? Era un estremo tentativo
di evitare il sequestro? L'altro documento, sempre datato 2 marzo 1978,
è inviato alle stazioni del Sid di diverse città: l'ordine
è cercare e, se serve, uccidere Carlos - Lo Sciacallo. Non è
stato né trovato né ucciso. Quindi, secondo le fonti di GQ,
era già a Roma a preparare il rapimento di Moro. Carlos è
venezuelano. Come la targa di un'auto vista in via Fani il 16 marzo 1978.
8 novembre 2002 - MORTE BONAVENTURA: ACCAME,
ORA PROTEGGERE ALTRI A RISCHIO
ANSA:
la morte del colonnello Umberto Bonaventura,
del Sismi, occorre assegnare una protezione anche domiciliare a tutti coloro
che sono a conoscenza di particolari segreti, in particolare agli agenti
Ossi (operatori speciali dei servizi segreti chiamati anche Sezione K)
ed a quelli della Gladio militare. A sostenerlo e' Falco Accame, presidente
dell' Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle
forze armate). Secondo Accame, "la deposizione del colonnello Bonaventura
alla commissione Mitrokhin avrebbe certamente riportato in evidenza il
contenuto delle carte di Moro rimaste segrete. E' dunque attorno a questo
tema che occorre centrare l' attenzione, perche' il colonnello era certamente
una delle persone che di tali carte era a conoscenza, come lo erano Pecorelli
ed il generale Della Chiesa". Il segreto delle carte di Moro, rileva il
presidente dell' Anavafaf, "consisteva nel fatto che nell' ambito dei servizi
segreti e di Gladio esistevano degli operatori armati in contrasto con
quanto previsto dalla Costituzione, tanto che due recenti atti della magistratura
hanno considerato come eversive all' ordine costituzionale le operazioni
degli Ossi". Di questo corpo speciale, prosegue, "erano a conoscenza persone
che in essi avevano operato, come il maresciallo Vincenzo Li Causi, che
mori' in Somalia colpito da una pallottola vagante, proprio prima che deponesse
ad un processo. E' dunque ovvio - conclude - che la morte di Bonaventura
in prossimita' di una deposizione importante non possa non far riaffiorare
una serie di interrogativi che mai hanno avuto una risposta".
8 novembre 2002 - MORTE BONAVENTURA: AUTOPSIA
CONFERMA CAUSE NATURALI
ANSA:
Il colonello dei carabinieri Umberto Bonaventura
e' morto per cause naturali. Sono i medici legali dell' istituto di medicina
legale del Policlinico Gemelli, al termine dell'autopsia, durata circa
tre ore, a confermare che l' ufficiale del Sismi e' morto dopo essere stato
colpito da un infarto o, forse, da un ictus, mentre era a letto, nel suo
appartamento nel cuore di Trastevere, a Roma. I primi accertamenti consegnati,
in serata, al pm Angelo Ferri hanno quindi escluso "ogni forma di morte
violenta", rimandando ad un referto piu' completo quando saranno terminati
gli esami tossicologici e quelli istologici. Entro questa sera il sostituto
procuratore, che ieri aveva avviato gli accertamenti, ritenuti comunque
"un atto dovuto", dovrebbe firmare l'autorizzazione per il rilascio della
salma e permettere cosi' i funerali. Il rito si svolgera' domani alle 10
nella Scuola Allievi Ufficiali, in via Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il colonello
Bonaventura sara' seppellito nella cappella di famiglia nel cimitero di
Catania.
10 novembre 2002 - CASO MORO: ANCORA SUL LIBRO
DI CLEMENTI
"Liberta'"
Il sequestro Moro entra nella storia
Marco Clementi presenta il suo libro basato solo
su documenti
Interessato da sempre al caso Moro, Clementi
decide di applicare il metodo storiografico, oggettivo e asettico, ad una
vicenda di cui tanti hanno cercato senza successo di chiarire gli innumerevoli
lati oscuri. Il suo approccio storico alla vicenda consiste nell'evitare
contatti diretti con le fonti - brigatisti, politici, parenti di Moro -
ancora in vita, considerando irrilevante ai fini della ricerca ogni illazione
e voce di corridoio a riguardo, focalizzando la sua attenzione esclusivamente
sull'analisi del materiale documentale ufficiale a disposizione, sulle
lettere di Moro e sui comunicati-stampa dei brigatisti nel periodo della
sua prigionia. In sei mesi scrive il libro, ricostruendo i 55 giorni trascorsi
dal rapimento di Moro al ritrovamento del suo cadavere, soffermandosi sui
momenti più importanti e sugli aspetti ancora controversi del caso.
Dopo aver evidenziato la svolta interna alle Brigate Rosse in seguito al
rapimento Sossi, la decisione di passare dalla propaganda armata all'attacco
al cuore dello stato, l'idea di rapire un personaggio politico di spicco,
da scegliere tra Andreotti, Moro o Fanfani, Clementi prosegue ricostruendo
le fasi concrete del sequestro e le immediate conseguenze politiche: l'attentato
in via Fani ai cinque uomini della scorta, l'incontro dei cavalli di razza
della Dc alla Camilluccia per decidere la linea dura contro le Br, il depistaggio
del lago della Duchessa, la scoperta del covo di via Gradoli in cui dormiva
Mario Moretti, le lettere-testamento del presidente democristiano, inizialmente
fiducioso, poi sempre più consapevole di essere stato abbandonato
dallo Stato al suo destino, la votazione a maggioranza delle Br per l'esecuzione
di Moro ed il ritrovamento del suo corpo nel baule di una Renault 4 parcheggiata
a metà strada tra Piazza del Gesù e Botteghe Oscure. Solo
a lavoro ultimato Clementi decide di lasciarsi condizionare dall'attualità
degli avvenimenti di cui si è occupato: va in via Fani, la piccola
strada in cui i terroristi hanno atteso Moro e ucciso gli uomini della
scorta, entra in contatto con i brigatisti che tennero prigioniero lo statista,
e fa leggere loro il libro. Da loro ottiene la conferma di aver compiuto
una ricostruzione fedele alla realtà, tranne in un unico particolare:
contrariamente all'ipotesi di Clementi, che riteneva possibile l'incontro
di Moro con un sacerdote, durante la sua prigionia i brigatisti non gli
permisero mai, nemmeno in punto di morte, di vedere nessuno. di ALESSIA
STRINATI Trentasette anni, |