ALMANACCO DEI "MISTERI D' ITALIA"

Le notizie del 2000

 


 
 
 
 

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(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)

4 gennaio - A nove anni dalla morte di Andrea Moneta, il carabiniere romano di 21 anni rimasto ucciso a Bologna, insieme a due commilitoni, in un agguato della banda della Uno Bianca, il padre, Domenico Moneta, in un'intervista a Rds Roma, lancia accuse pesanti contro il prefetto di Roma Enzo Mosino, che al tempo dell'assassinio dei tre militari era prefetto di Bologna. "Se le istituzioni - afferma - avessero mantenuto le promesse fatteci, allora uno poteva dire che tutto sommato ne e' valsa la pena che i nostri figli siano caduti per queste istituzioni. Ma queste istituzioni sono peggio di chi li ha uccisi". Moneta ringrazia invece l'Arma dei Carabinieri, "unica forza - dice Moneta - che ci e' stata vicino. Se non fosse per l' Arma, oggi saremmo in mezzo alla strada o magari sul marciapiede a chiedere l'elemosina".

11 gennaio - Dall' attivita' istruttoria condotta negli ultimi mesi e' emerso un contatto, ritenuto importante dagli inquirenti, tra l'ex ufficiale del Sios della Marina Angelo Demarcus, trovato in possesso dei falsi dossier su Luciano Violante e Stefania Ariosto, con uno dei componenti della banda della Magliana, Alessandro D'Ortenzi, detto 'er Zanzarone', e con il furto avvenuto nel caveau della banca di Roma interna agli uffici giudiziari di Roma. La collusione tra Demarcus e 'Zanzarone' avrebbe avuto il fine, tra l'altro, di danneggiare due magistrati della procura e del tribunale di Roma. Le indagini si soffermano molto anche sulle "misteriose visite notturne" di cui sono stati oggetto gli uffici di alcuni magistrati proprio nel periodo in cui i magistrati di Perugia ritengono che si sia preparato il furto al caveau e durante il quale Massimo Carminati (estremista di destra gia' processato per legami con la banda della Magliana) sarebbe entrato ed uscito a piacimento dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. In particolare, in uno degli uffici e' stata forzata la porta, in un altro sono stati ritrovati fascicoli spostati e bicchieri sporchi di bevande che nessuna delle persone autorizzate ad entrare aveva usato, una stampante manomessa e addirittura la porta di un importante ufficio del terzo piano del tribunale lasciata ostentatamente spalancata. Gli inquirenti adesso hanno messo insieme indizi e risultati di indagini in corso o gia' concluse e stanno lavorando sull'ipotesi che vi sia un forte collegamento tra l'attivita' di formazione di falsi dossier contestata a Demarcus e l'attivita' notturna durata un anno e mezzo negli uffici giudiziari della capitale. L'ex ufficiale del Sios fu arrestato il 17 gennaio 1998 perche' ritenuto dai Pm Maria Monteleone e Giovanni Salvi l'uomo che avrebbe confezionato materialmente il falso dossier pubblicato da 'L'Avanti della domenica' in cui si sosteneva che Stefania Ariosto fosse un agente dei servizi segreti. A Demarcus fu contestata la contraffazione di atti pubblici di fede privilegiata consumata attraverso la contraffazione di atti di polizia giudiziaria. Nell'inchiesta e' rimasto coinvolto anche l'ex ministro della difesa Cesare Previti, la cui posizione insieme con quella di Giorgio Zicari e' stata stralciata perche' le indagini richiedono tempi piu' lunghi.  Nel settembre 1999 Demarcus e' finito nell'inchiesta sul falso dossier ai danni del presidente della Camera Luciano Violante. Tra gli indagati per questa vicenda compaiono pure Francesco Pazienza, due poliziotti e un agente della Criminalpol. Demarcus, secondo indiscrezioni, all' indomani dell'uscita dal carcere parlo' proprio con 'Zanzarone' delle attivita' in cui era coinvolto e di magistrati ritenuti "scomodi". 'Zanzarone', al secolo Alessandro D'Ortenzi, si autodefini', davanti alla prima Corte d'Assise che giudicava gli imputati della banda della banda della Magliana, come uno dei fondatori della 'batteria del Testaccio', un gruppo di rapinatori che agiva a Roma negli anni '70, nonche' un "nazifascista convinto" ed e' stato sempre ritenuto dagli inquirenti come un elemento di spicco dell'organizzazione criminale romana. Fu proprio lui davanti ai giudici della Corte a sostenere che i due magistrati titolari delle indagini sulla banda, Otello Lupacchini e Andrea De Gasperis, erano accesi sostenitori dell' allora presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, proprio nel periodo in cui contro quest'ultimo era in corso una pesante campagna di attacco politico. D'Ortenzi, che al momento e' libero, nei mesi scorsi e' stato rinviato a giudizio per tentata estorsione nei confronti dell'avvocato Franco Coppi perche' proprio da questi avrebbe cercato di avere soldi in cambio di una testimonianza favorevole al senatore Giulio Andreotti nell' ambito del processo per l'omicidio di Mino Pecorelli. 

12 gennaio - La giornalista romana Paola Di Giulio sarebbe la persona che ha messo in contatto l'ex ufficiale del Sios della Marina Angelo Demarcus e l'esponente della banda della Magliana Alessandro D'Ortenzi, detto 'Zanzarone'. Per gli inquirenti non si tratta di un nome nuovo poiche' Paola Di Giulio - che in passato ha scritto per 'La Peste' e 'L'Avanti' - e' rimasta coinvolta nell'inchiesta sui falsi dossier confezionati ai danni del presidente della Camera Luciano Violante e della supertestimone dell'inchiesta milanese sui giudici romani, Stefania Ariosto, in cui Demarcus e' indagato. Dalle indagini romane intanto e' anche emerso il coinvolgimento di un'altra giornalista nella costruzione di altri dossier finiti nelle inchieste dei pm romani Maria Monteleone e Giovanni Salvi.

13 gennaio - L' Avvocatura generale dello Stato accetta di aprire un tavolo di trattative sulla questione dei risarcimenti ai familiari delle vittime della banda della Uno bianca, accogliendo una richiesta formulata dagli avvocati di parte civile che rappresentano i familiari dei 24 morti e i 100 feriti vittime, tra il 1987 e il 1994, in Emilia-Romagna e nelle Marche, della banda composta in prevalenza da poliziotti della questura di Bologna. Lo annunciano gli stessi avvocati di parte civile dopo che il presidente della quarta sezione della Corte di Cassazione ha comunicato il rinvio del processo davanti alla Suprema corte dal 24 gennaio all' 11 aprile. Il rinvio e' stato disposto proprio dopo che l' Avvocatura generale dello Stato ha accettato di sedersi al tavolo con le parti civili, dando una disponibilita' fin qui negata dall' Avvocatura dello Stato di Bologna. La questione riguarda i circa 18 miliardi di risarcimento gia' concessi come provvisionale dalla Corte d' Assise d' Appello di Bologna, che ha condannato il Ministero dell' Interno come responsabile civile dei delitti della banda cappeggiata dai fratelli Roberto e Fabio Savi. Qualora la trattativa andasse in porto (in questo caso l' Avvocatura si dovrebbe impegnare a pagare le spese legali), all' udienza dell' 11 aprile ci saranno solamente gli imputati, i loro difensori e l' Avvocato generale dello Stato, mentre non si dovrebbero piu' presentare gli avvocati di parte civile. In quel caso, infatti, anche se la Cassazione assolvesse il Ministero, non sarebbe piu' in discussione la restituzione dei risarcimenti. 

20 gennaio - Il tribunale di sorveglianza di Milano dichiara inammissibile l' istanza di semiliberta' presentata Mario Tuti, detenuto a Voghera. Per accedere alla semiliberta', secondo le motivazioni del tribunale di sorveglianza, nel caso di Tuti e' necessario aver espiato almeno 20 anni di carcere. Una condizione che per Tuti non sussiste in quanto, dopo il duplice omicidio di Empoli, il 13 aprile 1981 uccise in carcere Ermanno Buzzi, un altro estremista di destra, e l' esecuzione dell' ergastolo al quale venne condannato decorre dalla data di esecuzione di quest' ultimo delitto. Successivamente Tuti venne anche condannato per la rivolta nel carcere di Porto Azzurro nel 1987. Tuti, in carcere, si e' iscritto al Conservatorio, e' esperto in informatica e assiste anche una ragazzina disabile, che ha il permesso di entrare in carcere per incontrarlo. Aveva chiesto la semiliberta' e una riduzione della pena, che nel suo caso e' l'ergastolo. In una lettera ai magistrati e in una breve dichiarazione in aula, il detenuto ha sostenuto di essere profondamente cambiato. 

25 gennaio - Presentato a Milano il libro "L' altra faccia della medaglia" di Maria Eleonora Guasconi, edito da Rubettino. Il libro si occupa dei condizionamenti, ufficiali e non, che gli Usa misero in atto in Italia durante la Guerra fredda, nell' ambito della lotta al comunismo. "L' intervento Usa - ha spiegato la Guasconi, giovane storica toscana - per la lotta al comunismo in Italia riguardo' tre settori: la cosiddetta guerra psicologica, il tentativo di contrastare la Cgil e favorire nel contempo la nascita di sindacati anticomunisti e gli interventi nel settore delle relazioni industriali". Ci fu anche un piano denominato 'Demagnetize' (smagnetizzazione) operante tra il '52 e il '53 che poi fu congelato ma alcuni aspetti vennero comunque portati avanti "come ad esempio i prestiti alle industrie, tra cui la Fiat per far calare la presenza di operai e sindacalisti comunisti in fabbrica". Gli Usa tentarono di esportare il loro modello di organizzazione industriale ma fu la parte del piano in cui ebbero meno successo: la Fiat 600 ne e' un esempio, un' auto radicalmente diversa dal modello di auto che gli americani avrebbero voluto fosse prodotta. 

28 gennaio - La corte di assise di appello di Roma emette la sentenza nei confronti dei componenti delle banda della Magliana e di quella di Montespaccato ritenuti responsabili del sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, avvenuto il 7 novembre 1977 e conclusosi con la morte dell' ostaggio. I giudici, riformando una precedente sentenza che aveva distinto ruoli e responsabilita' delle due bande, ha inflitto il carcere a vita a Giovanni De Gennaro (capo della gang di Montespaccato gia' assolto nel 1996 sempre in appello) in quanto considerato il giustiziere del duca Grazioli. Maurizio Abbatino, il pentito della Magliana che con le sue rivelazioni aveva permesso di fare luce sul sequestro, si e' visto aumentare la pena da otto anni e sei mesi a dieci anni di reclusione. La corte ha inoltre deciso di condannare a 26 anni di carcere Enrico Mariotti a 24 anni  Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Giorgio Paradisi, Emilio Castelletti e Franco Catracchi, a 18 anni, poiche' seminfermo di mente, a Marcello Colafigli. Confermata l' assoluzione di Stefano Tobia. I difensori degli imputati condannati, in particolare l' avvocato Giannantonio Minghelli, hanno annunciato che impugneranno la sentenza.
 

31 gennaio - La Corte di Cassazione respinge il ricorso avanzato dai legali dell'ex faccendiere Flavio Carboni contro l'ordinanza con la quale il Tribunale della Liberta' di Milano, il 22 ottobre 1999, aveva confermato la custodia cautelare emessa nell'ambito di una inchiesta della Dda di Milano e di Roma su un riciclaggio internazionale di miliardi provenienti dal narcotraffico. Oltre al ricorso di Carboni, che rimane in carcere, i giudici della VI sezione penale della Suprema Corte hanno respinto anche l'istanza dei legali di Andrea Carboni, fratello di Flavio, finanziere, che chiedeva la revoca degli arresti domiciliari concessigli per motivi di salute. Invece la Suprema Corte ha annulato con rinvio al Tribunale di Milano, per nuovo esame, l'ordinanza che imponeva la detenzione cautelare per Claudio e Andrea Marco Carboni, figli del faccendiere. Per l'accusa Flavio Carboni si sarebbe adoperato per riciclare in operazioni immobiliari in Sardegna miliardi provenienti dagli affari illeciti di Pasquale Centore, uno dei massimi narcotrafficanti, arrestato lo scorso febbraio e divenuto collaboratore di giustizia. Nella stessa inchiesta e' stato arrestato Giorgio Pelossi - fermato a Chicago su ordine del gip Maurizio Grigo - che risulta essere uno dei testimoni d'accusa contro Karlheinz Schreiber (di cui Pelossi fu per anni collaboratore), l'uomo d'affari tedesco-canadese coinvolto nello scandalo tedesco delle tangenti alla Cdu. 

1 febbraio - Carmine Fasciani, latitante mafioso ricercato in campo internazionale per associazione a delinquere finalizzata a traffico di stupefacenti, usura, estorsione, gia' organico alla banda della Magliana, e' stato arrestato dal personale del centro operativo Dia di Roma a Soltau-Bassa Sassonia (Germania). L'operazione e' stata svolta in stretto contatto con il Bka tedesco e a conclusione di ricerche iniziate da alcuni mesi sul litorale romano e di continui scambi di notizie con l'organo di polizia tedesco. Fasciani, nato a Capistrello (L'Aquila) del '59, residente a Ostia e' considerato  dagli investigatori un personaggio di spicco della criminalita' organizzata dl litorale romano. L'arresto ha permesso il sequestro di documentazione ritenuta interessante e una somma di denaro, circa un miliardo. 

4 febbraio - Il settimanale "Panorama" pubblica un servizio su "una clamorosa perizia effettuata su incarico della procura di Verona", secondo cui la testina rotante della macchina da scrivere usata dai terroristi della colonna brigatista veneta per scrivere i comunicati di rivendicazione del sequestro Dozier e' quasi certamente la stessa usata di recente dai nuovi brigatisti. Le analogie tra le 'testine', in particolare, sarebbero state rilevate su un documento fatto trovare a Mestre il 20 novembre 1999 e firmato dagli Nta, i nuclei territoriali antimperialisti che con le Br hanno rivendicato l'omicidio del prof. Massimo D'Antona, avvenuto il 20 maggio del '99. Sempre secondo il settimanale nel documento di novembre gli Nta annunciavano una 'prossima risoluzione strategica' per il gennaio 2000 che tiene ancora in allerta polizia, carabinieri e servizi di sicurezza. Il procuratore della repubblica di Verona Guido Papalia dichiara che "Le analogie tra le testine usate nei documenti Br di un tempo e quelle del piu' recente rinvenuto tra l'altro a Mestre costituiscono soltanto una delle ipotesi investigative che stiamo praticando". "I motivi che ci inducono a leggere una continuita' nei documenti - ha detto ancora Papalia - riguardano piu' in generale anche altri elementi stilistici e di contenuto che il nuovo volantino firmato Nta (nuclei territoriali antimperialisti) ha in comune con i precedenti".

4 febbraio - Il gip fiorentino Antonio Crivelli, al termine di un' udienza di 2 ore, ritiene prescritto (essendo trascorsi piu' di 20 anni dal fatto) il reato di cui era imputato Vito Biancorosso, 42 anni, ex di Prima Linea, che ha ammesso la sua piena responsabilita' per l' assassinio dell' agente di polizia Fausto Dionisi nel corso di un attentato al carcere fiorentino delle Murate, il 20 gennaio 1978. Biancorosso, arrestato in Francia e estradato in Italia per altri reati, tra cui alcune rapine, nell' ottobre del 1980, nel 1981 decide di avvalersi del "principio di specialita" sfuggendo cosi' alla procedibilita' nei suoi confronti per l' attentato alle Murate. Procedibilita' che torna ad essere possibile nel giugno 1998, quando Biancorosso rientra in possesso del passaporto. 

4 febbraio - Un volantino con minacce di morte firmato "Colonna romana Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente" e' recapitato per posta celere all' avvocato Carlo Taormina. Il documento fa riferimento alla vicenda di Ovidio Bompressi, episodio per il quale il legale viene catalogato tra i colpevolisti e per questo viene minacciato di morte. Il documento, acquisito dalla Digos della Questura di Roma, e' stato spedito dal quartiere San Lorenzo ed e' stato recapitato alle 13,30 allo studio di Taormina, che pero' lo ha aperto qualche ora piu' tardi. Una ventina di giorni fa l' avvocato aveva ricevuto, sempre nello studio, una telefonata da un anonimo che chiamava da un apparecchio pubblico e lo minacciava di morte. In quel caso non era stata fatta alcuna rivendicazione. Taormina ha detto che e' la prima volta che riceve minacce dalle Br e di non poter essere certo che il volantino sia realmente delle Brigate Rosse: "se non lo e', certamente e' stato messo in atto un depistaggio che nasconde qualche altro settore che si dovra' stabilire. Non escludo nessuno". 

17 febbraio - Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha concesso la grazia parziale all' ex senatore socialista Domenico Pittella, condannato con sentenza irrevocabile, nel 1993, a 12 anni e un mese di reclusione (due anni condonati) per reati di terrorismo. Il provvedimento di clemenza - che e' stato reso noto dallo stesso Pittella - risale allo scorso mese di dicembre, ma si e' conosciuto solo oggi.    Rientrato in Italia nel 1998 dopo un periodo di latitanza trascorso all' estero, Pittella era stato ammesso circa un anno fa al lavoro esterno al carcere, ed aveva operato per un periodo a Roma per conto dell' "Associazione Arci Ora d' Aria". Trasferito successivamente al carcere di Sala Consilina (Salerno), Pittella - secondo quanto egli stesso ha riferito - aveva beneficiato della possibilita' di lavorare a Lauria quale organizzatore dello studio medico dei suoi figli. Nei primi giorni dello scorso mese di novembre, il Tribunale di sorveglianza di Sala Consilina gli aveva concesso la sospensione della pena per gravi motivi di saluti, per cui era tornato definitivamente in liberta'. Alcuni giorni dopo - ha ancora riferito Pittella - ha avuto la grazia parziale su una parte residua della pena. La richiesta di grazia per l' eta' avanzata e gravi motivi di salute era stata presentata il 23 settembre scorso, e il decreto di concessione della grazia parziale e' stato firmato dal presidente Ciampi il 18 novembre. La grazia prevede la riduzione di un terzo circa della condanna, la fine pena era prevista per il 30 luglio 2005, e quindi, calcolando i condoni applicati e quanto e' stato scontato, Pittella, dopo la grazia parziale, avrebbe dovuto ancora scontare tre anni. Il magistrato di sorveglianza ha quindi disposto un periodo di osservazione, due mesi, per l' affidamento in prova ai servizi sociali, periodo che si e' concluso in questi giorni postivamente. Pittella era stato accusato di aver curato nella sua clinica di Lauria (Potenza) la brigatista rossa Natalia Ligas, rimasta ferita nell' attentato compiuto il 19 giugno 1981 a Roma contro l' avvocato Antonio De Vita, difensore del "pentito" Patrizio Peci. Ex senatore socialista, Pittella (che ha sempre respinto le accuse ed ha detto di non essersi potuto sottrarre al proprio dovere di medico) fu condannato il 6 marzo 1992 dalla Corte d' Assise d' Appello di Roma, al termine del processo "Moro ter", a 12 anni e un mese di reclusione per associazione sovversiva e partecipazione a banda armata. Ai terroristi - secondo l' accusa - aveva chiesto in cambio il rapimento (mai avvenuto) dell' ex assessore alla sanita' della Regione Basilicata Fernando Schettini, compagno di partito, che a suo parere, sempre secondo l' accusa, contrastava l' attivita' della sua clinica. La sentenza fu confermata il 10 maggio 1993 dalla Corte di Cassazione, ma Pittella (che era a piede libero), quando seppe di dover tornare in carcere, ando' latitante all' estero. Torno' poi dalla Francia il 28 aprile 1998 e si costitui' nel carcere romano di Rebibbia. Pittella ha 68 anni. E' stato eletto senatore nel 1972, nelle file del Psi, ed e' stato riconfermato nel 1976 e nel 1979. Dal Psi e' stato espulso dopo l' arresto. Ha partecipato, senza successo, alle elezioni del 1992 quale candidato della "Lega delle leghe".

28 febbraio - La prima sezione penale del tribunale di Firenze, presieduta dal giudice Giancarlo Ferrucci, condanna a tre anni di reclusione Donatella Di Rosa "Lady Golpe" per i reati di calunnia e autocalunnia mentre la assolvono perche' il fatto non sussiste dall'accusa di concorso in estorsione. Il pm Paolo Canessa aveva chiesta la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione. La Di Rosa e' stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e al risarcimento di 200 milioni di lire ciascuno alle parti civili che si sono costituite, e quindi, di Franco Monticone, dell' ufficiale dell' esercito Raffaele Iubini, della madre di Gianni Nardi Cecilia Amadio, e di Marcello D' Angeli. L' accusa di truffa - secondo quanto deciso dalla corte della prima sezione - e' da considerarsi estinta perche' il reato e' caduto in prescrizione. Per quanto riguarda l' accusa di tentata estorsione invece, "Lady golpe" e' stata assolta perche' - come spiega la motivazione che e' stata letta contestualmente al dispositivo della sentenza - "da un' attenta disamina del testo trascritto delle registrazioni non e' dato cogliere minacce di alcun tipo, in particolare del tenore riportato nell' imputazione. In verita' vi e' soltanto un accenno a possibili ripercussioni della vicenda sulla carriera militare di Monticone ma esso e' ed appare del tutto svincolato dalla prospettazione di azioni della Di Rosa aventi un tale effetto". Rispetto alle accuse di "calunnia" e "autocalunnia", ha spiegato la corte, "va evidenziato che l' accusa si presentava come particolarmente insidiosa" in quanto "proveniente da persone che potevano effettivamente aver avuto rapporti con Nardi, qualora non fosse deceduto, poiche' Michittu era stato convivente della di lui madre, Cecilia Amadio". L' avvocato di Donatella Di Rosa, Antonino Juvara, ha gia' dichiarato di voler ricorrere in appello. Con la sentenza si chiude, per ora, un caso esploso nell' ottobre 1993, quando la signora di Udine, piu' nota come "Lady golpe" ed il marito, il tenente colonnello Aldo Michittu, avevano rese pubbliche le rivelazioni che da mesi, in segreto, stavano facendo ai magistrati fiorentini. Da quelle dichiarazioni emerse un intrigo di traffici di armi e progetti golpistici che avrebbero avuto per protagonisti il generale Franco Monticone, il latitante tedesco Friedrich Schaudinn e l' estremista di destra Gianni Nardi, morto in Spagna nel 1976. Il 16 ottobre del 1993 venne riesumato in Spagna il corpo di Nardi e in pochi giorni ne fu confermata l' identita'. Il 28 ottobre Di Rosa e Michittu furono arrestati con l' accusa di autocalunnia con finalita' eversive. Col passare dei mesi caddero le accuse contro Monticone. Il processo si era aperto il 15 ottobre 1997 a Firenze e fu subito rinviato al 25 novembre 1998. Nel corso della prima udienza il legale dell' imputata, l' avvocato Antonino Juvara chiese una nuova perizia sul cadavere di Nardi. Nuova perizia contro cui si schierarono sia il pm Paolo Canessa che i legali di parte civile, sostenendo che le due perizie compiute nel corso dell' inchiesta fiorentina avevano accertato senza ombra di dubbio che quel cadavere apparteneva proprio a Nardi. 

1 marzo - Franco Freda e' arrestato a Brindisi, in esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di sorveglianza di Venezia per un residuo pena di sette mesi, relativo alla condanna inflittagli quale ideologo dell'organizzazione estremistica "Fronte nazionale". L'inchiesta sul 'Fronte nazionale', costituito a Milano nel 1992, venne avviata dalla questura di Verona nel settembre dello stesso anno dopo una serie di volantinaggi del Fn davanti ad alcune scuole medie della citta' veneta. Il processo, che vide in veste d'accusa il procuratore Guido Papalia, si concluse nell'ottobre '95 con la condanna di Freda a sei anni di reclusione, oltre che con quelle di altri 45 appartenenti al Fronte, per il reato di ricostituzione del partito fascista. Pena confermata in secondo grado dalla Corte d'assise d'appello di Venezia, ma ridimensionata invece per Freda dalla Cassazione a tre anni, e non piu' per la violazione della legge 645 del 1952, piu' nota come legge Scelba, bensi' per il reato di propaganda all'odio razziale, previsto dalla legge Mancino. Freda, infatti, aveva distribuito volantini nei quali si parlava degli immigrati come fonte di criminalita', dedita allo spaccio di droga e allo sfruttamento della prostituzione. Sulla base di questo pronunciamento, la corte d' assise di Verona - ha spiegato oggi l'avv. Taormina - determino' la continuazione del reato con l'ultima condanna a 12 anni, gia' scontata da Freda per associazione sovversiva. Cio' ha portato al calcolo di una condanna definitiva ad un anno di reclusione, della quale, tolti i  cinque gia' trascorsi agli arresti domiciliari, Freda deve scontare altri sette mesi. 

5 marzo – Il ministro dell'Interno Enzo Bianco partecipa a Zola Predosa alla cerimonia commemorativa di Massimiliano Valenti, una delle vittime della banda della Uno Bianca. Parlando dei fratelli Savi, Bianco dice:"Io posso parlare per me naturalmente, ma sono sicuro che non potranno mai stare in liberta' per le modalita' di un delitto che e' troppo pericoloso perche' qualcuno si prenda la responsabilita' di dar loro scarcerazioni facili". "Noi non li perdoneremo mai - aveva detto prima la presidente dell' Associazione familiari Rosanna Zecchi - e la nostra aspettativa e' che la Cassazione confermi le condanne di Alberto Savi e di Marino Occhipinti che hanno fatto ricorso in Cassazione e che gli altri (i fratelli Fabio e Roberto Savi e Pietro Gugliotta) scontino le condanne in regime di detenzione. Abbiamo paura, viste altre scarcerazioni di ergastolani". "Ritengo la certezza della pena - ha risposto Bianco - un principio di civilta' e il Governo e il Parlamento si impegnano perche' questo principio sia
rispettato. Per evitare che non si ripeta cio' che e' accaduto - ha detto ancora Bianco – ho gia' dato una direttiva ai Prefetti perche' nei pareri sui permessi si tenga conto non solo del comportamento in carcere ma del reato commesso e della pericolosita’”. "Parlando con voi – ha detto ancora Bianco - ho avuto la percezione di incontrare le vittime di una guerra, frutto ovviamente della volonta' criminale ma anche di modelli organizzativi delle strutture dello Stato che forse non avevano capito cosa stesse accadendo" e ha aggiunto: "Non spetta a me dirlo. Certo e' che oggi anche alla luce dell' esperienza questo non sarebbe piu' possibile. Ci possono essere singoli fenomeni criminali all' interno delle forze dell'ordine ma certo non un atteggiamento di sottovalutazione e di mancata reattivita' che indubbiamente c'e' stata". Sui risarcimenti Bianco ha detto che il 28 marzo, prima udienza del processo in Cassazione, "sara' la stessa avvocatura dello Stato a chiedere un breve rinvio affinche' le pratiche che portano a una transazione con i legali che rappresentano le vittime possano essere espletate. Ci faremo carico di trovare un incontro transattivo indipendentemente dall'esito giudiziario".  "Il ricorso - ha anche detto Bianco - dipende dall' Avvocatura dello Stato, non dal Ministro dell' Interno. Io credo pero' che dal punto di vista politico la nostra ferma determinazione e' di mantenere l' impegno che assunsero Prodi, Napolitano e Jervolino: che e' anche il mio. Troveremo una strada per risolvere la questione in modo giuridicamente ineccepibile ma certamente senza tornare indietro rispetto a un gesto il cui valore morale e' di straordinaria intensita’". 

9 marzo - In una interrogazione al presidente del Consiglio, al ministro dell'Interno e a quello della Giustizia, il deputato leghista Mario Borghezio chiede notizie sull"'immenso archivio" della banda della Magliana scoperto il 15 aprile del '95 dalla Guardia di finanza con un blitz con il quale si rese necessario, per forzare la blindatura predisposta dall'ex cassiere della banda Enrico Nicoletti, l'uso del plastico. "Quell'archivio - afferma Borghezio - fu portato via con diversi camion e a tutt'oggi non si sa bene cosa contenga". Secondo Borghezio, in quei documenti "risultano esservi comprese informative concernenti personale, anche ad alto livello, delle istituzioni, politici, funzionari di polizia e del Sisde ma anche e, forse soprattutto, magistrati, presumibilmente tenuti sotto ricatto dalla crimalita' organizzata". A Borghezio risulta infatti che "solo in minima parte questa vasta documentazione e' stata sottoposta, come necessario, ad adeguato approfondimento investigativo da parte delle competenti autorita"'. Borghezio chiede quindi al governo "quali urgenti provvedimenti si intenda attivare per portare alla luce, dai polverosi archivi giudiziari, i documenti della banda che costituiscono, per chi voglia indagare in maniera seria, una vera e propria enciclopedia delle attivita' criminali e del connubio criminalita' organizzata-istituzioni". 

17 marzo - L' udienza davanti alla Corte di Cassazione in cui dovra' essere risolta la questione dei risarcimenti ai familiari delle vittime della banda della Uno bianca, in programma per il 28 marzo, e' stata rinviata al 20 giugno. Il rinvio e' stato deciso, su istanza degli avvocati di parte civile, in quanto sono in corso trattative per trovare un accordo sui risarcimenti. "Le dichiarazioni fatte dal Ministro dell' Interno Enzo Bianco una decina di giorni fa a Zola Predosa (Bologna) - ha spiegato l' avv. Mauro Pacilio, uno dei legali di parte civile - hanno dato ulteriore impulso alla trattativa". Bianco, in occasione della commemorazione di Massimiliano Valenti, ucciso sette anni fa dai banditi della Uno bianca, aveva detto che e' impegno morale del Governo e del ministero dell' Interno garantire i risarcimenti. La questione riguarda i circa 18 miliardi di risarcimento gia' concessi come provvisionale dalla Corte di Assise di appello, che ha condannato il Ministero come responsabile civile. L' avvocatura dello Stato aveva fatto ricorso, chiedendo di annullare la condanna del Ministero e la restituzione delle somme gia' versate ai familiari. Al ministero ci sono gia' stati due incontri: uno con Pacilio, l' altro con gli avv.Alessandro Gamberini, Elena Passanti Scota e Maria Grazia Tufariello.

18 marzo - Il consigliere comunale milanese del Prc Umberto Gay, che per rendere pubblica la sua denuncia ha incontrato i giornalisti nel palazzo di giustizia di Milano, dichiara:"Io accuso Mario Corsi di essere nella migliore delle ipotesi la 'spalla' e nella peggiore il killer di Fausto e Iaio". "Mi assumo le mie responsabilita' - spiega Gay, - e per la prima volta siete di fronte ad un soggetto privato che sceglie di accusare una persona con nome e cognome per quel delitto. Tu, Mario Corsi, sei l'assassino di Fausto e Iaio. Il mio obiettivo e' che ci sia una risposta da parte dell' interessato e soprattutto che il giudice Clementina Forleo, che deve decidere se archiviare l' inchiesta, valuti invece l' opportunita' di disporre nuove indagini. Anche perche' la Procura di Milano, tranne le prime indagini compiute dal pm Armando Spataro, se n'e' sempre fregata di questo omicidio". La denuncia pubblica di Gay riaccende i riflettori, nel giorno dell'anniversario, su un duplice delitto di 22 anni fa: Fausto Tinelli e Lorenzo 'Iaio' Iannucci furono assassinati a colpi di pistola la sera del 18 marzo 1978. Per quel gesto, Gay chiama in causa un uomo che e' comparso piu' volte negli atti dell'inchiesta e che figura tra gli indagati per i quali il pm Stefano Dambruoso ha chiesto al giudice Forleo l'archiviazione, come ultimo atto di un'inchiesta tormentata e piu' volte prorogata. Mario Corsi e' un ex militante dell' estrema destra romana "ed oggi - ha detto Gay - e' uno dei capi degli ultras piu' accesi della Roma, conosciuto con il nome di 'Marione’". L'esponente di Rifondazione ha fornito ai giornalisti gli atti di una controinchiesta su Fausto e Iaio condotta anni fa da Radio Popolare, nella quale gia' figurava Corsi (indicato pero' solo con il nome in codice "alfa") ed ha tratteggiato un profilo dell'ex esponente dei Nar caratterizzato da molteplici precedenti per aggressioni ad esponenti della sinistra. Gay ha elencato una serie di elementi e di testimonianze (tra le quali quelle di un pentito dell'area neofascista) di cui dispone la magistratura e che, a suo avviso, dimostrerebbero che Corsi partecipo' all'agguato - forse con il ruolo di killer - nell' ambito di un'operazione voluta da due ambienti eversivi: quello che ruotava attorno al bar "Pirata" di Milano, intenzionato a punire i giovani del Leoncavallo per l' inchiesta che stavano facendo sullo spaccio di eroina, e quello di un gruppo vicino ai Nar, la 'Brigata Franco Anselmi', che avrebbe riunito personaggi di Roma e di Cremona, tra cui Corsi. "E' evidente che agiro' in modo legale: lo denuncero' sicuramente" replica subito Mario Corsi, romano, 41 anni, conduttore del programma giornaliero di calcio "Te lo do' io Tokyo" sulla emittente radiofonica Radio Incontro. "E' assurdo che si facciano affermazioni del genere - ha detto Corsi - quando ci sono stati tantissimi giudici che non mi hanno ritenuto responsabile del duplice omicidio. A quest'ora non sarei libero. Oltrettutto non sono protetto da nessuno, ne' da gruppi politici, Fini e gli altri non mi stanno per niente simpatici, ne' da clan mafiosi, ne' da lobby. Non vedo perche' un giudice onesto come Salvini avrebbe dovuto aver timori ad arrestare una persona come me. Non sono certo Sofri, che tra l'altro ritengo innocente, che viene difeso dall'intera sinistra". Corsi ha aggiunto: "Non faccio piu' politica da anni e da sette non siedo piu' in curva... davvero non capisco. Ho scontato quattro anni in carcere perche' fui condannato per una manifestazione dell' allora Msi-Dn non autorizzata a Centocelle e per associazione sovversiva". Parlando del duplice omicidio, Corsi ha ricordato: "all'inizio i giudici parlarono di una vendetta degli spacciatori di droga, poiche' i due giovani erano impegnati nel sociale. Poi negli anni '80 cominciarono le indagini sulla destra. Fui sentito insieme ad altre decine di persone di destra. Mi sentirono per tre o quattro volte, l' ultima, se non ricordo male quattro anni fa. In quell' occasione dissi al giudice  che non avevo bisogno dell' avvocato perche' non mi serviva difendermi, vista la mia innocenza. Credo fui l' unico a non avere un avvocato. Poi non ho piu' saputo nulla della vicenda". Corsi fu assolto nel 1985 nel processo che si svolse a Roma contro 57 imputati, tra i quali Valerio "Giusva" Fioravanti, accusati di aver fatto parte dei Nar. La corte assolse Corsi, per il quale il Pm aveva chiesto 30 anni, per non aver commesso l'omicidio del simpatizzante di sinistra Ivo Zini, ucciso a colpi di pistola il 28 settembre del '78 mentre stava leggendo L' Unita' nella bacheca davanti alla sezione del Pci nella zona dell'Alberone. Corsi fu condannato a 9 anni per altri reati, ma  fu scarcerato perche' erano decorsi i termini di custodia cautelare. Nel processo d'appello fu condannato a 23 anni di reclusione, la sentenza fu pero' annullata dalla Cassazione che ordino' un nuovo processo che si concluse con il proscioglimento, con formula dubitativa. Decisione confermata dalla Cassazione nel 1989. 

18 marzo - In occasione del 22° anniversario dell' uccisione di Fausto e Iaio, la madre di Fausto Tinelli lancia un appello, che viene rilanciato anche in rete Internet:
"Ai Partiti Politici 
Alle Redazioni dei giornali 
Il 18 marzo 1978 venivano uccisi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci da un commando fascista venuto appositamente su commissione a Milano.Da ben 22 anni attendo giustizia e verita’,ma dobbiamo constatare che non e’ stata data data alcuna risposta. Le nostre richieste e lettere, ai politici e non solo, in questi anni sono state veramente tante, la risposta e’ stata solo silenzio, spesso anche gli organi di informazione sono stati latitanti, per loro e’ solo un brutto omicidio da dimenticare. Io trovo che da parte dei politici ci sia un cinismo senza pari. Noi siamo delle persone abbandonate a noi stesse al nostro dolore, nessuno si chiede come viviamo (povera gente onesta come del resto lo erano i nostri figli, ma ne’ loro ne’ noi esistiamo, poi quei due ragazzi frequentavano il Centro Sociale Leoncavallo,la loro vita non ha nessun valore). Io mi chiedo dov'e’ l'uguaglianza e i diritti che ogni essere dovrebbe avere? Perche’ siamo trattati così? Vorrei una risposta se qualcuno vuole darmela le sarei grata. In questi anni mi e’ stata tolta quella pallida speranza che avevo nella giustizia, mi e’ stata tolta la fiducia, non credo quasi piu’ a nessuno.So solo che devo soffrire e convivere con il dolore e la ,che non interessi a nessuno,questa e’ la pura verita’. Ma comunque finche’ vivro’ continuero’ a gridare i miei diritti e continuero’ a chiedere giustizia. 
La madre di Fausto Tinelli 
Danila Angeli"
 

18 marzo - Il gip del tribunale di Perugia, Nicla Restivo, rinvia a giudizio l'ex magistrato Filippo Verde, accusato di corruzione in atti giudiziari nell' ambito di uno dei filoni d'inchiesta della procura di Perugia sulle cosidette "toghe sporche" romane. Insieme all'ex giudice dovranno rispondere di concorso in corruzione, il prossimo 2 ottobre davanti al tribunale di Perugia, l'avvocato Attilio Pacifico e gli imprenditori Antonio Pulcini e Giuseppe Alibrandi. Nell' inchiesta sono coinvolti anche il presunto cassiere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti, la cui posizione e' stata stralciata per motivi di salute (l' udienza preliminare nei suoi confronti si svolgera' il prossimo 16 maggio), e Leonardo Pulcini che ha ottenuto di essere giudicato con il rito abbreviato. Il gip lo ha condannato ad un anno e otto mesi di reclusione e al pagamento di un milione di multa. L' accusa nei confronti di Verde e' quella di essere stato "asservito" a piu' interessi privati "in cambio di denaro". In particolare l' ex magistrato, dall' '88 al '93 direttore generale degli affari civili del ministero di giustizia, avrebbe ricevuto da Nicoletti "un compenso fisso mensile" di un milione e mezzo di lire e 60 milioni in un unica soluzione dal 1984 "almeno" fino al luglio '91.  Avrebbe inoltre ricevuto da Pacifico 500 milioni e la disponibilita' di un telefono cellulare con utenza svizzera. I fratelli Pulcini - secondo l' accusa - avrebbero invece venduto fittiziamente a Verde un immobile nel centro di Roma del valore di 740 milioni di lire. L' ex magistrato avrebbe inoltre ricevuto da Alibrandi e da Leonardo Pulcini dieci milioni nel febbraio del 1988. Secondo i pm di Perugia che ne avevano chiesto il rinvio a giudizio, il denaro e le altre utilita' sarebbero state concesse a Verde "per compiere atti contrari ai propri doveri di magistrato e di vicepresidente - e poi di presidente – della commissione tributaria di primo grado". In particolare Verde si sarebbe adoperato per "procurare un favorevole esito" di una causa civile da 22 miliardi alla quale i Pulcini erano interessati e comunque - secondo l' accusa - avrebbe fatto in modo di condurre ad un esito favorevole i procedimenti giudiziari che potevano coinvolgere i corruttori o comunque di consentire loro di dimostrare ad altre persone (il riferimento e' a Nicoletti per Pasquale Galasso) che potevano contare sulla sua "amicizia e disponibilita"'. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Fabio Dean, Francesco Falcinelli, Stelio Zaganelli, Renato Borzone, Lucrezio Milella e Pasquale Bartolo che avevano chiesto l'archiviazione del procedimento sostenendo che il presunto "asservimento" del magistrato e' "un mero postulato dell' accusa, privo di effettivita' e disancorato da comportamenti esplicativi di una condotta rilevante". 

24 marzo - Dopo che alcuni giornali hanno dato notizia di una perizia su Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto e Iaio) e di alcune ipotesi avanzate, Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, precisa che l’eventuale perizia non e' stata richiesta o commissionata o destinata alla commissione stragi. “Con riferimento a notizie di stampa apparse in data odierna – si legge in un comunicato - il presidente della commissione stragi, sen.Giovanni Pellegrino, ritiene di dover precisare che la relazione o perizia della quale e' fatta menzione, elaborata da un consulente e riferita all' omicidio di due giovani dei centri sociali avvenuto il 18 marzo '78 a Milano, non e' stata commissionata dalla commissione stragi al predetto consulente, ne' ad essa e' destinata e non rientra, al presente, in nessuno dei filoni d' inchiesta sui quali la commissione stessa svolge indagini. Le indiscrezioni e le valutazioni apparse sugli organi di stampa sono quindi da riferirsi alle iniziative e alle competenze di altri organi". 

17 aprile - Il faccendiere Aldo Anghessa, fa alcune dichiarazioni spontanee nel processo davanti al Tribunale di Brescia che lo vede imputato con l'ex pm di Como Romano Dolce per presunte false operazioni di polizia giudiziaria, organizzate nei primi anni '90. Secondo il pm bresciano Antonio Chiappani, il sedicente 007 Aldo Anghessa avrebbe "provocato" ritrovamenti di esplosivo, materiale radioattivo, titoli e dollari falsi per trarne vantaggio economico e, allo stesso tempo, alimentare la fama di capace investigatore dell' ex magistrato. Anghessa ha detto che la sua collaborazione con la Procura di Como e' stata "improntata a correttezza" e ha sostenuto che le sue informazioni hanno contribuito a dar vita a importanti inchieste di altri uffici giudiziari italiani come l' inchiesta "Phoney-Money", della Procura di Aosta e quella chiamata "Cheque to cheque", svolta dal pm di Torre Annunziata. Anghessa ha anche accennato ai suoi rapporti con i servizi. "Si sono messi in dubbio i miei rapporti col Sisde - ha detto -. Se per Sisde si intendono quegli agenti traditori e felloni, io non ho nulla a che fare con il Sisde". 

26 aprile - Muore a Padova, nella sua abitazione, Luciano Ferrari Bravo, 60 anni, docente dell' Universita' di Padova coinvolto nelle prime fasi dell' inchiesta del sostituto procuratore della Repubblica Pietro Calogero sull' attivita' di autonomia operaia organizzata sul finire degli anni '70 nel Veneto. Ferrari Bravo era stato arrestato il 7 aprile 1979 in occasione della prima tornata di provvedimenti emessi dall' allora Pm Pietro Calogero, che avevano coinvolto anche Toni Negri e altri docenti. Ferrari Bravo, dopo diversi anni trascorsi in carcere e in soggiorno obbligato, era stato scagionato da ogni accusa. "Per la mia generazione - dice Luca Casarini, portavoce dei centri sociali del Nordest - e' venuta a mancare una persona dolcissima e capace di andare avanti anche di fronte alle difficolta' piu' difficili, come il calvario del carcere che certo l' aveva provato nel corpo e nello spirito". 

15 maggio - Per la vicenda del falso dossier in cui Stefania Ariosto veniva definita agente dei servizi segreti, il gip di Roma, Roberta Palmisano, ha rinviato a giudizio Angelo Demarcus, ex militare della Marina, e Eleonora Sarcona, titolare dell' agenzia di investigazioni "Blue Fox". Saranno processati l' 11 ottobre prossimo con le accuse, a seconda delle posizioni, di falso, furto e sottrazione di atti custoditi in pubblici uffici e diffamazione. A chiedere il rinvio a giudizio sono stati i pm Giovanni Salvi e Maria Monteleone, i quali hanno stralciato dal fascicolo la posizione del senatore Cesare Previti, indagato per falso con il giornalista Giorgio Zicari. Demarcus e la Sarcona sono accusati di aver confezionato il falso dossier contenente, oltre a note e atti della questura, un rapporto della Criminalpol,in cui si affermava che la cosiddetta "teste Omega" dell' inchiesta milanese sulla corruzione nel palazzo di giustizia di Roma era nel libro paga dei servizi segreti. Un carteggio, sospettarono subito gli inquirenti, confezionato ad arte per screditare l' immagine della Ariosto. Nell' inchiesta fu coinvolto anche Previti per accertar se aveva avuto un ruolo nella vicenda. L' imputazione di furto si riferisce, invece, alla sottrazione di atti, in particolare l' originale di un decreto di archiviazione di un gip, custoditi in tribunale. 

16 maggio - La giornalista Paola Di Giulio, che secondo un'intercettazione telefonica agli atti dell'inchiesta sui falsi dossier avrebbe presentato Angelo Demarcus e Alessandro D'Ortenzi, precisa "di non avere mai direttamente
presentato i due e di non conoscere assolutamente il caso dei falsi dossier". La Di Giulio sottolinea di non aver mai collaborato con 'l'Avanti' e di essere stata ascoltata dai pm romani Maria Monteleone e Giovanni Salvi come testimone nel 1998 "in relazione al possesso regolare della sentenza sul processo relativo alla ricettazione della borsa di Calvi. Un documento che la giornalista acquisi' "in relazione alla stesura della biografia su padre Andrea Felix Morlion, rettore dell' universita' Pro Deo". 

16 maggio -  Francesco Pazienza, detenuto nel carcere di Parma, starebbe attuando uno sciopero della fame per protesta contro il suo trattamento in carcere. Lo rende noto il suo avvocato, Lidia De Gori Trombetta, secondo la quale Pazienza "e' in astensione totale vitto sia per lesioni diritti difesa, sia per abnorme applicazione 41/bis nei suoi confronti. Il mio assistito e' purtroppo fermamente deciso a portare avanti il digiuno fino alla morte pur avendolo esortato a desistere. Mi auguro che il Guardasigilli intervenga. Declino ogni responsabilita' di cio' che potra' accadere".

17 maggio - Il quotidiano "La Nuova Venezia" scrive che in Francia il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell' estremista di destra Carlo Cicuttini, condannato all'ergastolo con Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano contro il decreto di estradizione del ministro della giustizia francese. Il sostituto procuratore generale di Venezia Gabriele Ferrari, che ha seguito l'iter e che fu pubblico ministero del processo per la strage, istruito dal giudice Felice Casson, conferma la notizia. "E' solo questione di giorni - ha spiegato Ferrari - Ora basta che le due polizie si mettano d' accordo a livello di Interpol per la consegna del condannato. Credo che ad un cittadino di questa Repubblica non possa che far piacere che arrivi la resa dei conti per crimini cosi' efferati". Il ritorno in Italia, per la prima volta, di Cicuttini, consentira' tra l'altro ad alcune procure, come quella di Venezia e Udine, di interrogarlo nell'ambito di altre indagini. L' avvocato goriziano Livio Bernot, difensore dei tre goriziani dapprima accusati e poi assolti dall' accusa di essere gli autori della strage di Peteano, ha commentato la notizia della concessione dell' estradizione di Cicuttini ricordando che i suoi assistiti "vennero assolti dopo incredibili traversie processuali e personali, compresi un anno e tre mesi di ingiusta carcerazione preventiva. Ora - ha aggiunto Bernot - bisognera' fare chiarezza su chi sia stato, dal 1972, quando Cicuttini fuggi' dall' Italia e dopo l' ordine di cattura del 1983 del giudice veneziano Felice Casson e del passaggio in giudicato della sentenza di condanna all' ergastolo del 1987 e conseguente ordine di carcerazione, a impedire per tutto questo lungo tempo l' applicazione della giustizia italiana". Il legale ha anche reso noto che i suoi assistiti stanno esaminando la possibilita' di costituirsi parte civile qualora Cicuttini intenda richiedere, come da lui stesso annunciato, il procedimento di revisione della condanna a suo carico.

19 maggio - Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui, il 16 dicembre scorso furono assolti tutti gli imputati del processo per la caduta di "Argo 16", l' aereo militare dei servizi segreti precipitato a Marghera il 23 novembre 1973 provocando la morte dei quattro membri dell' equipaggio. "Appaiono evidenti - e' detto in un passo della sentenza emessa dalla corte d'assise di Venezia - le intrinseche debolezze delle ipotesi di partenza, che si alimentano di ulteriori ipotesi, che solo apparentemente le sorreggono e le convalidano in una logica autoreferenziale, finalizzata piu' a rafforzare convinzioni che non a fornire dimostrazioni". Nella sentenza, redatta dal presidente Ivano Nelson Salvarani, vengono comunque definite un legittimo presupposto per la riapertura dell' istruttoria le dichiarazioni fatte nel 1986 dal gen. Ambrogio Viviani, secondo cui "l' esplosione sarebbe stata un avvertimento del Mossad", e viene inoltre precisato che "non si intende di certo valutare lo sforzo profuso dal Giudice Istruttore nella compendiosa istruttoria che, per altro, in parte non irrilevante si e' occupata della struttura di Gladio". Per quanto riguarda l' ipotesi di sabotaggio del velivolo, la Corte afferma che "non potendo essere dimostrato ne' da elementi oggettivi ne' da prove orali, e' stato ritenuto come effettivamente verificatosi in via deduttiva, in seguito a ipotizzate condotte di copertura attuate dal Sid sul versante informativo e dall' Aeronautica militare". Ma riguardo a queste presunte coperture, i giudici aggiungono che non vi e' prova neppure che il Sid avesse raggiunto la fondata convinzione che Argo 16 fosse stato sabotato. Riguardo poi alle presunte omissioni da parte dell' Aeronautica, i giudici sottolineano che spesso la Commissione sugli incidenti di volo "si rifugiava nelle conclusioni di comodo di attribuire l' incidente a una 'causa imprecisata', ma appare azzardato fondare su tale prassi disdicevole la dimostrazione che le conclusioni relative alla caduta di Argo 16 siano state falsificate". Gli stessi periti poi, fa presente la Corte, non hanno saputo spiegare con certezza esatta la causa della caduta, e nel corso del processo hanno propeso per l' ipotesi dell' avaria accidentale. "Indimostrata la strage - proseguono le motivazioni - anche l' occultamento della stessa e' rimasta  una mera congettura. La tesi accusatoria che una pratica con le prove del sabotaggio era stata 'impiantata e poi distrutta' non ha trovato alcuna conferma, neppure parziale". 
 

21 maggio – E’ previsto per mercoledi' 24 maggio, dal valico italo-francese di Ventimiglia, il rientro in Italia del neofascista udinese Carlo Cicuttini, condannato all' ergastolo con Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano. Lo si e' saputo in serata dalla Digos della Questura di Udine dalla quale si e' anche appreso che Cicuttini, subito dopo il rientro in Italia, sara' trasferito a Venezia per essere interrogato dai magistrati del capoluogo veneto. Cicuttini fu arrestato due anni fa in Francia con una trappola tesa dalla Digos della Questura di Udine. Cicuttini, 53 anni, appartenente all' organizzazione Ordine Nuovo, si era ricostruito una vita in Spagna, con una famiglia e - secondo quanto emerso da alcune indagini - un' attivita' di import-export che l' ha convinto ad accettare una trasferta in Francia per un incontro di lavoro, al quale, pero', si sono presentati agenti della Polizia francese e italiana, che lo hanno arrestato. L' estradizione di Cicuttini era sempre stata negata dalla Spagna, ma e' stata concessa dalla Chambre d' accusation francese. Contro il provvedimento di estradizione, Cicuttini, che deve scontare anche una pena a una decina di anni di reclusione per un fallito dirottamento aereo a Ronchi dei Legionari (Gorizia) sempre nel 1972, aveva presentato ricorso prima in Cassazione e, dopo l' emanazione del decreto ministeriale, al Consiglio di Stato francese. L' estremista ha anche presentato ricorso per un incidente di esecuzione davanti alla Corte di Appello di Venezia, che lo ha pero' dichiarato inammissibile. Per la strage di Peteano, oltre a Cicuttini fu condannato Vinciguerra che, dopo essere stato latitante in Spagna, ha ammesso le proprie responsabilita' nella strage e sta ora scontando l' ergastolo in carcere. 

23 maggio - E' fissato per il 15 giugno il termine per l' asta, davanti al Tribunale di Udine, per la vendita della villa di Pasian di Prato (Udine) di proprieta' di Donatella Di Rosa e del marito Aldo Michittu, posta sotto sequestro nell' ambito della complessa vicenda giudiziaria che contrappone Lady Golpe all' avv. Livio Bernot, in un primo momento suo difensore e successivamente controparte. Con la vendita della villa, la mgistratura e' chiamata a ricavare le somme di denaro per soddisfare un credito vantato da Bernot nei riguardi di Di Rosa, giunto, con gli interessi di questi anni, a circa 500 milioni di lire. 

23 maggio - Una sinfonia di dolore, i brani, le lettere, le poesie lette "per non dimenticare" dai familiari delle vittime del terrorismo, della mafia, della criminalita' durante la fase conclusiva della manifestazione "Garantire la sicurezza, risarcire le vittime", a Mestre. "Il passato puo' aiutare a crescere, maturare, conservare la memoria storica e rielaborare in vista di una correzione di rotta del cammino della societa' civile", ha detto davanti ad una platea commossa Michele Filippo, figlio dell' appuntato di polizia Giuseppe Filippo, assassinato da esponenti di Prima Linea il 28 novembre 1980 a Bari. Cosi' il giudice Paolo Borsellino, morto con la scorta il 19 luglio 1992, e' stato ricordato dal fratello Salvatore con una poesia edita a Palermo, che promette giustizia al magistrato "dagli occhi di miele e mestizia". La vedova del commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972 a Milano, ha invece testimoniato la profonda fede cristiana del marito. Calabresi non odiava i suoi nemici - ha testimoniato Gemma Capra -; lui diceva: "ho angoscia per loro, non odio, una parola che proprio non conosco". Il vicequestore aggiunto di polizia Alfredo Albanese, assassinato da un commando brigatista il 12 maggio 1980 a Mestre, e' stato invece ricordato dalla moglie Teresa Friggione attraverso le parole di una giornalista, che ne descrive la vitale umanita'. Sergio Gori, ingegnere del Petrolchimico di Porto Marghera assassinato il 29 gennaio 1980 dalle Br a Mestre, e' stato rievocato dalla figlia Barbara con l'impegno a mantenerne viva la memoria nella nipote. E' stata poi la volta del commissario Antonio Esposito, ucciso dalle Brigate Rosse a Genova nel giugno del 1978, di Ruggero Volpi, brigadiere dei carabinieri morto in un attentato il 12 ottobre 1977 a Genova durante un assalto per liberare un detenuto della camorra, dell' appuntato di ps Giuseppe Verducci, morto durante un assalto ad un treno nel 1975, di Giovanni Menegazzi, agente della polstrada morto in servizio il 9 febbraio 1995, di due bambini, Dario e Federica, nel dicembre 1991, travolti dall'auto condotta da una tossicodipendente. E di Luca Scapinello, agente di polizia deceduto il 26 gennaio 1997 in un incidente stradale assieme ad altri tre colleghi, di Arnaldo Trevisan, poliziotto assassinato il 16 maggio 1988 a Padova da due banditi che avevano rapinato un ufficio postale e che lui aveva individuato, di Giuseppe Zanier, ucciso in un attentato dinamitardo il 24 dicembre 1998 ad Udine assieme a due colleghi. Per tutti, Mirco Schio, presidente di Fervicredo (Feriti e vittime della criminalita' e del dovere), ferito il 3 settembre 1995 a Marghera in un agguato criminale e rimasto paralizzato, ha concluso: " Bisogna continuare a tracciare il proprio solco, dritto e profondo, come avrebbero fatto loro". 

24 maggio - Il terrorista nero Carlo Cicuttini, 53 anni, udinese, latitante da 25 anni, condannato all' ergastolo con Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano (Gorizia) avvenuta nel 1972, e' estradato dalle autorita' francesi all' ex valico di ponte San Luigi, a Ventimiglia. Cicuttini e' preso in consegna e arrestato da agenti della Digos di Udine e Venezia e della polizia di frontiera. Il neofascista udinese, che ha viaggiato a bordo di un' auto blindata scortata da sette pattuglie della polizia, e' rimasto fermo alla frontiera per circa un' ora: il tempo necessario che gli venissero notificati i provvedimenti a suo carico. Poi ha ripreso il viaggio verso il carcere di massima sicurezza di Venezia, dove sara' interrogato dal giudice Felice Casson. Cicuttini, oltre all' ergastolo per la strage di Peteano, deve scontare dieci anni di reclusione per il fallito dirottamento aereo a Ronchi dei Legionari (Gorizia). Il latitante, appartenente all' organizzazione Ordine Nuovo, si era ricostruito una vita in Spagna, dove aveva un' attivita' di import-export che l' ha convinto ad accettare una trasferta in Francia per un incontro di lavoro, al quale, pero', si sono presentati agenti della polizia francese e italiana, che lo hanno arrestato. L'estradizione di Cicuttini era sempre stata negata dalla Spagna, ma e' stata concessa dalla Chambre d' accusation francese. Contro il provvedimento di estradizione, Cicuttini aveva presentato ricorso prima in Cassazione e, dopo l' emanazione del decreto ministeriale, al consiglio di Stato francese. L' estremista ha anche presentato ricorso per un incidente di esecuzione davanti alla corte d' appello di Venezia, che lo ha pero' dichiarato inammissibile. "Sono un prigioniero politico" sono state le prime parole di Carlo Cicuttini, rivolte ai giornalisti che lo attendevano, appena sceso da un motoscafo, davanti al carcere veneziano di Santa Maria Maggiore. Cicuttini, apparso in buona forma, indossava un giubbotto di pelle nera, una camicia a quadretti e pantaloni blu scuro. Il volto abbronzato, pizzetto leggermente brizzolato, capelli impomatati, l' esponente era scortato da numerosi agenti della Digos veneziana. Prima che il pesante portone del carcere veneziano si richiudesse, Cicuttini ha soltanto aggiunto di essere stato trattato bene durante il viaggio, e ha alzato la mano destra brevemente come per salutare. La strage di Peteano (Gorizia) avvenne il 31 maggio 1972. Una Fiat 500 imbottita di esplosivo causo' la morte di tre carabinieri - Antonio Ferraro, Franco Bongiovanni e Donato Poveromo - e il ferimento di un quarto, il tenente Angelo Tagliari. Quella sera una telefonata anonima aveva segnalato la presenza di una automobile sospetta, con due buchi di pallottola sul parabrezza, ferma nei pressi di Peteano. I militari dell' arma si recarono subito sul posto, ma quando fu tirata la leva per aprire il cofano dell' utilitaria vennere investiti da una violentissima deflagrazione. In un primo tempo, sulla base delle indagini avviate dagli stessi carabinieri, l' attenzione investigativa  punto' su alcuni friulani, risultati poi totalmente estranei all' attentato. La svolta nelle inchiesta, riavviata dall' allora giudice istruttore di Venezia Felice Casson agli inizi degli anni '80, giunse con l' ammissione delle proprie responsabilita' fatta da Vincenzo Vinciguerra, esponente di rilievo del circolo ordinovista di Udine attivo negli anni '70. Gli accertamenti portarono poi all' individuazione di Cicuttini, anch'egli ordinovista, gia' coinvolto anche nelle vicende del fallito dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), condannato poi all' ergastolo. 

24 maggio - Una mostra per ricordare la figura di Walter Tobagi, ucciso vent'anni fa, e' inaugurata al Circolo della stampa di Milano. Organizzata dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia, dall'Associazione lombarda e dall'Istituto per la formazione del giornalismo Carlo Di Martino, la mostra ripercorre le tappe della carriera di Walter Tobagi: dall'esperienza della 'Zanzara' al Corriere della sera e all'impegno nel sindacato. La mostra, oltre ai saggi e agli articoli di Tobagi, espone anche cartelloni con le fotografie di tutti gli attentati contro i giornalisti messi a segno negli anni del terrorismo. All'inaugurazione, Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, e Bruno Ambrosi, dell'Ifg, hanno spiegato il senso dell'iniziativa come "recupero della memoria". Erano presenti anche la moglie e i figli dell'inviato del Corriere della sera. 

25 maggio - E' rinviato alla prossima settimana l'interrogatorio del Pm di Venezia Felice Casson a Carlo Cicuttini. Al magistrato recatosi stamane al carcere veneziano di S. Maria Maggiore, l'estremista di destra ha infatti manifestato subito la propria stanchezza per i due giorni di trasferimenti affrontati nell'estradizione. "Non e' un rifiuto, e' solo un rinvio", ha riferito il difensore, l'avvocato goriziano Paolo Mulisch, dopo essersi intrattenuto con il suo assistito. "Cicuttini - ha aggiunto il legale - e' debilitato, non dorme da due giorni e quindi vedremo la prossima settimana se e' interessato a rilasciare eventuali dichiarazioni. L'incontro di stamane comunque e' stato molto cordiale, per quanto cordiale possa essere l'incontro tra un detenuto e un pubblico ministero". L' avvocato ha inoltre voluto precisare che Cicuttini, attualmente in cella d'isolamento, e' sposato con una cittadina spagnola ma non ha figli, come riportato da alcuni quotidiani. Commentando la dichiarazioni fatte ieri da Cicuttini al suo arrivo in carcere ("Sono un prigioniero politico"), il legale ha sostenuto che l'intenzione era quella "di ribadire la dimensione politica della sentenza, perche' e' la sentenza stessa che parla di reato politico'". Quanto alle possibili prospettive di Cicuttini, che si e' sempre detto estraneo alla strage di Peteano, l'avv. Mulisch ha definito "sempre auspicabile un processo di revisione: ora pero' devo studiare se vi sono i presupposti". Il legale ha invece scartato l'ipotesi della grazia: "non vedo le condizioni, in Italia l'hanno concessa solo a terroristi di sinistra".

25 maggio - Comincia nel castello San Martino a Priverno, vicino Latina, il seminario su "Terra, terrore, terrorismo", organizzato dal Centro alti studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica (Ceas). "Il terrorismo e' una minaccia permanente con valenze transnazionali - ha detto Maurizio Calvi presidente del Ceas - chi ne fa la sua arma vuole passare da un processo di insicurezza a quello di sicurezza con metodi non condivisibili. E' per questo che dobbiamo pensare che non serve introdurre piu' uomini per contrastare il terrorismo ma avere tante informazioni di qualita' dal territorio nazionale e non". Calvi ha inoltre ricordato "la necessita' di potenziare strumenti tecnologici e funzioni per controllare un fenomeno ancora vivo e vegeto come ha dimostrato di recente il delitto D'Antona". Secondo l'ex ministro dell' interno Vincenzo Scotti "sono ancora numerosi e circoscritti i rischi che minacciano la sicurezza, come gli estremismi fondamentalisti, la droga, il proliferare di armi di distruzione di massa ma anche il degrado, la scarsita' di risorse, vale a dire tutto quello che puo' servire a dare l'idea di destabilizzazione".

25 maggio - Al Circolo della Stampa di Milano e’ presentato il libro:”...annientate Tobagi” di Gianluigi Da Rold, amico e compagno di partito dell' inviato del Corriere della Sera Walter Tobagi, ucciso il 28 maggio 1980 da Marco Barbone e Paolo Morandini, componenti la Brigata 28 Marzo. "La verita' del contesto in cui avvenne l'omicidio, cosi' come e' stata consegnata dal processo, dall' appello, dalla Cassazione, dalle varie ricorrenze, fa letteralmente schifo – ha detto Da Rold - e questo non e' tollerabile non solo per i socialisti e per i cattolici che gli erano amici, ma anche per uno che si possa definire un cittadino". Ugo Finetti ha difeso i contributi dati da Craxi al generale Dalla Chiesa per scoprire gli autori del volantino di rivendicazione, che secondo il leader socialista "non poteva essere stato scritto da chi non era addentro al Corriere della Sera" (Barbone ha sempre sostenuto che il delitto non ha avuto registi occulti, e che il documento fu redatto da lui e dagli altri componenti la Brigata 28 Marzo). E Da Rold ha anche citato Giorgio Amendola quando si chiese, riferendosi alle minacce e alle intimidazioni in fabbrica: "Chi puo' negare che non vi sia un rapporto diretto tra la violenza e il terrore?". "Walter Tobagi si mise a cercare le radici della violenza, studio' la storia di quei ragazzi, anche di buona famiglia, che avevano abbracciato la lotta armata. E questo significo' la sua condanna": Ferruccio De Bortoli, oggi direttore del Corriere della Sera, era cronista e compagno di lavoro di Tobagi quando questi fu ucciso a Milano. "Walter - ricorda - oltre a saggezza ed equilibrio non comuni a persone della sua eta', aveva una dote che manca a molti di noi: l'umilta' di cercare, di non applicare alcuna tesi preordinata a cio' di cui si occupava, neppure schemi di una societa' considerata migliore. Era piu' vicino all'essere che al dover essere, e questo perche' nutriva grande rispetto verso i lettori, verso le persone e i fatti che raccontava". "Non dimentichiamo quegli anni - prosegue De Bortoli -: accanto a quelli che contrastavano senza tentennamenti il terrorismo, c'era chi aveva imboccato una zona grigia. 'Ne' con lo Stato ne' con le Br' dicevano allora, mostrando un atteggiamento sostanzialmente giustificazionista. Costoro hanno una colpa storica: non aver condannato il nascente terrorismo". Tobagi, invece, "si mise a scavare le radici della violenza e sulle pagine del Corriere racconto' la storia di quei giovani. Li mise a nudo, e per questo fu ucciso. Ci ha insegnato a essere coerenti, indipendenti, a rispondere solo ai lettori. Con lui abbiamo tutti perso moltissimo". 

29 maggio - Il presidente del Senato Nicola Mancino invia un messaggio al presidente dell'associazione lombarda giornalisti, Maria Grazia Molinari, e al presidente dell'ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, in occasione del ventesimo anniversario della uccisione di Walter Tobagi. Di Tobagi, sottolinea Mancino, “restano memorabili le analisi della societa' italiana: schiette, coraggiose, mai banali, capaci di penetrare in profondita' fino a cogliere l'essenza delle questioni”. “E' questa non comune dote - afferma Mancino - a segnare il tragico destino di Tobagi”. I suoi assassini, sostiene ancora il presidente del Senato, “nella loro lucida follia, decisero di eliminare chi, piu' di altri, aveva saputo mettere il dito nella piaga, segnalando implacabilmente le contraddizioni, i velleitarismi, le incoerenze del disegno terrorista”. Il terrorismo, scrive Mancino, “strappo' cosi' alla famiglia, agli amici, al suo giornale, all'intera cultura italiana, un uomo mite, pacifico, convinto sostenitore, all'interno di una societa' libera e democratica, dei principi di eguaglianza e di solidarieta’”. Anche il presidente della Camera Luciano Violante invia un messaggio in cui afferma che “Walter Tobagi rappresenta ancora oggi un esempio di cultura della legalita' sulla quale ogni Stato moderno e democratico deve fondarsi. Per questo penso sia particolarmente importante ricordare e far conoscere, in primo luogo ai giovani, la sua figura”. “Tobagi fu ucciso - scrive Violante - perche' con le sue idee combatte' contro la violenza, contro l'idea dell'abbattimento dell'avversario politico. Perche' indico' con fermezza la necessita' di tagliare le radici del terrorismo perche' contrappose il coraggio alla paura. Tobagi, come molte altre figure di giornalisti, di uomini delle forze dell'ordine, di magistrati, di sindacalisti, di dirigenti aziendali, di esponenti politici, credeva fortemente nello Stato democratico. Ebbe lucida la consapevolezza che la vittoria contro il terrorismo non poteva che fondarsi sull'unita' dei cittadini e delle forze politiche, sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, delle liberte' e delle regole di civile convivenza”. 

3 giugno - Donatella Di Rosa, nota come "lady golpe", ritratta e scagiona il generale Franco Monticone, ma conferma le rivelazioni sull' estremista di destra Gianni Nardi. In una lettera al suo difensore, l' avvocato Antonino Juvara, che stamani l' ha consegnata alla procura della Repubblica di Firenze, Donatella Di Rosa afferma di aver "falsamente accusato Monticone, pur sapendolo innocente, del reato di traffico di armi" e spiega "di aver acquistato la sua casa di Colloredo di Prato (Udine) con il denaro ricevuto da Monticone a partire dal 1992". La confessione giunge alla vigilia dell' asta, fissata per il 15 giugno prossimo, di quella abitazione posta sotto sequestro nell' ambito della vicenda giudiziaria che contrappone la Di Rosa all' avvocato Livio Bernot, prima suo difensore e poi controparte. Ed oggi "lady golpe" nella lettera consegnata alla procura osserva: "Non posso e non voglio permettere che la mia casa venga venduta all' asta e che il ricavato vada all' avvocato Bernot e non alla persona che ne ha diritto assoluto", cioe' Monticone. La Di Rosa il 28 febbraio scorso era stata condannata a tre anni per calunnia e autocalunnia ma il tribunale di Firenze aveva escluso l' aggravante dell' eversione che nel 1993 le era costata il carcere. Condannata invece al risarcimento di 200 milioni alle parti civili, compreso Monticone. Il caso di "lady golpe" esplose nell' ottobre 1993 quando Donatella, insieme al marito Aldo Michittu, rese pubbliche le rivelazioni fatte da mesi ai magistrati fiorentini su un intrigo di traffici di armi e progetti golpistici che avrebbero avuto per protagonisti il generale Franco Monticone, il latitante tedesco Friederich Schaudinn e l' estremista di destra Gianni Nardi, morto in Spagna nel 1976, ma, secondo le affermazioni di "lady golpe", ancora vivo all' epoca dei traffici raccontati, tanto che il cadavere dell' estremista fu poi riesumato. Monticone, nel corso del processo aveva ammesso di aver provato per Donatella "una forte attrazione che lei dimostrava di ricambiare". Oggi "lady golpe", parlando del generale, ammette: "Lui mi portava grosse somme di denaro che io riponevo mano a mano in una piccola cassaforte fino a raggiungere la somma di 250 milioni con la quale fu acquistata la casa che dovrebbe andare all' asta". erche' questa confessione? "Perche' dovevo. Non e' un problema di coscienza. In fondo - risponde Donatella Di Rosa - a Monticone ho voluto bene. Se dal punto di vista morale non posso restituirgli niente, almeno possono rendergli qualcosa da quello materiale". E le conseguenze? "Nella peggiore delle ipotesi, - dice - in appello, avro' un aumento di pena". 

12 giugno - Comincia ed e' subito rinviato il processo a Mario Spallone, Flavio Carboni ed un medico di Villa Luana che avrebbero prodotto un falso certificato per consentire al faccendiere - secondo l'accusa - di sottrarsi ad una serie di interrogatori presso il tribunale di Sassari nel 1997. Il processo riguarda anche il tentativo di truffa per un rimborso di tre milioni di lire concesso da un'Asl a Carboni per l'asportazione di una cisti ad un rene. Spallone deve rispondere dei reati di false attestazioni, tentativo di truffa e falsita' ideologica. L'udienza e' stata rinviata al 16 giugno prossimo, perche' Carboni era impegnato in un altro processo a Milano. 

13 giugno - “Posse”, edita da Castelvecchi, e’ una nuova rivista quadrimestrale ideata e diretta Toni Negri, attualmente in regime di semiliberta' per vicende connesse al caso 7 aprile, e da settembre sara' anche in rete collegata a una serie di altre riviste straniere e avra' una collana di libri “I quaderni di Posse”. Il quadrimestrale non segna il ritorno di Negri all'impegno politico:”Questi sistemi politici -spiega- sono finiti. Io faccio propaganda per l'astensione. Dobbiamo costruire nuove forze sulla parola d'ordine dell'editto di Caracalla con cui tutti furono riconosciuti cittadini romani”. E il primo numero di “Posse” e' dedicato a “Vivere nell'impero” con interventi di Giorgio Agamben, Laurent Bove, Judith Revel e Luciano Ferrari-Bravo. Sullo stesso tema all'inizio del prossimo anno uscira' anche il libro “Empire” di Toni Negri e Michael Hardt, pubblicato dalla Harvard University. “Dobbiamo assumere l'idea - ha affermato Negri - che ormai si vive nell'impero. C'e' solo un capo che comanda ma non vuole pagare il prezzo di questo potere”. Rivista dal taglio accademico, “Posse” affronta temi come il concetto foucaultiano di biopolitica, la nuova fase dell'ecologismo, Seattle e le biotecnologie. “Il biopolitico - ha affermato Negri - e' l'identificazione sempre piu' forte tra i problemi della vita e quelli della politica. Fare una rivista e' una forma di biopolitica. Le biotecnologie conducono all'idea del mostro, al quale dedicheremo un numero. Sara' questo l'angelo nuovo del futuro? Di Seattle ci interessa come i corpi si confrontano al potere, resta comunque una cosa maledettamente confusa. La salvezza viene dal lavoro e dalla produttivita'. E' importante una ripresa di Marx, non per farne un feticcio ma per confrontarlo con le nuove sfide”.

15 giugno - Rosanna Zecchi, presidente dell' associazione familiari vittime della banda della Uno bianca, dice che l’ Avvocatura dello Stato e’ determinata nel chiedere la restituzione del 30-40% dei risarcimenti gia' versati dopo la condanna del Ministero dell' Interno quale responsabile civile delle azioni della banda in gran parte composta da poliziotti, che fecero 24 morti e un centinaio di feriti in sette anni di terrore in Emilia Romagna e Marche. Una somma complessivamente superiore a 19 miliardi, erogati dopo la sentenza immediatamente esecutiva della Corte d' assise d' appello di Bologna che, oltre a dare l' ergastolo ai fratelli Roberto e Fabio Savi e pesanti condanne ai tre complici, ritenne il ministero dell' Interno colpevole civilmente dei crimini commessi da uomini in divisa. Rosanna Zecchi ricorda che il Ministro dell' Interno Enzo Bianco, il 5 marzo a Zola Predosa (Bologna), prese l' impegno morale di garantire i risarcimenti: “Il ricorso – disse Bianco - dipende dall' avvocatura dello Stato, non dal Ministero dell' Interno”. “Nell' anno del Giubileo - e' il commento del portavoce dell' associazione, Claudio Santini - si da' la grazia a Ali Agca, si parla di amnistia, ma evidentemente si e' risolutissimi contro le vittime dei delitti”. 

15 giugno – Il quotidiano “Il Messaggero” pubblica un articolo in cui afferma che riguarderebbe presunti rapporti tra la malavita e la massoneria uno dei tronconi dell' inchiesta condotta dalla procura della Repubblica di Perugia sul furto al caveau del palazzo di giustizia di Roma. Su di essa i pm di Perugia mantengono il piu' stretto riserbo. Nega pero' di essere stato sentito per vicende legate alla massoneria l' avvocato Antonio Moriconi, in passato difensore di uno dei cassettari arrestati per il colpo, Stefano Virgili, e legale di uno dei carabinieri coinvolti. Spiega invece che la sua convocazione, come persona informata dei fatti, da parte degli inquirenti “era legata ad un' indagine per il favoreggiamento di Virgili nel periodo della sua latitanza”. Smentisce di essere stato sentito come testimone in un presunto troncone su massoneria e criminalita' anche l' avvocato Patrizio Spinelli. “Se c' e' uno che non sa nulla di massoneria - afferma - quello sono io. Avevo due cassette nel caveau e per questo sono stato convocato a Perugia. Nulla di piu’”. “Nell' inchiesta sul furto al caveau - spiega l' avvocato Alfredo Gaito - sono solo il difensore di Massimo Carminati. Non sono mai stato sentito come testimone su alcuna circostanza”. Conferma invece di essere comparso davanti ai pm perugini come testimone l' avvocato Antonino Iuvara. Il legale non vuole pero' rivelare su cosa sia stato sentito. Secondo indiscrezioni, pero', Iuvara sarebbe indagato dalla procura perugina per una vicenda collegata al furto. In passato Iuvara e' stato tra l' altro ascoltato come testimone nel processo a carico di Giuseppe Mandalari, accusato di essere stato il “consulente finanziario” di Toto' Riina. I due - secondo gli investigatori - avrebbero fatto parte della stessa loggia massonica”.

15 giugno - Il Pm di Venezia Felice Casson interroga in carcere Carlo Cicuttini, estradato il 24 maggio scorso dalla Spagna. Nell'interrogatorio, durato quasi un'ora Cicuttini ha fatto un breve excursus sulla sua vita e, ha riferito il suo difensore, l'avvocato goriziano Paolo Mulisch, “ha ribadito la propria estraneita' sia alla strage di Peteano sia al terrorismo in genere”. Cicuttini, secondo il suo legale, “ha sostenuto di non sapere nulla della strage di piazza Fontana e di conoscere alcuni degli imputati ma non piu' di quanto sia gia' apparso sui giornali”. Inoltre, spiega sempre l'avvocato, ha detto di “non avere la piu' pallida idea di Gladio; se poi le alte sfere usarono lui ed altri, questo non lo sa, il mio cliente comunque non ha mai conosciuto persone che gli abbiano rivelato la loro appartenza a Gladio, P2 o servizi segreti”. Quanto al fallito dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, per il quale e' stato condannato a dieci anni, Cicuttini non ha potuto negare che la pistola trovata a Ivano Boccaccio, coinvolto nella stessa vicenda, fosse di sua proprieta', ma ha ribadito di non avergli fornito l'arma. “Ha spiegato - ha detto l'avvocato - che qualche volta gliela prestava ma in quell'occasione evidentemente gli fu sottratta”. Cicuttini ha raccontato anche di quando entro' in Ordine Nuovo, a 16-17 anni, passando qualche anno dopo nel Msi, e il magistrato gli avrebbe chiesto chi aveva conosciuto in quegli anni, che tipo di organizzazione ci fosse. “L'impressione che ne ho ricavato - ha spiegato il legale - e' che i vari gruppi di Ordine Nuovo non fossero collegati tra loro a livello di attivisti, nel senso che non si conoscevano reciprocamente”. Poi l'estremista di destra ha parlato dei suoi anni in Spagna, riferendo, ha detto il suo difensore, “di aver fatto una vita stentata sul piano finanziario e di aver vissuto all'inizio con i soldi inviatigli dalla famiglia”.

15 giugno - La senatrice Ersilia Salvato rivolge un’ interrogazione al ministro della Giustizia Piero Fassino sulla situazione di Horst Fantazzini, che ha gia' trascorso in carcere circa 30 anni per reati di non particolare gravita' e nessuno di sangue. Gli restano da scontare ancora 17 anni. Ha chiesto di essere ammesso al lavoro esterno presso le tipografie Cefal di Bologna, ma la direttrice del carcere del capoluogo emiliano ha detto no. Dall’ autobiografia di Horst Fantazzini “Ormai e' fatta” e' stato tratto l'omonimo film di Enzo Monteleone. “La ragione per cui viene negato a Fantazzini ogni beneficio penitenziario - spiega la Salvato - e' la sua evasione nel 1990. Da allora sono trascorsi pero' dieci anni e tuttora al detenuto sarebbe impedito anche di svolgere attivita' informatiche all'interno del carcere”. Horst Fantazzini e’ nato il 4 marzo 1939 ad Altenhessel in Germania, figlio di Libero Fantazzini, anarchico bolognese eroe della Resistenza e della guerra di Spagna. Anarchico come il padre, in carcere per rapina diventa simpatizzante delle Brigate rosse. Nel 1967 evade per la prima volta ma lo catturano e nel 1973 ci riprova. E' tra i protagonisti del tentativo di evasione dal carcere di Fossano. Asserragliato nei locali della direzione del carcere con due ostaggi Fantazzini manda avanti una trattativa per 12 ore, poi appena esce i cecchini gli sparano addosso riducendolo in fin di vita. Per questa vicenda viene condannato a 18 anni di reclusione, ma non si quieta. Nel 1977 partecipa con altri estremisti di sinistra ad un pestaggio di neofascisti nel carcere di Volterra. Nel 1978 ad un tentativo di rivolta nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara. Nel 1981 tenta, insieme ad un gruppo estremista di far arrivare bottiglie con tritolo ad altri detenuti, poi partecipa ai disordini nel carcere di Badu e Carros e di Nuoro. Il 3 gennaio 1990 evade dal carcere di Busto Arsizio, lo arrestano un anno dopo in una villetta del litorale romano. Nel frattempo per mantenersi aveva compiuto un'altra rapina.

15 giugno - Il presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino rilancia l' ipotesi di un indulto per gli anni di piombo: questa misura avrebbe anche il vantaggio di indurre molti protagonisti di quegli anni a squarciare il velo di omerta' per consentire alla storia di acquisire la verita'. “Amnistia e indulto - dice Pellegrino - sono problemi che bisognerebbe tenere distinti per evitare confusione, anche se la ricorrenza del Giubileo e' una buona occasione per affrontarli entrambi. Il problema di concedere un'amnistia andrebbe laicamente affrontato, valutandola come un possibile strumento di deflazione della situazione carceraria e giudiziaria. In questa prospettiva non riesco a capire le preclusioni per includere nella deflazione vicende giudiziarie ancora in corso e comunque avviate ai lidi placidi della prescrizione. Il problema dell' indulto ha invece senso solo se affrontato nella prospettiva di una chiusura politica degli anni di piombo, come indubbiamente e' opportuno, ma diverrebbe piu' facile se si accettasse che in quegli anni difficili ad insanguinare il paese fu qualcosa che abbastanza somiglio' ad una guerra civile, sia pure a bassa intensita”'. Secondo Giovanni Pellegrino, in ogni caso, quella sorta di guerra civile “coinvolse ampi settori di un' intera generazione”. A suo avviso, chi dice no all' ipotesi di indulto per quel periodo non puo' far leva “sull' esigenza di fare giustizia, ne' sul debito di verita' che, soprattutto per le stragi impunite, non e' stato ancora pagato”. “Una sanzione penale che sopravviene - dice il presidente della commissione Stragi - a 30 anni di distanza non paga comunque il debito di giustizia: mentre la neutralizzazione penale di quelle vicende potrebbe essere ben piu' utile per giungere alla verita'. In altri termini, la carcerazione attuale di Sofri e la futura carcerazione di Maggi non mi sembrano i modi migliori per fare giustizia, pur convinto che da Sofri e Maggi (come da Moretti, Zorzi e da altri protagonisti di quella fosca stagione) preziosi contributi alla verita' potrebbero venire, se i contributi medesimi divenissero penalmente irrilevanti”.

19 giugno – Il pm veneziano Felice Casson interroga Carlo Cicuttini sulla militanza in Ordine Nuovo e gli anni della permanenza da latitante in Spagna. Si e' trattato, come ha affermato il legale di Cicuttini, l' avvocato goriziano Paolo Mulitsch, di una ripetizione piu' dettagliata dei temi gia' affrontati nel primo colloquio avvenuto una settimana fa, e in cui Cicuttini si e' dichiarato estraneo a qualsiasi attivita' di tipo terroristico. Il legale ha anche precisato che il magistrato avrebbe chiesto a Cicuttini nuovi particolari su eventuali legami e collegamenti tra appartenenti ai gruppi ordinovisti del Nordest ed elementi legati alle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Anche qui, ha riferito Mulitsch, da parte di Cicuttini non vi sarebbero state indicazioni. 

20 giugno - Il Pg della Cassazione Iadecola ha chiesto di annullare con rinvio il verdetto emesso lo scorso dicembre 1998 dalla Corte di assise di appello di Bologna per quanto riguarda il risarcimento inflitto al ministero dell' Interno (oltre 19 miliardi) per i parenti delle vittime della banda della Uno Bianca, della quale facevano parte dei poliziotti. Il ricorso era stato presentato dal ministero dell' Interno – difeso dall' Avvocatura dello Stato - per ottenere la restituzione del 20-30% dei risarcimenti versati dal Viminale ai parenti delle vittime della banda della Uno Bianca, erogati dopo la sentenza immediatamente esecutiva della Corte di assise di appello di Bologna, nel dicembre 1998, che oltre a condannare all' ergastolo Roberto, Alberto e Fabio Savi insieme a Marino Occhipinti ritenne il ministero dell' Interno colpevole civilmente dei crimini commessi dagli uomini in divisa. In sostanza il Pg ha chiesto che la Corte di assise di appello di Bologna riesamini la responsabilita' del Viminale e l' entita' del risarcimento. Sara' la Corte d'Appello civile di Bologna a decidere se i parenti delle vittime della banda della Uno bianca devono restituire parte dei risarcimenti ottenuti dal ministero dell'Interno. La sesta sezione della Cassazione respinge anche i ricorsi di Alberto Savi e Marino Occhipinti, confermando le condanne all'ergastolo.

21 giugno – Fonti del ministero dell’Interno sottolineano che “La sentenza della Corte di Cassazione non preclude affatto la possibilita' di raggiungere un accordo transattivo tra la pubblica amministrazione e i familiari delle vittime che hanno ricevuto anticipatamente un risarcimento dei danni subiti a causa dei gravi delitti commessi dalla banda della Uno bianca”. Il sottosegretario all'Interno Massimo Brutti assicura che “Deve essere chiaro che nulla puo' essere chiesto indietro ai familiari delle vittime” e spiegando, in un'intervista al giornale radio, che “la sentenza della Cassazione non chiude questa vicenda. Rimane aperta un'attivita' che e' fatta di incontri e di colloqui e che deve realizzare un accordo, una transazione”.I familiari delle vittime della banda della Uno bianca hanno accolto pero’ con profondo dolore la decisione della Cassazione. “Non li capisco piu' - questo il primo commento di Rosanna Zecchi, moglie di Primo Zecchi, uno dei 24 uccisi dalla banda della Uno bianca e presidente dell' associazione familiari vittime - non capisco piu' la posizione del Ministro Bianco. Potevano chiudere questa vicenda, rinunciando al ricorso. Si chiuderebbe cosi' anche una brutta storia della Polizia. Io credo che sarebbe convenuto anche a loro”. Da un lato pero' c' e' soddisfazione: “Sono soddisfatta perche' sono stati riconfermati gli ergastoli a Marino Occhipinti e ad Alberto Savi. Almeno quello. E' un punto di sollievo per gente distrutta, bisognava vederli al processo. Ora mi auguro che il Ministero mantenga la promessa di portare avanti la transazione, ma a condizioni migliori di quelle che sono state offerte. E si finisca li'. Siamo stanchi di combattere. Ogni volta si riaprono le nostre ferite, si riaccende il nostro dolore. E' uno stillicidio che deve finire”. Il Pubblico Ministero Valter Giovannini, che chiese e ottenne le condanne dei criminali e del Ministero dell' Interno come responsabile civile, dichiara:“le sentenze non si commentano, soprattutto prima di leggerne le motivazioni. Come Pubblico Ministero, ma soprattutto come uomo, mi interrogo se a suo tempo ho fatto tutto cio' che era possibile per dimostrare cio' che avrebbe consentito alle vittime, ai loro familiari, di ottenere finalmente un po' di serenita', almeno sotto il profilo economico. Immagino la tremenda amarezza di tutte le persone cosi' profondamente colpite dai crimini della banda della Uno bianca, i cui drammi umani e familiari conosco profondamente al punto che ne e' rimasta segnata la mia coscienza di uomo e di funzionario dello Stato”. 

22 giugno - Il gruppo dei Ds della commissione Stragi presenta un documento che propone, in 326 pagine, la sua lettura delle stragi e del terrorismo dal dopoguerra al 1974. Il documento e’ illustrato in una conferenza stampa, presenti il ministro Fassino, i magistrati Mastelloni, Priore, Vigna e Salvini, il direttore del Dap Caselli e diversi parlamentari e rappresentanti delle associazioni vittime delle stragi. Il documento riprende sostanzialmente la relazione presentata nel 1995 da Giovanni Pellegrino e integra il tutto con le acquisizioni documentali che sono venute dalle inchieste Salvini (Piazza Fontana), Lombardi (Attentato alla Questura di Milano) e Mastelloni (Argo 16). Il documento affronta in dettaglio il nodo delle origini della strategia della tensione, il ruolo di Gladio, le coperture offerte all' eversione di destra, i tentativi golpisti e la lunga stagione delle bombe che si apre con Piazza Fontana. Tra l'altro vengono espressi dei duri giudizi nei confronti di alcuni uomini che hanno militato nel Msi e, come nel caso di Giulio Maceratini, militano oggi in Alleanza Nazionale. Maceratini - secondo la proposta di relazione dei Ds - risulta “documentalmente aver avuto, dagli anni della strategia della tensione fino almeno al 1997, contatti e legami politici con personaggi della destra eversiva ed anche con chi e' stato condannato con sentenza definitiva per episodi di terrorismo o per ricostruzione del disciolto partito fascista”. Di Maceratini si ricostruiscono gli esordi, alla guida di Ordine Nuovo, insieme a Pino Rauti, fino all'attivita' svolta dopo la nascita di An con contatti con esponenti della destra chiamati in causa nelle inchieste per stragi. La “lettura” offerta dai Ds e' stata interpretata dai piu' come una sanzione della impossibilita' di arrivare ad una relazione finale unitaria della Commissione. Sulla impossibilita' di una conclusione unitaria dei lavori della commissione Stragi non e' d'accordo il suo presidente, Giovanni Pellegrino, che ha definito “sconcertante questa ipotesi”. “Spero che si possa arrivare ad un documento unitario. Certamente abbiamo fatto un grande lavoro che produrra' molto in futuro. Ma il primo documento deve essere della Commissione”. Pellegrino ha detto che probabilmente ci sara' un documento finale sul caso Moro e che da luglio proporra' la discussione sui due documenti presentati finora dal Popolare Foglieri e da Bielli. Tornando sulla relazione illustrata oggi, il senatore ha sottolineato che la realta' italiana va comunque sempre inserita nel contesto internazionale e si deve tener conto della particolare situazione italiana che vedeva la presenza di un vero e proprio “anticomunismo di Stato”. Diversi gli interventi di rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi che, pur lodando la relazione, hanno richiamato la necessita' di una denuncia esplicita dei responsabili politici che hanno quanto meno coperto l' attivita' dei gruppi eversivi. 'Nessun atto d'accusa” alla destra, ma la richiesta che “la storia diventi terreno comune di valutazione e definitiva condanna” per un periodo storico che e' quello delle stragi. Cosi' Fabio Mussi, presidente del gruppo Ds alla Camera, si e' rivolto agli esponenti della destra perche' “si alzino definitivamente i veli della vicenda storica del dopoguerra”. Mussi si e' detto convinto che vi sia la necessita' di “chiudere con una stagione”, ma con uno spirito di “dialogo”. Ha pero' poi rilevato che “l'alleanza con Pino Rauti non e' un viatico” ne' “un mezzo politico per fare i conti con il passato”. I Ds della Commissione Stragi chiedono che non si affermi, nel Paese, una “pacificazione” come quella “propugnata da Cossiga”. “Oggi - si legge - il pericolo che abbiamo di fronte e' che prevalga la cultura di pacificazione propugnata dal senatore Cossiga che, nel buio del nostro passato, assegni pari dignita' alle parti in guerra in vista di un disarmo bilanciato, con reciproco riconoscimento e legittimazione, al prezzo di una sorta di amnistia generale, culturale, politica e giudiziaria”. E' questo un punto di partenza “truccato” poiche' “pone da una parte le Brigate rosse ed i gruppi dell'estremismo armato di sinistra e, come bilanciamento di tutto cio', le malefatte della destra e dello Stato”.

22 giugno - Il senatore a vita Francesco Cossiga replica al documento accusando a sua volta il partito della Quercia di essere ancora prigioniero di una logica da Guerra Fredda. “Il tentativo di piccoli uomini dei Ds di riscrivere in modo grottesco la storia degli ultimi 50 anni di vita italiana ed europea in chiave di riabilitazione della costante collaborazione, anche informativa, del Partito comunista italiano all'Unione sovietica, e alla politica militare ed ideologica del sistema degli Stati del socialismo reale - afferma Cossiga - potrebbe essere affogato in un mare di risate se non dimostrasse una ancora scarsa volonta' di chiudere la tragica Guerra Fredda, interna e internazionale, e concorrere a ricomporre l'unita' civile e morale della societa' italiana”. 

22 giugno - Il giudice veneziano Carlo Mastelloni, presente alla presentazione del documento del gruppo Ds della commissione stragi, dice che "La specificita' di questa relazione ha evidenziato come in quel periodo del dopoguerra fu costituito e mantenuto costante un ferreo coordinamento tra le istituzioni e i suoi referenti esteri rappresentati principalmente dall' alleato americano per controllare e contenere l' avanzata culturale del Paese". "Grazie alla relazione - secondo Mastelloni - abbiamo finalmente la visione di un panorama allarmante ma esplicito in ordine a tutti quei passi che il potere mosse per mantenere lo status quo sempre al fine di rappresentare il pericolo costante di una invasione per conseguentemente allestire microstrutture o macrostrutture composte da elementi civili e militari comandate a porsi al fianco delle forze regolari nel nome della tutela di una possibile insurrezione. Quello che piu' colpisce e' la perfezione di questo segretissimo e collaudato meccanismo storico-strategico dove fatti eversivi, e quindi anche i fatti di strage, sono risultati incastonati in un disegno che risulta pienamente 'legale' nel momento in cui sono state identificate le motivazioni di fondo retrostanti la politica dell' Alleanza Atlantica". Il giudice Mastelloni, in precedenza aveva evidenziato che "sono stati inseriti nel flusso entusiasta della ricostruzione postbellica veleni micidiali ritenuti ineluttabili dalle strutture di potere che si sono succedute dal dopoguerra fino quasi agli anni '80". "Credo - aggiunge poi - che dobbiamo porci il dubbio se il nostro sia stato anche o forse soprattutto uno Stato Esercito suddito di una vigilanza altrove delegata quanto alla crescita democratica". Il magistrato conlcude rilevando che probabilmente i mandanti delle stragi "erano  individuabili negli inventori di una strategia politico-militare per sua natura criminale ma coperta da quella coltre ambigua chiamata necessita' strategica: ciascuna delle istituzioni coinvolte fu gestita da una parte per creare delle finte emergenze e dall' altra per arginare i tentativi delle parti sane del Paese di rivelare o solo intravvedere quelle strutture occulte che oggi, si puo' ben dire, hanno costituito il motore mobile del meccanismi stragisti". 

23 giugno - Secondo l' avvocato Gaetano Pecorella, responsabile della Giustizia per Forza Italia, "il teorema dei Ds secondo cui gli Usa avrebbero responsabilita' nelle stragi in Italia, e' la ricopiatura delle dichiarazioni di tale Carlo Digilio nel processo di Piazza Fontana attualmente in corso davanti alla Corte d' Assise di Milano". "E' bene che si sappia - si legge in una nota diffusa dal legale - che Digilio e' stato ritenuto totalmente incapace di intendere e volere, a seguito di un ictus, da epoca antecedente all' inizio della sua presunta collaborazione". "Per di piu' - prosegue Pecorella - la scelta dei tempi nel diffondere il documento da parte dei democratici di sinistra rappresenta un tentativo di influire sulla indipendenza dei giudici: proprio in questi giorni, infatti, Digilio e' sotto interrogatorio da parte della difesa che ne sta dimostrando l' assoluta inattendibilita"'. "Infine - conclude il legale - se i Ds credono davvero alla responsabilita' degli Stati Uniti per la strategia della tensione, cosa aspetta il Governo a rompere le relazioni diplomatiche?". 

23 giugno - Achille Occhetto, presidente della commissione Esteri della Camera ed ex segretario dei Ds, interviene nella polemica sui contenuti del documento messo a punto dal gruppo Ds della commissione parlamentare sulle Stragi e ribadisce la sua teoria del "convitato di pietra". Per Occhetto si tratta di valutazioni che non c'entrano con lo scontro politico in atto. "In linea generale - ha affermato Occhetto in un'intervista a Radio Radicale - al di la' dei nomi, in Italia le stragi erano il risultato di diverse componenti che si incontravano nella volonta' di destabilizzare lo Stato: l'estremismo di sinistra e di destra, ma anche la collaborazione molto forte di pezzi di apparato deviato. Non c' e' dubbio che piazza Fontana, che si cerco' di liquidare dando la colpa a due poveri anarchici, aveva dietro qualcosa di ben piu' grave e inquietante, come tutta la strategia della tensione. Aveva dietro quello che a suo tempo chiamai un convitato di pietra, nascosto, e che giocava tutte le sue carte intervenendo, a orologio, nella politica italiana. Questo rimane un dato di interpretazione che anche come commissario della P2 ho potuto verificare ampiamente". Quanto al ruolo dei servizi segreti, per Occhetto, "sia quelli dell' Urss che quelli, una parte, degli Usa avevano degli interessi e delle collusioni nell'impedire ogni posizione riformatrice avanzata che facesse uscire l' Italia e i comunisti dal netto schieramento 'o da una parte o dall'altra'. Non a caso la vittima piu' grande di questa tendenza e' stato Moro, che era l' uomo del dialogo e di una nuova possibilita' di uscita dallo scontro dei blocchi e dall' ingessamento delle forze politiche dentro quello scontro". "Ho parlato delle mie posizioni precedenti - ha concluso Occhetto - per dire che queste sono questioni che dobbiamo discutere al di la' del dibattito politico attuale. Si tratta di valutazioni che nulla hanno a che fare con lo scontro politico del momento e, quindi, non vanno utilizzate in questo senso".

23 giugno - Il ministro della Giustizia Piero Fassino prende le distanze dal documento Ds sulle stragi e dice:"Non ho partecipato come organizzatore e proponente delle tesi di quel rapporto. E' evidente che cio' che e' scritto in quel documento impegna chi lo ha scritto e chi su quel rapporto ha fatto delle dichiarazioni e non chi ha partecipato a quella presentazione come astante". "Ieri sono andato alla presentazione pubblica di quel rapporto - ha tra l'altro detto Fassino - come invitato, insieme a tante altre persone, tra cui parenti di vittime delle stragi, magistrati e politici, compreso Ignazio La Russa". 

23 giugno - Il deputato Riformatore Marco Taradash, riferendosi alla presenza dei magistrati alla conferenza stampa dei Ds di ieri dove e' stata presentata la relazione della Quercia in commissione Stragi, dice:“Presentero' un esposto al procuratore generale della Cassazione nei confronti di quei magistrati, Vigna, Mastelloni, Priore e Salvini, che hanno in modo tanto disinvolto asservito la loro funzione a interessi di parte”. “La sventurata presenza di magistrati, del Procuratore Nazionale Antimafia, del Direttore dell'Amministrazione Penitenziaria a una conferenza stampa di parte, e di quale parte, quella piu' intossicata dalle ideologie vittimiste e autoritarie, e' la controprova della rozzezza istituzionale di questa sinistra. Mentre la partecipazione di Caselli si pone in insanabile conflitto con i doveri di imparzialita' propri di chi svolge una funzione pubblica”. “Sono le stesse istituzioni politiche, a principiare dal Capo dello Stato - ha concluso Taradash - a dover garantire quei confini fra poteri che sono stati, per settarismo o ambizione personale, cosi' vergognosamente confusi”.

23 giugno - Sono stati assolti i cinque imputati dell'omicidio del criminologo Aldo Semerari, il cui cadavere venne trovato, decapitato, davanti al castello di Raffaele Cutolo a Ottaviano il 25 marzo del 1982. L'assoluzione di Antonio Baratto, Ciro e Pasquale Garofalo, Giovanni Monaco e Umberto Adinolfi - mandati a giudizio come esecutori del delitto sulla base delle rivelazioni del boss pentito Umberto Ammaturo, a sua volta ideatore e esecutore dell'omicidio - era stata chiesta dallo stesso pubblico ministero Salvatore Sbrizzi. Nel corso della requisitoria il pm ha infatti sottolineato che le dichiarazioni di Ammaturo, secondo il quale Semerari sarebbe stato ucciso per ritorsione avendo accettato l'incarico di consulente della difesa del boss rivale Raffaele Cutolo, sono rimaste contraddittorie e lacunose. E anche i collaboratori di giustizia chiamati a riscontare quelle rivelazioni - i boss Carmine Alfieri e Pasquale Galasso e gli esponenti del gruppo di Ammaturo, Antonio e Pasquale Mercurio e Giovanni Federico – non hanno fornito elementi sufficienti a sostenere l'accusa. I cinque imputati avevano chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato. La posizione dello stesso Ammaturo, accusato anch'egli del delitto, era stata stralciata e il processo a suo carico non si e' ancora concluso.

24 giugno  - Il presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, in un'intervista a “La Repubblica”, commenta il documento presentato dai Ds sulle stragi in Italia nel dopoguerra. ''La relazione e' unilaterale – dice Pellegrino - applicare a una realta' complessa uno schema rigido produce, anche involontariamente, un effetto falsificante''. ''Non si puo' definire quella di Piazza Fontana – dice ancora - una 'strage atlantica di Stato' creando l'impressione che l'atlantismo sia stato stragista''. Sulle reazioni alla relazione Pellegrino afferma che ''se qualcuno non accetta i fatti che vi sono esposti e' perche' non ha studiato le carte, ma e' chiaro che possono esserci pareri diversi sulle conclusioni''. ''I fatti esposti nella relazione - spiega il presidente della Commissione - sono incontestabili e solo chi e' in malafede puo' metterli in discussione, ma non condivido la chiave di lettura''.

24 giugno  - Marcantonio Bezicheri, difensore di imputati di destra nei principali processi per stragi, afferma che la relazione Ds non fa che riproporre teoremi e testi ''clamorosamente smentiti al vaglio processuale''. Sono stati assolti, ricorda in una dichiarazione, ''tutti i principali esponenti di quella che si usa definire 'l' estrema destra': Signorelli, Freda, Dalle Chiaie, Fachini. ''Appare pertanto assurdo - sostiene il legale - insistere ancora su pretese responsabilita' di esponenti e di organizzazioni dell' area, ignorando e calpestando le decisioni di numerose sentenze. Solo per l' esplosione del 2 agosto 1980, sono rimasti condannati Mambro e Fioravanti, condanna che ha suscitato dubbi e perplessita' anche in ambienti della sinistra e che comunque non puo' essere ricondotta al teorema degli esponenti dell' estrema destra in combutta con i servizi segreti atlantici. L' unica cosa interessante nella 'relazione Mussi' - conclude Bezicheri - e' nel passo che definisce quel periodo della storia italiana come di sovranita' limitata e riconosce che agivano sul nostro territorio forze di servizi segreti statunitensi e del Kgb. Ma non ci si dice che cosa quest' ultimo faceva con i suoi agenti in Italia e mai si e' indagato sulle attivita' di costoro. Ecco perche' non potra' mai raggiungersi chiarezza e verita', dal momento che e' mancata e manca completamente una indagine su uno degli aspetti inquietanti di quel periodo''.

25 giugno - Davanti al “vergognoso tentativo di linciaggio” e “alle false accuse” che sono state mosse nei confronti del presidente dei senatori di An Giulio Maceratini, il suo gruppo a palazzo Madama chiede le dimissioni del presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino. E' quanto si legge in un comunicato del gruppo, nel quale si ribadisce “la piena fiducia e la totale solidarieta' a Giulio Maceratini, nei confronti del quale continua un vergognoso tentativo di linciaggio politico da parte dei Ds”. “Oggi - prosegue il comunicato - tocca al sen. Pellegrino, il quale su tutti i giornali afferma falsamente che il presidente dei senatori di An e' stato un esponente di spicco di 'un'associazione di stampo fascista che fu sciolta perche' ritenuta in contrasto con la Costituzione repubblicana’”. “Il sen. Maceratini, purtroppo per il sen. Pellegrino, non ha mai fatto parte del movimento politico Ordine Nuovo, sciolto dal ministro Taviani nel 1973, ma - sottolineano i senatori di An - del Centro Studi Ordine Nuovo, che concluse la sua avventura politica nel 1969, rientrando nel Msi. Ricordiamo che Maceratini in quell'occasione entro' a far parte della direzione nazionale del Msi e nel 1970 venne eletto consigliere regionale del Lazio, mentre il movimento politico Ordine Nuovo venne formato in quello stesso periodo da quanti avversarono la scelta di rientrare nel Msi”. “Una differenza non da poco - sottolinea il gruppo di An - che denota l'intenzione di un vergognoso tentativo di linciaggio politico nei confronti di un nostro capogruppo che davvero non puo' essere ignorata dal sen. Pellegrino, che ora, come minimo, dovrebbe dimettersi dall'incarico. Infatti quanto accaduto e' di una gravita' inaudita e dimostra che il sen. Pellegrino non e' in grado di presiedere con il necessario equilibrio la Commissione stragi, di cui peraltro il sen. Maceratini ha fatto parte nell' undicesima legislatura, ricevendo ampi riconoscimenti per il suo lavoro come commissario da esponenti dell'allora Pds”. “Quanto al linciaggio politico nei confronti del sen. Maceratini - concludono i senatori di An - ora ci manca solo che, dopo le accuse di mantenere contatti con esponenti della destra eversiva per aver partecipato nel 1991 e nel 1997 a due manifestazioni pubbliche, il nostro capogruppo venga ritenuto un capo delle Brigate rosse per aver partecipato a dibattiti su pacificazione e anni di piombo anche con ex terroristi di sinistra”. 

25 giugno - L'esponente di Forza Italia Vincenzo Manca, vicepresidente della commissione Stragi, si schiera contro coloro che hanno proposto lo scioglimento dell'organismo bicamerale dopo la vicenda della relazione Ds. “L' incredibile quanto indignante documento presentato dai Ds sulle stragi dal dopoguerra al 1974 sta ponendo, fra l' altro, il problema dell' utilita' o meno della commissione presieduta al sen.Pellegrino - ha affermato il senatore di Forza Italia -. Pur capendo e giustificando la nascita della questione, devo onestamente affermare di non condividere affatto il pensiero di quanti, e tra questi anche qualcuno della mia parte politica, giungono, con sorprendente rapidita' e faciloneria, alla sentenza di scioglimento della commissione Stragi. Quando si perviene a queste conclusioni, evidentemente dettate dal raccapriccio suscitato dalle tesi della relazione Ds, bisogna pero' chiedersi se uno conosce bene e dall' interno il lavoro della commissione e se, con lo scioglimento, non si provocherebbero danni superiori a quelli che sono possibili con la sua esistenza”. “E' vero, quindi, che ci sono stati 'danni' di credibilita' e di serieta' di lavoro e di contenuto con la relazione Bielli, e' altrettanto vero, tuttavia, che questa non e' una sufficiente ragione per non dar corpo ad altri documenti di altre parti politiche, a loro volta conseguenti ad anni di lavoro, nella segreta speranza, anche, che con essi e per essi si possa giungere ad una relazione se non unitaria quanto meno riassuntiva delle varia parti politiche da discutere poi in Parlamento. Io, per quanto mi compete - ha concluso il sen.Manca - mi adoperero' in tal senso, invitando anche il sen.Pellegrino a far sentire alta e libera la sua voce su quanto accaduto e sulla volonta' di mantenere ancora vivo il dialogo tra le forze politiche della commissione, nel rispetto reciproco e soprattutto lontani da scopi elettoristici”.

26 giugno - Il presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino non pensa di dimettersi dopo le polemiche per la presentazione della relazione dei Ds. “Darei le dimissioni - dice - solo se la maggioranza me lo chiedesse. Ma nessun gruppo della maggioranza ha mai fatto una richiesta del genere”. Pellegrino spiega anche la dinamica che ha portato alla presentazione del documento dei Ds. “La relazione conclusiva - ricorda Pellegrino - fu affidata molti mesi fa al senatore del Ppi Luigi Follieri ed e' stata presentata verso la fine dello scorso anno. Ma le forze politiche presenti in commissione (non solo i Ds, ma anche il Polo) ebbero da ridire sulle conclusioni alle quali arrivava Follieri, che in pratica escludeva la presenza di settori politici nella strategia della tensione, attribuita solo a settori deviati dei servizi. Decisi allora di dare ai gruppi politici la possibilita' di presentare ciascuno un proprio documento alternativo”. “Lo hanno fatto i Ds - ricorda ancora il presidente della Stragi -  ma anche il Polo ha presentato alcuni documenti, uno dei quali, del senatore di An Alfredo Mantica, riguarda la strage di Brescia e mi sembra molto ben fatto”. Pellegrino spiega quindi quali saranno i prossimi passi in commissione Stragi. “Ora, nella prima meta' di luglio, la relazione di Follieri sara' discussa da tutta la commissione - spiega - e a quel punto si vedra' che cosa fare dei vari documenti presentati dai gruppi. Potrebbero essere tutti ritirati se si riuscisse a fare una premessa unitaria alla relazione Follieri”.

27 giugno - I capigruppo della Casa delle Liberta' esprimono "la piu' ampia e cordiale solidarieta"' al presidente del gruppo di An al Senato, Giulio Maceratini, per "l' infame attacco rivoltogli nella relazione dei componenti Ds della commissione Stragi". Giuseppe Pisanu, Gustavo Selva, Giancarlo Pagliarini, Marco Follini, Giorgio Rebuffa e Luca Volonte', in una nota congiunta contestano inoltre "radicalmente" le tesi contenute in quella relazione che definiscono "un esempio di disinformazione, settarismo ideologico e una pregiudiziale attacco all' Alleanza Atlantica e agli Stati Uniti che - sottolineano - sono stati i fondamenti storici della politica estera italiana, pilastri della sicurezza e garanzia di pace e di liberta' per tutti gli italiani". I presidenti dei gruppi dei partiti della Casa delle Liberta' giudicano poi "del tutto elusiva l' analisi delle responsabilita' della sinistra istituzionale nei rapporti con i movimenti extraparlamentari alcuni dei quali sfociati nel terrorismo rosso". Per i capigruppo la commissione Stragi "dopo quindici anni di estenuanti e inconcludenti lavori sfruttati dalla sinistra a scopo propagandistico, deve concludere in tempi brevi o con una relazione che liquidi le aberranti speculazioni antiatlantiche e antiamericane del Pci-Pds-Ds o con piu' relazioni nelle quali ciascun gruppo assumera' la proprie responsabilita'".

27 giugno – Walter Bielli, capogruppo Ds in commissione stragi, annuncia che scomparira' il riferimento alla 'strage atlantica di stato” a proposito di Piazza Fontana nella bozza di documento finale depositata la scorsa settimana. “Vedo che continuano le polemiche sul testo Ds. Vorrei che si parlasse dopo averlo letto. Vi si raccontano pagine terribili della storia italiana del dopoguerra. Lo scandalo sollevato, comunque, si riferisce ad una espressione che compare a pagina 217 a proposito di Piazza Fontana: “strage atlantica  di stato”. Nel testo si spiega esplicitamente - continua ancora - il senso non certo di una accusa generalizzata agli Usa o allo stato democratico italiano, ma l'indicazione di una responsabilita' che ci pare provata insieme a gruppi neofascisti, di settori di apparati di stato e di ambienti dei servizi segreti stranieri. Siccome la formula sta producendo piu' equivoci che spiegazioni e in debite strumentalizzazioni, la toglieremo dalla relazione che pero' resta sul tavolo e contiene tante spiegazioni che devono essere valutate sulla base degli elementi di fatto tratti dagli atti della commissione che noi riportiamo. Sarebbe gravissimo se si volesse estendere un velo di silenzio su di una vicenda cosi drammatica e cosi' viva nel corpo della societa' italiana. Anche i colleghi del Polo dovranno dire qualcosa”.

28 giugno - La vicenda dei risarcimenti ai parenti delle vittime della banda della Uno Bianca "credo che si concludera' con la massima soddisfazione da parte delle famiglie, senza accollare allo Stato la responsabilita' di atti che con lo Stato non hanno nulla a che fare". Lo ha detto il presidente del consiglio Giuliano Amato nel corso del question time, interrompendo poi la replica dell'on. Elio Palmizio (FI), che ha giudicato "insoddisfacente" la risposta chiedendosi com'e' possibile che vengano chiesta la restituzione dei soldi, per precisare: "lo Stato non chiede indietro una lira". Amato ha quindi spiegato che "una cosa e' assicurare alle famiglie delle vittime di efferati delitti un adeguato ristoro dell'ingiustizia subita, altro e' che questo accada in virtu' del riconoscimento di una responsabilita' giuridica del ministero dell'Interno" per gli atti compiuti dai poliziotti appartenenti alla banda "che nulla hanno a che fare con i loro compiti e le loro responsabilita' istituzionali". Secondo Amato dunque "il ministero da un lato si e' difeso in giudizio giustamente dalla responsabilita' che gli veniva attribuita e la Cassazione questa responsabilita' ha negato, dall'altro ha provveduto a pagare alle famiglie, a titolo non di risarcimento ma di riconoscimento di una ingiuria comunque subita quanto gia' era previsto dalla sentenza di primo grado. Ora in via transattiva si sta concludendo questa vicenda". 

29 giugno - Valter Bielli e Alessandro Pardini, parlamentari Ds in commissione stragi, affermano che chi attacca il presidente della commissione Giovanni Pellegrino "vuole che alcune pagine oscure della storia del nostro paese rimangano tali. Noi, come Ds, andremo avanti". "Dopo la pubblicazione della relazione sulle stragi in Italia - rilevano Bielli e Pardini - i parlamentari del Polo e, in particolare, di An, hanno reagito in maniera scomposta, senza minimamente confrontarsi sul contenuto del nostro dossier". "Travolti da una verita' inconfutabile e sostenuta da migliaia di documenti circa il ruolo dei fascisti e di settori dei servizi segreti italiani e stranieri nella strategia della tensione, i parlamentari di An - proseguono Bielli e Pardini - invece di prendere definitivamente le distanze dal terrorismo e chiudere con un periodo fatto di frequentazioni con personaggi pluricondannati dalla magistratura per reati di natura eversiva, hanno preferito dar vita ad una campagna inaccettabile contro il senatore Pellegrino, chiedendone le dimissioni". I parlamentari di Alleanza nazionale Enzo Fragala' e Alfredo Mantica replicano:"Accettiamo l'invito del presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino, che chiede di tornare ad un lavoro condiviso, ma prima devono essere richiamati all'ordine quegli esponenti, come Bielli e Pardini, che sono rimasti all'odio ideologico come unica manifestazione del loro agire politico". "Comprendiamo - dicono Fragala' e Mantica - il livore dei duri e puri dei Ds, ritrovatisi orfani rispetto al vile attacco personale e politico contro il senatore Giulio Maceratini, che Pellegrino arriva a definire un amico, ma non possiamo continuare ad accettare aggressioni da chi oltraggia una sede istituzionale per compiere infime operazioni che di storico e di incontestabile non hanno niente".

10 luglio - Venti persone sono arrestate dalla polizia per il furto al caveau nel palazzo di giustizia di Roma, compiuto tra il 16 e il 17 luglio del 1999. I provvedimenti sono stati ordinati dalla magistratura di Perugia ed eseguiti dalla squadra mobile di Roma, che ha anche perquisito numerose abitazioni. Le persone finite in carcere devono rispondere di associazione per delinquere, reati contro il patrimonio, corruzione di pubblico ufficiale, tentativo di corruzione di magistrati, traffico di stupefacenti, detenzione e porto abusivo di armi, ricettazione e falso. I provvedimenti sono stati firmati dai pm di Perugia Silvia della Monica, Alessandro Carnevale, Antonella Duchini e Mario Palazzi. Messo a segno il furto al caveau, la banda aveva pensato ad un altro colpo nell' ufficio corpi di reato della procura della Repubblica di piazzale Clodio, dove sono custoditi tutti i reperti sequestrati nell' ambito delle indagini giudiziarie, dalle sostanze stupefacenti alle armi. Materiale che sarebbe servito all' organizzazione sia per ricavare denaro (dalla vendita di droga) sia per compiere azioni criminose (con l' uso delle armi). C' erano esponenti di spicco della banda della Magliana, ex militanti della destra eversiva, carabinieri, il vicedirettore dell' agenzia, un avvocato, un edicolante, "cassettari" e "chiavari". Una organizzazione corposa (una trentina di persone) e variegata quella che ha progettato, eseguito o fiancheggiato gli altri nel colpo al caveau della Banca di Roma della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Il progetto del colpo, secondo gli investigatori, sarebbe scaturito dalla mente degli ex della banda della Magliana Manlio Vitale (soprannominato "er gnappa") e Massimo Carminati, che era stato anche militante dei Nar, e dal "mago delle casseforti" Stefano Virgili. Nella fase preliminare del colpo Vitale era libero, ma nei primi mesi del 1999 fu arrestato in flagrante estorsione e, nonostante fosse detenuto, secondo gli investigatori, ha cercato di collaborare alla progettazione del furto dal carcere. Inutile il tentativo da parte di Virgili, dell' avvocato Antonino Iuvara e dell' ex dipendente della pretura Reginaldo Veloccia di corrompere uno dei giudici togati che stavano processando Vitale in appello affinche' fosse liberato. Nella banda c'era il vicedirettore della banca Orlando Sembroni, che dopo aver sbirciato i titolari delle cassette di sicurezza (prendendosi anche qualche rimprovero) per vedere cosa custodissero, lo aveva riferito ai complici. Nell' organizzazione risultano coinvolti cinque carabinieri del servizio di vigilanza di piazzale Clodio, di cui chiudevano e aprivano i cancelli: Roberto Cozzolino fu arrestato nel dicembre 1999 assieme agli altri quattro Mercurio Di Gesu, Feliciano Tartaglia, Adriano Martiradonna e Flavio Amore; questi ultimi quattro sono stati raggiunti anche dalla seconda ordinanza. Alcuni di loro avrebbero anche preso il pacco contenente la cocaina che sarebbe stata poi venduta. Facevano parte della banda anche Claudio Bottoni e Piero Tomassi, conosciuti come "cassettari" ovvero specialisti in furti di cassette di sicurezza, Vincenzo Facchini, noto come "chiavaro", cioe' un "maestro" nel fare chiavi false, Pasquale Martorello, conosciuto come ricettatore, che assieme ad uno dei tre latitanti avrebbe nascosto parte del bottino in un terreno vicino Rieti e, assieme a Piero Tantalo, avrebbe aiutato a coprire due dei ricercati. Lucio Smeraldi era invece un edicolante di piazzale Clodio fatto subentrare dall' organizzazione ad un collega che otto mesi prima del furto era stato fatto "dimettere". Vincenzo Casetta, legato a Carminati nella destra eversiva, sarebbe stato uno dei fiancheggiatori. Assieme ai cinque carabinieri furono raggiunti gia' dalla prima ordinanza di custodia cautelare emessa per furto pluriaggravato anche Carminati, Facchini, Sembroni, Smeraldi, Tomassi e Virgili. L' avv.Iuvara era stato oggetto di indagini, da cui usci' indenne, da parte del Pm Giovanni Falcone nell'ambito dell'inchiesta su Toto' Riina e sul suo presunto consulente finanziario Giuseppe Mandalari. E' quanto emerge dal passato del penalista, massone e difensore di lady golpe Donatella di Rosa. Iuvara, secondo quanto ricostruito sulla base di fonti investigative, fini' in un rapporto dei carabinieri di Corleone, guidati dall' allora capitano Angelo Jannone, dopo alcune intercettazioni telefoniche tra lui e Mandalari. Intercettazioni dalle quali sarebbe emerso il tentativo dei due di dirottare finanziamenti della legge 64 per il Mezzogiorno su una serie di prestanomi, tramite presunti progetti fantasma. Un filone d'indagine che Falcone avrebbe voluto approfondire, ma poi accetto' di trasferirsi al ministero di grazia e giustizia a Roma e l'ufficiale dei carabinieri venne trasferito a Catania, dopo aver depositato le sue informative alla procura palermitana diretta da Giammanco. Le sue informative furono pero' rispolverate a distanza di un paio d'anni con l'arrivo a Palermo di Giancarlo Caselli e, dopo ulteriori indagini, portarono all' arresto di Mandalari per concorso esterno in associazione mafiosa. Accusa per la quale fu condannato nel processo di primo grado, dove Iuvara depose invece come teste. 

11 luglio – Furto al caveau di palazzo di Giustizia di Roma: con un' ordinanza emessa dal gip perugino Nicla Restivo su richiesta dei pm Silvia Della Monica, Mario Palazzi, Alessandro Cannevale ed Antonella Duchini, a 21 dei 22 indagati e’ contestata l’accusa di associazione di tipo mafioso perche’ avrebbero agito al fine di agevolare l' attivita' della cosiddetta banda della Magliana. La nuova aggravante e' stata contestata a tutti gli indagati tranne che al romano Mario Arciero, 37 anni. Il gip perugino Nicla Restivo, nella sua ordinanza, sottolinea che il profitto patrimoniale era “perseguito indubbiamente” da alcuni indagati, ma sarebbe stato “meramente accessorio per altri”. Il gip parla poi di un obiettivo “particolarmente rischioso”, sottolineando che vennero svolti per circa un anno e mezzo accessi al palazzo di giustizia che “mal si conciliano con la sola fase di preparazione di un furto”. Altre circostanze che farebbero pensare ad altri obiettivi, oltre al denaro, sono - si legge ancora nell' ordinanza - l' utilizzo di carabinieri addetti a servizi “particolarmente delicati e di responsabilita”, la scelta di forzare le cassette secondo un ordine preciso indicato in una lista consegnata in precedenza agli esecutori materiali del furto e la qualita' delle parti offese, per la maggior parte magistrati del distretto della Corte d' appello di Roma. Gli accessi abusivi nel palazzo di giustizia di Roma per preparare il furto al caveau avvennero “proprio in concomitanza” con la celebrazione di alcuni processi di “vitale importanza” per la banda della Magliana. I magistrati si riferiscono in particolare alle procedure per misure di prevenzione patrimoniale, ad un processo a carico, tra l' altro, di Massimo Carminati ed Enrico Nicoletti (quest' ultimo estraneo al procedimento perugino) in cui era in discussione la natura stessa della banda della Magliana ed alla sentenza che era in procinto di pronunciare la Corte d' assise d' appello di Roma nel troncone definito da alcuni imputati (tra cui Manlio Vitale) con rito abbreviato. Gli inquirenti rilevano poi che alcuni degli avvocati le cui cassette sono state forzate hanno operato in processi riguardanti appartenti ai Nar, alla banda della Magliana ed a Cosa nostra, in particolare Pippo Calo'. Secondo i magistrati di Perugia obiettivo del gruppo ritenuto responsabile del furto sarebbe stato quello di acquisire cose, documenti ed informazioni per agevolare non solo l' attivita' di singoli appartenenti alla banda della Magliana, ma quella della stessa associazione criminale. Su questa base i magistrati hanno chiesto ed ottenuto dal gip la contestazione a 21 dei 22 indagati dell' aggravante prevista dall' articolo sette del decreto legge 152 del 13 maggio del 1991. Questa - spiega il giudice nella sua ordinanza - riguarda l' azione favoreggiatrice diretta in maniera oggettiva ad agevolare l' attivita' svolta da un gruppo criminale considerato di tipo mafioso, come la Magliana. Obiettivo della norma non e' solo quello di aggravare la pena prevista per le persone alle quali viene contestata, ma anche di reprimere il comportamento di coloro che, anche se non organicamente inquadrati in tali associazioni, agiscano con metodi mafiosi o comunque diano un contributo al raggiungimento dei fini di un' associazione di tale stampo. Il giudice ha comunque ricordato che e' ancora incerta la qualificazione giuridica della banda della Magliana. Secondo il gip vanno tuttavia ritenute sussistenti le pronunce che hanno qualificato la banda come un' associazione per delinquere di stampo mafioso. Nell' ordinanza si parla anche dell' attentato che Cosa nostra e Banda della Magliana volevano compiere contro il magistrato Ferdinando Imposimato. Nel progetto per colpire l'ex pm sarebbe stato infatti coinvolto anche Stefano Virgili, uno dei cassettari poi arrestati per il colpo a piazzale Clodio. Fu infatti la moglie di quest' ultimo, attraverso la ''Mutua nuova societa''' (della quale il marito sarebbe stato il vero dominus), a prendere in affitto da Imposimato un appartamento individuato dalla banda della Magliana e da Pippo Calo' per realizzare l' attentato. Virgili ''con abilita' non comune'' procuro' quindi alle due organizzazioni criminali - sostengono i magistrati - una sede insospettabile ed inaccessibile per gli inquirenti, dove era impossibile int