4 gennaio - A nove anni dalla
morte di Andrea Moneta, il carabiniere romano di 21 anni rimasto ucciso
a Bologna, insieme a due commilitoni, in un agguato della banda della Uno
Bianca, il padre, Domenico Moneta, in un'intervista a Rds Roma, lancia
accuse pesanti contro il prefetto di Roma Enzo Mosino, che al tempo dell'assassinio
dei tre militari era prefetto di Bologna. "Se le istituzioni - afferma
- avessero mantenuto le promesse fatteci, allora uno poteva dire che tutto
sommato ne e' valsa la pena che i nostri figli siano caduti per queste
istituzioni. Ma queste istituzioni sono peggio di chi li ha uccisi". Moneta
ringrazia invece l'Arma dei Carabinieri, "unica forza - dice Moneta - che
ci e' stata vicino. Se non fosse per l' Arma, oggi saremmo in mezzo alla
strada o magari sul marciapiede a chiedere l'elemosina".
11 gennaio - Dall' attivita' istruttoria
condotta negli ultimi mesi e' emerso un contatto, ritenuto importante dagli
inquirenti, tra l'ex ufficiale del Sios della Marina Angelo Demarcus, trovato
in possesso dei falsi dossier su Luciano Violante e Stefania Ariosto, con
uno dei componenti della banda della Magliana, Alessandro D'Ortenzi,
detto 'er Zanzarone', e con il furto avvenuto nel caveau della banca di
Roma interna agli uffici giudiziari di Roma. La collusione tra Demarcus
e 'Zanzarone' avrebbe avuto il fine, tra l'altro, di danneggiare due magistrati
della procura e del tribunale di Roma. Le indagini si soffermano molto
anche sulle "misteriose visite notturne" di cui sono stati oggetto gli
uffici di alcuni magistrati proprio nel periodo in cui i magistrati di
Perugia ritengono che si sia preparato il furto al caveau e durante il
quale Massimo Carminati (estremista di destra gia' processato per legami
con la banda della Magliana) sarebbe entrato ed uscito a piacimento dalla
cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. In particolare, in uno degli
uffici e' stata forzata la porta, in un altro sono stati ritrovati fascicoli
spostati e bicchieri sporchi di bevande che nessuna delle persone autorizzate
ad entrare aveva usato, una stampante manomessa e addirittura la porta
di un importante ufficio del terzo piano del tribunale lasciata ostentatamente
spalancata. Gli inquirenti adesso hanno messo insieme indizi e risultati
di indagini in corso o gia' concluse e stanno lavorando sull'ipotesi che
vi sia un forte collegamento tra l'attivita' di formazione di falsi dossier
contestata a Demarcus e l'attivita' notturna durata un anno e mezzo negli
uffici giudiziari della capitale. L'ex ufficiale del Sios fu arrestato
il 17 gennaio 1998 perche' ritenuto dai Pm Maria Monteleone e Giovanni
Salvi l'uomo che avrebbe confezionato materialmente il falso dossier pubblicato
da 'L'Avanti della domenica' in cui si sosteneva che Stefania Ariosto fosse
un agente dei servizi segreti. A Demarcus fu contestata la contraffazione
di atti pubblici di fede privilegiata consumata attraverso la contraffazione
di atti di polizia giudiziaria. Nell'inchiesta e' rimasto coinvolto anche
l'ex ministro della difesa Cesare Previti, la cui posizione insieme con
quella di Giorgio Zicari e' stata stralciata perche' le indagini richiedono
tempi piu' lunghi. Nel settembre 1999 Demarcus e' finito nell'inchiesta
sul falso dossier ai danni del presidente della Camera Luciano Violante.
Tra gli indagati per questa vicenda compaiono pure Francesco Pazienza,
due poliziotti e un agente della Criminalpol. Demarcus, secondo indiscrezioni,
all' indomani dell'uscita dal carcere parlo' proprio con 'Zanzarone' delle
attivita' in cui era coinvolto e di magistrati ritenuti "scomodi". 'Zanzarone',
al secolo Alessandro D'Ortenzi, si autodefini', davanti alla prima Corte
d'Assise che giudicava gli imputati della banda della banda della Magliana,
come uno dei fondatori della 'batteria del Testaccio', un gruppo di rapinatori
che agiva a Roma negli anni '70, nonche' un "nazifascista convinto" ed
e' stato sempre ritenuto dagli inquirenti come un elemento di spicco dell'organizzazione
criminale romana. Fu proprio lui davanti ai giudici della Corte a sostenere
che i due magistrati titolari delle indagini sulla banda, Otello Lupacchini
e Andrea De Gasperis, erano accesi sostenitori dell' allora presidente
della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, proprio nel periodo in cui contro
quest'ultimo era in corso una pesante campagna di attacco politico. D'Ortenzi,
che al momento e' libero, nei mesi scorsi e' stato rinviato a giudizio
per tentata estorsione nei confronti dell'avvocato Franco Coppi perche'
proprio da questi avrebbe cercato di avere soldi in cambio di una testimonianza
favorevole al senatore Giulio Andreotti nell' ambito del processo per l'omicidio
di Mino Pecorelli.
12 gennaio - La giornalista romana Paola
Di Giulio sarebbe la persona che ha messo in contatto l'ex ufficiale del
Sios della Marina Angelo Demarcus e l'esponente della banda della Magliana
Alessandro D'Ortenzi, detto 'Zanzarone'. Per gli inquirenti non si tratta
di un nome nuovo poiche' Paola Di Giulio - che in passato ha scritto per
'La Peste' e 'L'Avanti' - e' rimasta coinvolta nell'inchiesta sui falsi
dossier confezionati ai danni del presidente della Camera Luciano Violante
e della supertestimone dell'inchiesta milanese sui giudici romani, Stefania
Ariosto, in cui Demarcus e' indagato. Dalle indagini romane intanto e'
anche emerso il coinvolgimento di un'altra giornalista nella costruzione
di altri dossier finiti nelle inchieste dei pm romani Maria Monteleone
e Giovanni Salvi.
13 gennaio - L' Avvocatura generale dello
Stato accetta di aprire un tavolo di trattative sulla questione dei risarcimenti
ai familiari delle vittime della banda della Uno bianca, accogliendo
una richiesta formulata dagli avvocati di parte civile che rappresentano
i familiari dei 24 morti e i 100 feriti vittime, tra il 1987 e il 1994,
in Emilia-Romagna e nelle Marche, della banda composta in prevalenza da
poliziotti della questura di Bologna. Lo annunciano gli stessi avvocati
di parte civile dopo che il presidente della quarta sezione della Corte
di Cassazione ha comunicato il rinvio del processo davanti alla Suprema
corte dal 24 gennaio all' 11 aprile. Il rinvio e' stato disposto proprio
dopo che l' Avvocatura generale dello Stato ha accettato di sedersi al
tavolo con le parti civili, dando una disponibilita' fin qui negata dall'
Avvocatura dello Stato di Bologna. La questione riguarda i circa 18 miliardi
di risarcimento gia' concessi come provvisionale dalla Corte d' Assise
d' Appello di Bologna, che ha condannato il Ministero dell' Interno come
responsabile civile dei delitti della banda cappeggiata dai fratelli Roberto
e Fabio Savi. Qualora la trattativa andasse in porto (in questo caso l'
Avvocatura si dovrebbe impegnare a pagare le spese legali), all' udienza
dell' 11 aprile ci saranno solamente gli imputati, i loro difensori e l'
Avvocato generale dello Stato, mentre non si dovrebbero piu' presentare
gli avvocati di parte civile. In quel caso, infatti, anche se la Cassazione
assolvesse il Ministero, non sarebbe piu' in discussione la restituzione
dei risarcimenti.
20 gennaio - Il tribunale di sorveglianza
di Milano dichiara inammissibile l' istanza di semiliberta' presentata
Mario
Tuti, detenuto a Voghera. Per accedere alla semiliberta', secondo le
motivazioni del tribunale di sorveglianza, nel caso di Tuti e' necessario
aver espiato almeno 20 anni di carcere. Una condizione che per Tuti non
sussiste in quanto, dopo il duplice omicidio di Empoli, il 13 aprile 1981
uccise in carcere Ermanno Buzzi, un altro estremista di destra, e l' esecuzione
dell' ergastolo al quale venne condannato decorre dalla data di esecuzione
di quest' ultimo delitto. Successivamente Tuti venne anche condannato per
la rivolta nel carcere di Porto Azzurro nel 1987. Tuti, in carcere, si
e' iscritto al Conservatorio, e' esperto in informatica e assiste anche
una ragazzina disabile, che ha il permesso di entrare in carcere per incontrarlo.
Aveva chiesto la semiliberta' e una riduzione della pena, che nel suo caso
e' l'ergastolo. In una lettera ai magistrati e in una breve dichiarazione
in aula, il detenuto ha sostenuto di essere profondamente cambiato.
25 gennaio - Presentato a Milano il libro
"L' altra faccia della medaglia" di Maria Eleonora Guasconi, edito da Rubettino.
Il libro si occupa dei condizionamenti, ufficiali e non, che gli Usa misero
in atto in Italia durante la Guerra fredda, nell' ambito della lotta al
comunismo. "L' intervento Usa - ha spiegato la Guasconi, giovane storica
toscana - per la lotta al comunismo in Italia riguardo' tre settori: la
cosiddetta guerra psicologica, il tentativo di contrastare la Cgil e favorire
nel contempo la nascita di sindacati anticomunisti e gli interventi nel
settore delle relazioni industriali". Ci fu anche un piano denominato 'Demagnetize'
(smagnetizzazione) operante tra il '52 e il '53 che poi fu congelato ma
alcuni aspetti vennero comunque portati avanti "come ad esempio i prestiti
alle industrie, tra cui la Fiat per far calare la presenza di operai e
sindacalisti comunisti in fabbrica". Gli Usa tentarono di esportare il
loro modello di organizzazione industriale ma fu la parte del piano in
cui ebbero meno successo: la Fiat 600 ne e' un esempio, un' auto radicalmente
diversa dal modello di auto che gli americani avrebbero voluto fosse prodotta.
28 gennaio - La corte di assise di appello
di Roma emette la sentenza nei confronti dei componenti delle banda
della Magliana e di quella di Montespaccato ritenuti responsabili del
sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, avvenuto il
7 novembre 1977 e conclusosi con la morte dell' ostaggio. I giudici, riformando
una precedente sentenza che aveva distinto ruoli e responsabilita' delle
due bande, ha inflitto il carcere a vita a Giovanni De Gennaro (capo della
gang di Montespaccato gia' assolto nel 1996 sempre in appello) in quanto
considerato il giustiziere del duca Grazioli. Maurizio Abbatino, il pentito
della Magliana che con le sue rivelazioni aveva permesso di fare luce sul
sequestro, si e' visto aumentare la pena da otto anni e sei mesi a dieci
anni di reclusione. La corte ha inoltre deciso di condannare a 26 anni
di carcere Enrico Mariotti a 24 anni Giovanni Piconi, Renzo Danesi,
Giorgio Paradisi, Emilio Castelletti e Franco Catracchi, a 18 anni, poiche'
seminfermo di mente, a Marcello Colafigli. Confermata l' assoluzione di
Stefano Tobia. I difensori degli imputati condannati, in particolare l'
avvocato Giannantonio Minghelli, hanno annunciato che impugneranno la sentenza.
31 gennaio - La Corte di Cassazione respinge
il ricorso avanzato dai legali dell'ex faccendiere Flavio Carboni
contro l'ordinanza con la quale il Tribunale della Liberta' di Milano,
il 22 ottobre 1999, aveva confermato la custodia cautelare emessa nell'ambito
di una inchiesta della Dda di Milano e di Roma su un riciclaggio internazionale
di miliardi provenienti dal narcotraffico. Oltre al ricorso di Carboni,
che rimane in carcere, i giudici della VI sezione penale della Suprema
Corte hanno respinto anche l'istanza dei legali di Andrea Carboni, fratello
di Flavio, finanziere, che chiedeva la revoca degli arresti domiciliari
concessigli per motivi di salute. Invece la Suprema Corte ha annulato con
rinvio al Tribunale di Milano, per nuovo esame, l'ordinanza che imponeva
la detenzione cautelare per Claudio e Andrea Marco Carboni, figli del faccendiere.
Per l'accusa Flavio Carboni si sarebbe adoperato per riciclare in operazioni
immobiliari in Sardegna miliardi provenienti dagli affari illeciti di Pasquale
Centore, uno dei massimi narcotrafficanti, arrestato lo scorso febbraio
e divenuto collaboratore di giustizia. Nella stessa inchiesta e' stato
arrestato Giorgio Pelossi - fermato a Chicago su ordine del gip Maurizio
Grigo - che risulta essere uno dei testimoni d'accusa contro Karlheinz
Schreiber (di cui Pelossi fu per anni collaboratore), l'uomo d'affari tedesco-canadese
coinvolto nello scandalo tedesco delle tangenti alla Cdu.
1 febbraio - Carmine Fasciani, latitante
mafioso ricercato in campo internazionale per associazione a delinquere
finalizzata a traffico di stupefacenti, usura, estorsione, gia' organico
alla banda della Magliana, e' stato arrestato dal personale del
centro operativo Dia di Roma a Soltau-Bassa Sassonia (Germania). L'operazione
e' stata svolta in stretto contatto con il Bka tedesco e a conclusione
di ricerche iniziate da alcuni mesi sul litorale romano e di continui scambi
di notizie con l'organo di polizia tedesco. Fasciani, nato a Capistrello
(L'Aquila) del '59, residente a Ostia e' considerato dagli investigatori
un personaggio di spicco della criminalita' organizzata dl litorale romano.
L'arresto ha permesso il sequestro di documentazione ritenuta interessante
e una somma di denaro, circa un miliardo.
4 febbraio - Il settimanale "Panorama"
pubblica un servizio su "una clamorosa perizia effettuata su incarico della
procura di Verona", secondo cui la testina rotante della macchina da scrivere
usata dai terroristi della colonna brigatista veneta per scrivere i comunicati
di rivendicazione del sequestro Dozier e' quasi certamente la stessa usata
di recente dai nuovi brigatisti. Le analogie tra le 'testine', in particolare,
sarebbero state rilevate su un documento fatto trovare a Mestre il 20 novembre
1999 e firmato dagli Nta, i nuclei territoriali antimperialisti che con
le Br hanno rivendicato l'omicidio del prof. Massimo D'Antona, avvenuto
il 20 maggio del '99. Sempre secondo il settimanale nel documento di novembre
gli Nta annunciavano una 'prossima risoluzione strategica' per il gennaio
2000 che tiene ancora in allerta polizia, carabinieri e servizi di sicurezza.
Il procuratore della repubblica di Verona Guido Papalia dichiara che "Le
analogie tra le testine usate nei documenti Br di un tempo e quelle del
piu' recente rinvenuto tra l'altro a Mestre costituiscono soltanto una
delle ipotesi investigative che stiamo praticando". "I motivi che ci inducono
a leggere una continuita' nei documenti - ha detto ancora Papalia - riguardano
piu' in generale anche altri elementi stilistici e di contenuto che il
nuovo volantino firmato Nta (nuclei territoriali antimperialisti) ha in
comune con i precedenti".
4 febbraio - Il gip fiorentino Antonio
Crivelli, al termine di un' udienza di 2 ore, ritiene prescritto (essendo
trascorsi piu' di 20 anni dal fatto) il reato di cui era imputato Vito
Biancorosso, 42 anni, ex di Prima Linea, che ha ammesso la sua piena
responsabilita' per l' assassinio dell' agente di polizia Fausto Dionisi
nel corso di un attentato al carcere fiorentino delle Murate, il 20 gennaio
1978. Biancorosso, arrestato in Francia e estradato in Italia per altri
reati, tra cui alcune rapine, nell' ottobre del 1980, nel 1981 decide di
avvalersi del "principio di specialita" sfuggendo cosi' alla procedibilita'
nei suoi confronti per l' attentato alle Murate. Procedibilita' che torna
ad essere possibile nel giugno 1998, quando Biancorosso rientra in possesso
del passaporto.
4 febbraio - Un volantino con minacce di
morte firmato "Colonna romana Brigate Rosse - Partito Comunista
Combattente" e' recapitato per posta celere all' avvocato Carlo Taormina.
Il documento fa riferimento alla vicenda di Ovidio Bompressi, episodio
per il quale il legale viene catalogato tra i colpevolisti e per questo
viene minacciato di morte. Il documento, acquisito dalla Digos della Questura
di Roma, e' stato spedito dal quartiere San Lorenzo ed e' stato recapitato
alle 13,30 allo studio di Taormina, che pero' lo ha aperto qualche ora
piu' tardi. Una ventina di giorni fa l' avvocato aveva ricevuto, sempre
nello studio, una telefonata da un anonimo che chiamava da un apparecchio
pubblico e lo minacciava di morte. In quel caso non era stata fatta alcuna
rivendicazione. Taormina ha detto che e' la prima volta che riceve minacce
dalle Br e di non poter essere certo che il volantino sia realmente delle
Brigate Rosse: "se non lo e', certamente e' stato messo in atto un depistaggio
che nasconde qualche altro settore che si dovra' stabilire. Non escludo
nessuno".
17 febbraio - Il Presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi ha concesso la grazia parziale all' ex senatore socialista
Domenico Pittella, condannato con sentenza irrevocabile, nel 1993, a 12
anni e un mese di reclusione (due anni condonati) per reati di terrorismo.
Il provvedimento di clemenza - che e' stato reso noto dallo stesso Pittella
- risale allo scorso mese di dicembre, ma si e' conosciuto solo oggi.
Rientrato in Italia nel 1998 dopo un periodo di latitanza trascorso all'
estero, Pittella era stato ammesso circa un anno fa al lavoro esterno al
carcere, ed aveva operato per un periodo a Roma per conto dell' "Associazione
Arci Ora d' Aria". Trasferito successivamente al carcere di Sala Consilina
(Salerno), Pittella - secondo quanto egli stesso ha riferito - aveva beneficiato
della possibilita' di lavorare a Lauria quale organizzatore dello studio
medico dei suoi figli. Nei primi giorni dello scorso mese di novembre,
il Tribunale di sorveglianza di Sala Consilina gli aveva concesso la sospensione
della pena per gravi motivi di saluti, per cui era tornato definitivamente
in liberta'. Alcuni giorni dopo - ha ancora riferito Pittella - ha avuto
la grazia parziale su una parte residua della pena. La richiesta di grazia
per l' eta' avanzata e gravi motivi di salute era stata presentata il 23
settembre scorso, e il decreto di concessione della grazia parziale e'
stato firmato dal presidente Ciampi il 18 novembre. La grazia prevede la
riduzione di un terzo circa della condanna, la fine pena era prevista per
il 30 luglio 2005, e quindi, calcolando i condoni applicati e quanto e'
stato scontato, Pittella, dopo la grazia parziale, avrebbe dovuto ancora
scontare tre anni. Il magistrato di sorveglianza ha quindi disposto un
periodo di osservazione, due mesi, per l' affidamento in prova ai servizi
sociali, periodo che si e' concluso in questi giorni postivamente. Pittella
era stato accusato di aver curato nella sua clinica di Lauria (Potenza)
la brigatista rossa Natalia Ligas, rimasta ferita nell' attentato compiuto
il 19 giugno 1981 a Roma contro l' avvocato Antonio De Vita, difensore
del "pentito" Patrizio Peci. Ex senatore socialista, Pittella (che ha sempre
respinto le accuse ed ha detto di non essersi potuto sottrarre al proprio
dovere di medico) fu condannato il 6 marzo 1992 dalla Corte d' Assise d'
Appello di Roma, al termine del processo "Moro ter", a 12 anni e un mese
di reclusione per associazione sovversiva e partecipazione a banda armata.
Ai terroristi - secondo l' accusa - aveva chiesto in cambio il rapimento
(mai avvenuto) dell' ex assessore alla sanita' della Regione Basilicata
Fernando Schettini, compagno di partito, che a suo parere, sempre secondo
l' accusa, contrastava l' attivita' della sua clinica. La sentenza fu confermata
il 10 maggio 1993 dalla Corte di Cassazione, ma Pittella (che era a piede
libero), quando seppe di dover tornare in carcere, ando' latitante all'
estero. Torno' poi dalla Francia il 28 aprile 1998 e si costitui' nel carcere
romano di Rebibbia. Pittella ha 68 anni. E' stato eletto senatore nel 1972,
nelle file del Psi, ed e' stato riconfermato nel 1976 e nel 1979. Dal Psi
e' stato espulso dopo l' arresto. Ha partecipato, senza successo, alle
elezioni del 1992 quale candidato della "Lega delle leghe".
28 febbraio - La prima sezione penale del
tribunale di Firenze, presieduta dal giudice Giancarlo Ferrucci, condanna
a tre anni di reclusione Donatella Di Rosa "Lady Golpe" per i reati
di calunnia e autocalunnia mentre la assolvono perche' il fatto non sussiste
dall'accusa di concorso in estorsione. Il pm Paolo Canessa aveva chiesta
la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione. La Di Rosa e' stata
condannata anche al pagamento delle spese processuali e al risarcimento
di 200 milioni di lire ciascuno alle parti civili che si sono costituite,
e quindi, di Franco Monticone, dell' ufficiale dell' esercito Raffaele
Iubini, della madre di Gianni Nardi Cecilia Amadio, e di Marcello D' Angeli.
L' accusa di truffa - secondo quanto deciso dalla corte della prima sezione
- e' da considerarsi estinta perche' il reato e' caduto in prescrizione.
Per quanto riguarda l' accusa di tentata estorsione invece, "Lady golpe"
e' stata assolta perche' - come spiega la motivazione che e' stata letta
contestualmente al dispositivo della sentenza - "da un' attenta disamina
del testo trascritto delle registrazioni non e' dato cogliere minacce di
alcun tipo, in particolare del tenore riportato nell' imputazione. In verita'
vi e' soltanto un accenno a possibili ripercussioni della vicenda sulla
carriera militare di Monticone ma esso e' ed appare del tutto svincolato
dalla prospettazione di azioni della Di Rosa aventi un tale effetto". Rispetto
alle accuse di "calunnia" e "autocalunnia", ha spiegato la corte, "va evidenziato
che l' accusa si presentava come particolarmente insidiosa" in quanto "proveniente
da persone che potevano effettivamente aver avuto rapporti con Nardi, qualora
non fosse deceduto, poiche' Michittu era stato convivente della di lui
madre, Cecilia Amadio". L' avvocato di Donatella Di Rosa, Antonino Juvara,
ha gia' dichiarato di voler ricorrere in appello. Con la sentenza si chiude,
per ora, un caso esploso nell' ottobre 1993, quando la signora di Udine,
piu' nota come "Lady golpe" ed il marito, il tenente colonnello Aldo Michittu,
avevano rese pubbliche le rivelazioni che da mesi, in segreto, stavano
facendo ai magistrati fiorentini. Da quelle dichiarazioni emerse un intrigo
di traffici di armi e progetti golpistici che avrebbero avuto per protagonisti
il generale Franco Monticone, il latitante tedesco Friedrich Schaudinn
e l' estremista di destra Gianni Nardi, morto in Spagna nel 1976. Il 16
ottobre del 1993 venne riesumato in Spagna il corpo di Nardi e in pochi
giorni ne fu confermata l' identita'. Il 28 ottobre Di Rosa e Michittu
furono arrestati con l' accusa di autocalunnia con finalita' eversive.
Col passare dei mesi caddero le accuse contro Monticone. Il processo si
era aperto il 15 ottobre 1997 a Firenze e fu subito rinviato al 25 novembre
1998. Nel corso della prima udienza il legale dell' imputata, l' avvocato
Antonino Juvara chiese una nuova perizia sul cadavere di Nardi. Nuova perizia
contro cui si schierarono sia il pm Paolo Canessa che i legali di parte
civile, sostenendo che le due perizie compiute nel corso dell' inchiesta
fiorentina avevano accertato senza ombra di dubbio che quel cadavere apparteneva
proprio a Nardi.
1 marzo - Franco Freda e' arrestato
a Brindisi, in esecuzione di un ordine di carcerazione del Tribunale di
sorveglianza di Venezia per un residuo pena di sette mesi, relativo alla
condanna inflittagli quale ideologo dell'organizzazione estremistica "Fronte
nazionale". L'inchiesta sul 'Fronte nazionale', costituito a Milano nel
1992, venne avviata dalla questura di Verona nel settembre dello stesso
anno dopo una serie di volantinaggi del Fn davanti ad alcune scuole medie
della citta' veneta. Il processo, che vide in veste d'accusa il procuratore
Guido Papalia, si concluse nell'ottobre '95 con la condanna di Freda a
sei anni di reclusione, oltre che con quelle di altri 45 appartenenti al
Fronte, per il reato di ricostituzione del partito fascista. Pena confermata
in secondo grado dalla Corte d'assise d'appello di Venezia, ma ridimensionata
invece per Freda dalla Cassazione a tre anni, e non piu' per la violazione
della legge 645 del 1952, piu' nota come legge Scelba, bensi' per il reato
di propaganda all'odio razziale, previsto dalla legge Mancino. Freda, infatti,
aveva distribuito volantini nei quali si parlava degli immigrati come fonte
di criminalita', dedita allo spaccio di droga e allo sfruttamento della
prostituzione. Sulla base di questo pronunciamento, la corte d' assise
di Verona - ha spiegato oggi l'avv. Taormina - determino' la continuazione
del reato con l'ultima condanna a 12 anni, gia' scontata da Freda per associazione
sovversiva. Cio' ha portato al calcolo di una condanna definitiva ad un
anno di reclusione, della quale, tolti i cinque gia' trascorsi agli
arresti domiciliari, Freda deve scontare altri sette mesi.
5 marzo – Il ministro dell'Interno Enzo
Bianco partecipa a Zola Predosa alla cerimonia commemorativa di Massimiliano
Valenti, una delle vittime della banda della Uno Bianca. Parlando
dei fratelli Savi, Bianco dice:"Io posso parlare per me naturalmente, ma
sono sicuro che non potranno mai stare in liberta' per le modalita' di
un delitto che e' troppo pericoloso perche' qualcuno si prenda la responsabilita'
di dar loro scarcerazioni facili". "Noi non li perdoneremo mai - aveva
detto prima la presidente dell' Associazione familiari Rosanna Zecchi -
e la nostra aspettativa e' che la Cassazione confermi le condanne di Alberto
Savi e di Marino Occhipinti che hanno fatto ricorso in Cassazione e che
gli altri (i fratelli Fabio e Roberto Savi e Pietro Gugliotta) scontino
le condanne in regime di detenzione. Abbiamo paura, viste altre scarcerazioni
di ergastolani". "Ritengo la certezza della pena - ha risposto Bianco -
un principio di civilta' e il Governo e il Parlamento si impegnano perche'
questo principio sia
rispettato. Per evitare che non si ripeta cio'
che e' accaduto - ha detto ancora Bianco – ho gia' dato una direttiva ai
Prefetti perche' nei pareri sui permessi si tenga conto non solo del comportamento
in carcere ma del reato commesso e della pericolosita’”. "Parlando con
voi – ha detto ancora Bianco - ho avuto la percezione di incontrare le
vittime di una guerra, frutto ovviamente della volonta' criminale ma anche
di modelli organizzativi delle strutture dello Stato che forse non avevano
capito cosa stesse accadendo" e ha aggiunto: "Non spetta a me dirlo. Certo
e' che oggi anche alla luce dell' esperienza questo non sarebbe piu' possibile.
Ci possono essere singoli fenomeni criminali all' interno delle forze dell'ordine
ma certo non un atteggiamento di sottovalutazione e di mancata reattivita'
che indubbiamente c'e' stata". Sui risarcimenti Bianco ha detto che il
28 marzo, prima udienza del processo in Cassazione, "sara' la stessa avvocatura
dello Stato a chiedere un breve rinvio affinche' le pratiche che portano
a una transazione con i legali che rappresentano le vittime possano essere
espletate. Ci faremo carico di trovare un incontro transattivo indipendentemente
dall'esito giudiziario". "Il ricorso - ha anche detto Bianco - dipende
dall' Avvocatura dello Stato, non dal Ministro dell' Interno. Io credo
pero' che dal punto di vista politico la nostra ferma determinazione e'
di mantenere l' impegno che assunsero Prodi, Napolitano e Jervolino: che
e' anche il mio. Troveremo una strada per risolvere la questione in modo
giuridicamente ineccepibile ma certamente senza tornare indietro rispetto
a un gesto il cui valore morale e' di straordinaria intensita’".
9 marzo - In una interrogazione al presidente
del Consiglio, al ministro dell'Interno e a quello della Giustizia, il
deputato leghista Mario Borghezio chiede notizie sull"'immenso archivio"
della banda della Magliana scoperto il 15 aprile del '95 dalla Guardia
di finanza con un blitz con il quale si rese necessario, per forzare la
blindatura predisposta dall'ex cassiere della banda Enrico Nicoletti, l'uso
del plastico. "Quell'archivio - afferma Borghezio - fu portato via con
diversi camion e a tutt'oggi non si sa bene cosa contenga". Secondo Borghezio,
in quei documenti "risultano esservi comprese informative concernenti personale,
anche ad alto livello, delle istituzioni, politici, funzionari di polizia
e del Sisde ma anche e, forse soprattutto, magistrati, presumibilmente
tenuti sotto ricatto dalla crimalita' organizzata". A Borghezio risulta
infatti che "solo in minima parte questa vasta documentazione e' stata
sottoposta, come necessario, ad adeguato approfondimento investigativo
da parte delle competenti autorita"'. Borghezio chiede quindi al governo
"quali urgenti provvedimenti si intenda attivare per portare alla luce,
dai polverosi archivi giudiziari, i documenti della banda che costituiscono,
per chi voglia indagare in maniera seria, una vera e propria enciclopedia
delle attivita' criminali e del connubio criminalita' organizzata-istituzioni".
17 marzo - L' udienza davanti alla Corte
di Cassazione in cui dovra' essere risolta la questione dei risarcimenti
ai familiari delle vittime della banda della Uno bianca, in programma
per il 28 marzo, e' stata rinviata al 20 giugno. Il rinvio e' stato deciso,
su istanza degli avvocati di parte civile, in quanto sono in corso trattative
per trovare un accordo sui risarcimenti. "Le dichiarazioni fatte dal Ministro
dell' Interno Enzo Bianco una decina di giorni fa a Zola Predosa (Bologna)
- ha spiegato l' avv. Mauro Pacilio, uno dei legali di parte civile - hanno
dato ulteriore impulso alla trattativa". Bianco, in occasione della commemorazione
di Massimiliano Valenti, ucciso sette anni fa dai banditi della Uno bianca,
aveva detto che e' impegno morale del Governo e del ministero dell' Interno
garantire i risarcimenti. La questione riguarda i circa 18 miliardi di
risarcimento gia' concessi come provvisionale dalla Corte di Assise di
appello, che ha condannato il Ministero come responsabile civile. L' avvocatura
dello Stato aveva fatto ricorso, chiedendo di annullare la condanna del
Ministero e la restituzione delle somme gia' versate ai familiari. Al ministero
ci sono gia' stati due incontri: uno con Pacilio, l' altro con gli avv.Alessandro
Gamberini, Elena Passanti Scota e Maria Grazia Tufariello.
18 marzo - Il consigliere comunale milanese
del Prc Umberto Gay, che per rendere pubblica la sua denuncia ha incontrato
i giornalisti nel palazzo di giustizia di Milano, dichiara:"Io accuso Mario
Corsi di essere nella migliore delle ipotesi la 'spalla' e nella peggiore
il killer di
Fausto e Iaio". "Mi assumo le mie responsabilita' -
spiega Gay, - e per la prima volta siete di fronte ad un soggetto privato
che sceglie di accusare una persona con nome e cognome per quel delitto.
Tu, Mario Corsi, sei l'assassino di Fausto e Iaio. Il mio obiettivo e'
che ci sia una risposta da parte dell' interessato e soprattutto che il
giudice Clementina Forleo, che deve decidere se archiviare l' inchiesta,
valuti invece l' opportunita' di disporre nuove indagini. Anche perche'
la Procura di Milano, tranne le prime indagini compiute dal pm Armando
Spataro, se n'e' sempre fregata di questo omicidio". La denuncia pubblica
di Gay riaccende i riflettori, nel giorno dell'anniversario, su un duplice
delitto di 22 anni fa: Fausto Tinelli e Lorenzo 'Iaio' Iannucci furono
assassinati a colpi di pistola la sera del 18 marzo 1978. Per quel gesto,
Gay chiama in causa un uomo che e' comparso piu' volte negli atti dell'inchiesta
e che figura tra gli indagati per i quali il pm Stefano Dambruoso ha chiesto
al giudice Forleo l'archiviazione, come ultimo atto di un'inchiesta tormentata
e piu' volte prorogata. Mario Corsi e' un ex militante dell' estrema destra
romana "ed oggi - ha detto Gay - e' uno dei capi degli ultras piu' accesi
della Roma, conosciuto con il nome di 'Marione’". L'esponente di Rifondazione
ha fornito ai giornalisti gli atti di una controinchiesta su Fausto e Iaio
condotta anni fa da Radio Popolare, nella quale gia' figurava Corsi (indicato
pero' solo con il nome in codice "alfa") ed ha tratteggiato un profilo
dell'ex esponente dei Nar caratterizzato da molteplici precedenti per aggressioni
ad esponenti della sinistra. Gay ha elencato una serie di elementi e di
testimonianze (tra le quali quelle di un pentito dell'area neofascista)
di cui dispone la magistratura e che, a suo avviso, dimostrerebbero che
Corsi partecipo' all'agguato - forse con il ruolo di killer - nell' ambito
di un'operazione voluta da due ambienti eversivi: quello che ruotava attorno
al bar "Pirata" di Milano, intenzionato a punire i giovani del Leoncavallo
per l' inchiesta che stavano facendo sullo spaccio di eroina, e quello
di un gruppo vicino ai Nar, la 'Brigata Franco Anselmi', che avrebbe riunito
personaggi di Roma e di Cremona, tra cui Corsi. "E' evidente che agiro'
in modo legale: lo denuncero' sicuramente" replica subito Mario Corsi,
romano, 41 anni, conduttore del programma giornaliero di calcio "Te lo
do' io Tokyo" sulla emittente radiofonica Radio Incontro. "E' assurdo che
si facciano affermazioni del genere - ha detto Corsi - quando ci sono stati
tantissimi giudici che non mi hanno ritenuto responsabile del duplice omicidio.
A quest'ora non sarei libero. Oltrettutto non sono protetto da nessuno,
ne' da gruppi politici, Fini e gli altri non mi stanno per niente simpatici,
ne' da clan mafiosi, ne' da lobby. Non vedo perche' un giudice onesto come
Salvini avrebbe dovuto aver timori ad arrestare una persona come me. Non
sono certo Sofri, che tra l'altro ritengo innocente, che viene difeso dall'intera
sinistra". Corsi ha aggiunto: "Non faccio piu' politica da anni e da sette
non siedo piu' in curva... davvero non capisco. Ho scontato quattro anni
in carcere perche' fui condannato per una manifestazione dell' allora Msi-Dn
non autorizzata a Centocelle e per associazione sovversiva". Parlando del
duplice omicidio, Corsi ha ricordato: "all'inizio i giudici parlarono di
una vendetta degli spacciatori di droga, poiche' i due giovani erano impegnati
nel sociale. Poi negli anni '80 cominciarono le indagini sulla destra.
Fui sentito insieme ad altre decine di persone di destra. Mi sentirono
per tre o quattro volte, l' ultima, se non ricordo male quattro anni fa.
In quell' occasione dissi al giudice che non avevo bisogno dell'
avvocato perche' non mi serviva difendermi, vista la mia innocenza. Credo
fui l' unico a non avere un avvocato. Poi non ho piu' saputo nulla della
vicenda". Corsi fu assolto nel 1985 nel processo che si svolse a Roma contro
57 imputati, tra i quali Valerio "Giusva" Fioravanti, accusati di aver
fatto parte dei Nar. La corte assolse Corsi, per il quale il Pm aveva chiesto
30 anni, per non aver commesso l'omicidio del simpatizzante di sinistra
Ivo Zini, ucciso a colpi di pistola il 28 settembre del '78 mentre stava
leggendo L' Unita' nella bacheca davanti alla sezione del Pci nella zona
dell'Alberone. Corsi fu condannato a 9 anni per altri reati, ma fu
scarcerato perche' erano decorsi i termini di custodia cautelare. Nel processo
d'appello fu condannato a 23 anni di reclusione, la sentenza fu pero' annullata
dalla Cassazione che ordino' un nuovo processo che si concluse con il proscioglimento,
con formula dubitativa. Decisione confermata dalla Cassazione nel 1989.
18 marzo - In occasione del 22° anniversario
dell' uccisione di Fausto e Iaio, la madre di Fausto Tinelli lancia un
appello, che viene rilanciato anche in rete Internet:
"Ai Partiti Politici
Alle Redazioni dei giornali
Il 18 marzo 1978 venivano uccisi Fausto Tinelli
e Lorenzo Iannucci da un commando fascista venuto appositamente su commissione
a Milano.Da ben 22 anni attendo giustizia e verita’,ma dobbiamo constatare
che non e’ stata data data alcuna risposta. Le nostre richieste e lettere,
ai politici e non solo, in questi anni sono state veramente tante, la risposta
e’ stata solo silenzio, spesso anche gli organi di informazione sono stati
latitanti, per loro e’ solo un brutto omicidio da dimenticare. Io trovo
che da parte dei politici ci sia un cinismo senza pari. Noi siamo delle
persone abbandonate a noi stesse al nostro dolore, nessuno si chiede come
viviamo (povera gente onesta come del resto lo erano i nostri figli, ma
ne’ loro ne’ noi esistiamo, poi quei due ragazzi frequentavano il Centro
Sociale Leoncavallo,la loro vita non ha nessun valore). Io mi chiedo dov'e’
l'uguaglianza e i diritti che ogni essere dovrebbe avere? Perche’ siamo
trattati così? Vorrei una risposta se qualcuno vuole darmela le
sarei grata. In questi anni mi e’ stata tolta quella pallida speranza che
avevo nella giustizia, mi e’ stata tolta la fiducia, non credo quasi piu’
a nessuno.So solo che devo soffrire e convivere con il dolore e la ,che
non interessi a nessuno,questa e’ la pura verita’. Ma comunque finche’
vivro’ continuero’ a gridare i miei diritti e continuero’ a chiedere giustizia.
La madre di Fausto Tinelli
Danila Angeli"
18 marzo - Il gip del tribunale di Perugia,
Nicla Restivo, rinvia a giudizio l'ex magistrato Filippo Verde, accusato
di corruzione in atti giudiziari nell' ambito di uno dei filoni d'inchiesta
della procura di Perugia sulle cosidette "toghe sporche" romane. Insieme
all'ex giudice dovranno rispondere di concorso in corruzione, il prossimo
2 ottobre davanti al tribunale di Perugia, l'avvocato Attilio Pacifico
e gli imprenditori Antonio Pulcini e Giuseppe Alibrandi. Nell' inchiesta
sono coinvolti anche il presunto cassiere della banda della Magliana,
Enrico Nicoletti, la cui posizione e' stata stralciata per motivi di salute
(l' udienza preliminare nei suoi confronti si svolgera' il prossimo 16
maggio), e Leonardo Pulcini che ha ottenuto di essere giudicato con il
rito abbreviato. Il gip lo ha condannato ad un anno e otto mesi di reclusione
e al pagamento di un milione di multa. L' accusa nei confronti di Verde
e' quella di essere stato "asservito" a piu' interessi privati "in cambio
di denaro". In particolare l' ex magistrato, dall' '88 al '93 direttore
generale degli affari civili del ministero di giustizia, avrebbe ricevuto
da Nicoletti "un compenso fisso mensile" di un milione e mezzo di lire
e 60 milioni in un unica soluzione dal 1984 "almeno" fino al luglio '91.
Avrebbe inoltre ricevuto da Pacifico 500 milioni e la disponibilita' di
un telefono cellulare con utenza svizzera. I fratelli Pulcini - secondo
l' accusa - avrebbero invece venduto fittiziamente a Verde un immobile
nel centro di Roma del valore di 740 milioni di lire. L' ex magistrato
avrebbe inoltre ricevuto da Alibrandi e da Leonardo Pulcini dieci milioni
nel febbraio del 1988. Secondo i pm di Perugia che ne avevano chiesto il
rinvio a giudizio, il denaro e le altre utilita' sarebbero state concesse
a Verde "per compiere atti contrari ai propri doveri di magistrato e di
vicepresidente - e poi di presidente – della commissione tributaria di
primo grado". In particolare Verde si sarebbe adoperato per "procurare
un favorevole esito" di una causa civile da 22 miliardi alla quale i Pulcini
erano interessati e comunque - secondo l' accusa - avrebbe fatto in modo
di condurre ad un esito favorevole i procedimenti giudiziari che potevano
coinvolgere i corruttori o comunque di consentire loro di dimostrare ad
altre persone (il riferimento e' a Nicoletti per Pasquale Galasso) che
potevano contare sulla sua "amicizia e disponibilita"'. Gli imputati sono
difesi dagli avvocati Fabio Dean, Francesco Falcinelli, Stelio Zaganelli,
Renato Borzone, Lucrezio Milella e Pasquale Bartolo che avevano chiesto
l'archiviazione del procedimento sostenendo che il presunto "asservimento"
del magistrato e' "un mero postulato dell' accusa, privo di effettivita'
e disancorato da comportamenti esplicativi di una condotta rilevante".
24 marzo - Dopo che alcuni giornali hanno
dato notizia di una perizia su Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto
e Iaio) e di alcune ipotesi avanzate, Giovanni Pellegrino, presidente
della commissione stragi, precisa che l’eventuale perizia non e' stata
richiesta o commissionata o destinata alla commissione stragi. “Con riferimento
a notizie di stampa apparse in data odierna – si legge in un comunicato
- il presidente della commissione stragi, sen.Giovanni Pellegrino, ritiene
di dover precisare che la relazione o perizia della quale e' fatta menzione,
elaborata da un consulente e riferita all' omicidio di due giovani dei
centri sociali avvenuto il 18 marzo '78 a Milano, non e' stata commissionata
dalla commissione stragi al predetto consulente, ne' ad essa e' destinata
e non rientra, al presente, in nessuno dei filoni d' inchiesta sui quali
la commissione stessa svolge indagini. Le indiscrezioni e le valutazioni
apparse sugli organi di stampa sono quindi da riferirsi alle iniziative
e alle competenze di altri organi".
17 aprile - Il faccendiere Aldo Anghessa,
fa alcune dichiarazioni spontanee nel processo davanti al Tribunale di
Brescia che lo vede imputato con l'ex pm di Como Romano Dolce per presunte
false operazioni di polizia giudiziaria, organizzate nei primi anni '90.
Secondo il pm bresciano Antonio Chiappani, il sedicente 007 Aldo Anghessa
avrebbe "provocato" ritrovamenti di esplosivo, materiale radioattivo, titoli
e dollari falsi per trarne vantaggio economico e, allo stesso tempo, alimentare
la fama di capace investigatore dell' ex magistrato. Anghessa ha detto
che la sua collaborazione con la Procura di Como e' stata "improntata a
correttezza" e ha sostenuto che le sue informazioni hanno contribuito a
dar vita a importanti inchieste di altri uffici giudiziari italiani come
l' inchiesta "Phoney-Money", della Procura di Aosta e quella chiamata "Cheque
to cheque", svolta dal pm di Torre Annunziata. Anghessa ha anche accennato
ai suoi rapporti con i servizi. "Si sono messi in dubbio i miei rapporti
col Sisde - ha detto -. Se per Sisde si intendono quegli agenti traditori
e felloni, io non ho nulla a che fare con il Sisde".
26 aprile - Muore a Padova, nella sua abitazione,
Luciano Ferrari Bravo, 60 anni, docente dell' Universita' di Padova coinvolto
nelle prime fasi dell' inchiesta del sostituto procuratore della Repubblica
Pietro Calogero sull' attivita' di autonomia operaia organizzata sul finire
degli anni '70 nel Veneto. Ferrari Bravo era stato arrestato il 7 aprile
1979 in occasione della prima tornata di provvedimenti emessi dall' allora
Pm Pietro Calogero, che avevano coinvolto anche Toni Negri e altri docenti.
Ferrari Bravo, dopo diversi anni trascorsi in carcere e in soggiorno obbligato,
era stato scagionato da ogni accusa. "Per la mia generazione - dice Luca
Casarini, portavoce dei centri sociali del Nordest - e' venuta a mancare
una persona dolcissima e capace di andare avanti anche di fronte alle difficolta'
piu' difficili, come il calvario del carcere che certo l' aveva provato
nel corpo e nello spirito".
15 maggio - Per la vicenda del falso dossier
in cui Stefania Ariosto veniva definita agente dei servizi segreti, il
gip di Roma, Roberta Palmisano, ha rinviato a giudizio Angelo Demarcus,
ex militare della Marina, e Eleonora Sarcona, titolare dell' agenzia di
investigazioni "Blue Fox". Saranno processati l' 11 ottobre prossimo con
le accuse, a seconda delle posizioni, di falso, furto e sottrazione di
atti custoditi in pubblici uffici e diffamazione. A chiedere il rinvio
a giudizio sono stati i pm Giovanni Salvi e Maria Monteleone, i quali hanno
stralciato dal fascicolo la posizione del senatore Cesare Previti, indagato
per falso con il giornalista Giorgio Zicari. Demarcus e la Sarcona sono
accusati di aver confezionato il falso dossier contenente, oltre a note
e atti della questura, un rapporto della Criminalpol,in cui si affermava
che la cosiddetta "teste Omega" dell' inchiesta milanese sulla corruzione
nel palazzo di giustizia di Roma era nel libro paga dei servizi segreti.
Un carteggio, sospettarono subito gli inquirenti, confezionato ad arte
per screditare l' immagine della Ariosto. Nell' inchiesta fu coinvolto
anche Previti per accertar se aveva avuto un ruolo nella vicenda. L' imputazione
di furto si riferisce, invece, alla sottrazione di atti, in particolare
l' originale di un decreto di archiviazione di un gip, custoditi in tribunale.
16 maggio - La giornalista Paola Di Giulio,
che secondo un'intercettazione telefonica agli atti dell'inchiesta sui
falsi dossier avrebbe presentato Angelo Demarcus e Alessandro D'Ortenzi,
precisa "di non avere mai direttamente
presentato i due e di non conoscere assolutamente
il caso dei falsi dossier". La Di Giulio sottolinea di non aver mai collaborato
con 'l'Avanti' e di essere stata ascoltata dai pm romani Maria Monteleone
e Giovanni Salvi come testimone nel 1998 "in relazione al possesso regolare
della sentenza sul processo relativo alla ricettazione della borsa di Calvi.
Un documento che la giornalista acquisi' "in relazione alla stesura della
biografia su padre Andrea Felix Morlion, rettore dell' universita' Pro
Deo".
16 maggio - Francesco Pazienza, detenuto
nel carcere di Parma, starebbe attuando uno sciopero della fame per protesta
contro il suo trattamento in carcere. Lo rende noto il suo avvocato, Lidia
De Gori Trombetta, secondo la quale Pazienza "e' in astensione totale vitto
sia per lesioni diritti difesa, sia per abnorme applicazione 41/bis nei
suoi confronti. Il mio assistito e' purtroppo fermamente deciso a portare
avanti il digiuno fino alla morte pur avendolo esortato a desistere. Mi
auguro che il Guardasigilli intervenga. Declino ogni responsabilita' di
cio' che potra' accadere".
17 maggio - Il quotidiano "La Nuova Venezia"
scrive che in Francia il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell'
estremista di destra Carlo Cicuttini, condannato all'ergastolo con Vincenzo
Vinciguerra per la strage di Peteano contro il decreto di estradizione
del ministro della giustizia francese. Il sostituto procuratore generale
di Venezia Gabriele Ferrari, che ha seguito l'iter e che fu pubblico ministero
del processo per la strage, istruito dal giudice Felice Casson, conferma
la notizia. "E' solo questione di giorni - ha spiegato Ferrari - Ora basta
che le due polizie si mettano d' accordo a livello di Interpol per la consegna
del condannato. Credo che ad un cittadino di questa Repubblica non possa
che far piacere che arrivi la resa dei conti per crimini cosi' efferati".
Il ritorno in Italia, per la prima volta, di Cicuttini, consentira' tra
l'altro ad alcune procure, come quella di Venezia e Udine, di interrogarlo
nell'ambito di altre indagini. L' avvocato goriziano Livio Bernot, difensore
dei tre goriziani dapprima accusati e poi assolti dall' accusa di essere
gli autori della strage di Peteano, ha commentato la notizia della concessione
dell' estradizione di Cicuttini ricordando che i suoi assistiti "vennero
assolti dopo incredibili traversie processuali e personali, compresi un
anno e tre mesi di ingiusta carcerazione preventiva. Ora - ha aggiunto
Bernot - bisognera' fare chiarezza su chi sia stato, dal 1972, quando Cicuttini
fuggi' dall' Italia e dopo l' ordine di cattura del 1983 del giudice veneziano
Felice Casson e del passaggio in giudicato della sentenza di condanna all'
ergastolo del 1987 e conseguente ordine di carcerazione, a impedire per
tutto questo lungo tempo l' applicazione della giustizia italiana". Il
legale ha anche reso noto che i suoi assistiti stanno esaminando la possibilita'
di costituirsi parte civile qualora Cicuttini intenda richiedere, come
da lui stesso annunciato, il procedimento di revisione della condanna a
suo carico.
19 maggio - Sono state depositate le motivazioni
della sentenza con cui, il 16 dicembre scorso furono assolti tutti gli
imputati del processo per la caduta di "Argo 16", l' aereo militare dei
servizi segreti precipitato a Marghera il 23 novembre 1973 provocando la
morte dei quattro membri dell' equipaggio. "Appaiono evidenti - e' detto
in un passo della sentenza emessa dalla corte d'assise di Venezia - le
intrinseche debolezze delle ipotesi di partenza, che si alimentano di ulteriori
ipotesi, che solo apparentemente le sorreggono e le convalidano in una
logica autoreferenziale, finalizzata piu' a rafforzare convinzioni che
non a fornire dimostrazioni". Nella sentenza, redatta dal presidente Ivano
Nelson Salvarani, vengono comunque definite un legittimo presupposto per
la riapertura dell' istruttoria le dichiarazioni fatte nel 1986 dal gen.
Ambrogio Viviani, secondo cui "l' esplosione sarebbe stata un avvertimento
del Mossad", e viene inoltre precisato che "non si intende di certo valutare
lo sforzo profuso dal Giudice Istruttore nella compendiosa istruttoria
che, per altro, in parte non irrilevante si e' occupata della struttura
di Gladio". Per quanto riguarda l' ipotesi di sabotaggio del velivolo,
la Corte afferma che "non potendo essere dimostrato ne' da elementi oggettivi
ne' da prove orali, e' stato ritenuto come effettivamente verificatosi
in via deduttiva, in seguito a ipotizzate condotte di copertura attuate
dal Sid sul versante informativo e dall' Aeronautica militare". Ma riguardo
a queste presunte coperture, i giudici aggiungono che non vi e' prova neppure
che il Sid avesse raggiunto la fondata convinzione che Argo 16 fosse stato
sabotato. Riguardo poi alle presunte omissioni da parte dell' Aeronautica,
i giudici sottolineano che spesso la Commissione sugli incidenti di volo
"si rifugiava nelle conclusioni di comodo di attribuire l' incidente a
una 'causa imprecisata', ma appare azzardato fondare su tale prassi disdicevole
la dimostrazione che le conclusioni relative alla caduta di Argo 16 siano
state falsificate". Gli stessi periti poi, fa presente la Corte, non hanno
saputo spiegare con certezza esatta la causa della caduta, e nel corso
del processo hanno propeso per l' ipotesi dell' avaria accidentale. "Indimostrata
la strage - proseguono le motivazioni - anche l' occultamento della stessa
e' rimasta una mera congettura. La tesi accusatoria che una pratica
con le prove del sabotaggio era stata 'impiantata e poi distrutta' non
ha trovato alcuna conferma, neppure parziale".
21 maggio – E’ previsto per mercoledi'
24 maggio, dal valico italo-francese di Ventimiglia, il rientro in Italia
del neofascista udinese Carlo Cicuttini, condannato all' ergastolo con
Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano. Lo si e' saputo in serata
dalla Digos della Questura di Udine dalla quale si e' anche appreso che
Cicuttini, subito dopo il rientro in Italia, sara' trasferito a Venezia
per essere interrogato dai magistrati del capoluogo veneto. Cicuttini fu
arrestato due anni fa in Francia con una trappola tesa dalla Digos della
Questura di Udine. Cicuttini, 53 anni, appartenente all' organizzazione
Ordine Nuovo, si era ricostruito una vita in Spagna, con una famiglia e
- secondo quanto emerso da alcune indagini - un' attivita' di import-export
che l' ha convinto ad accettare una trasferta in Francia per un incontro
di lavoro, al quale, pero', si sono presentati agenti della Polizia francese
e italiana, che lo hanno arrestato. L' estradizione di Cicuttini era sempre
stata negata dalla Spagna, ma e' stata concessa dalla Chambre d' accusation
francese. Contro il provvedimento di estradizione, Cicuttini, che deve
scontare anche una pena a una decina di anni di reclusione per un fallito
dirottamento aereo a Ronchi dei Legionari (Gorizia) sempre nel 1972, aveva
presentato ricorso prima in Cassazione e, dopo l' emanazione del decreto
ministeriale, al Consiglio di Stato francese. L' estremista ha anche presentato
ricorso per un incidente di esecuzione davanti alla Corte di Appello di
Venezia, che lo ha pero' dichiarato inammissibile. Per la strage di Peteano,
oltre a Cicuttini fu condannato Vinciguerra che, dopo essere stato latitante
in Spagna, ha ammesso le proprie responsabilita' nella strage e sta ora
scontando l' ergastolo in carcere.
23 maggio - E' fissato per il 15 giugno
il termine per l' asta, davanti al Tribunale di Udine, per la vendita della
villa di Pasian di Prato (Udine) di proprieta' di Donatella Di Rosa e del
marito Aldo Michittu, posta sotto sequestro nell' ambito della complessa
vicenda giudiziaria che contrappone Lady Golpe all' avv. Livio Bernot,
in un primo momento suo difensore e successivamente controparte. Con la
vendita della villa, la mgistratura e' chiamata a ricavare le somme di
denaro per soddisfare un credito vantato da Bernot nei riguardi di Di Rosa,
giunto, con gli interessi di questi anni, a circa 500 milioni di lire.
23 maggio - Una sinfonia di dolore, i brani,
le lettere, le poesie lette "per non dimenticare" dai familiari delle vittime
del terrorismo, della mafia, della criminalita' durante la fase conclusiva
della manifestazione "Garantire la sicurezza, risarcire le vittime", a
Mestre. "Il passato puo' aiutare a crescere, maturare, conservare la memoria
storica e rielaborare in vista di una correzione di rotta del cammino della
societa' civile", ha detto davanti ad una platea commossa Michele Filippo,
figlio dell' appuntato di polizia Giuseppe Filippo, assassinato da esponenti
di Prima Linea il 28 novembre 1980 a Bari. Cosi' il giudice Paolo Borsellino,
morto con la scorta il 19 luglio 1992, e' stato ricordato dal fratello
Salvatore con una poesia edita a Palermo, che promette giustizia al magistrato
"dagli occhi di miele e mestizia". La vedova del commissario di polizia
Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972 a Milano, ha invece testimoniato
la profonda fede cristiana del marito. Calabresi non odiava i suoi nemici
- ha testimoniato Gemma Capra -; lui diceva: "ho angoscia per loro, non
odio, una parola che proprio non conosco". Il vicequestore aggiunto di
polizia Alfredo Albanese, assassinato da un commando brigatista il 12 maggio
1980 a Mestre, e' stato invece ricordato dalla moglie Teresa Friggione
attraverso le parole di una giornalista, che ne descrive la vitale umanita'.
Sergio Gori, ingegnere del Petrolchimico di Porto Marghera assassinato
il 29 gennaio 1980 dalle Br a Mestre, e' stato rievocato dalla figlia Barbara
con l'impegno a mantenerne viva la memoria nella nipote. E' stata poi la
volta del commissario Antonio Esposito, ucciso dalle Brigate Rosse a Genova
nel giugno del 1978, di Ruggero Volpi, brigadiere dei carabinieri morto
in un attentato il 12 ottobre 1977 a Genova durante un assalto per liberare
un detenuto della camorra, dell' appuntato di ps Giuseppe Verducci, morto
durante un assalto ad un treno nel 1975, di Giovanni Menegazzi, agente
della polstrada morto in servizio il 9 febbraio 1995, di due bambini, Dario
e Federica, nel dicembre 1991, travolti dall'auto condotta da una tossicodipendente.
E di Luca Scapinello, agente di polizia deceduto il 26 gennaio 1997 in
un incidente stradale assieme ad altri tre colleghi, di Arnaldo Trevisan,
poliziotto assassinato il 16 maggio 1988 a Padova da due banditi che avevano
rapinato un ufficio postale e che lui aveva individuato, di Giuseppe Zanier,
ucciso in un attentato dinamitardo il 24 dicembre 1998 ad Udine assieme
a due colleghi. Per tutti, Mirco Schio, presidente di Fervicredo (Feriti
e vittime della criminalita' e del dovere), ferito il 3 settembre 1995
a Marghera in un agguato criminale e rimasto paralizzato, ha concluso:
" Bisogna continuare a tracciare il proprio solco, dritto e profondo, come
avrebbero fatto loro".
24 maggio - Il terrorista nero Carlo Cicuttini,
53 anni, udinese, latitante da 25 anni, condannato all' ergastolo con Vincenzo
Vinciguerra per la strage di Peteano (Gorizia) avvenuta nel 1972, e' estradato
dalle autorita' francesi all' ex valico di ponte San Luigi, a Ventimiglia.
Cicuttini e' preso in consegna e arrestato da agenti della Digos di Udine
e Venezia e della polizia di frontiera. Il neofascista udinese, che ha
viaggiato a bordo di un' auto blindata scortata da sette pattuglie della
polizia, e' rimasto fermo alla frontiera per circa un' ora: il tempo necessario
che gli venissero notificati i provvedimenti a suo carico. Poi ha ripreso
il viaggio verso il carcere di massima sicurezza di Venezia, dove sara'
interrogato dal giudice Felice Casson. Cicuttini, oltre all' ergastolo
per la strage di Peteano, deve scontare dieci anni di reclusione per il
fallito dirottamento aereo a Ronchi dei Legionari (Gorizia). Il latitante,
appartenente all' organizzazione Ordine Nuovo, si era ricostruito una vita
in Spagna, dove aveva un' attivita' di import-export che l' ha convinto
ad accettare una trasferta in Francia per un incontro di lavoro, al quale,
pero', si sono presentati agenti della polizia francese e italiana, che
lo hanno arrestato. L'estradizione di Cicuttini era sempre stata negata
dalla Spagna, ma e' stata concessa dalla Chambre d' accusation francese.
Contro il provvedimento di estradizione, Cicuttini aveva presentato ricorso
prima in Cassazione e, dopo l' emanazione del decreto ministeriale, al
consiglio di Stato francese. L' estremista ha anche presentato ricorso
per un incidente di esecuzione davanti alla corte d' appello di Venezia,
che lo ha pero' dichiarato inammissibile. "Sono un prigioniero politico"
sono state le prime parole di Carlo Cicuttini, rivolte ai giornalisti che
lo attendevano, appena sceso da un motoscafo, davanti al carcere veneziano
di Santa Maria Maggiore. Cicuttini, apparso in buona forma, indossava un
giubbotto di pelle nera, una camicia a quadretti e pantaloni blu scuro.
Il volto abbronzato, pizzetto leggermente brizzolato, capelli impomatati,
l' esponente era scortato da numerosi agenti della Digos veneziana. Prima
che il pesante portone del carcere veneziano si richiudesse, Cicuttini
ha soltanto aggiunto di essere stato trattato bene durante il viaggio,
e ha alzato la mano destra brevemente come per salutare. La strage di Peteano
(Gorizia) avvenne il 31 maggio 1972. Una Fiat 500 imbottita di esplosivo
causo' la morte di tre carabinieri - Antonio Ferraro, Franco Bongiovanni
e Donato Poveromo - e il ferimento di un quarto, il tenente Angelo Tagliari.
Quella sera una telefonata anonima aveva segnalato la presenza di una automobile
sospetta, con due buchi di pallottola sul parabrezza, ferma nei pressi
di Peteano. I militari dell' arma si recarono subito sul posto, ma quando
fu tirata la leva per aprire il cofano dell' utilitaria vennere investiti
da una violentissima deflagrazione. In un primo tempo, sulla base delle
indagini avviate dagli stessi carabinieri, l' attenzione investigativa
punto' su alcuni friulani, risultati poi totalmente estranei all' attentato.
La svolta nelle inchiesta, riavviata dall' allora giudice istruttore di
Venezia Felice Casson agli inizi degli anni '80, giunse con l' ammissione
delle proprie responsabilita' fatta da Vincenzo Vinciguerra, esponente
di rilievo del circolo ordinovista di Udine attivo negli anni '70. Gli
accertamenti portarono poi all' individuazione di Cicuttini, anch'egli
ordinovista, gia' coinvolto anche nelle vicende del fallito dirottamento
aereo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), condannato poi all' ergastolo.
24 maggio - Una mostra per ricordare la
figura di Walter Tobagi, ucciso vent'anni fa, e' inaugurata al Circolo
della stampa di Milano. Organizzata dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia,
dall'Associazione lombarda e dall'Istituto per la formazione del giornalismo
Carlo Di Martino, la mostra ripercorre le tappe della carriera di Walter
Tobagi: dall'esperienza della 'Zanzara' al Corriere della sera e all'impegno
nel sindacato. La mostra, oltre ai saggi e agli articoli di Tobagi, espone
anche cartelloni con le fotografie di tutti gli attentati contro i giornalisti
messi a segno negli anni del terrorismo. All'inaugurazione, Franco Abruzzo,
presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, e Bruno Ambrosi,
dell'Ifg, hanno spiegato il senso dell'iniziativa come "recupero della
memoria". Erano presenti anche la moglie e i figli dell'inviato del Corriere
della sera.
25 maggio - E' rinviato alla prossima settimana
l'interrogatorio del Pm di Venezia Felice Casson a Carlo Cicuttini. Al
magistrato recatosi stamane al carcere veneziano di S. Maria Maggiore,
l'estremista di destra ha infatti manifestato subito la propria stanchezza
per i due giorni di trasferimenti affrontati nell'estradizione. "Non e'
un rifiuto, e' solo un rinvio", ha riferito il difensore, l'avvocato goriziano
Paolo Mulisch, dopo essersi intrattenuto con il suo assistito. "Cicuttini
- ha aggiunto il legale - e' debilitato, non dorme da due giorni e quindi
vedremo la prossima settimana se e' interessato a rilasciare eventuali
dichiarazioni. L'incontro di stamane comunque e' stato molto cordiale,
per quanto cordiale possa essere l'incontro tra un detenuto e un pubblico
ministero". L' avvocato ha inoltre voluto precisare che Cicuttini, attualmente
in cella d'isolamento, e' sposato con una cittadina spagnola ma non ha
figli, come riportato da alcuni quotidiani. Commentando la dichiarazioni
fatte ieri da Cicuttini al suo arrivo in carcere ("Sono un prigioniero
politico"), il legale ha sostenuto che l'intenzione era quella "di ribadire
la dimensione politica della sentenza, perche' e' la sentenza stessa che
parla di reato politico'". Quanto alle possibili prospettive di Cicuttini,
che si e' sempre detto estraneo alla strage di Peteano, l'avv. Mulisch
ha definito "sempre auspicabile un processo di revisione: ora pero' devo
studiare se vi sono i presupposti". Il legale ha invece scartato l'ipotesi
della grazia: "non vedo le condizioni, in Italia l'hanno concessa solo
a terroristi di sinistra".
25 maggio - Comincia nel castello San Martino
a Priverno, vicino Latina, il seminario su "Terra, terrore, terrorismo",
organizzato dal Centro alti studi per la lotta al terrorismo e alla violenza
politica (Ceas). "Il terrorismo e' una minaccia permanente con valenze
transnazionali - ha detto Maurizio Calvi presidente del Ceas - chi ne fa
la sua arma vuole passare da un processo di insicurezza a quello di sicurezza
con metodi non condivisibili. E' per questo che dobbiamo pensare che non
serve introdurre piu' uomini per contrastare il terrorismo ma avere tante
informazioni di qualita' dal territorio nazionale e non". Calvi ha inoltre
ricordato "la necessita' di potenziare strumenti tecnologici e funzioni
per controllare un fenomeno ancora vivo e vegeto come ha dimostrato di
recente il delitto D'Antona". Secondo l'ex ministro dell' interno Vincenzo
Scotti "sono ancora numerosi e circoscritti i rischi che minacciano la
sicurezza, come gli estremismi fondamentalisti, la droga, il proliferare
di armi di distruzione di massa ma anche il degrado, la scarsita' di risorse,
vale a dire tutto quello che puo' servire a dare l'idea di destabilizzazione".
25 maggio - Al Circolo della Stampa di
Milano e’ presentato il libro:”...annientate Tobagi” di Gianluigi Da Rold,
amico e compagno di partito dell' inviato del Corriere della Sera Walter
Tobagi, ucciso il 28 maggio 1980 da Marco Barbone e Paolo Morandini, componenti
la Brigata 28 Marzo. "La verita' del contesto in cui avvenne l'omicidio,
cosi' come e' stata consegnata dal processo, dall' appello, dalla Cassazione,
dalle varie ricorrenze, fa letteralmente schifo – ha detto Da Rold - e
questo non e' tollerabile non solo per i socialisti e per i cattolici che
gli erano amici, ma anche per uno che si possa definire un cittadino".
Ugo Finetti ha difeso i contributi dati da Craxi al generale Dalla Chiesa
per scoprire gli autori del volantino di rivendicazione, che secondo il
leader socialista "non poteva essere stato scritto da chi non era addentro
al Corriere della Sera" (Barbone ha sempre sostenuto che il delitto non
ha avuto registi occulti, e che il documento fu redatto da lui e dagli
altri componenti la Brigata 28 Marzo). E Da Rold ha anche citato Giorgio
Amendola quando si chiese, riferendosi alle minacce e alle intimidazioni
in fabbrica: "Chi puo' negare che non vi sia un rapporto diretto tra la
violenza e il terrore?". "Walter Tobagi si mise a cercare le radici della
violenza, studio' la storia di quei ragazzi, anche di buona famiglia, che
avevano abbracciato la lotta armata. E questo significo' la sua condanna":
Ferruccio De Bortoli, oggi direttore del Corriere della Sera, era cronista
e compagno di lavoro di Tobagi quando questi fu ucciso a Milano. "Walter
- ricorda - oltre a saggezza ed equilibrio non comuni a persone della sua
eta', aveva una dote che manca a molti di noi: l'umilta' di cercare, di
non applicare alcuna tesi preordinata a cio' di cui si occupava, neppure
schemi di una societa' considerata migliore. Era piu' vicino all'essere
che al dover essere, e questo perche' nutriva grande rispetto verso i lettori,
verso le persone e i fatti che raccontava". "Non dimentichiamo quegli anni
- prosegue De Bortoli -: accanto a quelli che contrastavano senza tentennamenti
il terrorismo, c'era chi aveva imboccato una zona grigia. 'Ne' con lo Stato
ne' con le Br' dicevano allora, mostrando un atteggiamento sostanzialmente
giustificazionista. Costoro hanno una colpa storica: non aver condannato
il nascente terrorismo". Tobagi, invece, "si mise a scavare le radici della
violenza e sulle pagine del Corriere racconto' la storia di quei giovani.
Li mise a nudo, e per questo fu ucciso. Ci ha insegnato a essere coerenti,
indipendenti, a rispondere solo ai lettori. Con lui abbiamo tutti perso
moltissimo".
29 maggio - Il presidente del Senato Nicola
Mancino invia un messaggio al presidente dell'associazione lombarda giornalisti,
Maria Grazia Molinari, e al presidente dell'ordine dei giornalisti della
Lombardia, Franco Abruzzo, in occasione del ventesimo anniversario della
uccisione di Walter Tobagi. Di Tobagi, sottolinea Mancino, “restano memorabili
le analisi della societa' italiana: schiette, coraggiose, mai banali, capaci
di penetrare in profondita' fino a cogliere l'essenza delle questioni”.
“E' questa non comune dote - afferma Mancino - a segnare il tragico destino
di Tobagi”. I suoi assassini, sostiene ancora il presidente del Senato,
“nella loro lucida follia, decisero di eliminare chi, piu' di altri, aveva
saputo mettere il dito nella piaga, segnalando implacabilmente le contraddizioni,
i velleitarismi, le incoerenze del disegno terrorista”. Il terrorismo,
scrive Mancino, “strappo' cosi' alla famiglia, agli amici, al suo giornale,
all'intera cultura italiana, un uomo mite, pacifico, convinto sostenitore,
all'interno di una societa' libera e democratica, dei principi di eguaglianza
e di solidarieta’”. Anche il presidente della Camera Luciano Violante invia
un messaggio in cui afferma che “Walter Tobagi rappresenta ancora oggi
un esempio di cultura della legalita' sulla quale ogni Stato moderno e
democratico deve fondarsi. Per questo penso sia particolarmente importante
ricordare e far conoscere, in primo luogo ai giovani, la sua figura”. “Tobagi
fu ucciso - scrive Violante - perche' con le sue idee combatte' contro
la violenza, contro l'idea dell'abbattimento dell'avversario politico.
Perche' indico' con fermezza la necessita' di tagliare le radici del terrorismo
perche' contrappose il coraggio alla paura. Tobagi, come molte altre figure
di giornalisti, di uomini delle forze dell'ordine, di magistrati, di sindacalisti,
di dirigenti aziendali, di esponenti politici, credeva fortemente nello
Stato democratico. Ebbe lucida la consapevolezza che la vittoria contro
il terrorismo non poteva che fondarsi sull'unita' dei cittadini e delle
forze politiche, sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, delle
liberte' e delle regole di civile convivenza”.
3 giugno - Donatella Di Rosa, nota come
"lady golpe", ritratta e scagiona il generale Franco Monticone, ma conferma
le rivelazioni sull' estremista di destra Gianni Nardi. In una lettera
al suo difensore, l' avvocato Antonino Juvara, che stamani l' ha consegnata
alla procura della Repubblica di Firenze, Donatella Di Rosa afferma di
aver "falsamente accusato Monticone, pur sapendolo innocente, del reato
di traffico di armi" e spiega "di aver acquistato la sua casa di Colloredo
di Prato (Udine) con il denaro ricevuto da Monticone a partire dal 1992".
La confessione giunge alla vigilia dell' asta, fissata per il 15 giugno
prossimo, di quella abitazione posta sotto sequestro nell' ambito della
vicenda giudiziaria che contrappone la Di Rosa all' avvocato Livio Bernot,
prima suo difensore e poi controparte. Ed oggi "lady golpe" nella lettera
consegnata alla procura osserva: "Non posso e non voglio permettere che
la mia casa venga venduta all' asta e che il ricavato vada all' avvocato
Bernot e non alla persona che ne ha diritto assoluto", cioe' Monticone.
La Di Rosa il 28 febbraio scorso era stata condannata a tre anni per calunnia
e autocalunnia ma il tribunale di Firenze aveva escluso l' aggravante dell'
eversione che nel 1993 le era costata il carcere. Condannata invece al
risarcimento di 200 milioni alle parti civili, compreso Monticone. Il caso
di "lady golpe" esplose nell' ottobre 1993 quando Donatella, insieme al
marito Aldo Michittu, rese pubbliche le rivelazioni fatte da mesi ai magistrati
fiorentini su un intrigo di traffici di armi e progetti golpistici che
avrebbero avuto per protagonisti il generale Franco Monticone, il latitante
tedesco Friederich Schaudinn e l' estremista di destra Gianni Nardi, morto
in Spagna nel 1976, ma, secondo le affermazioni di "lady golpe", ancora
vivo all' epoca dei traffici raccontati, tanto che il cadavere dell' estremista
fu poi riesumato. Monticone, nel corso del processo aveva ammesso di aver
provato per Donatella "una forte attrazione che lei dimostrava di ricambiare".
Oggi "lady golpe", parlando del generale, ammette: "Lui mi portava grosse
somme di denaro che io riponevo mano a mano in una piccola cassaforte fino
a raggiungere la somma di 250 milioni con la quale fu acquistata la casa
che dovrebbe andare all' asta". erche' questa confessione? "Perche' dovevo.
Non e' un problema di coscienza. In fondo - risponde Donatella Di Rosa
- a Monticone ho voluto bene. Se dal punto di vista morale non posso restituirgli
niente, almeno possono rendergli qualcosa da quello materiale". E le conseguenze?
"Nella peggiore delle ipotesi, - dice - in appello, avro' un aumento di
pena".
12 giugno - Comincia ed e' subito rinviato
il processo a Mario Spallone, Flavio Carboni ed un medico di Villa Luana
che avrebbero prodotto un falso certificato per consentire al faccendiere
- secondo l'accusa - di sottrarsi ad una serie di interrogatori presso
il tribunale di Sassari nel 1997. Il processo riguarda anche il tentativo
di truffa per un rimborso di tre milioni di lire concesso da un'Asl a Carboni
per l'asportazione di una cisti ad un rene. Spallone deve rispondere dei
reati di false attestazioni, tentativo di truffa e falsita' ideologica.
L'udienza e' stata rinviata al 16 giugno prossimo, perche' Carboni era
impegnato in un altro processo a Milano.
13 giugno - “Posse”, edita da Castelvecchi,
e’ una nuova rivista quadrimestrale ideata e diretta Toni Negri, attualmente
in regime di semiliberta' per vicende connesse al caso 7 aprile, e da settembre
sara' anche in rete collegata a una serie di altre riviste straniere e
avra' una collana di libri “I quaderni di Posse”. Il quadrimestrale non
segna il ritorno di Negri all'impegno politico:”Questi sistemi politici
-spiega- sono finiti. Io faccio propaganda per l'astensione. Dobbiamo costruire
nuove forze sulla parola d'ordine dell'editto di Caracalla con cui tutti
furono riconosciuti cittadini romani”. E il primo numero di “Posse” e'
dedicato a “Vivere nell'impero” con interventi di Giorgio Agamben, Laurent
Bove, Judith Revel e Luciano Ferrari-Bravo. Sullo stesso tema all'inizio
del prossimo anno uscira' anche il libro “Empire” di Toni Negri e Michael
Hardt, pubblicato dalla Harvard University. “Dobbiamo assumere l'idea -
ha affermato Negri - che ormai si vive nell'impero. C'e' solo un capo che
comanda ma non vuole pagare il prezzo di questo potere”. Rivista dal taglio
accademico, “Posse” affronta temi come il concetto foucaultiano di biopolitica,
la nuova fase dell'ecologismo, Seattle e le biotecnologie. “Il biopolitico
- ha affermato Negri - e' l'identificazione sempre piu' forte tra i problemi
della vita e quelli della politica. Fare una rivista e' una forma di biopolitica.
Le biotecnologie conducono all'idea del mostro, al quale dedicheremo un
numero. Sara' questo l'angelo nuovo del futuro? Di Seattle ci interessa
come i corpi si confrontano al potere, resta comunque una cosa maledettamente
confusa. La salvezza viene dal lavoro e dalla produttivita'. E' importante
una ripresa di Marx, non per farne un feticcio ma per confrontarlo con
le nuove sfide”.
15 giugno - Rosanna Zecchi, presidente
dell' associazione familiari vittime della banda della Uno bianca, dice
che l’ Avvocatura dello Stato e’ determinata nel chiedere la restituzione
del 30-40% dei risarcimenti gia' versati dopo la condanna del Ministero
dell' Interno quale responsabile civile delle azioni della banda in gran
parte composta da poliziotti, che fecero 24 morti e un centinaio di feriti
in sette anni di terrore in Emilia Romagna e Marche. Una somma complessivamente
superiore a 19 miliardi, erogati dopo la sentenza immediatamente esecutiva
della Corte d' assise d' appello di Bologna che, oltre a dare l' ergastolo
ai fratelli Roberto e Fabio Savi e pesanti condanne ai tre complici, ritenne
il ministero dell' Interno colpevole civilmente dei crimini commessi da
uomini in divisa. Rosanna Zecchi ricorda che il Ministro dell' Interno
Enzo Bianco, il 5 marzo a Zola Predosa (Bologna), prese l' impegno morale
di garantire i risarcimenti: “Il ricorso – disse Bianco - dipende dall'
avvocatura dello Stato, non dal Ministero dell' Interno”. “Nell' anno del
Giubileo - e' il commento del portavoce dell' associazione, Claudio Santini
- si da' la grazia a Ali Agca, si parla di amnistia, ma evidentemente si
e' risolutissimi contro le vittime dei delitti”.
15 giugno – Il quotidiano “Il Messaggero”
pubblica un articolo in cui afferma che riguarderebbe presunti rapporti
tra la malavita e la massoneria uno dei tronconi dell' inchiesta condotta
dalla procura della Repubblica di Perugia sul furto al caveau del palazzo
di giustizia di Roma. Su di essa i pm di Perugia mantengono il piu' stretto
riserbo. Nega pero' di essere stato sentito per vicende legate alla massoneria
l' avvocato Antonio Moriconi, in passato difensore di uno dei cassettari
arrestati per il colpo, Stefano Virgili, e legale di uno dei carabinieri
coinvolti. Spiega invece che la sua convocazione, come persona informata
dei fatti, da parte degli inquirenti “era legata ad un' indagine per il
favoreggiamento di Virgili nel periodo della sua latitanza”. Smentisce
di essere stato sentito come testimone in un presunto troncone su massoneria
e criminalita' anche l' avvocato Patrizio Spinelli. “Se c' e' uno che non
sa nulla di massoneria - afferma - quello sono io. Avevo due cassette nel
caveau e per questo sono stato convocato a Perugia. Nulla di piu’”. “Nell'
inchiesta sul furto al caveau - spiega l' avvocato Alfredo Gaito - sono
solo il difensore di Massimo Carminati. Non sono mai stato sentito come
testimone su alcuna circostanza”. Conferma invece di essere comparso davanti
ai pm perugini come testimone l' avvocato Antonino Iuvara. Il legale non
vuole pero' rivelare su cosa sia stato sentito. Secondo indiscrezioni,
pero', Iuvara sarebbe indagato dalla procura perugina per una vicenda collegata
al furto. In passato Iuvara e' stato tra l' altro ascoltato come testimone
nel processo a carico di Giuseppe Mandalari, accusato di essere stato il
“consulente finanziario” di Toto' Riina. I due - secondo gli investigatori
- avrebbero fatto parte della stessa loggia massonica”.
15 giugno - Il Pm di Venezia Felice Casson
interroga in carcere Carlo Cicuttini, estradato il 24 maggio scorso dalla
Spagna. Nell'interrogatorio, durato quasi un'ora Cicuttini ha fatto un
breve excursus sulla sua vita e, ha riferito il suo difensore, l'avvocato
goriziano Paolo Mulisch, “ha ribadito la propria estraneita' sia alla strage
di Peteano sia al terrorismo in genere”. Cicuttini, secondo il suo legale,
“ha sostenuto di non sapere nulla della strage di piazza Fontana e di conoscere
alcuni degli imputati ma non piu' di quanto sia gia' apparso sui giornali”.
Inoltre, spiega sempre l'avvocato, ha detto di “non avere la piu' pallida
idea di Gladio; se poi le alte sfere usarono lui ed altri, questo non lo
sa, il mio cliente comunque non ha mai conosciuto persone che gli abbiano
rivelato la loro appartenza a Gladio, P2 o servizi segreti”. Quanto al
fallito dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, per il quale e' stato
condannato a dieci anni, Cicuttini non ha potuto negare che la pistola
trovata a Ivano Boccaccio, coinvolto nella stessa vicenda, fosse di sua
proprieta', ma ha ribadito di non avergli fornito l'arma. “Ha spiegato
- ha detto l'avvocato - che qualche volta gliela prestava ma in quell'occasione
evidentemente gli fu sottratta”. Cicuttini ha raccontato anche di quando
entro' in Ordine Nuovo, a 16-17 anni, passando qualche anno dopo nel Msi,
e il magistrato gli avrebbe chiesto chi aveva conosciuto in quegli anni,
che tipo di organizzazione ci fosse. “L'impressione che ne ho ricavato
- ha spiegato il legale - e' che i vari gruppi di Ordine Nuovo non fossero
collegati tra loro a livello di attivisti, nel senso che non si conoscevano
reciprocamente”. Poi l'estremista di destra ha parlato dei suoi anni in
Spagna, riferendo, ha detto il suo difensore, “di aver fatto una vita stentata
sul piano finanziario e di aver vissuto all'inizio con i soldi inviatigli
dalla famiglia”.
15 giugno - La senatrice Ersilia Salvato
rivolge un’ interrogazione al ministro della Giustizia Piero Fassino sulla
situazione di Horst Fantazzini, che ha gia' trascorso in carcere circa
30 anni per reati di non particolare gravita' e nessuno di sangue. Gli
restano da scontare ancora 17 anni. Ha chiesto di essere ammesso al lavoro
esterno presso le tipografie Cefal di Bologna, ma la direttrice del carcere
del capoluogo emiliano ha detto no. Dall’ autobiografia di Horst Fantazzini
“Ormai e' fatta” e' stato tratto l'omonimo film di Enzo Monteleone. “La
ragione per cui viene negato a Fantazzini ogni beneficio penitenziario
- spiega la Salvato - e' la sua evasione nel 1990. Da allora sono trascorsi
pero' dieci anni e tuttora al detenuto sarebbe impedito anche di svolgere
attivita' informatiche all'interno del carcere”. Horst Fantazzini e’ nato
il 4 marzo 1939 ad Altenhessel in Germania, figlio di Libero Fantazzini,
anarchico bolognese eroe della Resistenza e della guerra di Spagna. Anarchico
come il padre, in carcere per rapina diventa simpatizzante delle Brigate
rosse. Nel 1967 evade per la prima volta ma lo catturano e nel 1973 ci
riprova. E' tra i protagonisti del tentativo di evasione dal carcere di
Fossano. Asserragliato nei locali della direzione del carcere con due ostaggi
Fantazzini manda avanti una trattativa per 12 ore, poi appena esce i cecchini
gli sparano addosso riducendolo in fin di vita. Per questa vicenda viene
condannato a 18 anni di reclusione, ma non si quieta. Nel 1977 partecipa
con altri estremisti di sinistra ad un pestaggio di neofascisti nel carcere
di Volterra. Nel 1978 ad un tentativo di rivolta nel carcere di massima
sicurezza dell'Asinara. Nel 1981 tenta, insieme ad un gruppo estremista
di far arrivare bottiglie con tritolo ad altri detenuti, poi partecipa
ai disordini nel carcere di Badu e Carros e di Nuoro. Il 3 gennaio 1990
evade dal carcere di Busto Arsizio, lo arrestano un anno dopo in una villetta
del litorale romano. Nel frattempo per mantenersi aveva compiuto un'altra
rapina.
15 giugno - Il presidente della commissione
Stragi Giovanni Pellegrino rilancia l' ipotesi di un indulto per gli anni
di piombo: questa misura avrebbe anche il vantaggio di indurre molti protagonisti
di quegli anni a squarciare il velo di omerta' per consentire alla storia
di acquisire la verita'. “Amnistia e indulto - dice Pellegrino - sono problemi
che bisognerebbe tenere distinti per evitare confusione, anche se la ricorrenza
del Giubileo e' una buona occasione per affrontarli entrambi. Il problema
di concedere un'amnistia andrebbe laicamente affrontato, valutandola come
un possibile strumento di deflazione della situazione carceraria e giudiziaria.
In questa prospettiva non riesco a capire le preclusioni per includere
nella deflazione vicende giudiziarie ancora in corso e comunque avviate
ai lidi placidi della prescrizione. Il problema dell' indulto ha invece
senso solo se affrontato nella prospettiva di una chiusura politica degli
anni di piombo, come indubbiamente e' opportuno, ma diverrebbe piu' facile
se si accettasse che in quegli anni difficili ad insanguinare il paese
fu qualcosa che abbastanza somiglio' ad una guerra civile, sia pure a bassa
intensita”'. Secondo Giovanni Pellegrino, in ogni caso, quella sorta di
guerra civile “coinvolse ampi settori di un' intera generazione”. A suo
avviso, chi dice no all' ipotesi di indulto per quel periodo non puo' far
leva “sull' esigenza di fare giustizia, ne' sul debito di verita' che,
soprattutto per le stragi impunite, non e' stato ancora pagato”. “Una sanzione
penale che sopravviene - dice il presidente della commissione Stragi -
a 30 anni di distanza non paga comunque il debito di giustizia: mentre
la neutralizzazione penale di quelle vicende potrebbe essere ben piu' utile
per giungere alla verita'. In altri termini, la carcerazione attuale di
Sofri e la futura carcerazione di Maggi non mi sembrano i modi migliori
per fare giustizia, pur convinto che da Sofri e Maggi (come da Moretti,
Zorzi e da altri protagonisti di quella fosca stagione) preziosi contributi
alla verita' potrebbero venire, se i contributi medesimi divenissero penalmente
irrilevanti”.
19 giugno – Il pm veneziano Felice Casson
interroga Carlo Cicuttini sulla militanza in Ordine Nuovo e gli anni della
permanenza da latitante in Spagna. Si e' trattato, come ha affermato il
legale di Cicuttini, l' avvocato goriziano Paolo Mulitsch, di una ripetizione
piu' dettagliata dei temi gia' affrontati nel primo colloquio avvenuto
una settimana fa, e in cui Cicuttini si e' dichiarato estraneo a qualsiasi
attivita' di tipo terroristico. Il legale ha anche precisato che il magistrato
avrebbe chiesto a Cicuttini nuovi particolari su eventuali legami e collegamenti
tra appartenenti ai gruppi ordinovisti del Nordest ed elementi legati alle
indagini sulla strage di Piazza Fontana. Anche qui, ha riferito Mulitsch,
da parte di Cicuttini non vi sarebbero state indicazioni.
20 giugno - Il Pg della Cassazione Iadecola
ha chiesto di annullare con rinvio il verdetto emesso lo scorso dicembre
1998 dalla Corte di assise di appello di Bologna per quanto riguarda il
risarcimento inflitto al ministero dell' Interno (oltre 19 miliardi) per
i parenti delle vittime della banda della Uno Bianca, della quale facevano
parte dei poliziotti. Il ricorso era stato presentato dal ministero dell'
Interno – difeso dall' Avvocatura dello Stato - per ottenere la restituzione
del 20-30% dei risarcimenti versati dal Viminale ai parenti delle vittime
della banda della Uno Bianca, erogati dopo la sentenza immediatamente esecutiva
della Corte di assise di appello di Bologna, nel dicembre 1998, che oltre
a condannare all' ergastolo Roberto, Alberto e Fabio Savi insieme a Marino
Occhipinti ritenne il ministero dell' Interno colpevole civilmente dei
crimini commessi dagli uomini in divisa. In sostanza il Pg ha chiesto che
la Corte di assise di appello di Bologna riesamini la responsabilita' del
Viminale e l' entita' del risarcimento. Sara' la Corte d'Appello civile
di Bologna a decidere se i parenti delle vittime della banda della Uno
bianca devono restituire parte dei risarcimenti ottenuti dal ministero
dell'Interno. La sesta sezione della Cassazione respinge anche i ricorsi
di Alberto Savi e Marino Occhipinti, confermando le condanne all'ergastolo.
21 giugno – Fonti del ministero dell’Interno
sottolineano che “La sentenza della Corte di Cassazione non preclude affatto
la possibilita' di raggiungere un accordo transattivo tra la pubblica amministrazione
e i familiari delle vittime che hanno ricevuto anticipatamente un risarcimento
dei danni subiti a causa dei gravi delitti commessi dalla banda della Uno
bianca”. Il sottosegretario all'Interno Massimo Brutti assicura che “Deve
essere chiaro che nulla puo' essere chiesto indietro ai familiari delle
vittime” e spiegando, in un'intervista al giornale radio, che “la sentenza
della Cassazione non chiude questa vicenda. Rimane aperta un'attivita'
che e' fatta di incontri e di colloqui e che deve realizzare un accordo,
una transazione”.I familiari delle vittime della banda della Uno bianca
hanno accolto pero’ con profondo dolore la decisione della Cassazione.
“Non li capisco piu' - questo il primo commento di Rosanna Zecchi, moglie
di Primo Zecchi, uno dei 24 uccisi dalla banda della Uno bianca e presidente
dell' associazione familiari vittime - non capisco piu' la posizione del
Ministro Bianco. Potevano chiudere questa vicenda, rinunciando al ricorso.
Si chiuderebbe cosi' anche una brutta storia della Polizia. Io credo che
sarebbe convenuto anche a loro”. Da un lato pero' c' e' soddisfazione:
“Sono soddisfatta perche' sono stati riconfermati gli ergastoli a Marino
Occhipinti e ad Alberto Savi. Almeno quello. E' un punto di sollievo per
gente distrutta, bisognava vederli al processo. Ora mi auguro che il Ministero
mantenga la promessa di portare avanti la transazione, ma a condizioni
migliori di quelle che sono state offerte. E si finisca li'. Siamo stanchi
di combattere. Ogni volta si riaprono le nostre ferite, si riaccende il
nostro dolore. E' uno stillicidio che deve finire”. Il Pubblico Ministero
Valter Giovannini, che chiese e ottenne le condanne dei criminali e del
Ministero dell' Interno come responsabile civile, dichiara:“le sentenze
non si commentano, soprattutto prima di leggerne le motivazioni. Come Pubblico
Ministero, ma soprattutto come uomo, mi interrogo se a suo tempo ho fatto
tutto cio' che era possibile per dimostrare cio' che avrebbe consentito
alle vittime, ai loro familiari, di ottenere finalmente un po' di serenita',
almeno sotto il profilo economico. Immagino la tremenda amarezza di tutte
le persone cosi' profondamente colpite dai crimini della banda della Uno
bianca, i cui drammi umani e familiari conosco profondamente al punto che
ne e' rimasta segnata la mia coscienza di uomo e di funzionario dello Stato”.
22 giugno - Il gruppo dei Ds della commissione
Stragi presenta un documento
che propone, in 326 pagine, la sua lettura delle stragi e del terrorismo
dal dopoguerra al 1974. Il documento e’ illustrato in una conferenza stampa,
presenti il ministro Fassino, i magistrati Mastelloni, Priore, Vigna e
Salvini, il direttore del Dap Caselli e diversi parlamentari e rappresentanti
delle associazioni vittime delle stragi. Il documento riprende sostanzialmente
la relazione presentata nel 1995 da Giovanni Pellegrino e integra il tutto
con le acquisizioni documentali che sono venute dalle inchieste Salvini
(Piazza Fontana), Lombardi (Attentato alla Questura di Milano) e Mastelloni
(Argo 16). Il documento affronta in dettaglio il nodo delle origini della
strategia della tensione, il ruolo di Gladio, le coperture offerte all'
eversione di destra, i tentativi golpisti e la lunga stagione delle bombe
che si apre con Piazza Fontana. Tra l'altro vengono espressi dei duri giudizi
nei confronti di alcuni uomini che hanno militato nel Msi e, come nel caso
di Giulio Maceratini, militano oggi in Alleanza Nazionale. Maceratini -
secondo la proposta di relazione dei Ds - risulta “documentalmente aver
avuto, dagli anni della strategia della tensione fino almeno al 1997, contatti
e legami politici con personaggi della destra eversiva ed anche con chi
e' stato condannato con sentenza definitiva per episodi di terrorismo o
per ricostruzione del disciolto partito fascista”. Di Maceratini si ricostruiscono
gli esordi, alla guida di Ordine Nuovo, insieme a Pino Rauti, fino all'attivita'
svolta dopo la nascita di An con contatti con esponenti della destra chiamati
in causa nelle inchieste per stragi. La “lettura” offerta dai Ds e' stata
interpretata dai piu' come una sanzione della impossibilita' di arrivare
ad una relazione finale unitaria della Commissione. Sulla impossibilita'
di una conclusione unitaria dei lavori della commissione Stragi non e'
d'accordo il suo presidente, Giovanni Pellegrino, che ha definito “sconcertante
questa ipotesi”. “Spero che si possa arrivare ad un documento unitario.
Certamente abbiamo fatto un grande lavoro che produrra' molto in futuro.
Ma il primo documento deve essere della Commissione”. Pellegrino ha detto
che probabilmente ci sara' un documento finale sul caso Moro e che da luglio
proporra' la discussione sui due documenti presentati finora dal Popolare
Foglieri e da Bielli. Tornando sulla relazione illustrata oggi, il senatore
ha sottolineato che la realta' italiana va comunque sempre inserita nel
contesto internazionale e si deve tener conto della particolare situazione
italiana che vedeva la presenza di un vero e proprio “anticomunismo di
Stato”. Diversi gli interventi di rappresentanti delle associazioni dei
familiari delle vittime delle stragi che, pur lodando la relazione, hanno
richiamato la necessita' di una denuncia esplicita dei responsabili politici
che hanno quanto meno coperto l' attivita' dei gruppi eversivi. 'Nessun
atto d'accusa” alla destra, ma la richiesta che “la storia diventi terreno
comune di valutazione e definitiva condanna” per un periodo storico che
e' quello delle stragi. Cosi' Fabio Mussi, presidente del gruppo Ds alla
Camera, si e' rivolto agli esponenti della destra perche' “si alzino definitivamente
i veli della vicenda storica del dopoguerra”. Mussi si e' detto convinto
che vi sia la necessita' di “chiudere con una stagione”, ma con uno spirito
di “dialogo”. Ha pero' poi rilevato che “l'alleanza con Pino Rauti non
e' un viatico” ne' “un mezzo politico per fare i conti con il passato”.
I Ds della Commissione Stragi chiedono che non si affermi, nel Paese, una
“pacificazione” come quella “propugnata da Cossiga”. “Oggi - si legge -
il pericolo che abbiamo di fronte e' che prevalga la cultura di pacificazione
propugnata dal senatore Cossiga che, nel buio del nostro passato, assegni
pari dignita' alle parti in guerra in vista di un disarmo bilanciato, con
reciproco riconoscimento e legittimazione, al prezzo di una sorta di amnistia
generale, culturale, politica e giudiziaria”. E' questo un punto di partenza
“truccato” poiche' “pone da una parte le Brigate rosse ed i gruppi dell'estremismo
armato di sinistra e, come bilanciamento di tutto cio', le malefatte della
destra e dello Stato”.
22 giugno - Il senatore a vita Francesco
Cossiga replica al documento accusando a sua volta il partito della Quercia
di essere ancora prigioniero di una logica da Guerra Fredda. “Il tentativo
di piccoli uomini dei Ds di riscrivere in modo grottesco la storia degli
ultimi 50 anni di vita italiana ed europea in chiave di riabilitazione
della costante collaborazione, anche informativa, del Partito comunista
italiano all'Unione sovietica, e alla politica militare ed ideologica del
sistema degli Stati del socialismo reale - afferma Cossiga - potrebbe essere
affogato in un mare di risate se non dimostrasse una ancora scarsa volonta'
di chiudere la tragica Guerra Fredda, interna e internazionale, e concorrere
a ricomporre l'unita' civile e morale della societa' italiana”.
22 giugno - Il giudice veneziano Carlo
Mastelloni, presente alla presentazione del documento del gruppo Ds della
commissione stragi, dice che "La specificita' di questa relazione ha evidenziato
come in quel periodo del dopoguerra fu costituito e mantenuto costante
un ferreo coordinamento tra le istituzioni e i suoi referenti esteri rappresentati
principalmente dall' alleato americano per controllare e contenere l' avanzata
culturale del Paese". "Grazie alla relazione - secondo Mastelloni - abbiamo
finalmente la visione di un panorama allarmante ma esplicito in ordine
a tutti quei passi che il potere mosse per mantenere lo status quo sempre
al fine di rappresentare il pericolo costante di una invasione per conseguentemente
allestire microstrutture o macrostrutture composte da elementi civili e
militari comandate a porsi al fianco delle forze regolari nel nome della
tutela di una possibile insurrezione. Quello che piu' colpisce e' la perfezione
di questo segretissimo e collaudato meccanismo storico-strategico dove
fatti eversivi, e quindi anche i fatti di strage, sono risultati incastonati
in un disegno che risulta pienamente 'legale' nel momento in cui sono state
identificate le motivazioni di fondo retrostanti la politica dell' Alleanza
Atlantica". Il giudice Mastelloni, in precedenza aveva evidenziato che
"sono stati inseriti nel flusso entusiasta della ricostruzione postbellica
veleni micidiali ritenuti ineluttabili dalle strutture di potere che si
sono succedute dal dopoguerra fino quasi agli anni '80". "Credo - aggiunge
poi - che dobbiamo porci il dubbio se il nostro sia stato anche o forse
soprattutto uno Stato Esercito suddito di una vigilanza altrove delegata
quanto alla crescita democratica". Il magistrato conlcude rilevando che
probabilmente i mandanti delle stragi "erano individuabili negli
inventori di una strategia politico-militare per sua natura criminale ma
coperta da quella coltre ambigua chiamata necessita' strategica: ciascuna
delle istituzioni coinvolte fu gestita da una parte per creare delle finte
emergenze e dall' altra per arginare i tentativi delle parti sane del Paese
di rivelare o solo intravvedere quelle strutture occulte che oggi, si puo'
ben dire, hanno costituito il motore mobile del meccanismi stragisti".
23 giugno - Secondo l' avvocato Gaetano
Pecorella, responsabile della Giustizia per Forza Italia, "il teorema dei
Ds secondo cui gli Usa avrebbero responsabilita' nelle stragi in Italia,
e' la ricopiatura delle dichiarazioni di tale Carlo Digilio nel processo
di Piazza Fontana attualmente in corso davanti alla Corte d' Assise di
Milano". "E' bene che si sappia - si legge in una nota diffusa dal legale
- che Digilio e' stato ritenuto totalmente incapace di intendere e volere,
a seguito di un ictus, da epoca antecedente all' inizio della sua presunta
collaborazione". "Per di piu' - prosegue Pecorella - la scelta dei tempi
nel diffondere il documento da parte dei democratici di sinistra rappresenta
un tentativo di influire sulla indipendenza dei giudici: proprio in questi
giorni, infatti, Digilio e' sotto interrogatorio da parte della difesa
che ne sta dimostrando l' assoluta inattendibilita"'. "Infine - conclude
il legale - se i Ds credono davvero alla responsabilita' degli Stati Uniti
per la strategia della tensione, cosa aspetta il Governo a rompere le relazioni
diplomatiche?".
23 giugno - Achille Occhetto, presidente
della commissione Esteri della Camera ed ex segretario dei Ds, interviene
nella polemica sui contenuti del documento messo a punto dal gruppo Ds
della commissione parlamentare sulle Stragi e ribadisce la sua teoria del
"convitato di pietra". Per Occhetto si tratta di valutazioni che non c'entrano
con lo scontro politico in atto. "In linea generale - ha affermato Occhetto
in un'intervista a Radio Radicale - al di la' dei nomi, in Italia le stragi
erano il risultato di diverse componenti che si incontravano nella volonta'
di destabilizzare lo Stato: l'estremismo di sinistra e di destra, ma anche
la collaborazione molto forte di pezzi di apparato deviato. Non c' e' dubbio
che piazza Fontana, che si cerco' di liquidare dando la colpa a due poveri
anarchici, aveva dietro qualcosa di ben piu' grave e inquietante, come
tutta la strategia della tensione. Aveva dietro quello che a suo tempo
chiamai un convitato di pietra, nascosto, e che giocava tutte le sue carte
intervenendo, a orologio, nella politica italiana. Questo rimane un dato
di interpretazione che anche come commissario della P2 ho potuto verificare
ampiamente". Quanto al ruolo dei servizi segreti, per Occhetto, "sia quelli
dell' Urss che quelli, una parte, degli Usa avevano degli interessi e delle
collusioni nell'impedire ogni posizione riformatrice avanzata che facesse
uscire l' Italia e i comunisti dal netto schieramento 'o da una parte o
dall'altra'. Non a caso la vittima piu' grande di questa tendenza e' stato
Moro, che era l' uomo del dialogo e di una nuova possibilita' di uscita
dallo scontro dei blocchi e dall' ingessamento delle forze politiche dentro
quello scontro". "Ho parlato delle mie posizioni precedenti - ha concluso
Occhetto - per dire che queste sono questioni che dobbiamo discutere al
di la' del dibattito politico attuale. Si tratta di valutazioni che nulla
hanno a che fare con lo scontro politico del momento e, quindi, non vanno
utilizzate in questo senso".
23 giugno - Il ministro della Giustizia
Piero Fassino prende le distanze dal documento Ds sulle stragi e dice:"Non
ho partecipato come organizzatore e proponente delle tesi di quel rapporto.
E' evidente che cio' che e' scritto in quel documento impegna chi lo ha
scritto e chi su quel rapporto ha fatto delle dichiarazioni e non chi ha
partecipato a quella presentazione come astante". "Ieri sono andato alla
presentazione pubblica di quel rapporto - ha tra l'altro detto Fassino
- come invitato, insieme a tante altre persone, tra cui parenti di vittime
delle stragi, magistrati e politici, compreso Ignazio La Russa".
23 giugno - Il deputato Riformatore Marco
Taradash, riferendosi alla presenza dei magistrati alla conferenza stampa
dei Ds di ieri dove e' stata presentata la relazione della Quercia in commissione
Stragi, dice:“Presentero' un esposto al procuratore generale della Cassazione
nei confronti di quei magistrati, Vigna, Mastelloni, Priore e Salvini,
che hanno in modo tanto disinvolto asservito la loro funzione a interessi
di parte”. “La sventurata presenza di magistrati, del Procuratore Nazionale
Antimafia, del Direttore dell'Amministrazione Penitenziaria a una conferenza
stampa di parte, e di quale parte, quella piu' intossicata dalle ideologie
vittimiste e autoritarie, e' la controprova della rozzezza istituzionale
di questa sinistra. Mentre la partecipazione di Caselli si pone in insanabile
conflitto con i doveri di imparzialita' propri di chi svolge una funzione
pubblica”. “Sono le stesse istituzioni politiche, a principiare dal Capo
dello Stato - ha concluso Taradash - a dover garantire quei confini fra
poteri che sono stati, per settarismo o ambizione personale, cosi' vergognosamente
confusi”.
23 giugno - Sono stati assolti i cinque
imputati dell'omicidio del criminologo Aldo Semerari, il cui cadavere venne
trovato, decapitato, davanti al castello di Raffaele Cutolo a Ottaviano
il 25 marzo del 1982. L'assoluzione di Antonio Baratto, Ciro e Pasquale
Garofalo, Giovanni Monaco e Umberto Adinolfi - mandati a giudizio come
esecutori del delitto sulla base delle rivelazioni del boss pentito Umberto
Ammaturo, a sua volta ideatore e esecutore dell'omicidio - era stata chiesta
dallo stesso pubblico ministero Salvatore Sbrizzi. Nel corso della requisitoria
il pm ha infatti sottolineato che le dichiarazioni di Ammaturo, secondo
il quale Semerari sarebbe stato ucciso per ritorsione avendo accettato
l'incarico di consulente della difesa del boss rivale Raffaele Cutolo,
sono rimaste contraddittorie e lacunose. E anche i collaboratori di giustizia
chiamati a riscontare quelle rivelazioni - i boss Carmine Alfieri e Pasquale
Galasso e gli esponenti del gruppo di Ammaturo, Antonio e Pasquale Mercurio
e Giovanni Federico – non hanno fornito elementi sufficienti a sostenere
l'accusa. I cinque imputati avevano chiesto di essere giudicati con il
rito abbreviato. La posizione dello stesso Ammaturo, accusato anch'egli
del delitto, era stata stralciata e il processo a suo carico non si e'
ancora concluso.
24 giugno - Il presidente della Commissione
stragi Giovanni Pellegrino, in un'intervista a “La Repubblica”, commenta
il documento presentato dai Ds sulle stragi in Italia nel dopoguerra. ''La
relazione e' unilaterale – dice Pellegrino - applicare a una realta' complessa
uno schema rigido produce, anche involontariamente, un effetto falsificante''.
''Non si puo' definire quella di Piazza Fontana – dice ancora - una 'strage
atlantica di Stato' creando l'impressione che l'atlantismo sia stato stragista''.
Sulle reazioni alla relazione Pellegrino afferma che ''se qualcuno non
accetta i fatti che vi sono esposti e' perche' non ha studiato le carte,
ma e' chiaro che possono esserci pareri diversi sulle conclusioni''. ''I
fatti esposti nella relazione - spiega il presidente della Commissione
- sono incontestabili e solo chi e' in malafede puo' metterli in discussione,
ma non condivido la chiave di lettura''.
24 giugno - Marcantonio Bezicheri,
difensore di imputati di destra nei principali processi per stragi, afferma
che la relazione Ds non fa che riproporre teoremi e testi ''clamorosamente
smentiti al vaglio processuale''. Sono stati assolti, ricorda in una dichiarazione,
''tutti i principali esponenti di quella che si usa definire 'l' estrema
destra': Signorelli, Freda, Dalle Chiaie, Fachini. ''Appare pertanto assurdo
- sostiene il legale - insistere ancora su pretese responsabilita' di esponenti
e di organizzazioni dell' area, ignorando e calpestando le decisioni di
numerose sentenze. Solo per l' esplosione del 2 agosto 1980, sono rimasti
condannati Mambro e Fioravanti, condanna che ha suscitato dubbi e perplessita'
anche in ambienti della sinistra e che comunque non puo' essere ricondotta
al teorema degli esponenti dell' estrema destra in combutta con i servizi
segreti atlantici. L' unica cosa interessante nella 'relazione Mussi' -
conclude Bezicheri - e' nel passo che definisce quel periodo della storia
italiana come di sovranita' limitata e riconosce che agivano sul nostro
territorio forze di servizi segreti statunitensi e del Kgb. Ma non ci si
dice che cosa quest' ultimo faceva con i suoi agenti in Italia e mai si
e' indagato sulle attivita' di costoro. Ecco perche' non potra' mai raggiungersi
chiarezza e verita', dal momento che e' mancata e manca completamente una
indagine su uno degli aspetti inquietanti di quel periodo''.
25 giugno - Davanti al “vergognoso tentativo
di linciaggio” e “alle false accuse” che sono state mosse nei confronti
del presidente dei senatori di An Giulio Maceratini, il suo gruppo a palazzo
Madama chiede le dimissioni del presidente della commissione Stragi Giovanni
Pellegrino. E' quanto si legge in un comunicato del gruppo, nel quale si
ribadisce “la piena fiducia e la totale solidarieta' a Giulio Maceratini,
nei confronti del quale continua un vergognoso tentativo di linciaggio
politico da parte dei Ds”. “Oggi - prosegue il comunicato - tocca al sen.
Pellegrino, il quale su tutti i giornali afferma falsamente che il presidente
dei senatori di An e' stato un esponente di spicco di 'un'associazione
di stampo fascista che fu sciolta perche' ritenuta in contrasto con la
Costituzione repubblicana’”. “Il sen. Maceratini, purtroppo per il sen.
Pellegrino, non ha mai fatto parte del movimento politico Ordine Nuovo,
sciolto dal ministro Taviani nel 1973, ma - sottolineano i senatori di
An - del Centro Studi Ordine Nuovo, che concluse la sua avventura politica
nel 1969, rientrando nel Msi. Ricordiamo che Maceratini in quell'occasione
entro' a far parte della direzione nazionale del Msi e nel 1970 venne eletto
consigliere regionale del Lazio, mentre il movimento politico Ordine Nuovo
venne formato in quello stesso periodo da quanti avversarono la scelta
di rientrare nel Msi”. “Una differenza non da poco - sottolinea il gruppo
di An - che denota l'intenzione di un vergognoso tentativo di linciaggio
politico nei confronti di un nostro capogruppo che davvero non puo' essere
ignorata dal sen. Pellegrino, che ora, come minimo, dovrebbe dimettersi
dall'incarico. Infatti quanto accaduto e' di una gravita' inaudita e dimostra
che il sen. Pellegrino non e' in grado di presiedere con il necessario
equilibrio la Commissione stragi, di cui peraltro il sen. Maceratini ha
fatto parte nell' undicesima legislatura, ricevendo ampi riconoscimenti
per il suo lavoro come commissario da esponenti dell'allora Pds”. “Quanto
al linciaggio politico nei confronti del sen. Maceratini - concludono i
senatori di An - ora ci manca solo che, dopo le accuse di mantenere contatti
con esponenti della destra eversiva per aver partecipato nel 1991 e nel
1997 a due manifestazioni pubbliche, il nostro capogruppo venga ritenuto
un capo delle Brigate rosse per aver partecipato a dibattiti su pacificazione
e anni di piombo anche con ex terroristi di sinistra”.
25 giugno - L'esponente di Forza Italia
Vincenzo Manca, vicepresidente della commissione Stragi, si schiera contro
coloro che hanno proposto lo scioglimento dell'organismo bicamerale dopo
la vicenda della relazione Ds. “L' incredibile quanto indignante documento
presentato dai Ds sulle stragi dal dopoguerra al 1974 sta ponendo, fra
l' altro, il problema dell' utilita' o meno della commissione presieduta
al sen.Pellegrino - ha affermato il senatore di Forza Italia -. Pur capendo
e giustificando la nascita della questione, devo onestamente affermare
di non condividere affatto il pensiero di quanti, e tra questi anche qualcuno
della mia parte politica, giungono, con sorprendente rapidita' e faciloneria,
alla sentenza di scioglimento della commissione Stragi. Quando si perviene
a queste conclusioni, evidentemente dettate dal raccapriccio suscitato
dalle tesi della relazione Ds, bisogna pero' chiedersi se uno conosce bene
e dall' interno il lavoro della commissione e se, con lo scioglimento,
non si provocherebbero danni superiori a quelli che sono possibili con
la sua esistenza”. “E' vero, quindi, che ci sono stati 'danni' di credibilita'
e di serieta' di lavoro e di contenuto con la relazione Bielli, e' altrettanto
vero, tuttavia, che questa non e' una sufficiente ragione per non dar corpo
ad altri documenti di altre parti politiche, a loro volta conseguenti ad
anni di lavoro, nella segreta speranza, anche, che con essi e per essi
si possa giungere ad una relazione se non unitaria quanto meno riassuntiva
delle varia parti politiche da discutere poi in Parlamento. Io, per quanto
mi compete - ha concluso il sen.Manca - mi adoperero' in tal senso, invitando
anche il sen.Pellegrino a far sentire alta e libera la sua voce su quanto
accaduto e sulla volonta' di mantenere ancora vivo il dialogo tra le forze
politiche della commissione, nel rispetto reciproco e soprattutto lontani
da scopi elettoristici”.
26 giugno - Il presidente della commissione
Stragi Giovanni Pellegrino non pensa di dimettersi dopo le polemiche per
la presentazione della relazione dei Ds. “Darei le dimissioni - dice -
solo se la maggioranza me lo chiedesse. Ma nessun gruppo della maggioranza
ha mai fatto una richiesta del genere”. Pellegrino spiega anche la dinamica
che ha portato alla presentazione del documento dei Ds. “La relazione conclusiva
- ricorda Pellegrino - fu affidata molti mesi fa al senatore del Ppi Luigi
Follieri ed e' stata presentata verso la fine dello scorso anno. Ma le
forze politiche presenti in commissione (non solo i Ds, ma anche il Polo)
ebbero da ridire sulle conclusioni alle quali arrivava Follieri, che in
pratica escludeva la presenza di settori politici nella strategia della
tensione, attribuita solo a settori deviati dei servizi. Decisi allora
di dare ai gruppi politici la possibilita' di presentare ciascuno un proprio
documento alternativo”. “Lo hanno fatto i Ds - ricorda ancora il presidente
della Stragi - ma anche il Polo ha presentato alcuni documenti, uno
dei quali, del senatore di An Alfredo Mantica, riguarda la strage di Brescia
e mi sembra molto ben fatto”. Pellegrino spiega quindi quali saranno i
prossimi passi in commissione Stragi. “Ora, nella prima meta' di luglio,
la relazione di Follieri sara' discussa da tutta la commissione - spiega
- e a quel punto si vedra' che cosa fare dei vari documenti presentati
dai gruppi. Potrebbero essere tutti ritirati se si riuscisse a fare una
premessa unitaria alla relazione Follieri”.
27 giugno - I capigruppo della Casa delle
Liberta' esprimono "la piu' ampia e cordiale solidarieta"' al presidente
del gruppo di An al Senato, Giulio Maceratini, per "l' infame attacco rivoltogli
nella relazione dei componenti Ds della commissione Stragi". Giuseppe Pisanu,
Gustavo Selva, Giancarlo Pagliarini, Marco Follini, Giorgio Rebuffa e Luca
Volonte', in una nota congiunta contestano inoltre "radicalmente" le tesi
contenute in quella relazione che definiscono "un esempio di disinformazione,
settarismo ideologico e una pregiudiziale attacco all' Alleanza Atlantica
e agli Stati Uniti che - sottolineano - sono stati i fondamenti storici
della politica estera italiana, pilastri della sicurezza e garanzia di
pace e di liberta' per tutti gli italiani". I presidenti dei gruppi dei
partiti della Casa delle Liberta' giudicano poi "del tutto elusiva l' analisi
delle responsabilita' della sinistra istituzionale nei rapporti con i movimenti
extraparlamentari alcuni dei quali sfociati nel terrorismo rosso". Per
i capigruppo la commissione Stragi "dopo quindici anni di estenuanti e
inconcludenti lavori sfruttati dalla sinistra a scopo propagandistico,
deve concludere in tempi brevi o con una relazione che liquidi le aberranti
speculazioni antiatlantiche e antiamericane del Pci-Pds-Ds o con piu' relazioni
nelle quali ciascun gruppo assumera' la proprie responsabilita'".
27 giugno – Walter Bielli, capogruppo Ds
in commissione stragi, annuncia che scomparira' il riferimento alla 'strage
atlantica di stato” a proposito di Piazza Fontana nella bozza di documento
finale depositata la scorsa settimana. “Vedo che continuano le polemiche
sul testo Ds. Vorrei che si parlasse dopo averlo letto. Vi si raccontano
pagine terribili della storia italiana del dopoguerra. Lo scandalo sollevato,
comunque, si riferisce ad una espressione che compare a pagina 217 a proposito
di Piazza Fontana: “strage atlantica di stato”. Nel testo si spiega
esplicitamente - continua ancora - il senso non certo di una accusa generalizzata
agli Usa o allo stato democratico italiano, ma l'indicazione di una responsabilita'
che ci pare provata insieme a gruppi neofascisti, di settori di apparati
di stato e di ambienti dei servizi segreti stranieri. Siccome la formula
sta producendo piu' equivoci che spiegazioni e in debite strumentalizzazioni,
la toglieremo dalla relazione che pero' resta sul tavolo e contiene tante
spiegazioni che devono essere valutate sulla base degli elementi di fatto
tratti dagli atti della commissione che noi riportiamo. Sarebbe gravissimo
se si volesse estendere un velo di silenzio su di una vicenda cosi drammatica
e cosi' viva nel corpo della societa' italiana. Anche i colleghi del Polo
dovranno dire qualcosa”.
28 giugno - La vicenda dei risarcimenti
ai parenti delle vittime della banda della Uno Bianca "credo che si concludera'
con la massima soddisfazione da parte delle famiglie, senza accollare allo
Stato la responsabilita' di atti che con lo Stato non hanno nulla a che
fare". Lo ha detto il presidente del consiglio Giuliano Amato nel corso
del question time, interrompendo poi la replica dell'on. Elio Palmizio
(FI), che ha giudicato "insoddisfacente" la risposta chiedendosi com'e'
possibile che vengano chiesta la restituzione dei soldi, per precisare:
"lo Stato non chiede indietro una lira". Amato ha quindi spiegato che "una
cosa e' assicurare alle famiglie delle vittime di efferati delitti un adeguato
ristoro dell'ingiustizia subita, altro e' che questo accada in virtu' del
riconoscimento di una responsabilita' giuridica del ministero dell'Interno"
per gli atti compiuti dai poliziotti appartenenti alla banda "che nulla
hanno a che fare con i loro compiti e le loro responsabilita' istituzionali".
Secondo Amato dunque "il ministero da un lato si e' difeso in giudizio
giustamente dalla responsabilita' che gli veniva attribuita e la Cassazione
questa responsabilita' ha negato, dall'altro ha provveduto a pagare alle
famiglie, a titolo non di risarcimento ma di riconoscimento di una ingiuria
comunque subita quanto gia' era previsto dalla sentenza di primo grado.
Ora in via transattiva si sta concludendo questa vicenda".
29 giugno - Valter Bielli e Alessandro
Pardini, parlamentari Ds in commissione stragi, affermano che chi attacca
il presidente della commissione Giovanni Pellegrino "vuole che alcune pagine
oscure della storia del nostro paese rimangano tali. Noi, come Ds, andremo
avanti". "Dopo la pubblicazione della relazione sulle stragi in Italia
- rilevano Bielli e Pardini - i parlamentari del Polo e, in particolare,
di An, hanno reagito in maniera scomposta, senza minimamente confrontarsi
sul contenuto del nostro dossier". "Travolti da una verita' inconfutabile
e sostenuta da migliaia di documenti circa il ruolo dei fascisti e di settori
dei servizi segreti italiani e stranieri nella strategia della tensione,
i parlamentari di An - proseguono Bielli e Pardini - invece di prendere
definitivamente le distanze dal terrorismo e chiudere con un periodo fatto
di frequentazioni con personaggi pluricondannati dalla magistratura per
reati di natura eversiva, hanno preferito dar vita ad una campagna inaccettabile
contro il senatore Pellegrino, chiedendone le dimissioni". I parlamentari
di Alleanza nazionale Enzo Fragala' e Alfredo Mantica replicano:"Accettiamo
l'invito del presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino, che
chiede di tornare ad un lavoro condiviso, ma prima devono essere richiamati
all'ordine quegli esponenti, come Bielli e Pardini, che sono rimasti all'odio
ideologico come unica manifestazione del loro agire politico". "Comprendiamo
- dicono Fragala' e Mantica - il livore dei duri e puri dei Ds, ritrovatisi
orfani rispetto al vile attacco personale e politico contro il senatore
Giulio Maceratini, che Pellegrino arriva a definire un amico, ma non possiamo
continuare ad accettare aggressioni da chi oltraggia una sede istituzionale
per compiere infime operazioni che di storico e di incontestabile non hanno
niente".
10 luglio - Venti persone sono arrestate
dalla polizia per il furto al caveau nel palazzo di giustizia di Roma,
compiuto tra il 16 e il 17 luglio del 1999. I provvedimenti sono stati
ordinati dalla magistratura di Perugia ed eseguiti dalla squadra mobile
di Roma, che ha anche perquisito numerose abitazioni. Le persone finite
in carcere devono rispondere di associazione per delinquere, reati contro
il patrimonio, corruzione di pubblico ufficiale, tentativo di corruzione
di magistrati, traffico di stupefacenti, detenzione e porto abusivo di
armi, ricettazione e falso. I provvedimenti sono stati firmati dai pm di
Perugia Silvia della Monica, Alessandro Carnevale, Antonella Duchini e
Mario Palazzi. Messo a segno il furto al caveau, la banda aveva pensato
ad un altro colpo nell' ufficio corpi di reato della procura della Repubblica
di piazzale Clodio, dove sono custoditi tutti i reperti sequestrati nell'
ambito delle indagini giudiziarie, dalle sostanze stupefacenti alle armi.
Materiale che sarebbe servito all' organizzazione sia per ricavare denaro
(dalla vendita di droga) sia per compiere azioni criminose (con l' uso
delle armi). C' erano esponenti di spicco della banda della Magliana, ex
militanti della destra eversiva, carabinieri, il vicedirettore dell' agenzia,
un avvocato, un edicolante, "cassettari" e "chiavari". Una organizzazione
corposa (una trentina di persone) e variegata quella che ha progettato,
eseguito o fiancheggiato gli altri nel colpo al caveau della Banca di Roma
della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Il progetto del colpo,
secondo gli investigatori, sarebbe scaturito dalla mente degli ex della
banda della Magliana Manlio Vitale (soprannominato "er gnappa") e Massimo
Carminati, che era stato anche militante dei Nar, e dal "mago delle casseforti"
Stefano Virgili. Nella fase preliminare del colpo Vitale era libero, ma
nei primi mesi del 1999 fu arrestato in flagrante estorsione e, nonostante
fosse detenuto, secondo gli investigatori, ha cercato di collaborare alla
progettazione del furto dal carcere. Inutile il tentativo da parte di Virgili,
dell' avvocato Antonino Iuvara e dell' ex dipendente della pretura Reginaldo
Veloccia di corrompere uno dei giudici togati che stavano processando Vitale
in appello affinche' fosse liberato. Nella banda c'era il vicedirettore
della banca Orlando Sembroni, che dopo aver sbirciato i titolari delle
cassette di sicurezza (prendendosi anche qualche rimprovero) per vedere
cosa custodissero, lo aveva riferito ai complici. Nell' organizzazione
risultano coinvolti cinque carabinieri del servizio di vigilanza di piazzale
Clodio, di cui chiudevano e aprivano i cancelli: Roberto Cozzolino fu arrestato
nel dicembre 1999 assieme agli altri quattro Mercurio Di Gesu, Feliciano
Tartaglia, Adriano Martiradonna e Flavio Amore; questi ultimi quattro sono
stati raggiunti anche dalla seconda ordinanza. Alcuni di loro avrebbero
anche preso il pacco contenente la cocaina che sarebbe stata poi venduta.
Facevano parte della banda anche Claudio Bottoni e Piero Tomassi, conosciuti
come "cassettari" ovvero specialisti in furti di cassette di sicurezza,
Vincenzo Facchini, noto come "chiavaro", cioe' un "maestro" nel fare chiavi
false, Pasquale Martorello, conosciuto come ricettatore, che assieme ad
uno dei tre latitanti avrebbe nascosto parte del bottino in un terreno
vicino Rieti e, assieme a Piero Tantalo, avrebbe aiutato a coprire due
dei ricercati. Lucio Smeraldi era invece un edicolante di piazzale Clodio
fatto subentrare dall' organizzazione ad un collega che otto mesi prima
del furto era stato fatto "dimettere". Vincenzo Casetta, legato a Carminati
nella destra eversiva, sarebbe stato uno dei fiancheggiatori. Assieme ai
cinque carabinieri furono raggiunti gia' dalla prima ordinanza di custodia
cautelare emessa per furto pluriaggravato anche Carminati, Facchini, Sembroni,
Smeraldi, Tomassi e Virgili. L' avv.Iuvara era stato oggetto di indagini,
da cui usci' indenne, da parte del Pm Giovanni Falcone nell'ambito dell'inchiesta
su Toto' Riina e sul suo presunto consulente finanziario Giuseppe Mandalari.
E' quanto emerge dal passato del penalista, massone e difensore di lady
golpe Donatella di Rosa. Iuvara, secondo quanto ricostruito sulla base
di fonti investigative, fini' in un rapporto dei carabinieri di Corleone,
guidati dall' allora capitano Angelo Jannone, dopo alcune intercettazioni
telefoniche tra lui e Mandalari. Intercettazioni dalle quali sarebbe emerso
il tentativo dei due di dirottare finanziamenti della legge 64 per il Mezzogiorno
su una serie di prestanomi, tramite presunti progetti fantasma. Un filone
d'indagine che Falcone avrebbe voluto approfondire, ma poi accetto' di
trasferirsi al ministero di grazia e giustizia a Roma e l'ufficiale dei
carabinieri venne trasferito a Catania, dopo aver depositato le sue informative
alla procura palermitana diretta da Giammanco. Le sue informative furono
pero' rispolverate a distanza di un paio d'anni con l'arrivo a Palermo
di Giancarlo Caselli e, dopo ulteriori indagini, portarono all' arresto
di Mandalari per concorso esterno in associazione mafiosa. Accusa per la
quale fu condannato nel processo di primo grado, dove Iuvara depose invece
come teste.
11 luglio – Furto al caveau di palazzo
di Giustizia di Roma: con un' ordinanza emessa dal gip perugino Nicla Restivo
su richiesta dei pm Silvia Della Monica, Mario Palazzi, Alessandro Cannevale
ed Antonella Duchini, a 21 dei 22 indagati e’ contestata l’accusa di associazione
di tipo mafioso perche’ avrebbero agito al fine di agevolare l' attivita'
della cosiddetta banda della Magliana. La nuova aggravante e' stata contestata
a tutti gli indagati tranne che al romano Mario Arciero, 37 anni. Il gip
perugino Nicla Restivo, nella sua ordinanza, sottolinea che il profitto
patrimoniale era “perseguito indubbiamente” da alcuni indagati, ma sarebbe
stato “meramente accessorio per altri”. Il gip parla poi di un obiettivo
“particolarmente rischioso”, sottolineando che vennero svolti per circa
un anno e mezzo accessi al palazzo di giustizia che “mal si conciliano
con la sola fase di preparazione di un furto”. Altre circostanze che farebbero
pensare ad altri obiettivi, oltre al denaro, sono - si legge ancora nell'
ordinanza - l' utilizzo di carabinieri addetti a servizi “particolarmente
delicati e di responsabilita”, la scelta di forzare le cassette secondo
un ordine preciso indicato in una lista consegnata in precedenza agli esecutori
materiali del furto e la qualita' delle parti offese, per la maggior parte
magistrati del distretto della Corte d' appello di Roma. Gli accessi abusivi
nel palazzo di giustizia di Roma per preparare il furto al caveau avvennero
“proprio in concomitanza” con la celebrazione di alcuni processi di “vitale
importanza” per la banda della Magliana. I magistrati si riferiscono in
particolare alle procedure per misure di prevenzione patrimoniale, ad un
processo a carico, tra l' altro, di Massimo Carminati ed Enrico Nicoletti
(quest' ultimo estraneo al procedimento perugino) in cui era in discussione
la natura stessa della banda della Magliana ed alla sentenza che era in
procinto di pronunciare la Corte d' assise d' appello di Roma nel troncone
definito da alcuni imputati (tra cui Manlio Vitale) con rito abbreviato.
Gli inquirenti rilevano poi che alcuni degli avvocati le cui cassette sono
state forzate hanno operato in processi riguardanti appartenti ai Nar,
alla banda della Magliana ed a Cosa nostra, in particolare Pippo Calo'.
Secondo i magistrati di Perugia obiettivo del gruppo ritenuto responsabile
del furto sarebbe stato quello di acquisire cose, documenti ed informazioni
per agevolare non solo l' attivita' di singoli appartenenti alla banda
della Magliana, ma quella della stessa associazione criminale. Su questa
base i magistrati hanno chiesto ed ottenuto dal gip la contestazione a
21 dei 22 indagati dell' aggravante prevista dall' articolo sette del decreto
legge 152 del 13 maggio del 1991. Questa - spiega il giudice nella sua
ordinanza - riguarda l' azione favoreggiatrice diretta in maniera oggettiva
ad agevolare l' attivita' svolta da un gruppo criminale considerato di
tipo mafioso, come la Magliana. Obiettivo della norma non e' solo quello
di aggravare la pena prevista per le persone alle quali viene contestata,
ma anche di reprimere il comportamento di coloro che, anche se non organicamente
inquadrati in tali associazioni, agiscano con metodi mafiosi o comunque
diano un contributo al raggiungimento dei fini di un' associazione di tale
stampo. Il giudice ha comunque ricordato che e' ancora incerta la qualificazione
giuridica della banda della Magliana. Secondo il gip vanno tuttavia ritenute
sussistenti le pronunce che hanno qualificato la banda come un' associazione
per delinquere di stampo mafioso. Nell' ordinanza si parla anche dell'
attentato che Cosa nostra e Banda della Magliana volevano compiere contro
il magistrato Ferdinando Imposimato. Nel progetto per colpire l'ex pm sarebbe
stato infatti coinvolto anche Stefano Virgili, uno dei cassettari poi arrestati
per il colpo a piazzale Clodio. Fu infatti la moglie di quest' ultimo,
attraverso la ''Mutua nuova societa''' (della quale il marito sarebbe stato
il vero dominus), a prendere in affitto da Imposimato un appartamento individuato
dalla banda della Magliana e da Pippo Calo' per realizzare l' attentato.
Virgili ''con abilita' non comune'' procuro' quindi alle due organizzazioni
criminali - sostengono i magistrati - una sede insospettabile ed inaccessibile
per gli inquirenti, dove era impossibile int